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Tuesday, December 27

LUIGI DURAND DE LA PENNE

Luigi Durand de La Penne con Edoardo Bo
S.Barbara, Accademia Navale, 1983.
Con fare leggero, un Signore, alto ed elegante mi si avvicinò e mi chiese con garbo, quale fosse il suo posto assegnato. Non riconoscendolo subito gli chiesi il nome, lui, con un fil di voce rauca rispose: "sono Durand de La Penne". 

Mi sono immobilizzato nel piu' bel saluto che abbia mai fatto nella mia vita. Ci misi qualche secondo in più a dargli l'informazione richiesta, solo per l'emozione.

E pensare che presenziavano alla cerimonia, anche arroganti politici come Giovanni Spadolini, stretto tra agenti dei Servizi e relativo sciame di leccaculo. Che meraviglia vedere il Comandante in disparte, volare alto come un mitico Eroe.

Tuesday, July 28

LA VERGOGNA E LA MENZOGNA

Insiste, Toni Capuozzo, nella lunga inchiesta che ha intrapreso per dimostrare, attraverso una puntuale e meticolosa ricostruzione dei fatti, la totale innocenza dei nostri due Marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Un’inchiesta che lo aveva condotto, nel luglio dello scorso anno, a realizzare su “Mezzi toni” (la sua rubrica di tgcom24) uno scoop che, carte alla mano, forniva le prove dell’innocenza dei due fucilieri italiani.

Primo: nessuno aveva mai dichiarato che ad attaccare la Enrica Lexie, alle 16,25 locali del 15 febbraio 2012 e a oltre venti miglia dalle coste indiane, fosse stato un peschereccio e, men che meno, il St. Anthony con a bordo i due pescatori rimasti uccisi. Infatti nel messaggio originale, in cui veniva segnalato un “Approach pirate attack”, si parla genericamente di una imbarcazione che si dirigeva verso il cargo italiano fino a invertire la rotta dopo l’intervento di dissuasione dei nostri militari con segnalazioni ottiche seguite dopo un certo tempo da colpi sparati in acqua.

Secondo: l’intervista  televisiva rilasciata dal comandante del St. Antony, Freddy Bosco, che certificava  come l’incidente, in cui sono morti i due pescatori, fosse avvenuto verso le 21,20, sempre ora locale. Cioè cinque ore dopo l’allarme lanciato dalla Lexie.

Terzo: la denuncia inoltrata da un peschereccio, poco dopo le 21,30, alla guardia costiera indiana che parlava di un incidente con un mercantile e della morte di due pescatori. Una circostanza questa riferita agli inquirenti anche dal comandante in seconda della nave italiana, Carlo Noviello, raccontando che la guardia costiera di Kochi aveva avuto, nello stesso giorno dell’incidente della Enrica Lexie, un conflitto a fuoco con due barchini pirata che avevano cercato di assaltare una nave greca. 

Tant’è che sarà la stessa guardia costiera indiana a invitare, alle 21 e 36, il cargo italiano a invertire la rotta e rientrare nel porto di Kochi dicendo, ricorda Noviello, “che avevano catturato due barchette sospette pirata e volevano l’eventuale riconoscimento da parte nostra”.

Quarto: l’esistenza di una perizia balistica farlocca, fatta in assenza dei periti di difesa, che non riesce a spiegare come sia possibile che colpi sparati a 150 metri di distanza e da un’altezza di oltre 21 metri fuori dell’acqua (la petroliera era vuota), avessero  attinto il peschereccio con una traiettoria orizzontale. 

Eppure, nonostante i tanti elementi forniti a discolpa dei due Marò, lo scoop venne accolto dal silenzio assordante di chi, istituzionalmente e non, si stava occupando della vicenda. In questi giorni, Capuozzo, si è recato nuovamente in India da dove ha annunciato che nel corso della trasmissione “Terra!”, prevista per lunedì 3 marzo, avrebbe rivelato “nuovi elementi che potrebbero scagionare Latorre e Girone” facendo anche “ il resoconto di due anni di prove insabbiate, omissioni, patteggiamenti e manipolazioni”.

Secondo quanto appreso da ulteriori e nuovi elementi, sulla innocenza dei due fucilieri italiani, riguarderebbero l’esistenza mai rivelata di foto, e forse anche di un breve filmato, realizzate nel giorno dell’incidente da bordo della Enrica Lexie, che ritrarrebbero il barchino pirata durante il suo tentativo di abbordaggio e le manovre di allontanamento. Sennonchè, le dimensioni e i colori dell’imbarcazione risulterebbero del tutto diversi da quelli del peschereccio St. Antony su cui erano imbarcati i due pescatori rimasti uccisi. 

Dunque, saremmo in presenza di una prova che scagionerebbe definitivamente Latorre e Girone confutando alla radice il menzognero castello d’accuse costruito ad arte dalla polizia di Kerala e fatto proprio dalla National Investigation agency (NIA). Una prova che sarebbe stata trasmessa dai Marò, in servizio sulla Lexie, direttamente al Centro operativo interforze (COI) di Roma deputato a ricevere l’allarme e a smistarlo agli organi di competenza come i ministeri della Difesa e degli Esteri. 

E bene hanno fatto prima che il tutto venisse sequestrato dagli inquirenti indiani saliti a bordo della nave italiana nel frattempo fatta rientrare con l’inganno nel porto di Kochi. Perché  di queste foto non se ne sia saputo niente, è un vero mistero. Forse qualcuno ha pensato di tenerle nascoste visto la piega assai negativa che stava assumendo, in India, la vicenda con possibili, serie ripercussioni nelle relazioni con il nostro paese. 

Oppure non sono state valutate, in tutta la loro portata, pensando che il caso potesse comunque risolversi positivamente percorrendo le vie diplomatiche e del compromesso. Sia come sia un dato è certo: pur improvvisando con mezzi di fortuna personali, nonostante fossero da tempo obbligatorie  solo dopo l’incidente della Lexie sarebbero state date in dotazione ai militari in servizio antipirateria macchine fotografiche e telecamere, i Marò rispettarono alla lettera la procedura prevista documentando opportunamente l’”Approach pirate attack”  e trasmettendo il tutto al COI di Roma. 

Con queste ultime rivelazioni possiamo comprendere appieno il grave stato di disagio e prostrazione in cui versano da innocenti, insieme alle loro famiglie, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Disagio e prostrazione che stanno mettendo a dura prova la tenuta, sin qui fiera e dignitosa, dei due fucilieri la cui irrequietezza cresce giorno dopo giorno fino a sfiorare, nonostante lo spirito di disciplina, quel punto di non ritorno per un militare quando, rompendo le consegne avute, inizia a pensare di battersi in prima persona per l’accertamento della verità e a difesa della propria innocenza. 

