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Tuesday, May 26

RAMADI E PALMIRA SONO CADUTE. ORA, OBAMA STRAPARLA.

Il presidente americano Barack Obama minimizza la guerra di espansione dello Stato islamico. “Non stiamo perdendo. Siamo soltanto all’ottavo mese di una campagna che come ho annunciato durerà per anni”, ha detto in un’intervista al magazine americano Atlantic. 

Per Obama, la caduta della città di Ramadi in Iraq nelle mani del gruppo estremista avvenuta domenica scorsa è quindi un “tactical setback”, un “contrattempo tattico”. 

Il magazine ha pubblicato l’intervista sul suo sito giovedì, nelle stesse ore in cui anche la città siriana di Palmira (e i grandi impianti per la produzione di gas nel deserto attorno) cadeva sotto il controllo dello Stato islamico, e anche in questo caso, la cronaca arrivata in occidente è disastrosa come a Ramadi: collasso delle truppe governative, esecuzioni di massa nelle strade, saccheggio degli arsenali locali

Come se le notizie in arrivo dalle due città arabe non bastassero, ieri il gruppo estremista ha rivendicato un attentato in una moschea sciita dell’Arabia Saudita che ha ucciso venti persone, dichiarando l’inizio delle sue operazioni nel regno. 

Due mesi fa lo Stato islamico ha rivendicato cinque attacchi suicidi in cinque moschee diverse (140 morti) per annunciare in modo simile l’inizio delle operazioni in Yemen.

ll Wall Street Journal fa del sarcasmo facile: “Se questo è vincere, chissà allora come sarebbe perdere”. Il sito politico nota che il presidente americano usa con disprezzo malcelato l’aggettivo “tattico” perché si contrappone a “strategico”, che invece è un aggettivo che nel politichese di Washington ha connotazioni “quasi mistiche”. 

Chi è tattico è un mero dilettante, gioca a breve termine ed è destinato all’insuccesso finale per definizione e quindi secondo Obama il gruppo di Abu Bakr al Baghdadi non ha una strategia all’altezza delle sue ambizioni militari, si muove giorno per giorno e sta improvvisando. 

Si tratta delle stesse critiche che in questi giorni stanno arrivando in America alla strategia dell’Amministrazione Obama in Iraq e in Siria – o meglio, alla totale mancanza di una strategia (tutti ricordano il “We don’t have a strategy yet”, non abbiamo ancora una strategia, pronunciato dal presidente davanti ai giornalisti a fine agosto 2014, quando ormai lo Stato islamico s’era preso una grande parte di Iraq). 

L’ex segretario alla Difesa di Obama, Robert Gates, martedì ha detto in tv: “Non abbiamo una vera strategia. In pratica stiamo facendo questa guerra giorno per giorno”. 

Le notizie rafforzano questa sensazione. Mercoledì il  Pentagono ha annunciato l’invio urgente all’esercito iracheno di mille missili controcarro, già dalla prossima settimana, per distruggere i camion bomba suicidi che aprono varchi nelle loro difese (a Ramadi lo Stato islamico ha usato trenta camion bomba in tre giorni). 

Giovedì, però, come per un ricalcolo dell’ultimo minuto, il  Pentagono ha detto che manderà in Iraq duemila missili controcarro. E’ il giorno per giorno. Il raddoppio annunciato è stato accolto da una salva di commenti sarcastici sul fatto che potrebbero finire presto in mano allo Stato islamico, come già successo a parte dell’equipaggiamento americano lasciato in Iraq.

Al Congresso c’è stata un’audizione davanti alla commissione Difesa, in cui esperti e senatori hanno convenuto senza giri di parole che l’America sta perdendo la guerra contro lo Stato islamico. Gli esperti ascoltati hanno raccomandato un cambio di strategia – perché la campagna aerea in corso non è sufficiente e, quindi, hanno toccato un argomento tabù per l’Amministrazione, l’invio in Iraq di più soldati. Il numero finale proposto è quindicimila.

PETR POROSHENKO: CARICATURA DI UN ARLECCHINO

E' il Dottore, professore, avvocato ed anche medico. Un maestro nel confondere tutto,  nomi, luoghi e citazioni. Tuttavia non rinuncia mai ad una discussione accademica. 

Poroshenko è abbastanza bravo in questo ruolo. Per ottenere almeno la nuova concezione storica di "Rus-Ucraina", con cui Poroshenko vuole confermare le tradizioni della statualità ucraina. 

"Rus-Ucraina" ha già il suo significato storico che non ha nulla a che fare con la Kievskaya Rus invisa al presidente dell'Ucraina. Restano solo il gran principe Vladimir di Kiev (lo ha salvato dall'oblio la parola "Kiev") e il cristianesimo (persino Petr Poroshenko non muove un dito per cancellarlo).


Ogni tanto si considera uomo saggio e onnisciente. C'è un'altra caratteristica: la capacità di entrare in qualsiasi disputa e trasformarla in un grande conflitto

Non è così semplice: creare scompiglio nell'Est industrializzato e di successo, seminare là odio, dopo di chè dare  indiscriminatamente la colpa alla Russia, dare regolarmente all'Europa e all'America coloriti rapporti, dove la verità non si distingue. 

Come Pantalone che per richiamare l'attenzione fa della piroette, Poroshenko è pronto a qualsiasi mossa pur di ottenere qualcosina.

Le conseguenze del mix di immagini del presidente dell'Ucraina sono ancora da comprendere e da vivere. Il timore è che purtroppo non abbiano nulla a che fare con l'umorismo della commedia dell'arte.

Dopo un anno di mandato, Petr Poroshenko ha indossato molte maschere e offerto diverse immagini di sé stesso. Qual è il "vero Poroshenko"? Se tra qualcuna di queste immagini si nasconde il vero Poroshenko, chi è che scrive l'allegro copione per lo spettacolo ucraino?

Ogni volta che è intervenuto in pubblico, Poroshenko ha fatto di tutto per avere il massimo impatto sullo spettatore. Proprio una commedia dell'arte impersonificata. Tuttavia non è così facile cambiare tutte le maschere affinchè lo spettatore ti creda veramente.

Ecco che è Arlecchino, quando è scherzoso, ottimista e un po' ingenuo. Nel lavoro con l'opinione pubblica nazionale e in tempo di campagna elettorale questa maschera è giustificata. Ma nei negoziati con gli "amici" di Washington ed europei questa maschera fa più danni che benefici. Che si tratti di richieste di aiuto alla NATO o di prestiti al FMI. 

I disagi e dolori di Arlecchino vengono ascoltati con attenzione, tuttavia nessuno si appresta a venire in soccorso. Se la questione va in fumo, non è per il bene del popolo ucraino e dell'economia ucraina: se volete i soldi, ecco un prestito per poter pagare le merci europee, volete le armi, il debito si abbuona (non scompare per bontà).

