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Monday, June 17

OPEN SLIDES TO: "U.S. NATIONAL SECURITY AGENCY"


Dear NSA, let me take care of your slides. from Emiland

La drammatica testimonianza al Senato del generale Keith Alexander, direttore della National Security Agency americana, è una dimostrazione del difficile equilibrio fra la libertà e la sicurezza. L’opinione pubblica statunitense è ancora sotto shock per la scoperta di PRISM, l’immenso sistema di spionaggio informatico messo in piedi, segretamente, dalla NSA. 
Oltre 100 miliardi di dati personali vengono monitorati, ogni giorno, in tutto il mondo. Stando alle rivelazioni del pentito Edward Snowden, la NSA è in grado di registrare nome, cognome, indirizzo, data di nascita, dati trasferiti, foto e conversazioni in chat, indirizzo IP (quello personale del computer) di chiunque mandi un’email che passi da uno dei grandi provider monitorati. È in grado di registrare nome, cognome, indirizzo, data di nascita, documenti e foto inviati, dettagli su tutti i contatti personali, conversazioni in chat, informazione sulla posizione geografica, di chiunque si iscriva a un qualsiasi social network. Infine, è in grado di risalire al luogo da cui una telefonata viene effettuata, la sua durata, il numero di chiamante e ricevente, anche il testo degli sms inviati. 

La NSA può sapere tutto di tutti, in qualsiasi Paese del mondo, in tempo reale.

I Paesi più monitorati sono quelli da cui arrivano i pericoli maggiori per la sicurezza nazionale: a pari merito Iran e Pakistan. Ma anche gli stessi Stati Uniti (e la Germania) sono fra i luoghi più monitorati. E l’idea di essere sotto la lente di ingrandimento dell’intelligence, pur non avendo nulla a che vedere con il terrorismo, non piace a nessun americano, chiaramente. Tornano alla mente le grandi distopie della letteratura, sia il settecentesco “Panopticon” (del filosofo liberale Jeremy Bentham) che, ovviamente, anche la distopia novecentesca per eccellenza, “1984” di George Orwell. 

Il generale Alexander, in Senato, ha spiegato il senso del suo Panopticon e ha cercato di difenderne l’utilità. Secondo la sua testimonianza, il sistema di sorveglianza informatica ha «permesso di sventare decine di attacchi terroristici» negli anni in cui ha funzionato segretamente. La soffiata di Edward Snowden e possibili ulteriori rivelazioni, secondo il generale, rischiano di compromettere seriamente il funzionamento dell’intelligence americana. E «molti americani moriranno, di conseguenza». Dunque, nonostante la promessa di una maggior trasparenza, il direttore della Nsa si riserva il diritto di mantenere il segreto su ogni ulteriore dettaglio dell’operazione.

Ha comunque negato di poter intercettare chiunque, compreso il presidente, stando seduto di fronte al proprio computer, come aveva detto Snowden ai suoi intervistatori. Le intercettazioni vere e proprie delle intercettazioni verrebbero limitate solo ed esclusivamente ad individui legati ad Al Qaeda e all’Iran. Quel che il generale sottintende, però, è che per trovare tali individui si deve ispezionare, a tappeto, qualunque conversazione. Anche due persone che scherzano sulla Jihad islamica sono potenzialmente intercettabili, in base a questi criteri. 

I dati vengono conservati per cinque anni e poi distrutti (?). Ma quel che Alexander non teme (o non vuole temere) è che nel corso di questi cinque anni i dati possano essere abusati o venduti per le peggiori intenzioni. Decine di attacchi sono stati sventati. Ma miliardi di telefonate, email e conversazioni in chat, foto e documenti personali, sono intercettabili. 

È sempre più difficile porre le due cose sulla stessa bilancia. Se la libertà ha un senso, però, almeno negli Stati Uniti dovrebbero ricordare che sacrificando la propria libertà per aumentare la propria sicurezza si finisce per perdere l’una e l’altra. Chi può sentirsi al sicuro, nel momento in cui le sue informazioni personali sono a disposizione di tutti?

Friday, May 17

TE LO DO' IO IL MPS

A ricordare il peso dell'influenza dell'Opus Dei nelle scelte che riguardano l'attività e gli assetti del MPS era stato tra gli altri il tesoriere del PD Ugo Sposetti, intervistato da Repubblica. Alla domanda "a Siena c'è la massoneria?", Sposetti nel difendere la correttezza e l'estraneità dei democratici, risponde infatti lapidario: "Non solo, c'è pure l'Opus Dei".

Come spiega lo stesso Wall Street Journal la Banca d'Italia concesse a MPS il prestito nell'ottobre del 2011 perché "la banca stava ormai esaurendo tutta la liquidità e non aveva più gli strumenti per continuare a chiedere fondi alla Banca Centrale Europea". Tuttavia "per timori che si potesse creare panico sui mercati né MPS né la Banca d’Italia resero pubblico quel prestito". Secondo la normativa vigente infatti non vi è l’obbligo di comunicare tali operazioni, previste per tutte le banche dell’Euro-sistema, al mercato. 

In una "conference-call" con analisti ed investitori, subito dopo aver ricevuto il prestito, i dirigenti di MPS affermavano che la posizione finanziaria della banca era solida e che le necessità di raccolta per il 2012 erano state coperte. Da Francoforte, però, il presidente della BCE Mario Draghi ha difeso l'Istituto di via Nazionale spiegando che c'è "un rapporto dettagliato" che dimostra come sia stato fatto tutto quello che si doveva e si sia agito velocemente.

Secondo l'ex numero uno Mario Draghi, anche il Fondo Monetario Internazionale avrebbe riconosciuto l’azione corretta della Banca d’Italia. "Spetterà ora alla banca senese portare avanti il programma di ristrutturazione ritornando in salute e in grado di generare profitti", ha aggiunto Draghi ricordando di aver firmato "entrambe le ispezioni su MPS" quando era presidente di Bankitalia, organismo che "non ha poteri di intervento politico o giudiziari". 

Ogni giorno emergono nuovi particolari ad allargare lo scandalo che sta travolgendo il MPS. 

In giornate particolarmente concitate per la vicenda MPS, cominciarono a filtrare alcune notizie in ordine ai reati contestati a carico dei vertici dell’istituto di credito. Le vicende sotto esame sono l’acquisizione di Antonveneta, l’“affaire Lutfin” e le operazioni in derivati denominate “Alexandria” e “Santorini”. Relativamente ad Antonveneta, sono stati ipotizzati i reati di aggiotaggio, manipolazione di mercato ed ostacolo all’attività di vigilanza.

L’aggiotaggio è attualmente disciplinato dall’art. 2637 c.c. mentre la manipolazione del mercato è un reato previsto dall’art. 185 del D. Lgs. n. 58/1998 (Testo Unico delle disposizioni in materia finanziaria). La disposizione contenuta nel codice civile, nella formulazione novellata dalla L. n. 62/2005, sanziona con la reclusione da uno a cinque anni chiunque diffonda notizie false, ovvero ponga in essere operazioni simulate o altri artifici concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari non quotati o per i quali non è stata presentata una richiesta di ammissione alle negoziazioni in un mercato regolamentato, ovvero ad incidere in modo significativo sull’affidamento che il pubblico ripone nella stabilità patrimoniale di banche o di gruppi bancari (c.d. aggiotaggio bancario). 

L’art. 185 TUF contempla un fatto tipico pressoché analogo, ma una pena molto più severa (da due a dodici anni di reclusione e da 20 mila euro a cinque milioni di euro di multa) nel caso in cui l’oggetto materiale della condotta siano strumenti finanziari quotati. La norma prevede poi un’aggravante speciale che permette al giudice di aumentare la multa fino al triplo o fino a dieci volte il valore del prodotto o del profitto conseguito dal reato quando, per la rilevante offensività del fatto o per le qualità personali del colpevole, essa appaia inadeguata anche se applicata nel massimo.

Tali illeciti sono stati contestati anche nel caso Parmalat (v. Corte d’Appello di Milano, sent. n. 1728/2010 del 26 maggio 2010 - 14 luglio 2010) e nelle vicende giudiziarie che sono seguite alle scalate ad Antonveneta e BNL tentate nel 2005 rispettivamente dalla Banca Popolare di Lodi (v. Corte d’Appello di Milano, sent. n. 227/2012 del 13 marzo 2012 - 11 giugno 2012) e da Unipol (v. Cass. pen., Sez. V, sent. n. 49362/2012 del 7 dicembre 2012 - 19 dicembre 2012). La giurisprudenza recente ha quindi avuto modo di interrogarsi sulla struttura delle due fattispecie, sul momento consumativo del reato, sulla competenza territoriale nonché sulla responsabilità degli enti, considerato che i reati di aggiotaggio e manipolazione del mercato sono contemplati dagli artt. 25 ter, comma 1, lett. r) e 25 sexies, comma 1 del D. Lgs. n. 231/2001 e che una speciale forma di responsabilità sussidiaria dell’ente è prevista anche dall’art. 187 quinquies del TUF.