Il che stravolgerebbe il disegno di coloro che in Italia, pur conoscendo la verità dei fatti, hanno finora perseguito inutilmente la strada del compromesso con le autorità indiane rinunciando  ad affermare e sostenere con convinzione la totale innocenza di Latorre e Girone. A nulla varrà blandirli con promesse di vario tipo, o reiterando l’invito al silenzio per evitare altri danni, in presenza di un futuro che, per ora, non c’è. Un futuro che vuol dire “tornare in Patria con Onore”.

Wednesday, April 15

GENOCIDIO IN ARMENIA. MA QUALE "MASSACRO"!!!

Il prossimo 23 aprile, la chiesa armeno-ortodossa proclamerà nuovi santi. Lo ha annunciato pochi giorni fa, con una lettera enciclica, il patriarca Karekine II, che ha così aperto ufficialmente le celebrazioni per i cento anni dal “Metz Yeghérn”, il Grande Male, termine con il quale è ricordata la strage degli armeni in Turchia avvenuta negli anni del primo conflitto mondiale. 

I nuovi santi – santi e martiri, ai quali sarà dedicata una Giornata della memoria il 24 aprile – sono tutti coloro che trovarono la morte in quell’immane operazione di pulizia etnico-religiosa che avrebbe ispirato all’avvocato russo-polacco Raphael Lemkin il termine inedito di “genocidio”. 

Lemkin, ebreo fuggito in Svezia nel 1939 dopo l’invasione nazista della Polonia, lo coniò proprio per descrivere lo sterminio degli armeni, alla ricostruzione del quale si era a lungo dedicato. Non poteva sapere che quella triste parola sarebbe stata poi per sempre associata al destino di sei milioni di ebrei nell’Europa del Novecento.

Nella nuova edizione del libro intitolato “Il genocidio degli armeni” (il Mulino) lo storico Marcello Flores si chiede se l’assassinio del giornalista turco di origine armena Hrant Dink, nel 2007, sarà davvero ricordato come “l’ultimo  terribile colpo di coda della violenza nazionalista turca”, e parla dei passi avanti, nel riconoscimento del genocidio, fatti da vasti settori della società turca negli ultimi anni. 

A quella nuova consapevolezza, forse, si devono le caute condoglianze che lo scorso anno il presidente turco Erdogan aveva rivolto all’Armenia nella ricorrenza del 24 aprile. 

Ma continua a non esserci il minimo riconoscimento della volontà di sterminio e di pulizia etnico-religiosa che animava i governanti ottomani e i Giovani turchi nei confronti dei sudditi armeni (cristiani) dell’Impero.

Negli ultimi giorni, c’è stata la dura replica di Ankara alle parole di Papa Francesco sul genocidio degli armeni, “il primo del Ventesimo secolo”; prima ancora, Erdogan aveva deciso di commemorare a modo suo il 24 aprile. 

Per quella data, il presidente armeno Serzh Sarksyan ha da tempo invitato a Erevan tutti i leader del mondo (Erdogan compreso) per la celebrazione solenne del centenario del genocidio. 

Il presidente turco ha allora replicato fissando per lo stesso giorno la commemorazione della battaglia di Gallipoli del 1915 (quando gli ottomani fermarono l’esercito Alleato) mai in precedenza celebrata il 24 aprile. 

Difficile immaginare qualcosa di più pretestuoso (Erdogan ha invitato anche il presidente armeno, che ha parlato di “gesto cinico” e di “sabotaggio del centenario del genocidio”). E anche di più scivoloso, per  capi di stato e di governo che dovranno scegliere dove presenziare. 

Se il russo Putin e il francese Hollande hanno confermato la loro presenza a Erevan, il premier inglese Cameron ha spiegato che “pur comprendendo la grande importanza del centenario” il 24 sarà in Turchia. E l’Italia? 

A giudicare dalle dichiarazioni del sottosegretario agli Esteri Sandro Gozi (“non è compito dei governi decidere cosa sia successo cento anni fa, spetta agli storici”) e soprattutto da un episodio raccontato ieri dall’Huffington Post, siamo ben lontani dalle parole di Papa Francesco: per accordare il patrocinio a una rassegna dedicata a fine marzo al popolo armeno a cent’anni dagli avvenimenti del 1915, il ministero dei Beni culturali ha voluto che fosse cancellata la parola “genocidio” dal titolo dell’iniziativa. 

E’ così che “Armenia, a cento anni dal genocidio” è diventato “Armenia: metamorfosi tra memoria e identità”. 

E pensare che il termine “genocidio” fu coniato nel 1939 da un avvocato ebreo, il russo-polacco Raphael Lemkin, proprio per descrivere lo sterminio degli armeni.

“Il centenario del Genocidio degli armeni è davanti a noi, e le nostre anime risuonano di una potente richiesta di verità e giustizia che non sarà messa a tacere”, scrive il patriarca Karekine II (la traduzione integrale della sua lettera è sul sito Asianews). Il riferimento è all’attuale governo turco che, in linea con tutti quelli che lo hanno preceduto, non accetta di riconoscere né l’entità né la premeditazione del Grande Male. 

Di conseguenza, non ha mai accettato e non accetta di chiamarlo “genocidio” e nemmeno “strage” degli armeni. Eppure, è difficile negare che almeno su una cosa – la volontà di far fuori la componente armena in Turchia, circa due milioni di persone – ci fu piena continuità e sintonia tra il morente impero ottomano, il movimento dei Giovani Turchi e la nuova nazione laica e modernizzante di Kemal Atatürk, da cui ha origine la Turchia contemporanea. 

Cristiani in terra musulmana, in genere istruiti, donne comprese, intraprendenti e ben radicati nelle professioni e nel commercio, gli armeni non erano certo nuovi alle persecuzioni, visto che già dal 1894 al 1896 il sultano Abdul Hamid II aveva condotto una dura campagna di repressione contro di loro, per soffocarne ogni remota velleità autonomista. 

Ma il Grande Male vero e proprio esplose con la deportazione e l’eliminazione violenta della minoranza armena nel corso della Prima guerra mondiale, ed ebbe il suo culmine quando il controllo del governo della Sublime porta passò nelle mani dei Giovani Turchi.

Laici, modernisti e fieramente nazionalisti, i Giovani Turchi non ci avrebbero messo molto a deludere tutti coloro che speravano in una nuova èra di libertà e tolleranza per le minoranze dell’impero. Per loro la priorità rimase, insieme con la modernizzazione economica e sociale, l’uniformizzazione del paese su base etnica e religiosa, secondo quell’ideologia panturanica che attribuiva alla nazione turca confini ben più vasti di quelli anatolici (il massimo teorico del movimento panturanico moderno, l’ungherese Arminius Vámbéry, sosteneva che “i popoli turchi avrebbero avuto diritto di formare una grande entità politica compresa tra i monti Altai e il Bosforo”). 

Già dal gennaio 1913, un triumvirato di Giovani Turchi formato da Enver Pascià, Taalat Pascià e Ahmed Jemal aveva cominciato a pianificare nei dettagli la persecuzione delle minoranze dell’impero, prima tra tutte quella armena. 