Come il vero Arlecchino, Poroshenko ha il suo bastone burlesco, che ama sventolare verso Oriente e anche verso la Russia. Per le gesta minacciose ci sono le lacrime vere dei veri abitanti del Paese. 

Tra l'altro Poroshenko ricorre a questa maschera nell'ambito della realizzazione degli accordi di Minsk. Riconosce che non ci sono alternative, poi li definisce "pseudo-tregua." 

Dove Arlecchino non può fare nulla, c'è Brighella, intelligente, intraprendente ed astuto. Riesce a venire fuori da qualsiasi situazione ingarbugliata, per ogni interlocutore troverà il giusto atteggiamento: "non crede né in Dio nè al diavolo." 

Agli abitanti di Odessa promette solennemente che nessun altro uomo delle forze di sicurezza indosserà un passamontagna o un casco. Dai lavoratori in sciopero dell'aeroporto arriva con la scorta e allude che le cose non si sono messe bene per loro. 

Dimenticando il suo passato, si scaglia a testa bassa nella lotta contro l'oligarchia ucraina. Tuttavia il rappresentante più importante di questa compagnia non resta in debito: le persone della cerchia di Kolomoysky e i deputati  a tempo perso avevano chiesto di aprire un'indagine penale sul passaggio di terreni nel centro di Kiev a strutture legate a Poroshenko

Ma Brighella non ha parlato delle promesse di migliaia di grivnie al giorno per i combattenti dell'operazione ATO nel Donbass, della vendita delle sue attività, delle elezioni con liste aperte e del decentramento. Nemmeno con allusioni.

Tuesday, May 12

BARAK OBAMA HA MENTITO SULLA MORTE DI BIN LADEN



L’assalto dei Navy Seals alla “tana” di Usama bin Laden è una delle immagini più forti della presidenza Obama. Oggi, al tramonto del suo secondo mandato, un giornalista americano punta il dito su quella versione dei fatti, e cerca di smontarne il mito. 

L’uccisione di Usama bin Laden” è un complesso saggio d’inchiesta di oltre diecimila parole scritto dal giornalista investigativo Seymour M. Hersh premio Pulitzer nel 1970 per aver raccontato il massacro di My Lai in Vietnam  ed è stato pubblicato nel fine settimana dalla London Review of Books.

Ad esser preso in esame (e contestato) è tutto quanto accaduto prima, durante e dopo il momento (già) storico dell’individuazione ed eliminazione dello “sceicco del terrore”. 

Evento che, osservato alla luce di quanto riferito dalle tre principali fonti dell’autore, tutte anonime: un ex dirigente dei Servizi americani (CIA) e due consulenti dello Special Operations Commandos si presta a una lettura ben diversa da quell’eroica catarsi che i cittadini americani avevano atteso fin dall’undici settembre 2011.

Molto meno romantica, e decisamente più vicina una trama di John le Carré, fatta di corruzione, doppi giochi, tradimenti, ricatti e menzogne. Al lettore vengono posti dei dubbi sulla verità che all’epoca presentò la Casa Bianca. E domande alle quali, scrive Hersh, la Casa Bianca non ha ancora voluto rispondere

Ma la Casa Bianca intanto una sua risposta alla ricostruzione di Hersh l’ha fornita, e molto dura: “Ci sono troppe inaccuratezze e asserzioni senza costrutto in questo testo per contestarle una per una con il fact-checking”, ha dichiarato ai giornalisti il portavoce per la Sicurezza Nazionale, Ned Price. 

Ma vediamo che cosa sostiene Hersh.

Sono passati quattro anni da quando un gruppo di Navy Seals degli Stati Uniti ha assassinato Osama bin Laden durante un raid notturno in un compound circondato da alte mura e situato nella località vacanziera pakistana di Abbottabad. 

Quell’uccisione ha rappresentato uno dei momenti più importanti del primo mandato di Obama, nonché uno dei principali fattori che hanno contribuito alla sua rielezione

La Casa Bianca ancora sostiene che la missione sia stata gestita in toto dagli americani, e che i più alti ufficiali dell’esercito pakistano e della Inter-Services Intelligence (ISI) non siano preventivamente stati informati del raid. Questo è falso, così come tanti altri elementi del racconto fornito dall’amministrazione Obama

La storia, così com’è stata raccontata dalla Casa Bianca, avrebbe potuta scriverla Lewis Carroll [autore de Le Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie]: davvero bin Laden, l’obiettivo di una gigantesca caccia all’uomo internazionale, avrebbe deciso che una cittadina a quaranta miglia da Islamabad sarebbe stata il luogo più sicuro in cui vivere, e dal quale guidare le operazioni di al Qaeda? Si stava nascondendo sotto la luce del sole. Così disse l’America.

La “menzogna” numero uno, per Hersh, è il fatto che esercito e Servizi Segreti pakistani non siano stati preventivamente informati, nonostante una “vasta quantità” di testimonianze vadano nella direzione opposta, inclusa una citata dal magazine del New York Times

Qui di seguito la versione dei fatti ricostruita da Hersh: “Bin Laden era prigioniero del’ISI nel compound di Abbottabad già dal 2006; […] Kayan e Pasha [rispettivamente il capo di stato dell’esercito pakistano e il direttore dei servizi segreti] erano già a conoscenza del raid, e si erano assicurati che i due elicotteri che stavano portando i Seals ad Abbottabad riuscissero ad entrare nello spazio aereo pakistano senza destare allarmi; la CIA non ha scoperto dove fosse bin Laden pedinandone gli uomini […] ma da un ex alto ufficiale dell’intelligence pakistana, che ha svelato il segreto in cambio di una bella fetta dei venticinque milioni di ricompensa che erano stati offerti dagli Stati Uniti”.

Il segreto sarebbe stato questo: Usama bin Laden era stato catturato dai pakistani dopo il 2006, fra i monti dell’Hindu Kush, dove viveva con alcune mogli e figli, tradito da alcuni abitanti del posto. Nel compound invece ci viveva da prigioniero ed era molto malato, tanto che veniva seguito da un medico militare.

La verità è che Usama bin Laden era un invalido, ma questo non possiamo dirlo”, dice l’ex dirigente dei Servizi citato da Hersh, “Volete dire che avete sparato a uno storpio? Che stava per impugnare l’AK-47?” […]

Quella ricostruzione sarebbe solo servita ad evitare le polemiche sulla legalità del programma di omicidi mirati dell’amministrazione americana, secondo la quale se bin Laden si fosse immediatamente arreso, sarebbe stato catturato vivo. 