Con riguardo alla “questione Lutfin”, si tratta di una società svizzera che sarebbe stata utilizzata quale veicolo per effettuare pagamenti riservati nei confronti di alti dirigenti del MPS in cambio dell’acquisto di un pacchetto titoli all’interno dei quali ve ne erano alcuni (cosiddetti derivati) che presentavano forti perdite per Dresdner Bank. In sostanza MPS avrebbe acquistato da Dresdner Bank titoli in sofferenza e le avrebbe poi rivenduto titoli “in salute”. In questo modo Dresdner Bank avrebbe neutralizzato le perdite, mentre MPS se ne sarebbe fatta carico. 

In tesi d’accusa i promotori dell’operazione sarebbero stati i veri beneficiari del compenso corrisposto da MPS a Lutfin (600 mila euro) a titolo di provvigioni. La vicenda ha acquistato immediata notorietà in ragione della pubblicazione, ad opera di alcuni siti, di una nota della Guardia di Finanza – Nucleo di Polizia Tributaria di Milano, relativa ad un altro filone d’indagine già in fase avanzata. In relazione a tale “affare” non è dato sapere quali siano i reati ipotizzati. Tale condotta pare comunque riconducibile, tra l’altro, all’art. 2635 c.c., recentemente novellato dalla L. n. 190/2012 in materia di corruzione, che ne ha anche modificato la rubrica da “Infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità” a “Corruzione tra privati”.

Relativamente ai derivati, infine, è emerso che non sarebbero state iscritte a bilancio perdite potenziali per 500 milioni di euro. Il che potrebbe configurare il reato di false comunicazioni sociali. Tuttavia, come noto, la repressione di tale illecito societario è ostacolata dalla formulazione delle due norme che lo prevedono. L’art. 2621 del codice civile, infatti, contempla un reato di condotta perseguibile d’ufficio, ma fa «salvo quanto previsto dall’articolo 2622». Tale seconda disposizione sanziona le false comunicazioni sociali in danno della società, dei soci o dei creditori, ma subordina la punibilità alla presentazione della querela di parte. 

Cosicché se – come pare essere nel caso di MPS – l’“esposizione di fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni”, ovvero l’“omissione di informazioni la cui comunicazione sia imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene” sia tale da “cagionare un danno patrimoniale alla società, ai soci o ai creditori”, il reato sarà punibile solo nel caso in cui sia presentata apposita querela di parte.

A contorno di tutta questa complessa vicenda, è stato ipotizzato il reato di ostacolo alle attività di vigilanza (nella fattispecie: Bankitalia e Consob), anche questo previsto sia dall’art. 2638 del codice civile che, in forma sussidiaria, dall’art. 170 bis del D. Lgs. n. 58/1998. Tali disposizioni, poste a tutela della c.d. trasparenza societaria esterna, sanzionano coloro i quali, nelle comunicazioni alle autorità pubbliche di vigilanza, espongono fatti materiali non rispondenti al vero sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria dell’ente ovvero occultano con altri mezzi fraudolenti fatti che avrebbero dovuto comunicare. 

La problematicità di tale fattispecie è essenzialmente legata alla carenza di offensività della previsione di cui al secondo comma dell’art. 2638 c.c., in virtù del quale rispondono del medesimo reato coloro che, “in qualsiasi forma” consapevolmente ostacolano le attività pubbliche di vigilanza.

Fino a questo momento, invece, non si ha notizia di indagini a carico delle società di revisione, anche se è legittimo attendersi un loro coinvolgimento diretto (i reati dei revisori sono oggi previsti agli artt. 27 e segg. del D. Lgs. n. 39/2010) o quanto meno concorsuale (sindaci e revisori possono, infatti, essere chiamati a rispondere del mancato impedimento dei reati da parte degli amministratori ai sensi dell’art. 40, comma 2 del codice penale).

Ecco le tre domande che andrebbero poste, unicamente, all’on. Silvio Berlusconi, presidente del PdL.

1) “ Ci risulta, come confermato dagli atti ufficiali, che la Goldman Sachs affidò all'on. Gianni Letta, ai tempi deputato eletto nelle sue liste, la mansione di gestire, sovrintendere e chiudere la compravendita tra MPS e Banca Antonveneta. Come mai, non essendo l’on. Gianni Letta né un esperto di sistemi bancari, né un esperto in tecnica bancaria, né un banchiere, né ufficialmente parte in causa, è stato scelto per tale delicato lavoro che presuppone una corposa e specifica competenza tecnica?”
2) “ Ci risulta, come provato da atti ufficiali, che, strada facendo, sia stata accorpata anche la società J. P. Morgan, attraverso, pare, la partecipazione attiva e personale del direttore responsabile marketing per le operazioni europee: Giovanni Monti (39 anni, figlio del premier Mario Monti). Come mai? Perché sarebbero state scelte queste due società straniere essendo l’Italia piena di eccellenti società di intermediazione finanziaria ad alti livelli sia di merito che di competenza tecnica garantita?”
3) “ Come mai, essendo il MPS una banca di interesse nazionale, considerata “strategica” all’interno del mondo finanziario-economico italiano, l’on. Gianni Letta, venendo meno ai suoi obblighi di Legge, non ha riferito, punto per punto, l’intero percorso operativo al presidente della CONSOB, all'ABI a Bankitalia e al Ministero del Tesoro?”.

Non posso fare a meno di ricordare quel 26 gennaio u.s. quando un "carneade" sbraitò, con la bava alla bocca: "se c’è qualcuno che osa sostenere che il PD c’entra in un qualunque modo in questa vicenda, ebbene, noi lo sbraniamo vivo” . Si è preferito -tra di loro, alla fine di una miservole e lunga sceneggiata- fare un "governicchio d'insabbiamento artigianale". In breve, la vicenda MPS, come altri "scandali" di questi ultimi anni, appare di particolare interesse per i profili inerenti il diritto penale economico e merita, quindi, di essere perseguita con estrema attenzione, onestà, imparzialità e, sopratutto, molto coraggio da parte di una vera magistratura.

Wednesday, May 8

TURCHIA CONTRO TURCHIA


Oggi la Turchia è una molteplice scacchiera di minacce asimmetriche e tradizionali, quella su cui i militari e i politici turchi debbono muovere le loro pedine, con la necessità di tenerle allo “stato dell’arte”. A sud-est nel 2007 è ripresa su vasta scala la guerriglia del PKK, dopo una tregua durata un decennio. A sud, la guerra civile siriana ha dapprima lambito e poi attraversato una frontiera già calda negli anni ’70 e ’80, tanto da far temere sin dal maggio 2012 un intervento militare di Ankara nel conflitto (senza contare che il regime di Damasco ha fomentato l’attività insurrezionale curda in Turchia, ospitando basi e guerriglieri, quale rappresaglia per l’appoggio turco ai ribelli siriani). 

E se la Turchia ha fatto il suo dovere, tra i ranghi della NATO, nelle crisi irachene scoppiate sin dal 1990 e dopo l’11 settembre 2001, Ankara guarda sempre di più ai propri interessi economici e geopolitici, che accarezzano la creazione di un’area di influenza che abbraccia parte del vecchio Impero Ottomano, dall’Egitto al Medio Oriente, con contatti sino al Golfo Persico e al sudest asiatico; con le variabili legate al peggioramento dei rapporti con Israele, dopo un lungo periodo di alleanza de facto proprio sul piano militare, e al confronto con l’Iran, che si sviluppa a metà tra lo sforzo di mediazione e la cordiale rivalità geostrategica. Per quanto riguarda la vecchia conflittualità turco-greca, alle crisi susseguitesi tra gli anni ’50 e ’90, e alla distensione “sismica” avviata nel 1999 dopo i devastanti terremoti che avevano colpito i due vecchi nemici, ha fatto seguito la crisi economica greca, che dal 2008 ha eliminato – e per parecchio – Atene dalla gara al riarmo che la opponeva ad Ankara.

Non so come si traduca in turco: “Si stava meglio quando si stava peggio”. Di certo, tra i vertici politico-militari di Ankara qualche rimpianto per l’epoca della Guerra Fredda non deve mancare. A quei tempi si filava lungo valori sicuri: si trattava di contribuire a difendere il fianco meridionale della NATO contro attacchi simmetrici da parte di forze corazzate e meccanizzate, con pesante appoggio aereo tattico, e fronteggiare eventuali minacce navali contro gli stretti dei Dardanelli. 

Per farlo Ankara aveva messo in piedi un apparato militare robusto, bene addestrato e con ottime tradizioni, anche se carente in equipaggiamenti moderni, almeno sino all’avvio di un primo programma di ammodernamento alimentato negli anni ’80 dal connubio tra la stabilità imposta col golpe del 1980 dai generali (custodi della nazione e della laicità dello stato, nella filosofia politica creata negli anni ’20 da Kemal Ataturk), e la crescita economica del paese, inglobante l’avvio di un processo di modernizzazione anche dell’industria bellica locale.

Un apparato, non va dimenticato, che era anche stato testato con successo in operazioni di guerra in Corea negli anni ’50 e a Cipro nel 1974, anche se meno preparato ad affrontare minacce asimmetriche (si pensi alla guerriglia curda del PKK, scatenatasi lungo gli orograficamente tormentati confini con Siria e Iraq a partire dal 1984).