Dal 1914, con l’entrata in guerra della Turchia a fianco degli Imperi centrali, ci fu un’accelerazione. “Tra l’aprile e il maggio 1915 – spiega Alberto Rosselli, autore del libro ‘L’olocausto armeno’, di cui a fine gennaio uscirà per Mattioli 1885 una quarta edizione ampliata – i turchi concentrarono i loro sforzi nell’eliminazione dell’élite economico-culturale e dei militari armeni. E il 24 aprile 1915, a Costantinopoli, circa cinquecento esponenti di quell’élite furono incarcerati e uccisi”.

In quella che sarebbe diventata la data simbolo del genocidio fu dato inizio a un massacro indiscriminato. Tra il maggio e il luglio del 1915, gli ottomani, spalleggiati da bande curde e formate da ex detenuti, batterono le province di Erzerum, Bitlis, Van, Diyarbakir, Trebisonda, Sivas e Kharput, allo scopo di distruggere e disperdere le comunità armene

Annunciata da un ordine di deportazione che non era altro che una condanna a morte differita, la pulizia etnica non risparmiò donne, vecchi, bambini, sacerdoti. “Non sia usata pietà per nessuno, tanto meno per le donne, i bambini, gli invalidi… ”, si raccomanderà il ministro Taalat Pascià in un dispaccio al governatore turco di Aleppo, il 15 settembre 1915. 

Corollari delle deportazioni furono la distruzione sistematica di chiese, monasteri e scuole e la confisca di tutti gli averi delle comunità, considerati senza ombra di ironia “beni abbandonati” da coloro che erano stati uccisi o strappati con le armi alle loro terre (il diplomatico tedesco Max Erwin von Scheubner-Richter calcolò all’epoca che “i profitti derivati all’oligarchia dei Giovani Turchi e ai suoi lacchè dai beni rapinati agli armeni arrivarono a toccare la cifra astronomica di un miliardo di marchi”).

Di uno di quegli episodi di persecuzione – uno dei pochi in cui ci fu un atto di disobbedienza da parte armena – parlò lo scrittore ebreo praghese Franz Werfel nel romanzo “I quaranta giorni del Mussa Dagh” (Corbaccio). 

Fu pubblicato nel 1933, dopo essere stato concepito sull’onda della compassione provata da Werfel a Damasco, nel 1929, di fronte a ragazzini armeni “profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti”: quella visione lo aveva convinto che fosse necessario “strappare dalla tomba del passato l’inconcepibile destino del popolo armeno”. 

Le deportazioni di massa erano organizzate come viaggi verso il nulla, la cui meta finale non poteva che essere la morte. Quei pochi governatori turchi che tentarono di eludere gli ordini in arrivo da Costantinopoli pagarono con la destituzione

Nel luglio 1915, il governatore di Ankara, che si era opposto allo sterminio indiscriminato, fu rapidamente sostituito da un funzionario più sollecito, che seppe meritarsi pienamente la carica quando, nell’estate di quello stesso anno, nella città di Siirt fece uccidere più di diecimila cristiani, tra armeni, nestoriani e greci del Ponto.

Ma la soluzione del “problema armeno” procedeva ancora troppo a rilento, a giudizio del governo turco, rispetto ai piani iniziali. “Il numero settimanale dei morti non è ancora da considerarsi soddisfacente”, si lamentava in una relazione, nel gennaio del 1916, il notabile Abdullahad Nouri Bey. 

Per questo, spiega ancora Rosselli in un articolo sull’ultimo numero del trimestrale Storia Verità, in quell’anno “Enver Pascià, Taalat Pascià e Ahmed Jemal ordinarono a governatori e capi di polizia di ‘eliminare con le armi, ma se possibile con mezzi più economici, tutti i sopravvissuti dei campi siriani e anatolici’”.

Nel 1918, alla fine della guerra, quando la Turchia dovette capitolare, i dirigenti del partito dei Giovani Turchi furono arrestati dagli inglesi. Un processo-farsa a loro carico fu poi tenuto l’anno successivo a Costantinopoli, con la supervisione del nuovo premier turco, Damad Ferid Pascià, che pure alla Conferenza di pace di Parigi, nel 1920, aveva dovuto riconoscere i crimini perpetrati ai danni degli armeni (fu, di fatto, l’unica volta che un’ammissione del genere arrivò dalle autorità turche). 

Le condanne – alcune mai scontate, perché i capi dei Giovani Turchi avevano in gran parte trovato riparo all’estero – furono rapidamente archiviate e alcune perfino cancellate.

Come aveva intuito anche Werfel, sul popolo armeno fu sperimentata, per la prima volta nel Novecento, un’efficienza del tutto moderna, di tipo “industriale”, nell’organizzazione dello sterminio. Sul tema, un importante lavoro pubblicato in Italia è quello di Marcello Flores, “Il genocidio degli armeni”, uscito nel 2006 per il Mulino, nel quale l’autore conclude che “il genocidio degli armeni è ormai entrato a pieno titolo nella storia del Novecento”. 

Flores fa parte, con Rosselli, del gruppo di studiosi – gli altri sono Martina Corgnati, che è anche coordinatrice del progetto, David Meghnagi, Patrizia Violi, Emanuele Aliprandi, Ugo Volli, Matteo Miele, Manuela Fraire, Federica Mormando, Peppino Ortoleva – che pubblicherà, nel marzo di quest’anno, “Il genocidio infinito” (Guerini), dedicato al centenario della strage degli armeni.

Per la Turchia contemporanea come per quella kemalista, lo sterminio degli armeni fu qualcosa di fatalmente legato alle turbolenze politiche di un periodo massimamente cruento della storia. La versione turca sostiene che i massacri ai danni di quella minoranza nacquero dalla necessità di reprimere moti indipendentisti, e che la cifra dei morti non superò le trecentomila persone, contro il milione e mezzo denunciato da chi parla di genocidio. 

Chi osi associare questa parola a ciò che accadde agli armeni tra il 1915 e il 1916 rischia tuttora, in Turchia, da sei mesi a due anni di prigione, in nome dell’articolo 301 del codice penale che prevede il reato di “vilipendio dell’identità nazionale”. Una legge alacremente applicata, che non ha risparmiato Orhan Pamuk, lo scrittore turco vincitore del Nobel per la Letteratura nel 2006, tuttora sotto processo per aver parlato nel corso di un’intervista a un giornale svizzero dello sterminio degli armeni

Ma soprattutto va ricordato Hrant Dink, il giornalista turco di origine armena assassinato nel gennaio del 2007, dopo che nel 2005 era stato condannato a sei mesi di galera per i suoi articoli dedicati alla memoria del Grande Male.