Quindi, stando ad Hersh, di vero nella versione ufficiale ci sarebbero solo due singole informazioni:
1.- il fatto che Obama abbia ordinato il raid; 
2.- il fatto che i Navy Seal l’abbiano eseguito.

Nell’agosto del 2010 un ex dirigente dei servizi pakistani (oggi consulente CIA a Washington) andò a bussare alla porta della CIA presso l’ambasciata americana di Islamabad, offrendosi di rivelare dove si trovasse Usama bin Laden in cambio della cospicua ricompensa fissata da Washington nel 2001

Gli esperti inviati per sottoporlo alla macchina della verità avrebbero quindi comprovato la veridicità delle sue affermazioni, ma in un primo momento gli americani si guardarono dall’informarne i pakistani. Puntarono i satelliti sul compound e affittarono un’abitazione lì vicino come base: siccome la cittadina è meta di vacanze, nessuno avrebbe fatto caso al viavai.

Obama ne sarebbe stato informato solo a ottobre: “Non parlatemene più fin quando non avrete le prove che si tratti davvero di bin Laden”, avrebbe risposto, temendo di fare la fine di Jimmy Carter dopo la fallita liberazione degli ostaggi a Teheran. Ma siccome l’appoggio del presidente era fondamentale, si decise di “far salire a bordo i pakistani”. 

Non ci volle molto, osserva, anche perché il tutto s’innestava in quelli che erano già dei rapporti di reciproca utilità fra i servizi dei due paesi. Ai pakistani premeva assicurarsi gli aiuti militari americani (che includevano limousine blindate, scorte armate e alloggi per i vertici dell’ISI) e gli incentivi sottobanco provenienti dai fondi neri del Pentagono.

Nell’ambito dell’Intelligence si sapeva bene che cosa serviva a convincere i pakistani, ci voleva una carota. E loro scelsero la carota. Rischi non ce n’erano. Adoperammo anche qualche ricatto. Gli comunicammo che avremmo divulgato la notizia che stavano tenendo bin Laden in casa loro. E sapevamo che i loro amici e nemici non avrebbero gradito”.

Il DNA per identificarlo al di là di ogni ragionevole dubbio venne fornito dal suo medico (che avrebbe quindi ottenuto una parte dei 25 milioni di dollari della ricompensa), ma a quel punto i pakistani s’impuntarono sul fatto che bin Laden doveva morire. 

L’accordo fu raggiunto nel gennaio del 2011, e una squadra Seal cominciò a prepararsi all’attacco in Nevada, dove il compound era stato ricostruito fino all’ultimo dettaglio, incluso il numero dei gradini delle scale

Nell’aprile 2011, spronato dal fatto che intanto gli americani avevano iniziato a “chiudere i rubinetti”, il direttore dell’ISI andò a bussare alla porta del suo omologo CIA, Leon Panetta, offrendogli la garanzia che la missione non avrebbe incontrato alcuna opposizione da parte del Pakistan, e spiegando a che cosa gli serviva tenere bin Laden prigioniero. 

Secondo la fonte principale di Hersh:“L’ISI stava adoperando Usama bin Laden come arma di dissuasione contro le attività dei talebani e di Al Qaeda in Afghanistan e in Pakistan. Li avevano minacciati dicendo che se avessero compiuto operazioni in contrasto cogli interessi dell’ISI, loro ci avrebbero consegnato bin Laden”.

La notizia del raid doveva essere diffusa solo dopo almeno una settimana. A quel punto avrebbero preparato una storia diversa: l’uccisione dello sceicco fra i monti dell’Hindu Kush, oltre il confine con l’Afghanistan. 

Così nessuno avrebbe menzionato gli accordi coi leader dell’esercito e dei servizi pakistani, entrambi preoccupati dalle possibili reazioni di coloro che in Pakistan vedevano bin Laden come un eroe.

Al primo rumore d’elicottero gli uomini dell’ISI che sorvegliavano bin Laden, le mogli e i figli al compound se ne dovevano andare. In città c’era il blackout (ci aveva pensato l’ISI). Uno degli elicotteri Black Hawk si schiantò contro le mura del compound, e ci furono parecchi feriti. Il tempo a disposizione era già breve, perché in città si sarebbero svegliati tutti

Gli uomini delle Forze Speciali americane furono inoltre costretti a lanciare un paio di granate per far saltare in aria la strumentazione di bordo dell’elicottero schiantato, causando una serie di esplosioni, e delle fiamme che si sarebbero viste da lontano.

Cosa che, osserva la fonte di Hersh, non avrebbero certo fatto se non fossero stati sicuri che nessuno li avrebbe fermati. Per sostituire il Blackhawk fecero arrivare un altro elicottero, uno di due che erano stati fatti arrivare in zona per il rifornimento di carburante, ad Abbottabad, ma ci voleva tempo per prepararlo al trasporto truppe. 

Nonostante questi incidenti di percorso, i Seals si addentrarono nel compound, senza incontrare alcuna resistenza. Del resto le guardie dell’ISI se n’erano già andate da parecchio. I Seals fecero saltare le porte di metallo del primo e del secondo piano, e su per le scale fino agli appartamenti di bin Laden al terzo. 

Una delle mogli di bin Laden, che si era messa a strillare, fu ferita al ginocchio. Ma a parte i proiettili che raggiunsero lo sceicco, non furono sparati altri colpi. Osama si ritirò nella sua camera da letto. Due soldati lo inseguirono e aprirono il fuoco.

A omicidio compiuto i Seals restarono lì per venti minuti, senza fretta, in attesa che li venissero a prendere, illuminati solo dalle fiamme dell’elicottero precipitato. Così racconta Hersh.

L’incidente dell’elicottero era impossibile da nascondere, prosegue, quindi la Casa Bianca decise di fornire un’altra versione dei fatti rispetto a quella concordata coi pakistani. 

Ma la vanità, sostiene la fonte, che se ne sente evidentemente irritata, fece sì che tanti dettagli dell’operazione, spesso anche sbagliati, vennero diffusi: in pochi giorni le esagerazioni e le distorsioni si andavano accumulando, sostiene, anche se la stampa tendeva ad accettare gli errori come inevitabile conseguenza del tentativo di venire incontro alle frenetiche richieste di dettagli da parte dei giornalisti

Nel resto del suo saggio Hersh ricostruisce tutto questo processo, inclusa la storia del cadavere di bin Laden, che si sarebbe “risolta” con la soluzione, ideata dagli ufficiali della Marina, di un funerale in mare. “Perfetto. Nessun cadavere. Un funerale onorevole secondo la legge della Sharia. 

La notizia del funerale venne resa pubblica con tanti dettagli, ma i documenti che l’avrebbero confermata vennero secretati per questioni di ‘sicurezza nazionale". 