Un quadro al cui interno si inserisce in maniera prorompente la necessità di ammodernare e potenziare costantemente le Forze Armate turche che, nonostante i cambiamenti politici dell’ultimo decennio – dominati dalla crescente forza di un partito islamico moderato, quell’AKP che tanto assomiglia ad una sorta di DC turca – mantengono un ruolo centrale nella stanza dei bottoni.

D’altra parte, come accennato sin dagli anni ’80 anche l’industria militare turca è stata stimolata dalla crescita economica nazionale, essendone anzi una delle componenti di punta sul piano tecnologico, con un ruolo sempre più importante anche sul piano dell’export (e agganciandosi alla crescente influenza politica nelle regioni più sensibili per le mire di Ankara). Il grande piano di modernizzazione del 1997 da 160 miliardi di dollari (in parte rivisto dopo il catastrofico sisma del 1999), ha fatto il resto, preparando il terreno all’attuale programma Forze 2014.

Dopo averli prodotti su licenza, oggi il polo industrial militare progetta (o co-progetta, si pensi al “Mangusta” in versione italo-turca) e sforna in proprio circa la metà dei sistemi richiesti dalle proprie Forze Armate, dalle fregate leggere ai carri armati, dai sistemi elettronici ai sensori, dalle armi leggere ai blindati, pur restando in posizione più subordinata in materia di aerei da combattimento, sottomarini, sistemi d’arma avanzati e complessi.

Tuesday, May 7

NASER KELMENDI'S TRAP

Naser Kelmendi, the notorious Balkan drug kingpin, has been arrested by authorities in Kosovo. Kosovo Police spokesman Baki Kelani told the Center for Investigative Reporting (CIN) that Kelmendi was arrested in the evening hours on May 5.

A second individual, Fuad Nikqi, was arrested along with Kelmendi. Nikqi is being held on charges of resisting arrest, and for aiding and abetting Kelmendi. Police searched two locations used by Kelmendi and seized evidence, including two cars, during the course of the operation.

Naser Kelmendi allegedly fled to his homeland Kosovo where he was arrested on Sunday along with Fuad Nikqi, suspected for assisting him.

Since Bosnia and Kosovo do not have a direct communication, the Bosnian Justice Ministry is to pass along the demand for extradition from the Bosnian Prosecutor to Kosovo authorities but over EULEX, the international police mission in Pristina.

A 2008 report by the Bosnian State Investigative and Protection Agency, SIPA, described Kelmendi as the head of one of the best organized criminal organizations in the region, allegedly smuggling drugs and cigarettes, trafficking in people and laundering money.

The two arrested were put in detention but it remains unclear whether will be extradited to Sarajevo despite the facts that Bosnian Prosecutor issued a warrant and that Kelmendi is a Bosnian citizen.

Bosnian police agencies were looking for Kelmendi during the extensive action named Lutka [Doll] conducted last year in several towns accros Bosnia when dozens were arrested.

Bosnian Security Minister Fahrudin Radoncic said on May 6 that Naser Kelmendi was arrested on behalf of a warrant issued by the Bosnian Prosecutor where he is accused of murders and organized crimes.

He added that Kelmendi was tracked by the Bosnian Inteligence and Security Agency, OSA, and arrested by the Kosovo police. 

Even though Bosnia did not recognize Kosovo as a state and has no diplomatic relations with it, Radoncic said that the country will demand the extradition of Kelmendi to be prosecuted in Sarajevo.

“Kosovo has constitutional and legal rules not to allow extradition of persons born in Kosovo to other countries,” Radoncic said, “In the official dispatch we got they want him to be prosecuted in Kosovo, but we'll see what happens.”

“We will try to through diplomatic and other ways to ask Kosovo authorities to make an exception and that Kelmendi is prosecuted in Sarajevo after all,” Radoncic noted. 

Boris Grubesic of the Bosnian Prosecutor's Office said that police and judicial institutions should do all it takes to make the extradition happen.

Kelmendi has been either arrested or brought in for questioning before but has never been charged with serious crimes. He is known to be close to politicians and businessmen in the region including Fahrudin Radoncic, a sometime business associate who currently serves as the State Minister of Security.

Monday, May 6

QUESTIONE DI SIMBOLO

Presidente del Consiglio per 7 volte, senatore a vita, ha ricoperto numerosi incarichi di governo: 8 volte ministro della Difesa, 5 volte ministro degli Esteri, 3 volte ministro delle Partecipazioni statali, 2 volte ministro delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell’Industria, una volta ministro del Tesoro, una ministro dell’Interno (il più giovane della storia repubblicana), una ministro dei Beni culturali e una ministro delle Politiche comunitarie. 
Sulfureo, amante delle battute e dei motteggi, Andreotti ha scelto di morire solo una volta che fosse certo che Caselli non potesse darsi pace per l’esito di Grasso. Marcenaro

SYRIA: SARIN IN SYRIA? WHAT STANDARD OF PROOF?


Yesterday US Defense Secretary Chuck Hagel said it was likely that chemical weapons (CW) had been used on a ‘small scale’ in Syria. President Obama claimed in August that the use of CW in Syria would change his calculus on US intervention, but the intelligence must be examined carefully to assess whether his ‘red line’ on CW has actually been crossed.

On Thursday, the White House said that although it was likely the nerve gas sarin had been used, the evidence was still too thin and that it needed ‘credible and corroborated facts’. President Obama is being pilloried in some quarters for not following through on his earlier red line. But after the misuse of intelligence to justify an invasion of Iraq ten years ago, the bar for concluding that Assad used chemical weapons must naturally be set high. The standard of evidence should meet at least three conditions: clear-cut evidence of use, meaningful quantity, and purposefulness.

As reported in the Times today, there seems to be little doubt that chemical weapons were used recently in Syria, probably on at least two occasions. As Jeffrey Lewis argues on ArmsControlWonk.com, the allegation must be specific to time and place. Pictures of victims and media interviews with Syrians who witnessed the attacks are prima facie evidence. The specificity on time of attack is important, to rule out the possibility, for example, that victims came into contact with a punctured or spilt CW canister. The soil samples obtained by British intelligence that show trace elements of a sarin by-product appear to confirm the place where CW were used, although further analysis might be needed to rule out a false positive connected to fertilisers or pesticides.

Even if CW use is confirmed, how much was used is particularly relevant for any retaliatory intervention. When Obama first stated CW use as a red line, he indicated a quantity standard: ‘a red line for us is we start seeing a whole bunch of CW moving around or being utilized‘. The low level of by-products found in the soil and the limited number of victims indicates only a small number of CW munitions.

Obama stopped using a quantity metric after August, but it is still a reasonable criterion. CW are weapons of terror, for use in large numbers to shock and demoralise enemies. The use of only a few CW shells has almost no military or strategic purpose. Assad’s only reason to use CW on a small scale would be to test international reactions before using them on a larger scale to intimidate opponents. When he has other means available for terrorising them, however, from ballistic missiles to rape, it would seem to make little sense for him to risk using the weapons that are most likely to prompt a Western military intervention. On the other hand, Western analysts have not had a good record at predicting Assad’s risk calculus to date.

The small amount of CW apparently used in Aleppo and Homs raises questions about the third standard: purposefulness. It is still unclear who launched the attack and why. Just as important as establishing the chain of custody of blood samples from alleged victims is clarifying the chain of custody of the  armaments. It is not inconceivable that rebel forces overran one of the many CW storage sites in Syria and may have fired a CW shell themselves, perhaps inadvertently.

It would not be the first time that CW injuries were the result of friendly fire. During the Iran-Iraq War, a UN investigation confirmed that about 40 Iraqi soldiers had been exposed to a mustard CW agent and a pulmonary irritant near Basra in April 1987. The investigators judged that the cause of this exposure could not be established, however, and they noted that casualties had been close to the front line when they suffered injuries. The likelihood that this was ‘friendly fire’ was reinforced by the fact that Iraq itself was using CW on a massive scale, a situation that obviously does not prevail in the case of Syrian rebels.

Much more likely than rebel use in this case is inadvertent CW use by Syrian government forces. It is entirely possible that in the fog of war, a few CW shells were mixed up among conventional weapons or that an individual unit used CW without higher authority. Occam’s razor, the principle that the simplest theory is often correct, points to incompetence as a reason for use of CW in Syria. At least that possibility should be ruled out before any outside power intervenes militarily because of CW use.

Sunday, May 5

IPSE DIXIT DI BARBABLU'

Be’, l’avrete notato. Ha nominato Lehman Brothers, Paul Krugman, Beppe Grillo, l’Europa, il Giappone, gli Stati Uniti, l’Africa, il vicino oriente, la Costituzione, Mario Monti, Giorgio Napolitano, Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Palmiro Togliatti, la linea gotica, Salvatore Cacciapuoti, Pietro Badoglio, Benedetto Croce, Giulio Andreotti, Carlo Azeglio Ciampi ed Enrico Letta ma, nella sua tradizionale articolessa domenicale, intitolata questa volta: “Un medico per l’Italia malata” (vale a dire un argomento che si prestava), Eugenio Scalfari nemmeno una volta ha nominato Berlusconi. E nonostante ciò pare stia un fiore.