A questo centenario del genocidio si arriva con una ventina i paesi che lo riconoscono esplicitamente. In Francia, paese con una consistente quota di discendenti dei sopravvissuti al Metz Yeghérn, nel 2012 è stata bocciata come incostituzionale, in quanto lesiva della libertà di espressione, una legge votata dall’Assemblea nazionale che stabiliva, per chi negasse il genocidio, ammende fino a 45.000 euro e un anno di detenzione

Il cantante Charles Aznavour (probabilmente l’armeno più famoso di Francia), tre anni fa fece sensazione con la sua polemica proposta di rinunciare a quella parola indigeribile da parte turca, capace da sola, con il suo potere evocativo, di impedire qualsiasi possibilità di rapporto tra Turchia e Repubblica di Armenia, lo stato indipendente sorto nel 1991 dopo la dissoluzione dell’URSS. Poteva bastare, disse, una chiara ammissione di responsabilità: “Hanno ucciso e volevano uccidere. 

Questo è l’importante”, disse il cantante nel corso di un’intervista televisiva, nella quale spiegava il suo timore di vedere la giovane nazione armena ogni giorno più svuotata, impoverita, assediata dalle nuove ambizioni kemaliste del presidente turco Erdogan: “Tutto questo mi preoccupa molto. Nel frattempo rimaniamo paralizzati sulla parola ‘genocidio’ e i turchi ne traggono vantaggio”.

Dall’epoca di queste dichiarazioni, la realtà di quella parte del mondo è molto cambiata, in peggio. Se nel 2011 ancora era all’ordine del giorno la volontà della Turchia di entrare in Europa – e il riconoscimento dei massacri degli armeni, almeno sulla carta, fa tuttora parte delle richieste dell’Unione per dar corso alla pratica – oggi quella non sembra più una vera priorità per Ankara. 

E se nel 2009, anche sull’onda dell’emozione provocata due anni prima dalla morte di Dink, circa duecento intellettuali turchi avevano lanciato una petizione nella quale si chiedeva al governo di formulare scuse ufficiali da parte del popolo turco a quello armeno, in relazione ai fatti del 1915, e in trentamila l’avevano firmata, oggi chissà se un’iniziativa del genere avrebbe lo stesso seguito. 

Non di scuse ma di “condoglianze” e di “dolore condiviso” “per le violenze subite dagli armeni da parte dell’impero ottomano negli anni della Prima guerra mondiale” ha tuttavia parlato il presidente turco Erdogan in un comunicato diffuso alla vigilia dello scorso 24 aprile. Un fatto comunque senza precedenti, ma insufficiente per addolcire chi chiede il riconoscimento del genocidio. 

Il presidente armeno Serzh Sargsyan ha ricordato che la Turchia in questo 2015 può cogliere l’opportunità di liberarsi di un “pesante fardello”, aprendo il confine e avviando normali relazioni diplomatiche, come pure è stabilito in un accordo firmato nel 2009, rimasto inattuato. 

“Ma nel 2015 nulla cambierà – prevede Alberto Rosselli – perché a Erdogan dell’Europa non importa più molto, in linea con quanto pensa la stragrande maggioranza dei suoi governati. Ormai la Turchia guarda all’Asia centrale: all’Uzbekistan, al Kirghizistan, al Kazakistan, l’ultimo Eldorado petrolifero del mondo. E non dimentichiamo la recrudescenza di persecuzioni anticristiane legata ai fatti siriani. La Turchia ha scelto una posizione ambigua. 

Rimane a guardare (basta vedere quello che accade intorno a Kobane) mentre l’IS se la vede con i curdi e fa piazza pulita dei cristiano caldei. Inoltre, è cronaca di questi giorni, nuovi arresti di giornalisti dimostrano quanto sia fragile l’illusione di una Turchia democratica, laica e rivolta all’Europa”. 

Rosselli ricorda anche l’occasione volutamente perduta dalla Amministrazione Obama poco più di un anno fa, alla fine del 2013, “per portare al voto in Aula, al Congresso, una risoluzione di condanna della Turchia per il genocidio armeno, già passata a maggioranza nella commissione Esteri nel 2009. 

In quell’occasione, Erdogan aveva richiamato per un mese il suo ambasciatore, e quattro anni dopo Obama non ha voluto rischiare di irritare di nuovo quello che considera un alleato, ma che appare sempre più lontano e inaffidabile”.

Con un tempismo che ha del simbolico, il 28 gennaio prossimo la Grande Chambre della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo si pronuncerà sul caso che oppone il politico turco Dogu Perinçek alla Svizzera. 

Nel 2005, Perinçek aveva definito “menzogna internazionale” la tesi del genocidio, nel corso di una manifestazione appositamente convocata a Losanna, ed era stato condannato a un’ammenda per “violazione consapevole delle leggi svizzere contro la negazione del genocidio con motivazioni razziste”. 

Nel dicembre del 2013, dopo il ricorso di Perinçek, la Corte di Strasburgo aveva condannato la Svizzera per violazione della libera espressione del pensiero, e ora, dopo l’appello elvetico, si attende la decisione definitiva. 

A intervenire come parte nel giudizio, stavolta, ci sarà anche la Repubblica di Armenia, che si avvale di una rappresentanza legale di cui fa parte anche la fresca sposa di George Clooney, Amal Alamuddin, avvocatessa anglo-libanese specializzata in diritto internazionale.

Ma la vera partita per far entrare il genocidio degli armeni “a pieno titolo nella storia del Novecento”, come ha scritto Marcello Flores, si gioca, più che nelle aule di giustizia, sul piano culturale. 

Lo sa bene la scrittrice Antonia Arslan, italiana discendente di armeni sopravvissuti al Grande Male, che con i suoi libri ispirati alle vicende avvenute cent’anni fa – primo tra tutti “La masseria delle allodole” (Rizzoli), ma anche “La strada di Smirne” e “Il libro di Mush” (Skira) – ha contribuito in modo decisivo a cambiare lo sguardo verso quegli eventi in tanta parte dell’opinione pubblica, non solo in Italia.

Da questo centenario, ci dice Antonia Arslan, “mi aspetto che nasca una visione più serena e più vasta su quel terribile evento, che ha determinato la possibilità del motiplicarsi dei genocidi nel Novecento. 

Legami fra il genocidio degli armeni e la Shoah sono emersi e continuano a emergere in modo costante e inequivocabile

A questo proposito, a metà gennaio la casa editrice di cultura ebraica Giuntina pubblicherà, a cura di Francesco Berti e Fulvio Cortese, un libro che raccoglie le testimonianze di ebrei sul Metz Yeghérn. Si intitola ‘Pro Armenia. 

Testimonianze ebraiche al genocidio degli armeni’. E quel legame tra genocidio armeno e Shoa lo racconta benissimo, in un documentario del 2010, anche il regista tedesco Eric Fiedler

E’ intitolato ‘Aghét’, la catastrofe, che è l’altro nome che gli armeni danno al genocidio. Fiedler ha messo insieme voci di tedeschi che furono testimoni oculari della persecuzione e che scrivevano a casa, oppure alle autorità o ai giornali. 

Tutti si chiedevano come potesse la Germania essere alleata di un paese che perpetrava quegli orrori”. Che tutto questo non sia diventato parte della coscienza comune, aggiunge Antonia Arslan, “e che continui a non essere riconosciuto, lo rende sempre attuale. 