È il classico modo in cui una storia di copertura mal congegnata cade a pezzi, ti risolve un problema subito, ma alla prima occasione poi non c’è niente che la confermi

Non c’era mai stato alcun piano di portare il cadavere a bordo di un’imbarcazione, e non ci fu nessun funerale di bin Laden in mare”, sostiene la fonte di Hersh, secondo la quale probabilmente “del cadavere non c’era comunque rimasto molto”.

Barak Obama, scrive Hersh, oggi non sta per affrontare una rielezione come nella primavera del 2011. Ma, conclude, “le menzogne ad alto livello restano tuttavia il modus operandi della politica americana, insieme alle prigioni segrete, agli attacchi dei droni, ai raid notturni delle forze speciali, alla mancanza di rispetto per la catena di comando, e al tagliar fuori coloro che invece potrebbero dire di no”. 

Thursday, January 22

NUOVO "GOLPE" A FAVORE DELL'IRAN. FIRMATO C.I.A.

Tecnicamente è un “quasi golpe” perché gli Houthi non impongono con la forza un cambio di potere, ma piuttosto che siano rispettate le loro richieste nella stesura di una nuova Costituzione yemenita. 

Come spesso accade nel paese arabo, anche questo scontro va avanti a singhiozzo, sospeso tra la possibilità di una guerra totale nelle strade e il teatro del negoziato politico.

Ieri i ribelli hanno conquistato il palazzo presidenziale nella capitale, dopo avere preso le sedi delle tv – ma dicono di averlo fatto per impedire che le armi lì conservate fossero saccheggiate. Si tratta del grande palazzo usato dal vecchio presidente Abdullah Saleh, deposto nel 2012, e non da quello attuale Abed Rabbo Mansour Hadi (vice di Saleh per decenni). 

Ai ribelli non interessava la sede simbolica, ma la base e l’armeria della Terza brigata meccanizzata, che stanno all’interno del perimetro del palazzo. Per ora c’è una tregua precaria con i soldati. Hadi è invece assediato a quattro chilometri, nella sua residenza in un quartiere sofisticato della capitale. Gli Houthi hanno circondato l’edificio e bombardano il presidente.

Quest’azione militare sta facendo uscire il paese dalla sfera d’influenza dell’Arabia Saudita, il vicino del nord, e lo sta facendo entrare in quella dell’Iran, che si dice stia appoggiando i ribelli in virtù di un’alleanza tra sciiti e soprattutto perché apprezza ogni modo di colpire i sauditi. 

E’ abbastanza sicuro prevedere che l’Arabia Saudita non tollererà questo passaggio di mano dello Yemen e risponderà con tutto il suo peso – non muovendo le sue Forze armate, ma piuttosto appoggiando i sunniti che lotteranno contro gli Houthi.

Si sta creando una di quelle situazioni che generano nuovi grandi fronti jihadisti a velocità sbalorditiva. Il fatto che il nord del paese, capitale inclusa, stia cedendo sotto l’avanzata sciita è un regalo enorme ad al Qaida nello Yemen, che negli ultimi anni ha acquistato forza e pericolosità e ha rivendicato l’attacco contro il giornale Charlie Hebdo a Parigi.

Se ci sarà una reazione sunnita contro gli Houthi “usurpatori”, i jihadisti si infileranno in mezzo traendo forze fresche, equipaggiamento nuovo e persino legittimità – come hanno fatto nelle sei guerre precedenti contro gli Houthi. Questo vale anche per lo sparuto gruppo di combattenti che si è dichiarato fedele allo Stato islamico. Al Qaida e lo Stato islamico odiano gli insorti sciiti; e quelli stanno prendendo il potere.

Ieri sera Abdulmalik al Houthi, un capo dei ribelli, ha fatto un discorso alla tv per spiegare la ragione del precipitare della situazione e la rottura di una coabitazione pacifica nella capitale che durava da settembre. Presidente e primo ministro stavano tentando di modificare la Costituzione in modo da tagliare fuori gli Houthi. 

Loro hanno rapito il capo dello staff presidenziale Ahmad Awad Bin Mubarak incaricato di scrivere la bozza, sabato: il presidente ha reagito ordinando alle truppe di mettere in sicurezza la capitale. Gli Houthi hanno interpretato l’ordine come una mossa contro i loro Comitati popolari e hanno attaccato in contropiede.

Nel discorso, il capo ribelle accusa il governo di corruzione, di volere tradire il patto per governare lo Yemen e di avere lasciato ad al Qaida la libertà di espandersi, prendere depositi di armi e conquistare vaste zone del paese.

Ieri due droni e due aerei da ricognizione americani hanno sorvolato Sana’a. Funzionari americani hanno detto lunedì che non c’è bisogno di evacuare l’ambasciata-fortezza degli Stati Uniti, ma ieri due navi da guerra nel mar Rosso, la Iwo Jima e la Fort McHenry, si sono avvicinate alla costa. La senatrice Dianne Feinstein ha chiesto l’evacuazione immediata – lei aveva presieduto alla scrittura del dossier contro le torture della Cia uscito in novembre.

Fallisce così il “modello Yemen”, citato a luglio e a settembre dal presidente americano, Barack Obama, come esempio da seguire nella guerra contro lo Stato islamico. Un governo amico, alleato fedele nelle operazioni antiterrorismo, capace di bilanciarsi nella lotta tra le fazioni interne e di garantire l’equilibrio necessario per battere gli estremisti. 

Ieri il capo del governo amico era assediato in casa, preso a cannonate da una fazione che potrebbe essere filo-iraniana. 

Thursday, December 4

CHALK IT UP TO THE EXPERIENCE IN UKRAINE

By Paul R. Pillar

Much of the discourse over the past year about responding to Russian moves in Ukraine has been couched in terms of the need to stop aggressive expansionism in its tracks. Hillary Clinton has even invoked the old familiar analogy to Nazi expansionism in likening some of the Russian actions to what Germany was doing in the 1930s.

With or without the Nazi analogy, a commonly expressed concept is that not acting firmly enough to stop Russian expansionism in Ukraine would invite still further expansion.

Underlying such arguments are certain assumptions about wider Russian intentions. If Vladimir Putin and anyone else advising him on policy toward Ukraine see their moves there as steps in a larger expansionist strategy, then the concept of stopping the expansion in its tracks is probably valid. But if Russian objectives are instead focused on narrower goals and especially concerns more specific to Ukraine, the concept can be more damaging than useful.