Saturday, May 4

SIRIA: IL FIUME DELLA MORTE


Dominic Lawson ha scritto nella sua column settimanale sul Sunday Times: “I continui massacri di uomini, donne e bambini con armi convenzionali hanno fatto crollare l’interesse dell’occidente. Un video tremolante su YouTube di un siriano che schiuma dalla bocca a causa di un attacco chimico ha avuto un effetto galvanizzante”. E ancora: “Proviamo ad accantonare per un attimo la bizzarria di una distinzione tra armi che demoliscono ogni forma di vita umana (accettabili) e quelle che la fanno smettere di respirare (inaccettabile); proviamo anche a non sottolineare che il gas sarin – a differenza delle bombe – ha un antidoto, l’atropina. Resta comunque un nonsenso morale cercare di tracciare una ‘linea rossa’ tra una forma di massacro e l’altra. E’ la distruzione che conta”.

Tanti cadaveri. Di solito hanno le mani legate dietro la schiena, la bocca tappata dal nastro adesivo, il volto sfigurato dai colpi di pistola. Di solito sono corpi di ragazzi e di ragazze, perché questo è il Queiq River, il fiume che attraversa Aleppo, quella meraviglia di città che sta nel nord della Siria, dove fino a ieri si andava a studiare perché ha università rinomate, e che una volta era l’ultima tappa della via della seta, prima che la costruzione del canale di Suez rivoluzionasse le vie di trasporto e condannasse Aleppo a un’allegra solitudine. 

Negli anni Sessanta il Queiq divenne secco, perché i turchi, che stanno poco più a nord, s’inventarono dei progetti di irrigazione che prosciugarono il fiume, e ancora oggi gli agricoltori di questa regione non li hanno perdonati, digrignano i denti al solo menzionarli, pure se oggi l’acqua c’è, è stata presa dall’Eufrate, e il verde è tornato. 

Ma quest’acqua trasporta corpi morti, tanti corpi morti, ci sono centinaia di foto scattate lì, sulle rive del Queiq, con sacchi di plastica bianchi o neri, a seconda di quel che c’è, e volontari che vanno a recuperare i cadaveri. Tutti i giorni la stessa tragedia: dalla fine di gennaio a metà marzo sono state trovate e sepolte almeno 250 persone. 

Il 29 gennaio è considerato il giorno del massacro, il giorno in cui il Queiq è diventato il fiume dei martiri: 110 cadaveri, con colpi in testa, un corpicino di un bambino di undici anni, tanti poco più grandi, di adolescenti. Il Guardian, che ha pubblicato un reportage sul massacro, dice che le foto di quei corpi allineati sulle rive del fiume “sono immagini simbolo di quel che accade in Siria”.

In realtà questi due anni e più di repressione da parte del regime di Basher el Assad sono scanditi da immagini simbolo. Il 10 marzo scorso, sempre su quelle rive, c’è stato un altro massacro, altri 40 cadaveri, ma i nostri occhi sono ormai talmente assuefatti che per giorni molti si sono chiesti: sono morti nuovi o sono le immagini di gennaio? La propaganda ha trasformato la crisi siriana in una litania cinica di foto e video che non si guardano, di massacri che paiono tutti uguali, di notizie di stragi che sono prese con cautela – chi lo dice? I ribelli? Ah vabbé. I ribelli, quel nucleo di siriani che hanno iniziato la loro primavera due anni fa per ribaltare un regime che li opprime e li stermina senza remore, sono ormai sfigurati dalla presenza di al Qaida e degli islamisti che si sono infilati nella loro causa e l’hanno sostituita con la loro, che è quella della conquista jihadista di tutto il medio oriente. 

Il risultato è che quel che dicono i ribelli non è più credibile: se gli hacker possono entrare nel sistema dell’Associated Press e far collassare i mercati dando la notizia di Obama ferito in un attacco alla Casa Bianca, figurarsi che cosa si può fare con le immagini e le notizie da un paese in cui non si riesce quasi più a entrare – ogni frammento di verità si perde in un ciclo ininterrotto di manipolazioni. Quando una colonna di fumo si alza da qualche sobborgo delle città siriane, soprattutto a Damasco, non si sa più se a colpire è stato il regime o è stata al Qaida – e si finisce per non farci caso. Nell’indifferenza ci sono stati già più di 70 mila morti. Ci si può perdere in sottigliezze, in analisi sofisticate sulle brutture degli islamisti e delle loro tattiche, ma non si può cancellare l’unica verità inconfutabile: Assad sta sterminando il suo popolo.

Per venir fuori dal labirinto delle uccisioni di massa, l’occidente s’è inventato un suo filo d’Arianna: la “red line” sulle armi chimiche. Che è come dire: i morti in attacchi chimici sono più morti degli altri. Valgono di più, simboleggiano di più, allarmano di più. Quando, l’anno scorso, l’Amministrazione Obama ha iniziato a stabilire diverse sfumature di “linee rosse” (senza peraltro mai dire che cosa avviene una volta che la linea è oltrepassata, ma nessuno ha fatto domande, allora sembrava una conquista persino che ci fosse un limite a quello che Assad può fare contro il suo popolo), l’Atlantic, magazine liberal, scrisse: “I civili siriani devono sperare di morire nel modo giusto. La comunità internazionale non sembra preoccupata da quanti morti fa il regime, piuttosto dai metodi che usa per uccidere i suoi cittadini”. 

Sia chiaro: l’atropina sarà anche un antidoto, ma le conseguenze a lungo termine dell’utilizzo di agenti chimici come il sarin, che nasce come un pesticida, sono atroci, basta un’unica esposizione per avere effetti deturpanti sul proprio organismo per sempre: Saddam Hussein lo usò contro i curdi ad Halabja con un blitz aereo, morirono cinquemila persone e 65 mila rimasero “ferite”. Si può non morire, per il sarin, ma il sistema nervoso va in tilt, si hanno paralisi temporanee, spasmi, allucinazioni, si fa fatica a respirare, a vedere, persino a piangere. Per tutta la vita.

Forse la linea rossa dell’occidente andava posta un po’ prima, anche perché il capo dei Joint Chiefs of Staff, Martin Dempsey, già a gennaio aveva ammesso che “prevenire l’uso di armi chimiche è un obiettivo quasi irraggiungibile”. Ma non c’è da preoccuparsi, perché pure adesso, ufficialmente, la linea rossa non è stata valicata. O forse è stata valicata ma non cambia nulla: il ritornello obamiano dice che la linea rossa superata è un “game changer” che farà rivalutare la strategia, con l’unico omissis che è quel che l’Amministrazione fa già da mesi, senza aver ancora trovato il modo di tenere insieme la cautela e l’ovvia convinzione che Assad debba andarsene.

Obama nel frattempo cerca le prove, non può correre il rischio di fare una guerra con le prove sbagliate, è un film che l’America ha già visto, non si può propinarlo uguale, da parte del presidente Nobel per la Pace poi. Ma per ottenere delle prove è necessario raccogliere campioni di pelle delle vittime o di terra dei luoghi in cui l’agente è stato utilizzato, e le tracce di sarin riconoscibili in laboratorio scompaiono in circa tre settimane. 

Cioè quando (e se) gli ispettori delle Nazioni Unite attualmente fermi a Cipro riusciranno ad arrivare dove ci sono stati gli attacchi, le prove non ci saranno più, e la linea rossa resterà soltanto quella che divide i morti dai morti più morti degli altri. A meno che l’utilizzo degli agenti chimici da parte del regime di Assad continui – e le notizie dicono che stanno continuando – ma è sempre un’“assurdità morale” doversi augurare di avere altri siriani che schiumano dalla bocca per riuscire a risvegliare le coscienze atrofizzate dell’occidente.

Come ha scritto sul Washington Post Anne-Marie Slaughter, che ha lavorato al dipartimento di stato della Clinton ed è a oggi una delle poche voci democratiche che non invitano alla cautela, la Casa Bianca dovrebbe rendersi conto che “the game has already changed”, Obama “dovrebbe avere ben chiaro il danno profondo e duraturo che si fa quando il gap tra le parole e i fatti diventa troppo grande per essere ignorato, quando coloro che hanno il potere si espongono non dicendo quello che intendono o non intendendo quello che dicono”, splendida riedizione della famosa frase di Bush “I mean what I say, I say what I mean”. Continuando a tollerare Assad che gasa il suo popolo, sostiene la Slaughter, Obama “sarà ricordato come il presidente che ha proclamato un nuovo inizio nei rapporti con il mondo islamico, ma che è rimasto a guardare un capitolo mortifero della stessa vecchia storia”. 