Il nipote del sopravvissuto ancora si chiede perché non può andare in Turchia a piangere i propri morti o perché deve vedere scuole turche intitolate agli assassini del suo Popolo”.

Saturday, November 29

TITO

La pace durerà cent'anni, ma dobbiamo esser pronti a entrare in guerra domani.
Josip Broz Tito (1892 – 1980) Leader mondiale e Uomo di Stato.

Libro consigliato.

Saturday, December 14

MATTEO MESINA DENARO INSEGUITO DA UNITA' CRIMOR


ONORE E RISPETTO ALL'UNITA' CRIMOR 

 Undici effettivi a Milano: 

"Artista": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu congedato 

"Ultimo": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito al N.O.E.; 

"Arciere": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Pinerolo, congedato; 

"Aspide":          ======================

"Barbaro":       ======================

"Nello": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Novara, congedato; 

"Omar": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Cagliari, congedato; 

"Ombra": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Milano; 

"Oscar": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Varese, congedato; 

"Pirata": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla D.I.A. congedato ; 

"Tempesta";       ======================

"Vichingo": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Asti. 

"Ninja": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR fu trasferito alla "Territoriale" di Prato; deceduto il 26.08.2000; 

"Pluto": allo scioglimento dell'Unità CRIMOR si congedò; 

"Solo":        ==========================

"Parsifal": deceduto per malattia prima dello scioglimento dell'Unità CRIMOR

Wednesday, October 9

E' MORTO LO SCRITTORE DELL'INTELLIGENCE.

Tom Clancy è morto, all’età di 66 anni, in un letto d’ospedale di Baltimora. Visse una vita di successi, con 17 libri arrivati al primo posto nelle classifiche dei best sellers. Parlò sempre di guerra, o di spionaggio, ma la sua fu un’esistenza tranquilla, ricca di fantasia, studi e creatività. Se arrivò al successo, lo dovette alla sua tenacia e al caso. In piena Guerra Fredda, nel 1984, forte della sua passione in storia e tecnologia militare, scrisse “Caccia a Ottobre Rosso”, pubblicato da una piccola casa editrice di libri dedicati alla marina (Naval Institute Press). Il volume finì nelle mani del presidente Ronald Reagan, che se lo divorò, lo definì “perfetto” e lo disse alla stampa.

Clancy fu profetico: di lì a cinque anni, non un singolo sottomarino, ma intere nazioni del Patto di Varsavia iniziarono a disertare e passare al Mondo Libero. Dopo averci descritto i segreti della moderna guerra navale, Clancy, nel 1987, ci fece sapere come sarebbe stata combattuta una guerra mondiale fra Usa e Urss, in “Uragano Rosso”. In questo caso, fortunatamente per noi, non fu profetico. Ma rivelò tutta la sua profonda conoscenza della materia, arrivando persino a descrivere scene di azione degli F-117, gli aerei invisibili che, allora, “non esistevano” ancora, celati agli occhi di americani, alleati e nemici. “In realtà sono una spia da 15 anni. Il mio lavoro nelle assicurazioni era solo una copertura”, disse ridendo in una conferenza stampa. Qualcuno gli credette. Ma Clancy non era una spia, era semplicemente un appassionato, scriveva “esclusivamente per divertimento”, come disse in più di un’occasione.

Ma sull’11 settembre, Clancy ebbe sempre idee chiare: “Sapevo che doveva essere un piano di islamici, perché sono le uniche persone al mondo che pensano che vi sia qualcosa di migliore dopo la morte”. Ma non ebbe mai la tentazione di dire, come fanno molti anche oggi, che “si stava meglio quando si stava peggio”, quando, cioè, c’era un nemico esplicito con cui “si poteva parlare”. “Nel caso non l’abbiate notato – diceva in un’intervista rilasciata nel 1995 – viviamo in un mondo che, per la prima volta in tutta la storia dell’umanità, è libero dalla paura di una grande guerra”. Cinque anni dopo, invitato al Larry King Live, ribadiva: “Quindici anni fa, c’era un Paese chiamato Unione Sovietica che disponeva di oltre 10mila testate nucleari puntate su di noi … ora non c’è più". Ed è una buona cosa. E quando la gente parla di come il mondo di oggi sia diventato più pericoloso di allora, a causa di tutti questi terroristi che girano per il pianeta, io rispondo sempre che un terrorista è come una zanzara.

"La democrazia è l’unico sistema che permette un facile accesso alle informazioni e buone comunicazioni. E la tecnologia è il fattore che facilita le comunicazioni”. Inoltre, “i Paesi che non impongono controlli sul sapere e sulle informazioni tendono a funzionare meglio, perché l’uomo medio è esposto a più informazioni e ha maggiori possibilità di esprimere nuove idee e far profitti su di esse”. Benché vicino, per passione, a storie ambientate in ambienti governativi e Servizi segreti, Clancy pensava sinceramente che: “Ci sono persone, nei governi, che non vogliono che altre persone conoscano quel che loro sanno".

Grazie per quello che hai scritto e, come l'hai scritto. Fa un buon volo.

Monday, September 30

ONORE E RISPETTO: "AD MEMORIAM"

 “Chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato”. George Orwell

- Colonnello Renzo Rocca. Morì il 27 giugno del 1968, nel suo ufficio a Roma, ufficialmente si è sparato. Nel suo ufficio si precipitarono, prima ancora della Polizia, ufficiali del SID e della Divisione Affari Generali e Riservati del Ministero dell'Interno. Il Magistrato incaricato di indagare, Dr. Pesce, non credeva al suicidio e venne rimosso dall'incarico.

- Maresciallo Vincenzo Li Causi. Comandava il "Centro Scorpione" di Trapani. ucciso da un "proiettile vagante" durante la missione IBIS in Somalia.

- Generale Enrico Mino, Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri. Muore il 31 ottobre del 1977, l'elicottero su cui viaggiava esplode in volo.

- Generale Antonino Anzà. Generale di Corpo d'Armata, in servizio al SID, viene  trovato morto nella sua abitazione, per un colpo al cuore esploso dalla sua pistola. 

- Generale Giogio Manes, Vice-Comandante dell'Arma, beve un caffè in ufficio, muore dieci minuti dopo. 

- Generale Carlo Ciglieri. Aveva ricevuto un rapporto dal Generale Manes sulla fuga di notizie in merito al "Piano Solo".  Esce di strada con la sua macchina, il 27 aprile 1969.

- Colonnello Mario Ferraro. Ufficiale del SISMI, fu trovato impiccato in casa a Roma. Alto 1,85, si impiccò al porta asciugamani del suo bagno...in ginocchio. Era il 16 luglio del 1995. Anche sul luogo della sua morte, prima della Polizia, si precipitano ufficiali del SISMI. La sua compagna e i magistrati non credono al suicidio. I magistrati rubricano l'ipotesi di istigazione al suicidio, contro ignoti,  in quella di omicidio. L'inchiesta si chiude come suicidio.