As long as historical comparisons are being invoked, one possibly instructive comparison is with an earlier episode involving application of military force by Russia or the Soviet Union along its periphery. This episode provides a closer correspondence than pre-war Nazi maneuvers, but it is still distant enough to provide some perspective and a sense of the consequences. It is the Soviet armed intervention in Afghanistan, which occurred 35 years ago as of this December.

Once Soviet forces entered Afghanistan, a key question for policy-makers in Jimmy Carter’s administration was the Soviets’ purpose in undertaking the operation. Secretary of State Cyrus Vance would later summarize in his memoirs two competing answers to that question. One view was that Moscow’s motives were primarily local and, insofar as they extended beyond Afghanistan, focused on worries about possible unrest among Muslims in the Central Asian republics of the USSR.

The other view was that the Soviets had concluded that the relationship with the United States had already deteriorated so much that they should seize the opportunity not only to quell their Afghan problem but to improve their larger strategic position in South and Southwest Asia, moving ever closer to those proverbial warm water ports that have traditionally been a goal of Russian strategists.

The different interpretations had significantly different policy interpretations. An appropriate response to the latter, more expansive, Soviet strategy would be to slow the Soviet advance by making Afghanistan even more unstable than it already was, particularly through assistance to the mujahedeen insurgents.

But if the first interpretation were correct, stoking the insurgency would only prolong the Red Army’s stay, put more nails in the coffin of U.S.-Soviet détente, and perhaps lead the Soviets to make other moves that would start to turn a Soviet threat to Pakistan from a fear into a reality.

It was the expansionist interpretation of Soviet objectives that implicitly became the basis for the Carter administration’s policies. It became so without any thorough analysis by the policy-makers of Moscow’s motives. Zbigniew Brzezinski, the national security adviser whose thinking became the chief basis for the Carter administration’s policy toward the USSR, did not even think such analysis was necessary. He later wrote that “the issue was not what might have been Brezhnev’s subjective motives in going into Afghanistan but the objective consequences of a Soviet military presence so much closer to the Persian Gulf.”

Thus ensued a U.S. response that included a broad array of sanctions, withdrawal from the Olympic Games in Moscow in 1980, enunciation of the bellicose-sounding Carter Doctrine about willingness to use force in the Persian Gulf region, and most consequentially, increased material aid to the Afghan insurgents.

Despite the significant differences between that situation and what the West faces today in Ukraine, there are some applicable lessons. One is the importance of careful consideration of Russian objectives, rather than just making worst-case assumptions. Another lesson is the need for humility in realizing that our initial thoughts about those objectives may be wrong.

The Carter administration’s thoughts and assumptions about that may have been wrong. With the benefit of hindsight, a good case can be made today that the Soviet intervention in Afghanistan was not intended to score strategic gains by moving closer to oil and sea lanes but instead was about avoiding a substantial loss for the Soviets: the overthrow of an existing Communist government in a country bordering the USSR by an insurgency that could lead to trouble among Central Asian residents of the USSR itself.

Another lesson is to be wary of how domestic U.S. politics may push decision-makers in unhelpful directions. A major pusher of Carter’s policies was his political need to get tough, or to be seen getting tough, with the Soviets. When Carter had said in a televised interview shortly after the Soviet intervention that the intervention had helped to educate him about Soviet goals, his political opponents jumped all over this comment as supposedly a sign of naȉveté. Carter’s political weakness at the time also stemmed from the near-simultaneous crisis that had begun a few weeks earlier with the takeover of the U.S. embassy in Tehran.

The constant hammering away by Barack Obama’s political opponents of the theme that Mr. Obama supposedly has been too weak and insufficiently assertive against U.S. adversaries offers an obvious parallel regarding the potential for political considerations pushing policy into unhelpful directions.

Finally there is the importance of taking fully into account all the consequences, including longer range and more indirect consequences, of how the United States responds to Russian moves. A full balance sheet on the results of U.S. aid to the Afghan insurgency would be complicated and subject to argument, but a major downside has been contribution to varieties of militant Islamism that for most of the past 35 years have been more of a worry for the United States, in Afghanistan and elsewhere, than anything the Russians have been doing.

Some of the violent elements that are principal adversaries in Afghanistan today are descendants of elements that received U.S. aid in the 1980s. The Afghan insurgency against the Soviets also continues to be a major influence, as an inspiration and in other respects, helping to sustain transnational Islamist terrorism.

No one has a monopoly of wisdom on what exactly are Russian goals in and around Ukraine today. Maybe even Vladimir Putin does not fully know what those goals will be, and is in large part reacting to moves by Ukrainians and by the West. Applying the framework of what the Carter administration faced in Afghanistan, however, it is reasonable to characterize the objectives as more local than expansive in a larger geopolitical sense.

The most explicitly expansionist thing Putin has done — the annexation of Crimea — can be seen as a one-off given the unusual historical, demographic, and emotional circumstances associated with the peninsula. Much of the rest of Russian policy has to do with the specter of NATO’s expansion into Ukraine. Unfortunately Ukrainian President Poroshenko does not seem inclined to give that issue a rest.

Monday, December 1

DRONE YANKEE NELLO SPAZIO

Definire gli Usa "Hyperpower" forse non è così illogico. I vari programmi civili, militari ma anche le iniziative commerciali miranti allo Spazio degli ultimi anni ne sono una dimostrazione. Questo paese ha investito risorse economiche nello Spazio come nessun altro, sia in termini assoluti che relativi alla propria capacità economica, ed è naturale che abbia tutto l'interesse a ottenere il migliore ritorno possibile a fronte di questi investimenti.

Facendo un po' di dietrologia gli Usa hanno guardato allo Spazio come ad uno strumento importante per l'affermazione del proprio potere e del proprio prestigio nel tempo. Il punto è che oggi lo Spazio è già militarizzato visto che lo strumento militare non è più immaginabile senza l'utilizzo di tecnologie spaziali, siano esse satelliti per comunicazioni, sistemi di navigazione, satelliti per intelligence o cose simili. Resta comunque una labile linea di confine tra la militarizzazione e la militarizzazione armata dello Spazio, linea che non è stata ancora oltrepassata. E visto e considerato che gli Stati Uniti diventano sempre più dipendenti dalle proprie risorse spaziali nella gestione della sicurezza, è anche sempre più presente la preoccupazione di come proteggere quelle risorse.

Le minacce sono rappresentate da Cina e Russia che potrebbero sviluppare capacità di offesa in grado almeno di sabotare satelliti americani con l'impiego di satelliti parassitari o microsatelliti sviluppati con l'impiego avanzato di nanotecnologie. 

Se gli Stati Uniti decidessero di dispiegare per primi armi extraterrestri potrebbero diventare i peggiori nemici di se stessi. Sarebbe invece più saggio se si attenessero a misure quali la deterrenza, la prevenzione e la riduzione della vulnerabilità dei satelliti, così da proteggere, anziché mettere a rischio, i loro sistemi spaziali. Ma ciò che ancora non si realizza nello spazio si vuole realizzare in cielo.