C’è una linea rossa per i morti e un’ulteriore linea rossa sul numero di attacchi chimici tollerabili prima di uscire dal ritornello del “rivedere la strategia”. Eppure la cautela continua a prevalere, per i noti motivi che riguardano la specificità della crisi siriana, con le conseguenze negli equilibri della regione e nel rapporto con il primo padrino di Damasco: l’Iran. Ma c’è di più. L’Editorial Board del New York Times ancora qualche giorno fa scriveva che Obama deve fornire un piano chiaro di quel che vuole fare in Siria per contrastare la minaccia jihadista e per fermare il regime, ma le prove dell’utilizzo delle armi chimiche devono essere “compelling”, ci deve essere la certezza che non si sia trattato di “un incidente o di un fertilizzante”. 

E gli interventisti “non hanno ancora presentato un argomento coerente che dimostri che un approccio più muscolare può essere adottato senza trascinare gli Stati Uniti in un’altra lunga e costosa guerra”, cioè non c’è ancora un’alternativa a interventi come quelli in Iraq e Afghanistan. L’unica preoccupazione, insomma, è non fare la figura di Bush, poco importa se c’è un dittatore che da più di due anni fa la guerra al suo popolo, bombarda le città, manda Scud sul suo territorio, utilizza il sarin, organizza uccisioni di massa. Poco importa se l’interventismo liberale, prima che il pregiudizio verso il texano che non pronunciava bene nemmeno la parola “nucleare” cambiasse tutto (quello sì che fu un game changer), fosse un principio, un’idea, una visione, una conquista della sinistra.

Friday, April 26

PATTO FIRMATO. E ADESSO ?


Limes: L'intesa tra Belgrado e Pristina sulle aree a maggioranza serba del Kosovo del Nord   schiude a entrambe le porte dell'Unione Europea ma non risolve la questione di fondo: il riconoscimento internazionale del Kosovo.

Štefan Füle, il commissario europeo per l'Allargamento e la politica europea di vicinato, gongola e con buone ragioni. È stato lui il primo ad annunciare via Twitter che la Commissione europea ha finalmente dato il via libera all’apertura dei negoziati per l’adesione all’Ue della Serbiae a quelli per l’accordo di associazione e stabilità con il Kosovo. 

Scelta che poggia sui rapporti di primavera riguardanti i due paesi, adottati il 22 aprile dall'esecutivo di Bruxelles e presentati dall'alto rappresentante per la Politica estera Catherine Ashton al Consiglio dell'Unione europea.

Una svolta insperata, che è il diretto risultato dell’accordo siglato da Serbia e Kosovo lo scorso 19 aprile per la gestione delle aree a maggioranza serba del Kosovo del Nord, territorio fino ad oggi amministrato dalle strutture parallele finanziate da Belgrado. “I negoziati si sono conclusi. Il testo è stato siglato da entrambi i premier", ha dichiarato trionfante lady Ashton al margine del decimo e ultimo round negoziale tra i due paesi, incassando, dopo sei mesi di trattative estenuanti cominciate lo scorso ottobre, il suo primo, vero successo da leader della diplomazia europea.

Se i parlamenti dei due paesi ratificheranno l’accordo, il Kosovo del Nord passerà sotto l’effettiva giurisdizione di Pristina. Un passaggio epocale che potrebbe mettere fine alla tensione politica decennale riaccesasi a luglio del 2011, quando il governo kosovaro inviò reparti di polizia albanofoni, supportati dalle truppe della Kfor, a controllare le frontiere con la Serbia, dando il via a un’escalation di attacchi incendiari e barricate protrattasi fino a qualche mese fa.

Difficile stabilire se questo sia “l'inizio di una nuova era di riconciliazione e cooperazione fra Stati” come vorrebbe il primo ministro kosovaro Hashim Thaçi. In questa fase qualsiasi pronostico sulle prospettive dell’intesa sarebbe azzardato, considerato anche che non sono pochi i punti su cui l'accordo non fa luce. Ciò che sembra certo è che l’intesa serbo-kosovara prevede la costituzione di un’associazione delle municipalità a maggioranza serba di Kosovska Mitrovica, Leposavić, Zvečan e Zubin Potok, che opererà nel quadro giuridico ed istituzionale kosovaro, pur mantenendo competenze autonome in materia di sviluppo economico, educazione, sanità e pianificazione urbana.

Lontane da una diarchia sostanziale, le nuove relazioni tra il Kosovo e le municipalità ribelli sembrano piuttosto tendere verso un governo ad autonomia sorvegliata. Approccio che trova riscontro nelle sezioni dell’accordo dedicate alla polizia e alla magistratura, in cui la Serbia si dichiara disponibile a far confluire nella polizia kosovara i corpi di polizia operativi nelle aree settentrionali, riservandosi la nomina di un comando serbo-kosovaro attivo nelle quattro municipalità serbe del nord.

Compromesso che riguarda anche la magistratura e che prevede l’assegnazione di una rappresentanza serba al sistema giudiziario kosovaro e l’istituzione di una corte d’appello a maggioranza serba con competenza sui reati commessi dai cittadini serbo-kosovari. Disposizioni, queste, abbastanza fumose e che presumibilmente resteranno indefinite almeno fino ai due prossimi, decisivi giri di boa: l’adozione del piano di attuazione per rendere effettivo l’accordo, atteso per il prossimo 26 aprile, e l’organizzazione delle elezioni comunali previste entro l’anno. Eventi, si spera, risolutivi, visto che per ora ognuna delle parti interpreta il patto a modo suo.

Mentre il vice primo ministro serbo Rasim Ljajić ribadisce che “l'accordo non implica il riconoscimento del Kosovo”, la controparte albanese festeggia “l'accettazione da parte della Serbia dello status di nazione del Kosovo”. Divergenze di opinione acuite anche dal silenzio dell’accordo su temi fondamentali quali la tutela dei cittadini serbi che vivono nel Kosovo centrale e meridionale e il diritto di Pristina al riconoscimento da parte delle organizzazioni internazionali, Nazioni Unite in testa.

Di buono c’è che l’abilità europea nel gestire questo tavolo negoziale segna una netta inversione di rotta rispetto al rallentamento del processo di allargamento registrato negli ultimi mesi. Un piccolo passo, considerato che soltanto il vertice europeo di giugno chiarirà i termini dell’azione comunitaria riservata ai paesi balcanici, ma anche un segnale forte di disponibilità a sostenere chi intende rispettare le condizionalità comunitarie che vincolano l’entrata nell’Unione.

Per ora Bruxelles premia i risultati con l’incoraggiamento. Nel documento sui progressi della Serbia, afferma che “il paese ha soddisfatto le priorità chiave verso un miglioramento visibile e sostenibile delle relazioni con il Kosovo”. Attestato di stima cui fanno eco le congratulazioni entusiastiche di Ashton che elogia i due leader per “la determinazione e il coraggio” che hanno mostrato in questi mesi di trattative finalizzate ad un accordo “che allontana dal passato e che avvicina all'Europa”.

Entusiasmo legittimo, si capisce: se vince l’Europa vincono tanto più le diplomazie di due paesi da sempre temuti per la tenuta delle rispettive istituzioni democratiche. Aspetto rimarcato anche del presidente della Commissione europea Barroso che si è congratulato con i due leader “per il loro impegno, il loro coraggio e la loro visione".

Eppure non è tutto oro ciò che luccica. La dedizione alla prospettiva europea dei leader serbo-kosovari non corrisponde a ciò che agita i fronti della dissidenza interna sia a Pristina sia a Belgrado sia a Kosovska Mitrovica, la capitale del Kosovo del Nord.

“Tradimento!”, “Non rinunceremo mai al Kosovo!”. Questi gli slogan che hanno scandito le proteste nazionaliste in corso in queste ore a Belgrado. Intanto a Pristina Albin Kurti, parlamentare e leader del movimento Vetevendosje, dichiara che “il Kosovo si sta trasformando in una Bosnia, mentre Mitrovica nord sta diventando come Banja Luka [la capitale della Republika Srpska]”. Scenari simili nelle città settentrionali, dove i serbi kosovari hanno protestato al grido di “il Kosovo e la Metohija sono serbi", chiedendo l’indizione di un referendum sull’intesa siglata a Bruxelles il 19 aprile.

Rivendicazioni che fanno luce su un dato fondamentale: l’accordo sulla gestione dell’area settentrionale non implica il riconoscimento immediato del Kosovo da parte della Serbia. Tema sul quale non a caso Belgrado continua a nicchiare, aprendo a livello internazionale fronti di dialogo molteplici a scenari variabili.

È in quest’ottica che può essere letta la richiesta di intervento alla Russiaespressa dal premier Dačić a Mosca, soltanto otto giorni prima della firma del patto di Bruxelles. "I negoziati sono stati trasferiti presso l'Ue e ora la Serbia invita la Russia a contribuire per farli tornare presso le Nazioni Unite”, ha detto a chiare lettere Dačić. Richiesta di sostegno prontamente raccolta dal premier russo Dmitri Medvedev; questi, rinnovando il supporto in sede Onu alle posizioni serbe, ha ricordato a tutti gli attori coinvolti, in primis l’Europa, che la vera partita si gioca sul riconoscimento della sovranità territoriale in sede internazionale.