- Maresciallo Zummarelli, travolto da una Honda 600 nel periodo in cui era impegnato nelle indagini sul MIG libico. Poco tempo prima aveva confidato ad un amico giornalista, Gaetano Sconzo, di temere per la propria vita

- Maresciallo Antonio Muzio, ucciso con tre colpi di pistola nell'addome mentre si trovava nella sua casa di Pizzo Calabro, il quale aveva lavorato all'aeroporto di Lamezia Terme: uno scalo direttamente coinvolto nella vicenda del MIG libico, del suo recupero sulla Sila e della sua restituzione a Gheddafi (dal settimanale Europeo n. 9 del 28 febbraio 1992)

- Colonnello Sandro Marcucci, precipitato col suo Piper il 2 febbraio 1992 sulle Alpi Apuane. L'aereo brucia (Fosforo?). Il colonnello Marcucci aveva duramente attaccato, accusandolo di corruzione, il generale dell'Aeronautica Zeno Tascio, comandante dell'aeroporto di Pisa dal 1976 al 1979, responsabile del SIOS Aeronautica all'epoca del disastro di Ustica, e inquisito nell'inchiesta del DC9.  

- Capitani Ivo Nutarelli e Mario Naldini morti insieme a Giorgio Alessio, capitani della pattuglia acrobatica delle Frecce Tricolori nella tragedia di Ramstein (Germania). L'ipotesi della collisione in volo sembra poco fondata: da un filmato risulta la presenza sospetta, su una terrazza, di due persone non identificate che, rimanendo appartate, maneggiano, sembra,  un "disturbatore Jammer". Fatto è, che i capitani Nutarelli e Naldini dovessero comparire davanti al giudice pochi giorni dopo perché erano in possesso di qualche importante informazione circa il disastro di Ustica - i giudici volevano infatti chiedere loro il motivo per cui, la notte del disastro, si erano levati in volo ed erano stati costretti a rientrare. 

- Capitano Maurizio Gari, controllore di volo nel centro radar di Poggio Ballone, stroncato all'età di 32 anni da un misterioso e non verificato infarto.

- Maresciallo Alberto Dettori, dello stesso centro radar, trovato appeso ad un albero.

- Maresciallo Antonio Pagliara morto in un incidente stradale. 

- Colonnello Giorgio Teoldi, Comandante dell'Aeroporto Militare di Grosseto morto in un  incidente stradale.

- Giorgio Furetti, Sindaco di Grosseto, poco tempo dopo aver manifestato l'intenzione di volere raccontare ai giudici una circostanza appresa indirettamente muore anche lui. Investito da un motorino.

- Generale Licio Giorgieri , morto in un attentato terroristico, Comandante del Registro Aeronautico Italiano

- Michele Landi, morto il 4 aprile 2002 - consulente informatico per l'omicidio D'Antona e delle Procure di Roma e Palermo, confessa agli amici di essere a conoscenza di novità su Ustica: suicidio per impiccagione.

Friday, June 28

USTICA: MIG23 LIBICO ABBATTUTO A CASTELSILANO 1980

USTICA: "BRIGATA BORGO PIAVE" 1980

USTICA PROCEDIMENTO PENALE NR. 527/84 A G.I.

 - Ufficio Istruzione -
by MEDSEV

IS IT ISLANDER YV615BN-2A DOWNED? HOW?

"On behalf of the Missoni, Castiglioni, Foresti, and Scalvenzi families, it is confirmed that the airplane "Islander number YV615BN-2A", which disappeared on Jan. 4, 2013 with Vittorio Missoni, Maurizia Castiglioni, Guido Foresti, Elda Scalvenzi, pilot Hernan Jose Marchan and copilot Juan Carlos Ferrer Milano on board, has been found," the families said. 

"The "Islander YV615BN-2A" has been identified on the fifth day of the current search mission, thanks to the technology of the oceanographic American ship, the Deep Sea. The wreck is located in the waters to the North of the Los Roques.

A "very similar" disappearance took place exactly five years ago. On January 4, 2008. At the Let L-410UVP airctarft.  A plane a scheduled domestic Transaven flight from Simón Bolívar International Airport to Los Roques Airport off shore in the Atlantic Ocean reported 118 kilometres (64 nmi) north of the port of departure that both engines had failed and that it was at 3000 feet altitude and descending.

The pilot was going to attempt to ditch as close as possible to the Los Roques archipelago. Shortly thereafter, radio contact was lost and the plane disappeared from radar

Carrying 14 people, including eight Italians, went missing in the same area as it flew from Caracas to Los Roques. 

MIRACULOUS
Also that wreckage was finally found it. At the same area and at the same day by oceanographic American ship."

Friday, June 14

MICHAEL MORREL L'OMBRA DELL'OMBRA.

Michael Morrell ha annunciato la sua "uscita di scena" dalla CIA dopo 33 anni di servizio anticipando le inevitabili speculazioni giornalistiche sulle vere motivazioni della decisione: “Quando dico che è arrivato il tempo per la mia famiglia, niente potrebbe essere più vero”, ha scritto nella lettera di dimissioni. Morrell è un pezzo dell’architettura dell’Agenzia di Langley, un tecnico affidabile che ha prestato servizio sotto diverse amministrazioni senza farsi mai notare troppo, qualità eccelsa per un "uomo ombra dell' Intelligence", e occasionalmente è stato il traghettatore della CIA nelle fasi di inquieta transizione. E’ stato l’attentato al consolato americano di Bengasi e la morte del suo amico Chris Stevens a Benghazi a dargli una notorietà che certamente non cercava e, tantomeno,  voleva.

Sunday, June 9

RISPETTO E ONORE


Si celebreranno domani a Roma, nel pomeriggio, i funerali pubblici del Capitano Massimo Ranzani nella chiesa di Santa Maria degli Angeli.

Thursday, June 6

INDAGINE SU PAPELLO AL DI SOTTO DI OGNI SOSPETTO.

All’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, il movimento di rifiuto e contrasto alla mafia e al suo ambito di riferimento, seguito dei successivi tragici eventi delle stragi del 1992, ha avuto un impulso più forte e convinto. Non è certo questa la sede per fare delle analisi, preme qui sottolineare solamente come, in questo ambito, sia venuta costituendosi e conformandosi sempre più nettamente una specifica corrente di pensiero, precisamente caratterizzata sotto l’aspetto della connotazione politica, che ha fatto della lotta alla mafia una vera priorità per taluni, anzi, un’attività con i suoi ritorni anche di natura concreta.

Questo approccio mira a fare prevalere una ben precisa interpretazione su origini, moventi, sviluppi e responsabilità dei fatti più eclatanti dell’attività mafiosa degli ultimi venti anni e presuppone precise connivenze e puntuali favoreggiamenti in una parte delle istituzioni dello Stato.
Questo movimento d’opinione cerca tuttora condivisione e visibilità con una serie di manifestazioni, convegni, studi, pubblicazioni, interventi sul Web, nonché attraverso il mezzo televisivo e le altre forme mediatiche.