La Darpa (l'Agenzia per i progetti di ricerca avanzata per la difesa Usa) ha emesso una Rfi o richiesta di informazioni per contribuire a creare una portaerei nel cielo. Le Rfi della Darpa mirano ad accelerare e migliorare lo sviluppo di progetti all'avanguardia. L'idea è quella di trasformare un aereo da trasporto C-130 in una portaerei volante. 

I droni saranno lanciati e potranno atterrare su questi vettori volanti. "Vogliamo trovare il modo di rendere più efficaci i piccoli aeromobili, e un'idea interessante è quella di trasformare i grandi aerei che già esistono, con poche modifiche, in portaerei dei cieli" ha spiegato il dottor Dan Patt, della Darpa. Vettori volanti in grado di lanciare droni senza pilota, farebbero risparmiare soldi e tempo. 

La piattaforma aerea potrebbe schierare i droni per compiere molteplici missioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione (Isr). Un vettore volante, infine, consentirebbe operazioni di attacco a lunga distanza. Una vera e propria scelta progettuale all'avanguardia per dominare il globo in una logica dominante da far prevalere su nazioni dominate.

Sunday, November 16

UNA GUERRA MONDIALE PUR DI ANNETTERSI LA RUSSIA

Il FMI prolungò l’agonia di Kiev verso il default, in cambio della completa sottomissione agli USA e alle Lobby bancarie. Cosa che avvenne puntualmente, tra l'altro creando anche i fatti tragici sotto riportati. Il motivo principale per cui l'Ukrajna si è impegnata e consegnata all'occidente, sono settanta miliardi di dollari in ballo. Solo come inizio. È quanto serviva, e servirà, al nuovo governo -fantoccio- ukrajno per arruolarsi sotto l'ombrello lobbistico americo-israeliano

Il governo -fantoccio- ukrajno, però, ha preteso dall'occidente, affinchè sia la preda di questa -nefasta- pagliacciata (sino a che la Russia caschi dentro nella trappola), che il denaro promesso dall'IMF, dovrà trovarsi nelle casse ukrajne -entro fine 2014- e per allora, il governo fantoccio "consegni" Vladimir V.Putin vivo o morto. E se poi così non sarà, che guerra sia.

In questa devastante furia occidentale -bugiarda e infame- contro la Russia (e smettiamola di chiamarla "guerra tra Ukrajna e Russia"), ogni azione, movimento, proposito o intenzione della Russia a ristabilire la verità; si tramuterà in un "target" da colpire. Qualunque esso sia. Fino alla sua fine. Dando il via alla prima fase del "nuovo ordine mondiale".

Il 28 febbraio scorso,  un sedicente personaggio israeliano si fece intervistare da una agenzia stampa israeliana con sede a New York.  Il suo nome in codice è Delta. È il capo dei "caschi blu ucraini" quindi, il capo "segreto" della «rivoluzione ucraina» che ancora combatte a anche se, come lui stesso dichiara, non si considera ucraino. Difatti, sotto l’elmetto porta la "kippah" ebraica. 

Delta è rientrato qualche anno fa in Ucraina in veste di uomo d’affari (proprio come:" Petro Oleksijovyč Porošenko"). Delta, è un veterano -specialista-  dell’esercito israeliano".  

Peraltro, specializzatosi in combattimento urbano nella brigata di fanteria "Givati", impiegata nell’operazione "Piombo Fuso" e in altre azioni contro Gaza, tra cui il massacro di civili nel quartiere Tel el-Hawa.

Scoppiò la rivolta a Kiev,  ben finanziata e organizzata dalla CIA e dal MOSSAD, ci scapparono abbastanza morti, e la cosa risultò vincente. Come oggi sappiamo, non per opera di questi rivoltosi inermi e idealisti, che con urla e sassi avrebbero combinato ben poco, ma per opera di cecchini Killer, organizzati dalle  due Intelligence che spararono sui poliziotti e sulla folla, li ammazzarono e determinarono la reazione (trappola!) della polizia con relatica carneficina tra i civili. Tutto calcolato. Tutto previsto.

Delta ha formato e addestrato insieme ad altri ex militari israeliani il plotone «Caschi blu di Majdan», applicando a Kiev le tecniche di combattimento urbano sperimentate a Gaza (come a Belgrado 1996, a Damasco 2006, a Tunisi 2010, a Tripoli 2010, al Cairo 2010, ad Algeri 2009 etc. etc.). 

Il suo battaglione, è il braccio armato di Svoboda, ossia di un partito che dietro la nuova facciata conserva la sua matrice neonazista. Partito che tranquillizza gli ebrei ukrajni che si sentono minacciati dai neonazisti, che non sanno, però, che i neo-nazisti sono proprio loro. Delta lo sottolinea:"l’accusa di anti-semitismo nei confronti di Svoboda è una «stronzata»". No comment.

La presenza in Ukrajna di decine di specialisti militari israeliani è confermata dalla notizia, diffusa, anche,  da agenzie israeliane, le quali affermarono che diversi feriti  (particolari) negli scontri con la polizia di stato a Kiev furono trasportati, con la massima urgenza, in ospedali israeliani. Questo per nascondere o impedire che qualcuno rivelasse scomode verità. 

Tipo quella di chi abbia addestrato e armato i cecchini che, con  gli stessi fucili di precisione, spararono in piazza Majdan sia sui dimostranti che sui poliziotti (quasi tutti colpiti alla testa). Tali fatti gettarono ulteriore luce sul modo in cui fu preparato e attuato il "golpe di Kiev".

Tuesday, October 28

20 NOBEL PEACE PRIZES WROTE TO A FAKE NOBEL PRIZE

Twelve winners of the Nobel Peace Prize asked President Barack Obama late Sunday to make sure that a Senate report on the Central Intelligence Agency’s (C.I.A.) use of harsh interrogation tactics is released so the U.S. can put an end to a practice condemned by many as torture. 

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Wednesday, October 1

HEZBOLLAH ARE VS ISIL AND ISIS

Iran views Hezbollah’s consolidation in Lebanon as a great success in the "export of the Islamic revolution". Even after Israel's withdrawal from Lebanon, Iran continues to see Lebanon as its frontline against Israel and Hezbollah as a key factor in leading the struggle. For this reason, Iran continued to strengthen Hezbollah’s military capabilities and consistently supported the continuation of Hezbollah’s terror operations along the Israeli-Lebanese border. Consequently, Iran provides Hezbollah with approximately 100 million dollars annually and supplies it with an array of arms, mostly via the Damascus airport. 