In attesa che l’accordo si consolidi, a Dačić, l’europeista prudente, tocca fronteggiare le accuse provenienti dai “fratelli” del Kosovo del nord, esclusi dalle trattative condotte a Bruxelles e ora sul piede di guerra, come dimostrano le parole di Marko Jakšić, leader dei serbi del nord del Kosovo e deputato del Partito Democratico di Serbia-DSS: “Cercheremo di spostare la resistenza dal nord del Kosovo a Belgrado, perché il tradimento non è in Kosovo, è nella capitale serba”.

Una protesta a viso aperto che prevedibilmente renderà necessaria l’azione di Bruxelles, deus ex machina dell’accordo stipulato e garante in prospettiva della sua concretizzazione.

Thursday, April 25

MPS: TANTA ANSIA E PAURA A SIENA E DINTORNI

L'informazione nazionale ha seppellito l'affare Monte dei Paschi/Santander sotto il gossip post elettorale, scrive di tutto per non trattare del più grosso scandalo finanziario della Repubblica. Il buco, la sottrazione di beni, lo si chiami come si vuole, ammonta ad oltre 20 miliardi di euro. Improbabile che questo colossale saccheggio possa essere attribuito a Mussari, una testa di legno che giorno dopo giorno appare sempre più diafano, simile ormai a un fantasma. I poteri che hanno gestito la distruzione del MPS devono essere molteplici. 
                                                (Rossi e Mussari a Siena)
Che silenzio c'è su Siena. Da tempo oramai. Cioè da quando, David Rossi, il responsabile della comunicazione si è buttato (lo hanno buttato?) dalla finestra di un ufficio del Monte dei Paschi dopo una lunga telefonata (con chi Rossi ha parlato per ultimo al telefono? possibile che non si possa risalire a questo interlocutore? o non lo si voglia?) sulla città è calata una cappa che si taglia con il coltello. Qualcuno si chiede chi sarà il prossimo, la "vox populi" senese dà per certo che Rossi non sarà l'ultima vittima.

Ci sono responsabilità chiare: dei membri di nomina PD della Fondazione Monte dei Paschi e di chi li ha nominati, dei segretari del PD dal 1995 in poi, anno della privatizzazione di MPS, e altre meno chiare su cui sta indagando la magistratura. La vicenda MPS assomiglia sempre più a quella del fallimento del Banco Ambrosiano in cui c'era di tutto e avvenne di tutto, in una brodaglia che vide coinvolti partiti, mafie, IOR, massoneria. 

Nel frattempo si preparano le "ristrutturazioni", anticamera dei licenziamenti di massa dei dipendenti. Di fronte a sé MPS ha il fallimento conclamato o la svendita a qualche istituto di credito europeo (francese?). MPS deve essere nazionalizzata e avviata una azione di responsabilità per il recupero dei venti  e passa miliardi sottratti alla banca. 

Forse l'MPS ne è la replica, se è così lo scopriremo in un prossimo futuro. Nel 2012 il MPS ha perso 3,17 miliardi contro i 2 attesi. Monti ha prestato 3,9 miliardi a MPS per tenerla in vita (pari all'IMU, ndr) che non potranno essere restituiti prima del 2019 e fino ad allora non potrà dare dividendi. Il suo valore di borsa è crollato e nei giorni scorsi sono stati ritirati alcuni miliardi dai depositi, una fuga che può diventare inarrestabile e trasformare la banca in un guscio vuoto. 

Tuesday, April 16

YUGOSLAVIA:something inside me died forever.

Years after returning from the front lines, the former soldier from eastern Croatia hanged himself in a park in the hometown he defended during the 1991-95 conflict, part of the wider disintegration of the former Yugoslavia. Kapidzic left behind a wife and four children. But no suicide note.

He was among nearly 2,000 Croatian war veterans who have killed themselves since war ended in the Balkan country of 4.2 million, which is now slated to join the European Union. An estimated 1,000 people commit suicide each year in Croatia, of whom 100 to 120 are the so-called Croatian defenders, or those who took part in the war, according to official statistics.

The numbers, experts warn, are likely to swell as former fighters grow older and feel even less needed by a society eager to forget the conflict and move on. The crushing stresses faced by veterans of Balkans wars grabbed international attention last week when a former Serb soldier killed 13 people in a pre-dawn rampage in central Serbia — a massacre his family linked to haunting memories of war in Croatia.

Such an extreme response to the psychological trauma brought on by combat is rare. But depression and suicides among Balkan veterans are becoming more prevalent. "I get this feeling that I am no longer wanted in this world and that I should leave it," said Mato Matijevic, a wartime ambulance driver who has survived one suicide attempt. "Just to leave everything and go."

Across the Balkans, tens of thousands of war veterans from the ethnic conflicts of the 1990s' have had trouble fitting back into society upon return from the battlefields of the former Yugoslavia — the stage of Europe's worst carnage since World War II. Thousands of former fighters have experienced symptoms of Post-Traumatic Stress Disorder — or PTSD — including anger and depression; many have turned to alcohol and drugs; in the worst cases they take their own lives or commit violence against those around them.

In last week's tragedy, Ljubisa Bogdanovic's victims included his mother, his adult son and a 2-year-old cousin. He turned the gun on himself and his wife, who survived; Bogdanovic died two days later. The gunman was described by neighbors as helpful and quiet, but his brother said he was tormented by the war. His wife reportedly told doctors he used to beat her and his son.

Balkan veterans often speak of survivor's guilt. "You dream of your dead friends, those who died on your hands, or you dream of the people you killed," said Tomislav Galovic, a 43-year-old veteran from the Croatian capital, Zagreb. "There is no way to explain."

Croatia's veterans have committed suicide in public places; some blew themselves up or burned themselves alive. Such acts are often seen as a cry for help from an increasingly indifferent society or state. One veteran used a Croatian flag to hang himself — an apparent message that he felt betrayed by the country he fought for.

Post-combat psychological trauma is common among soldiers around the world. Ex-fighters in the Balkans often face the further burden of severe financial problems that make a return to normal life even more difficult. Many war veterans find themselves on the margins of society, coping on their own.

Matijevic, the former military ambulance driver, said that "the most traumatic moments are when I see on television how we, the defenders suffer, unable to fulfill our rights." Dressed in a combat-style green jacket, his head clean-shaven, the tough-looking veteran said he left a construction job in Switzerland in 1991 to fight for his homeland. Matijevic now lives with his wife and daughter in a small house in an ethnically-mixed village in eastern Croatia — bitter over how things turned out for him and his country.

"They told us Croatia would become like Switzerland," he said, "but it is nowhere close to it." Across the border in Serbia, veterans from the 1998-99 war in Kosovo have turned to the European Court of Human Rights to seek back pay from the state for the time they spent fighting, including the 78-day NATO bombardment of the country.

More than 4,000 former soldiers in Bosnia have committed suicide since the end of the conflict in 1995, according to the veterans' association. There, Muslim Bosnian war veterans, who fought Serbs during the war, contributed money to a fund for their former enemies, who are now burdened by the same lack of jobs and income.

According to the World Bank, less than 15 percent of all veteran-related benefits in Bosnia have actually ended up in the hands of those most in need. Dragan Sajic, who heads an association of PTSD civilian and veteran patients in the northern Bosnian town of Banja Luka, said that "often, after medical treatment, a patient returns to the same environment and conditions — unemployment and lack of hope for a better future."

In Croatia's former front line town of Vukovar, rows of white crosses and candles honor those fallen in the war that killed 10,000 people. A permanent fire burns at the quiet memorial complex, nestled among pine trees. Kapidzic's tombstone in nearby Borovo features his portrait and the dates of his birth and death at age 43.

His friend and fellow veteran, Enver Arnautovic, said Kapidzic had started drinking heavily and taking pills about one year before committing suicide. "His hair and beard started to fall off," Aranutovic recalled. "But the doctors told me his problem wasn't just the alcohol."

Mirjana Krizmanic, a psychology professor at Zagreb University admits that "we can't really figure out why." "Once they commit suicide," he said, "you can no longer find out the reason.

Wednesday, March 27

GIULIO MARIA TERZI DI SANT'AGATA E IL DISONORE


Noi abbiamo già fatto l’inventario degli errori governativi, in modo speciale quelli della fatua, pavida e lasca Farnesina guidata da un ministro, Terzi di Sant’Agata e dal sotto-segretario Staffan de Mistura (sic), con più cognomi nel passaporto che coraggio nel petto.

Con questo motto tatuato sulla coscienza, il governo italiano ha deciso di restituire all’India i due Marò che erano stati arrestati e tenuti sotto processo in Kerala con l’accusa d’aver ucciso due pescatori locali.

L’ultimo capolavoro di Giulio Maria Terzi di Sant’Agata sono le sue dimissioni fuori tempo, fuori luogo e fuori misura. Poteva fare decentemente questo suo passo, ma un mese fa, forse prima, quando a tutti gli osservatori – e alle sue prime vittime, i due Marò appena rispediti in India – era ormai chiara la sua incapacità di gestire con fermezza e coraggio un difficilissimo dossier internazionale.