Approccio questo, basato sull’enunciazione di ipotesi e teorie suggestive, prive peraltro di puntuali supporti dimostrativi ma che, sostenuto insistentemente nel tempo, diventa per ciò stesso un portato assiomatico, in particolare per chi, delle vicende, ha una conoscenza superficiale e si ferma alle prime e più immediate evidenze. Alle mie odierne dichiarazioni accludo una serie di report, suddivisi per anni, ricavati dal Web con precisi riferimenti circa la loro acquisizione e origine, che stanno a descrivere l’intensa attività di quel composito movimento di opinione cui ho accennato, e che, come si constaterà, è costituito da personalità diversificate, provenienti: dal mondo politico, quali: Sonia Alfano e Giuseppe Lumia che si avvalgono del sostegno, di volta in volta, di altri colleghi tra i quali più assidui: Antonio Di Pietro, Angela Napoli, Fabio Granata, Luigi Li Gotti, Leoluca Orlando e Rosario Crocetta; 

dal mondo delle professioni, quali: Fabio Repici, Gioacchino Genchi, Marco Travaglio che possono contare sul sostegno saltuario di altri, quali: Francesco Pancho Pardi, Concita De Gregorio, Sandra Amurri, Saverio Lodato, don Andrea Gallo, Giuseppe Lo Bianco, per citare alcuni tra i più assidui. Tutti costoro, con altri che non menziono per brevità, sono sostenuti da una serie di associazioni quali: Agende Rosse, Antimafia 2000, La Rete, Associazione Libera, Associazione Nazionale delle Vittime della Mafia, Quinto Potere, Libera Cittadinanza, Associazione Penso Libero e altre ancora. Alle iniziative di coloro che ho sopra citato ha aderito, più o meno saltuariamente, anche un certo numero di magistrati.

L’attività d’informazione e denuncia, in una società aperta, è giustamente consentita a tutti; ed è anche lecito che a queste iniziative possano aderire dei magistrati. Diventa a mio avviso meno normale che si ponga come protagonista di queste manifestazioni anche chi, mentre porta avanti l’azione penale in precisi contesti giudiziari, contemporaneamente partecipa in modo attivo a queste iniziative, esplicitando i propri orientamenti che non possono non apparire come conseguenti da acquisizioni processuali già raggiunte, anche se così non è.

Lo scopo che comunque si ottiene è quello di indirizzare surrettiziamente la pubblica opinione, con modalità che già agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, il senatore Gerardo Chiaromonte, che, prima di essere un importante esponente del Partito comunista è stato un uomo delle istituzioni, aveva individuato e stigmatizzato, nel suo libro “I miei anni all’Antimafia”, come, testuale: “Una giurisdizione parallela di tipo politico-mediatico”. E questo modo di procedere non mi sembra possa rientrare in una corretta interpretazione di deontologia giudiziaria.

Cito a riguardo un brano dell’intervento tenuto dal prof. Luigi Ferrajoli al XIX Congresso di Magistratura democratica del gennaio di quest’anno, quando, riferendosi all’atteggiamento da tenere, da parte del magistrato, riguardo ai processi di cui è titolare, ha sostenuto testualmente: “Soprattutto è inammissibile – e dovrebbe essere causa di astensione e ricusazione – che i magistrati parlino in pubblico, e meno che mai in televisione, dei processi loro affidati. E invece abbiamo assistito in questi mesi a trasmissioni televisive desolanti, nelle quali dei pubblici ministeri parlavano dei processi da loro stessi istruiti, sostenevano le loro accuse, lamentavano gli ostacoli o il mancato sostegno politico alle loro indagini, addirittura discutevano e polemizzavano con un loro imputato e, peggio ancora, formulavano pesanti insinuazioni senza contraddittorio”. 

Questa mia considerazione si riferisce quindi, in modo particolare, a due pubblici ministeri di questo processo, il dott. Antonio Ingroia e il dott. Antonino Di Matteo, ma non solo a loro, perché scorrendo il report che ho citato e allegato si troveranno altri magistrati dei distretti siciliani. Ma oltre all’interpretazione sociologica del prof. Ferrajoli, vorrei segnalare quella tecnica, proposta da un giurista altamente qualificato e certamente non sindacabile sotto il profilo ideologico, il prof. Giovanni Fiandaca. Egli, a proposito dell’art. 338 CP, introdotto come aggravante anche in questo processo e che sostanzia l’ipotesi giuridica del processo per la così detta trattativa Stato-mafia, nel definire quest’ultima una “inquisitio generalis” poco ortodossa, se non abnorme, ne evidenzia, con puntuali osservazioni, la scarsa plausibilità come specifica figura di reato e muove critiche all’asserto, sotto il duplice aspetto dell’elemento soggettivo e di quello oggettivo.

Alla luce di quanto sopra descritto, mi sembra anche che debba risultare evidente il motivo, criticato dall’accusa, per cui non ho ritenuto di rispondere alle domande dei pm in quest’aula. Mi è chiaro e rispetto il principio che questi è una parte del processo, e come tale sostiene doverosamente il suo convincimento. Ora, però, da un ventennio, a partire dalla cattura di Riina Salvatore, fatto che continuo ad attribuire a grande merito dell’Arma dei Carabinieri quale punto di discrimine nella lotta dello Stato a “cosa nostra”, sono oggetto di critiche giudiziariamente non provate e assolutamente infondate. Critiche sostenute, o perlomeno avallate con la loro presenza in ben identificate sedi extragiudiziarie, come dianzi ho evidenziato, anche da rappresentanti dell’accusa in questo processo. 

Ritengo, quindi, che vi sia da parte loro, nei miei confronti, un pesante pregiudizio concettuale e politico da cui mi posso difendere solamente contestando specificatamente, e di volta in volta, gli elementi addotti a sostegno delle accuse rivoltemi. Anche perché queste accuse non sono state prodotte in un’unica soluzione, all’inizio del dibattimento, ma presentate in tempi successivi, come continuazione ininterrotta della fase istruttoria, in tutto l’arco di durata ormai più che quinquennale, di questo processo.

In base a queste considerazioni, non mi pare che possa essere criticabile la condotta da me adottata come imputato coinvolto in questo e in altra vicenda giudiziaria già in sede dibattimentale e che mi ha visto come indagato prima e imputato poi, per un’ipotesi di reato, che la scienza giuridica specialistica del paese considera quantomeno singolare se non insussistente.

Vengo ora alla disamina delle accuse che mi riguardano con una ulteriore puntualizzazione a cui tengo particolarmente.

Mi riferisco all’accusa di tradimento al giuramento di fedeltà alla Repubblica rivoltomi in quest’aula. A riguardo dico solo che il signor pubblico ministero che la sostiene non ha conoscenze adeguate e quindi sufficiente titolo per esprimere un tale giudizio, perché hanno affermato inequivocabilmente il contrario, e con ben altra cognizione dei fatti, tante prestigiose personalità che nel tempo hanno avuto modo di conoscermi e valutare quindi concretamente il mio operato.

di Mario Mori
Generale dell’Arma dei Carabinieri 
ed ex comandante del ROS


Wednesday, May 29

TERRORISMO O LOBOTIZZATI IDEOLOGICI INTRISI DI NULLA?