Hezbollah’s operational infrastructure was developed, almost entirely, with extensive Iranian backing. This aid included financial support, transportation of weapons, and training the organization’s activists. The Iranian Revolutionary Guards’ "al Quds Brigades" (Jerusalem Brigades), which are deployed in Lebanon, direct Iranian operations in the area and Iranian assistance to Hezbollah. The force provides guidance and military support for terror attacks against Israel. This support includes funding and varied military support.

Hezbollah, as an Iranian proxy, put a lot of effort into promoting terrorist attacks in the Palestinian arena as a central means of disrupting any possible agreements or political initiatives between the Palestinian Authority and Israel. Hezbollah maintains ties with senior leaders of Palestinian terrorist organizations, including: Hamas, Palestinian Islamic Jihad (PIJ), and al-Fatah. It encourages them to carry out attacks, funds their activities, trains Palestinian terrorists in its Lebanese camps, smuggles weapons and passes on knowledge and information to Palestinian terrorists. In certain cases, Hezbollah directly operates cells to carry out attacks by funding and guiding the activists.

Since 1994, Hezbollah did not carry out any attacks outside the Middle East, however, its activists continued to gather intelligence, plan, and initiate attacks against western targets that were foiled during various stages of the planning and implementation.

Throughout its existence, the organization has constructed a worldwide terrorist network and infrastructure, based mostly on Lebanese expatriates. This infrastructure is utilized by the organization to carry out criminal activity to finance the organization, as well as gathering intelligence and carrying out terrorist attacks against Jewish and Israeli targets abroad. For example, the organization's fingerprints are evident in numerous terrorist attacks and attempted terrorist attacks which were carried out from 2008

In his book “Axis of evil – Iran, Hezbollah and Palestinian terrorism”, Shaul Shai calculated the number of attacks carried out by Shiite terrorists and Iranian entities between 1980 and 1999. According to the information, 260 terrorist attacks were carried out in the international arena (excluding terrorist attacks in Lebanon and the Iran/Iraq war) with the following distribution:

1. Kidnapping hostages – 67 attacks
2. Hijacking/blowing up airplanes – 12 attacks
3. Detonating explosive devices and vehicle bombs – 82 attacks
4. Assassinations – 97 attacks

Although these numbers include the Iranian attacks, it points to the potential in the Iranian-Shiite system to carry out terrorist attacks in the international arena. During this period and until the Second Lebanon War in July of 2006, Hezbollah established an operational network in Southern Lebanon that included: an extensive fortification network in open areas and in the villages along the international border, various advanced weaponry, headquarters, communications posts, weapons depots, rocket-launching sites and intelligence-collecting positions. 

Moreover, Hezbollah positioned advanced tactical and strategic weaponry in the arena, such as medium-range land rockets, thousands of Katyusha rockets, land to sea missiles, and advanced anti-tank missiles. These weapons, provided to Hezbollah by Iran and Syria, enabled the organization to build a substantial military framework that is unparalleled by any other terrorist group in the world. This reality created “mutual deterrence” with Israel, which had a significant portion of its population and vital infrastructure installations within striking distance of Hezbollah’s missiles.

Hezbollah is a hierarchical hybrid terrorist organization comprising three branches: the political wing, the social wing, and terrorist / military (Jihad) wing. The three branches of the organization are all managed and controlled directly by the organizations Supreme Leader - Hassan Nasrallah via the Shura Council. The designation of Hezbollah as a terrorist organization is based on the following arguments: as a revolutionary Shiite organization with a universal Islamic outlook, Hezbollah has adopted three central objectives that derive from Khomeini’s teachings and principles and has been striving to implement them since its inception:i mplementation of Islamic law in Lebanon as part of a universal Islamic revolution – this objective has always been part of Hezbollah’s agenda, though the organization’s leaders attempted to blur this point since the 1990’s in order to promote current objectives in Lebanon.

Expulsion of the foreign forces in Lebanon – this was one of Hezbollah’s primary goals and it took much pride in the fact that it was the cause for the expulsion of the multi-national forces from Lebanon in the 1980’s and the expulsion of Israel from Lebanon in 2000. The destruction of Israel and the liberation of Jerusalem. One of the pillars of Hezbollah’s ideology is the struggle against the state of Israel (the “Little Satan”) until its destruction and the liberation of Jerusalem. Due to this principle and in order to achieve this objective, Hezbollah feels committed, ideologically and in practice, to strive for an ongoing conflict with Israel with all means possible on all fronts. In light of this, Hezbollah constantly stresses its basic approach to Israel and its goal to destroy it.

Hezbollah’s global network is spread out over more than 40 countries and five continents and, in contrast to Al-Qaeda, is controlled from Lebanon by the organization’s Shura Council and directly by Imad Mugniyah. As mentioned above, Hezbollah conducts a wide array of activities in all the continents, mainly amongst Lebanese Shiite communities.

In consequence of its Syrian intervention, Hezbollah is shifting from a Lebanese national actor with a regional footprint into a regional actor with a national footprint. Hezbollah’s military wing, the Islamic Resistance, historically faced south towards Israel but now it must also look east toward Damascus. The Syrian army can no longer maintain control over the whole of its 360 km Lebanese frontier. Syria’s Hezbollah have only minimal training, and their long-term ability to hold ground against Sunni insurgents is problematic.

During its more than twenty years of operation, Hezbollah went through a very significant process of organizational development. It was transformed from one of many local Lebanese terrorist organizations operating in the Lebanese arena into a political movement with international reach in the fields of terrorism, military infrastructure and strategic capabilities, including ground-to-ground rockets. This complex organizational framework, which includes civilian, military and social functions, is headed by the decision-making “Shura Council”. The Council has been headed since 1992 by Sayd Hassan Nasrallah – the leading formulator of the organization’s policy.

Hezbollah operates through the use of two “arms”: the “sociopolitical arm” and the “military arm”. Both “arms” are interlocked, support each other, and are subject to Hezbollah’s “Shura Council”. On January 18th, 2002, Hezbollah parliamentary representative Muhammad Fanish clarified the nature of the relationship between the two arms when he stated: “Hezbollah is being seduced in order to stop it. The goal is not to harm the political arm, but rather the military arm. However, I can state that there is no separating between Hezbollah’s military and political arms”

Sunday, September 28

REGISTI SIONISTI, ARROGANTI YANKEES, EUROPEI FASULLI


Se a qualcuno la recente campagna statunitense contro la Siria sembra un deja-vu del tentativo della scorsa estate di lanciare attacchi contro Bashar al-Assad, bloccato all’ultimo minuto, è perché lo è, scrive il blog ZeroHedge. E proprio come lo scorso anno, il più grande jolly in questo intervento diretto in territorio siriano sovrano, o come alcuni lo chiamano: invasione o addirittura guerra, non sono gli Stati Uniti, ma l'Arabia Saudita. Bin Sultan, artefice della campagna del 2013 per sostituire la leadership siriana, è stato ufficialmente rimosso poco dopo, ma le ambizioni saudite riguardo la Siria sono rimaste.   