Terzi non ha saputo difendere i Marò dalle intemperanze giudiziarie di Nuova Delhi, non ha mai dato l’impressione di voler agire con forza nelle sedi opportune per sbloccare lo stallo, non si è vergognato d’aver preso (anzi fatto prendere al nostro ambasciatore in India, Daniele Mancini) un impegno scritto sulla restituzione dei fucilieri al termine della licenza elettorale; poi ha tradito in modo spettacolare quella parola, ma si è subito spaventato quando gli indiani hanno costretto alla libertà vigilata Mancini, per ritorsione.

Risultato: umiliazione planetaria per l’Italia, sofferenza e solitudine per i Marò reclusi in India, la Farnesina ridotta al rango di una bottega levantina.

Ieri, infine, Terzi s’è dimesso davanti al Parlamento. La sua è stata l’ennesima dimostrazione disonorevole, in omaggio alla peggiore iconografia dell’italiano che fugge da se stesso, dalla propria responsabilità, e nel suo caso anche dal larvale governo Monti (senza preavviso e con tanto di occhiolino strizzato in Aula al centrodestra, con cui non erano mancati contatti maliziosi nei mesi scorsi).

Terzi non ha detto: ho sbagliato, me ne vado, scusate se lo faccio in ritardo.

No, ora esprime la sua “riserva per la decisione” sui Marò, lamenta che la sua voce “è rimasta inascoltata” e prova a scaricare la colpa sul premier e sul suo collega Giampaolo Di Paola, ministro della Difesa, che almeno alla corrività in questa turpe vicenda non ha voluto aggiungere l’ipocrisia.

Tutti a casa, era il nostro auspicio: Terzi, Di Paola e il goffo De Mistura. L’ex inquilino della Farnesina, invece, ha scelto la via più meschina.

Come più volte scritto su questo blog:
1)    si doveva impedire all’imbarcazione scortata dai Marò di uscire dalle acque internazionali e farsi abbordare dalle autorità indiane; oppure si poteva intervenire con i Corpi Speciali italiani per ottenerne il rilascio;
2)    si doveva coinvolgere la Nato da subito, e a maggior ragione dopo aver scelto di trattenere i nostri soldati contravvenendo alla parola data, una volta registrata la reazione esulcerante degli indiani che hanno tecnicamente arrestato il nostro capo diplomatico a Nuova Delhi.

Il governo poteva fare molto, ha fatto poco e quel poco tutto sbagliato. In una nazione sovrana e dotata d’amor proprio, il capo delle Forze armate (Giorgio Napolitano) “imporrebbe” adesso a quel che rimane di un governo larvale l’immediata espulsione, con disdoro, di Terzi e De Mistura, nonché del titolare della Difesa Giampaolo Di Paola.

“La parola data da un italiano è sacra: noi avevamo sospeso il rientro dei soldati in attesa che Nuova Delhi escludesse il rischio della pena di morte”, ha detto De Mistura. Possiamo solo sperare che queste parole siano state imposte all’imbelle Farnesina dai due Marò: la loro è la sola parola di cui fidarsi in questa penosa, penosissima, storia.

Friday, September 14

La profezia di Gheddafi e l'errore di Obama.

 Un commando terrorista interno e perfettamente in sincrono con un corteo di massa mai si è vista una azione di terrorismo islamico così diabolicamente articolata. Il risultato è, per gli Stati Uniti, sconvolgente e umiliante. Poco importa se l'azione è di al Qaida, odi altri. Il dato di fatto è che si è avverata la profezia di Gheddafi ("semi abbattete, al Qaida avrà mano libera in Libia"), che mette a nudo gli errori strategici della guerra di Libia e la fallace concezione dell'intriseco senso del terrorismo islamico dell'Amministrazione Obama. Il fatto che l'abbattimento di Gheddafi sia stato conseguito non dalla forza politico-militare dei ribelli, ma dall'importante apporto dei bombardamenti NATO, ha prodotto una "nuova Libia balcanizzata", in cui non è emersa una forza militare egemone, ma decine di gruppi armati che via via si sono inseriti nei territori liberati dalle bombe Nato. A proteggere l'ambasciata americana di Bengasi non c'era un minimo di copertura militare libica, perché non ne esiste una che sovrasti i "signori della guerra" locali. I 50 membri del commando armati di missili Rpg e granate hanno agito indisturbati perché Bengasi, come tutta la Libia, è spartita tra rais locali, radicati con le buone o con le cattive sui loro territori, non contrastati da alcun potere centrale. Anche in Iraq, Egitto e Afghanistan operano - ecco- me! -gruppi terroristici e jihadisti, ma sono contrastati manu militari dalle Forze armate dei governi (l'Egitto nel Sinai dà chiari segni di un impegno straordinario in questa direzione). Persino in Siria sono molte le azioni dei ribelli contro i gruppi qaidisti. Nulla di tutto ciò accade in Libia dove, sin dall'inizio della guerra, qaidisti e altri gruppi agiscono indisturbati. E accumulano consenso. Ma Chris Stevens non è stato trucidato soltanto a causa della mancata protezione della "nuova Libia": la sua scorta esigua è stata decisa non per un errore tecnico, o una falla dei servizi americani, ma a causa della stessa "dottrina Obama" sul senso del terrorismo islamico. Concepito come una "banda" slegata dal corpus dell'islam, l'universo qaidista è combattuto dalla Casa Bianca a suon di droni, di "kill list", di commandos à la Abbottabad. Operazioni di polizia e servizi ipertecnologiche. Nulla, nulla, sul piano politico, per recidere il consenso tra fondamentalismo e terrorismo. Obama e i democratici non solo non colgono ma addirittura negano che vi sia un nesso indissolubile tra jihadismo terrorista e fondamentalismo islamico, negano la evidente contiguità dottrinale e religiosa tra l'universo terrorista e il corpus dell'islam. Sino a quando non scoprono che, a Bengasi, i terroristi colpiscono al massimo livello proprio perché hanno capacità di muoversi come "pesci nell'acqua" internamente cortei di massa di musulmani fanatici. Ma neanche ora ne traggono le conseguenze; è tragicomico vedere che la prima reazione della Casa Bianca è stata quella di inviare altri droni e 200 marines in Libia, come se si trattasse di contrastare dei gangster.

Wednesday, July 4

MARO': non l'hanno ancora capito i nostri due ministri

Nella vicenda dei nostri due fucilieri del Reggimento "San Marco" la scelta del governo Monti, impersonata dal ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant'Agata, è stata quella del "basso profilo", dei convenevoli diplomatici se non dei veri e propri "salamelecchi" come quelli di parlare di "civilissima" India per un paese che, pur tra punte di eccellenza, è per molti aspetti fermo ad uno stadio arretrato, a cominciare dall'approccio giudiziario in cui le indagini, in stile processi medioevali per stregoneria, puntano a colpevolizzare i malcapitati, piuttosto che a ricercare la verità dei fatti. Oltre al più noto caso di Latorre e Girone, c'è il caso di due giovani connazionali, Tomaso ed Elisabetta, condannati all'ergastolo con un processo avviato su pregiudizi a seguito della morte, che sembra dovuta ad overdose, di un altro italiano loro compagno di viaggio. Anche il mito della "non violenza" è una falsa credenza occidentale. Nel febbraio del 2002 un treno di pellegrini hindu venne dato alle fiamme dai locali islamici. La risposta dei correligionari "non violenti" fu sanguinaria, una vera e propria caccia all'islamico con migliaia di omicidi, case incendiate e stupri. Oggi, a dieci anni di distanza, non sono stati del tutto cancellati gli effetti di quella esplosione di violenza e, secondo Amnesty International, ancora ventunomila sfollati vivono in alloggi di rifugio a seguito dell'incendio delle loro case. Nonostante l'articolo 17 della Costituzione indiana entrata in vigore il 26 gennaio 1950 sancisca il principio di eguaglianza universale tra tutti i cittadini, le caste sono sopravvissute, anzi sono proliferate come sistema di potere in quanto la legge garantisce posti riservati nella pubblica amministrazione e seggi riservati nelle assemblee elettive. Hanno di fatto assunto la funzione di lobby se non di vere e proprie mafie, moltiplicandosi. Non è pertanto del tutto peregrina l'idea che dietro all'incriminazione dei nostri due fucilieri vi siano interessi legati alla pirateria, che vedono un pericolo per la loro lucrosa attività il dispiegamento di militari a protezione di mercantili. A riprova della fantasiosa "creatività" dell'impianto accusatorio c'è il fatto che l'atto di accusa non è stato ancora depositato. Che si tratti un processo imbastito sul nulla in stile caccia alle streghe viene messo in evidenza da una memoria tecnica, una vera e propria perizia giudiziaria non formalizzata agli atti, dell'ingegner Luigi Di Stefano, perito specialista in indagini ad alto contenute tecnico. I nostri due militari sono infatti del tutto estranei all'evento in cui sono morti due indiani imbarcati su un natante battente bandiera di quella nazionalità impegnato in presunte attività di pesca, di cui il proprietario e custode giudiziario ha provocato l'affondamento, rendendo così impossibile verificare se da bordo non siano stati esplosi colpi d'arma da fuoco in un conflitto per motivi da accertare. Al riguardo, lo stesso ministro Giulio Terzi di Sant'Agata ha più volte posto l'accento sulla questione della lotta alla pirateria, denunciando come essa venga fortemente minata dal procedimento indiano contro i nostri militari. L'impegno è stato ribadito nella recente conferenza di Dubai, chiusa lo scorso 28 giugno; con un formale concreto atto, il giorno successivo il Ministro Terzi ha nominato il diplomatico Gianni Ghisi quale suo Inviato Speciale per il contrasto alla pirateria marittima. Attualmente sono 77, su un totale di 107 richieste, i nuclei militari a protezione dei mercantili sulle rotte a rischio. Purtroppo il basso profilo non ha pagato. Per varie cause, tra cui spinte secessioniste, strumentalizzazioni politiche ed elettoralistiche, commistioni di interessi, l'India, perché lo stato del Kerala non è uno stato sovrano, non sembra recedere su una linea che appare pericolosa anche per la sua credibilità internazionale. Lo svolgimento di un processo strumentale fondato su accuse smentibili con dati oggettivi inconfutabili ne minerebbe la sua credibilità internazionale proprio in un momento in cui intende porsi come potenza regionale emergente. Anche gli interessi economici contingenti, per non compromettere i quali l'Italia ha adottato un profilo rinunziatario, tanto da non contestare neppure le accuse indiane e sostenere l'estraneità ai fatti dei nostri militari, rischia in un processo in grado di richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale di avere effetti devastanti anche per il prestigio e la credibilità dell'Italia. Se così fosse, il basso profilo non solo non sarebbe stato pagante, ma addirittura alla fine si rivelerebbe controproducente e dannoso per gli stessi interessi che si intendeva salvaguardare, anche perché a tal punto una crisi di rapporti tra Italia ed India diverrebbe profonda e divaricante.

Tuesday, July 3

Il sottosegretario De Gennaro e il senso dello Stato

Alcuni incidenti sono già avvenuti. Due sottosegretari si sono dimessi. Due ministri hanno stentato a dimettersi da organismi su cui avevano rapporti di vigilanza. Risulta da un rapporto dell'ambasciata degli Stati Uniti che il ministro della Difesa in carica -allora capo di stato maggiore della Difesa - abbia sollecitato i suoi interlocutori di quel governo a firmare subito l'accordo per la base di Sigonella, alla vigilia delle elezioni politiche del 2006, per «continuare ad operare con le mani relativamente libere che ora abbiamo nelle basi italiane».
(cfr. L'Espresso, n21, p.18).

Perciò tirai un sospiro di sollievo quando si manifestò l'intenzione di Mario Monti di non delegare a nessuno i suoi poteri nei confronti dei servizi segreti. Purtroppo fu un'illusione di breve durata. La nomina di Gianni De Gennaro a sottosegretario delegato ai Servizi di Sicurezza, solleva ulteriori dubbi, aggravati dalla delicatezza dell'incarico che avrebbe, per l'appunto. Consigliata un'assunzione diretta di responsabilità del presidente del consiglio o, comunque. di persona estranea agli organismi su cui avrà poteri di indirizzo e di vigilanza.

Mi rendo conto che occora a Giacomo Migone un particolare scrupolo di obiettività, sempre doveroso, nei confronti di persona che, in circostanze diverse da quelle qui richiamate, hanno sicuramente reso servizi allo Stato. Nel caso di De Gennaro va ricordato il ruolo importante da lui ricoperto a fianco di Falcone, Borsellino e Caselli nella lotta contro la mafia. Tuttavia quella di De Gennaro è una nomina che suscita obiezioni ovvie e decisive.

Sono di pubblica ragione le perplessità suscitate dall'operato dei Servizi coordinati da De Gennaro durante la guerra libica, oltre che per l'incidente in cui il governo del Regno Unito non informò preventivamente quello italiano di un'operazione che portò alla morte di un ostaggio di nazionalità italiana, al punto da provocare il legittimo dubbio che il suo possa trattarsi di un promoveatur "ut admoveatur".

La sua sostituzione con l'ambasciatore Giampiero Massolo - segretario generale del Ministero degli Esteri in noto conflitto con il ministro Terzi e con il suo predecessore, Frattini - configura il coordinamento dei servizi segreti come una sorta di premio di consolazione o, più probabilmente, come una sorta di cortocircuito istituzionale in cui alcuni commis non necessariamente grands, con troppi referenti politici e nessuna chiarezza istituzionale, se la suonano e se la cantano tra loro.

II caso del neo sottosegretario è ad un tempo più chiaro e più grave perché riferito ad una delle pagine più tetre della storia repubblicana. Documenti incontrovertibili, testimonianze, ricostruzioni e sentenze giudiziarie hanno ormai accertato alcuni aspetti fondamentali delle vicende di ordine e disordine pubblico che accompagnarono la conferenza dei G8 a Genova, poco tempo dopo l'insediamento del secondo governo Berlusconi. Oggi sappiamo che in quella circostanza quella città fu messa a ferro e fuoco da una minoranza - prevalentemente costituita dai cosiddetti black bloc - se non con la collusione, quanto meno con la colpevole passività delle forze dell'ordine nel contenerne e reprimeme la violenza, malgrado le ripetute denuncie preventive, ad esempio, dell'allora presidente della Provincia di Genova, Marta Vincenzi.

Sappiamo anche che la furia prima contenuta e successivamente orchestrata della polizia, da parte di alti dirigenti romani presenti in loco, fu sfogata contro settori inermi della manifestazione pacifista, specificamente con l'attacco violento alla scuola Diaz ove alcuni di essi trascorrevano la notte. Che tale attacco fu dissimulato dalle forze di polizia con prove ripetutamente dimostrate come false in sede giudiziaria Sappiamo, infine, che gli arrestati furono condotti nella caserma di Bolzaneto, sottoposti dalle guardie carcerane ad ulteriori bastonature e forme di tortura non sanzionabili, in quanto non previste dalla legislazione vigente, con modalità tali da sollevare indignazione di media e governi in tutta Europa (anche perché molte delle vittime di queste forme di viltà repressiva erano di nazionalità straniera).

Resta tuttora da chiarire il ruolo e la esatta collocazione fisica dell'allora vice presidente del consiglio, Gianfranco Fini, nel corso di tali eventi. Che possono essere variamente giudicati, a secondo dei punti di vista; ma. come disse una *** volta il senatore e sociologo statunitense Daniel Moynihan, «Ciascuno ha diritto alle proprie opinioni, ma non ai propri fatti». Ora, quei fatti avrebbero dovuto rendere Gianni De Gennaro inidoneo a continuare a ricoprire la carica di capo della polizia e, dopo avere coordinato i servizi segreti, lo rendono ancor meno idoneo ad esercitare una funzione di responsabilità politica nei loro confronti.

Non occorre invocare la condanna in Corte d'appello, successivamente cassata dalla Suprema Corte, secondo cui l'allora capo della polizia avrebbe manipolato la testimonianza del questore di Genova, Francesco Co-lucci, in un incontro che, secondo lo stesso De Gennaro, aveva lo scopo di determinare la «consonanza per l'accertamento della verità» in sede processuale. Sono largamente sufficienti le responsabilità oggettive di chi deteneva la posizione apicale per la salvaguardia dell'ordine pubblico del Paese riguardo ad una débacle politica e morale nella gestione di un evento di risonanza mondiale.

Gli atti di violenza istituzionale furono di natura tale da escludere sviluppi spontanei imputabili a livelli inferiori di responsabilità. Ma ancor più grave è quanto avvenne e non avvenne in seguito. Il fatto che nemmeno i responsabili condannati in giudizio siano stati sospesi dal servizio, che alcuni dirigenti coinvolti siano stati addirittura promossi, che siano stati tollerati, se non incoraggiati, atteggiamenti omertosi nel corso dei processi, costituisce un implicita ammissione di responsabilità per il loro operato da parte di chi avrebbe potuto e non ha voluto diversamente operare.

Ovvero, il capo della polizia in carica, ovvero, Gianni De Gennaro.

Tutto ciò con due aggravanti. La tendenza dimostrata da Monti, in questa come in altre circostanze, di delegare ai tecnici ciò che risulta politicamente insostenibile. non è una sua prerogativa esclusiva. Ho accennato al non smentito ruolo di Fini quale nume tutelare delle vicende genovesi, ma non possiamo sottacere che De Gennaro fu nominato capo della polizia da un governo di centrosinistra - era questo forse il suo problema di fronte al secondo governo Berlusconi - e recuperato successivamente come capo di gabinetto del ministro dell'Intemo di un altro governo di centrosinistra.

Si conferma dunque la responsabilità trasversale di una classe politica che, a seconda dei casi (sta qui forse la differenza tra centrodestra e centrosinistra), non vuole o non osa asserire valori costituzionali nelle istituzioni a cui è preposta.

Altrettanto preoccupante è il fatto che questi problemi, che esigono rapporti trasparenti tra potere politico e pubblica amministrazione in fatto di sicurezza, riaffiorino nel momento in cui occorra la massima vigilanza. Abbiamo già visto, in tempi non molto lontani, come attentati terroristici possano stabilizzare poteri refrattari al cambiamento. E' responsabilità del governo Monti vigilare ed operare perché ciò non avvenga.