La campagna aerea dell’America contro lo Stato islamico è cominciata anche in Siria, dopo i quasi trecento bombardamenti sparsi e quasi niente in Iraq dove bombardano gli inglesi della RAF. L’espansione delle operazioni al paese vicino attraverso un confine che in certi tratti non esiste più era ormai considerata scontata ed era attesa da un mese. 

Il Pentagono ha usato aerei da guerra, droni Predator e Reaper e anche missili Tomahawk sparati dalle navi della marina, e ha colpito assieme ai jet di cinque Paesi arabi, che si sentono minacciati dai sunniti di Abu Bakr al Baghdadi. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania ci hanno messo quattro F-16 ciascuno, il Bahrein due F-16, e il Qatar ha mandato alcuni jet Mirage che non hanno bombardato.

In altre parole, John Kerry ha promesso tutto quello che poteva, fino ad includere il pezzo mancante del puzzle -la Siria stessa su un piatto d'argento- al fine di prevenire un’altra umiliazione diplomatica statunitense

Ma a disturbare queste vergognose e tragiche sottotracce diplomaticheecco arrivare nel golfo, due navi da guerra cinesi: un caccia-torpediniere e una fregata. Prima volta nella storia.

Il governo cinese l’ha denominata una “visita amichevole” quella del cacciatorpediniere Changchun e della fregata Changzhou. Ambedue attraccate nel porto iraniano di Bandar Abbas, nel golfo Persico, per iniziare una serie di esercitazioni militari congiunte tra Pechino e Teheran. Come anticipato, é la prima volta che navi da guerra cinesi si fanno vedere nel golfo Persico insieme a quelle iraniane (le esercitazioni saranno concentrate sulle missioni di recupero), ed è un segnale importante perché di solito, con altri partner, a dominare i mari mediorientali sono le fregate degli USA, con una base in Bahrein e una portaerei nella regione.

Pechino protesta da tempo contro la presunta invadenza delle flotte americane nel mar Cinese, e le esercitazioni fanno parte di una strategia volta a rispondere alla sorveglianza americana con maggiore aggressività. La scelta del partner, poi, è un modo per mandare a dire all’occidente che non c’è nessuna sanzione e nessun embargo che possa dissuadere Pechino dall’organizzare dei war game con l’Iran degli ayatollah, bomba o non bomba, e dal fare affari con la Russia di Putin (un nuovo contratto multimiliardario per le forniture di gas è in arrivo)

La Cina è il più grande importatore di petrolio iraniano, e i commerci con Pechino, seppure resi difficili dal sistema di divieti messo in piedi dall’occidente, sono una spina nel fianco della strategia di Washington contro Teheran. E’ proponendosi come alternativa al sistema strategico occidentale che la Cina cresce in potenza e pericolosità. E sotto il presidente Xi Jinping, la minaccia è ancora più concreta.

Mentre il Gruppo di Shangai si allarga, Russia, Cina e Iran si preparano per le esercitazioni navali congiunte nel Golfo Persico. L'Economist ha descritto come "altamente inquietante dal punto di vista dell'Occidente" spaventa l'occidente, la possibile adesione di nuovi Paesi all’Organizzazione di Shangai per la Cooperazione. E fanno bene a temere scenari che ribalteranno la storia millenaria occidentale. 

Saturday, September 6

LA SOLITA RECITA YANKEES CON BOMBARDIERI EUROPEI

Dopo la Jugoslavia, assistiamo alla nuova nefasta farsa, nel contesto geografico dell'est Europa. Un'altro accordo (1997-2007) tra la NATO e la Russia tradito, da parte di tutto l'Occidente)

In Ucraina ora si cerca di rispettare i dettagli dell’accordo in 12 punti. Nella serata di ieri, tanto il consiglio di sicurezza ucraino, quanto le truppe dei ribelli, hanno ufficializzato di aver deposto le armi. Kiev deve riuscire a garantire il rispetto del cessate il fuoco -anche da parte dei battaglioni di paramilitari (addestrati dalla CIA) che scorraz­zano nelle regioni orientali e che più volte hanno dimostrato di non avere granché intenzione di obbedire agli ordini del governo centrale. Un passo in avanti, che in realtà cristallizza una situazione che da un momento all’altro potrebbe tornare ad una situazione di guerra. Quella vera.

Anche perché l’Alleanza atlantica, gli USA e l’Europa, sembrano fare di tutto per non riconoscere il passo e per irritare ancora Mosca e farla cadere nella trappola. Ieri, infatti, al vertice di Newport in Galles sono state ufficializzate alcune questioni militari che peseranno -e non poco- nel prossimo futuro. La NATO si riarma e stabilisce una pericolosissima presenza fissa, proprio nella zona a ridosso della Russia ed esplicitamente in funzione provocatoria nei confronti di Mosca. Tutto questo con la felicità dell'attivissimo bastardo: Rasmussen. Cinque basi tra paesi baltici, Polonia e Romania, ospiteranno i militari dell’Alleanza. Tra le panzanate che dicono (NATO), giurano che non vi saranno truppe di terra.

Un deterrente e uno strumento da utilizzare ogni volta che Mosca infastidirà gli Stati Uniti (e di conseguenza si farà finta che s'incazza la NATO). Da parte dell’Europa del resto c’è la totale disponibilità. Tappeti rossi, senza alcuna remora, tanto di fronte al braccio armato USA, la NATO, quanto con il braccio finanziario commerciale (il trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti)
come già dimostrato in più eventi.

Matteo Renzi, insieme ai polacchi, sembra il più «atlantico» di tutti. Che novità, dopo gli incontri di Washington nel 2012. Entusiasta di questa nuova «pace di guerra» della NATO, ha anche ricordato la necessità di ulteriori nuove sanzioni contro Mosca. «Il meccanismo delle sanzioni in Europa è abbastanza complicato, ha detto, il comitato degli ambasciatori si è riunito e ha predisposto un pacchetto. Ma questo pacchetto non entra in vigore subito perchè ha bisogno di 72 ore». Non sembra pensarla nello stesso modo la sua controparte francese. Hollande, benché impegnato da grane politiche interne, ha ricordato che «le sanzioni che vengono discusse contro la Russia nell’ambito della crisi ucraina sono strumenti che consentono di trovare una soluzione». Dello stesso parere Angela Merkel.