Barack Obama ha spiegato pubblicamente le ragioni della giusta guerra contro il terrorismo, condotta anche con aerei senza pilota, i droni, nelle valli del Pakistan e dell’Afghanistan, promettendo una maggior trasparenza nelle operazioni e una maggior attenzione ad evitare vittime collaterali. I due aspetti della guerra al terrorismo, gli attentati nel cuore delle città culla dell’Occidente e i raid dei droni in Oriente, stridono alle orecchie di chiunque. Michael Adebolajo, cittadino britannico di famiglia cristiana, si è convertito all’Islam nel 2003 e, anno dopo anno, si è radicalizzato. Era il periodo delle grandi marce pacifiste contro la guerra in Iraq. La furia assassina di Adebolajo si è caricata in quel contesto: non di pace, ma di lotta all’Occidente .

 

Si era avvicinato al gruppo fondamentalista Al Muhajiroun, ora fuori legge in Gran Bretagna. Un video del 2007 lo ritrae con il cartello di protesta anti-razzista “Crociata contro l’Islam”. Pensava di andare a combattere in Siria, poi ha cambiato idea: si possono ammazzare soldati inglesi anche in Inghilterra. È più facile e si rischia meno. La sua “tesi”, rivendicata in un video è chiarissima: finché le truppe britanniche combatteranno in Paesi islamici «Nessuno di voi potrà dirsi al sicuro (…) Noi abbiamo fede in Allah e non finiremo mai di combattervi». 


Assieme al suo quasi omonimo Michael Adebolawe, anch’egli un radicale islamico britannico, ha assassinato a sangue freddo un soldato disarmato, Lee Rigby. Il militare aveva alle spalle un turno di servizio in Afghanistan, ma difficilmente i suoi due assassini si erano documentati sulla sua vita prima di pugnalarlo e sgozzarlo per strada. Era semplicemente un militare britannico e come tale un “nemico”. 

La storia degli attentatori di Boston è stranamente simile, benché calata in tutt’altro contesto. I fratelli Tsarnaev erano ceceni, ma naturalizzati statunitensi. Sono sempre stati musulmani, ma solo negli ultimi anni si erano avvicinati agli ambienti radicali. Tamerlan Tsarnaev, il maggiore dei due, la mente dell’attentato (stando a quanto è stato finora ricostruito) seguiva le prediche di odio degli imam fondamentalisti su YouTube, si era riempito di materiale di propaganda jihadista ed aveva passato un lungo periodo nel Daghestan, la regione del Caucaso settentrionale conosciuta dai russi come una delle peggiori incubatrici del terrorismo. 

Anche quel poco che Tsarnaev ha detto delle sue idee rivela la stessa retorica di Adebolajo: lotta contro l’imperialismo statunitense nei Paesi musulmani, voglia di vendicare i caduti nelle guerre contro gli Usa, ecc… Bin Laden è stato ucciso, ma Al Qaeda è più forte che mai e sta vivendo il suo momento di gloria nella guerra civile siriana, oltre a uccidere civili musulmani tutti i giorni in Iraq e in Afghanistan. Obama autorizza gli omicidi mirati dei leader jihadisti usando droni e forze speciali. Ma i terroristi colpiscono impunemente a Boston e a Londra, perché sono nati o cresciuti nelle città che scelgono come loro bersagli. 

E contro i loro i droni sono inutili. Inutile soffermarsi sull’inutilità dei controlli agli aeroporti o sull’introduzione di leggi più severe sul porto d’armi: i nuovi terroristi vivono sul luogo del delitto, non prendono aerei, usano pentole a pressione, diserbanti o coltelli per massacrare le loro vittime. La lotta al terrorismo non si riesce a vincere, perché manca un’arma fondamentale alle forze armate occidentali che la stanno combattendo. Non si è mai fatta, né si fa tuttora una vera guerra culturale. 

Nell’attentato a Londra è risultata utile, molto più dei miliardi di sterline spesi per mantenere un corpo di spedizione in Afghanistan, una singola signora, di nome Ingrid Loyau-Kennett, che ha parlato con gli attentatori dopo che questi avevano sgozzato Lee Rigby, distraendoli, prendendo tempo prima dell’arrivo della polizia e impedendo loro di fare altre vittime. Ingrid ha avuto il coraggio di dire in faccia a Michael Adebolajo, dopo aver ascoltato il suo pistolotto sulla guerra dell’Islam contro l’Occidente: «Ora sei solo tu contro tanta altra gente, stai perdendo la tua guerra, cosa intendi fare?».

Sunday, September 9

Ahmad Shah Massoud "Il Leone del Panjshir".

Massoud fu assassinato in un attentato suicida il 9 settembre 2001 a Khvājeh Bahāʾ od-Dīn da due arabi che si fingevano giornalisti di una emittente marocchina. La bomba era nascosta nella telecamera.

Dopo l'attentato, il secondo falso giornalista, leggermente ferito, fu catturato dalle guardie del corpo di Massoud e messo in una cella. Riuscì a scappare ma, quando fu scoperto, tentò di usare la sua pistola e venne ucciso con un colpo di fucile da una guardia del corpo.

Due giorni dopo, l'11 settembre, gli eventi di New York determineranno il diretto intervento degli Stati Uniti.

Al funerale di Massoud erano presenti circa centomila persone. (vedi video)

 Nel 2002 venne candidato postumo al Premio Nobel per la pace ed al Premio Sacharov, istituito dal Parlamento europeo per coloro che si distinguono nel campo della lotta per dei diritti dell'uomo. 

Nello stesso anno, il 25 aprile, Ahmad Shah Massoud è stato proclamato ufficialmente eroe nazionale.

Monday, July 16

My dear friends, I am deeply moved by thousands and thousand yours emails received in few days, where you asked me just to come back in this Blog. I'll do it, as soon as possible, because I think there is not something more beautiful than yours trust and respect so great, to me!
Thank you so much and God
bless all of you
. Adriaticus

Friday, June 29

RITORNA LA CORAZZATA "ROMA" DOPO 70 ANNI.

Nel Golfo dell'Asinara è stata finalmente identificata - dopo decenni di vane ricerche - una parte del relitto della Corazzata Roma, adagiata a circa 1000 metri di profondità ed a circa 16 miglia dalla costa sarda. Lo fa sapere la Marina militare. La nave era stata affondata da due bombe tedesche il 9 settembre del 1943, con 1352 vittime

Il suo affondamento il 9 settembre del 1943 è rimasto nella storia come uno dei simboli più tragici dell'Armistizio dell'8 settembre. In rotta verso Malta per consegnarsi agli ormai ex nemici britannici insieme a quanto restava della regia marina, la corazzata Roma venne colpita dalle bombe guidate "Fritz X" armi segrete lanciate dai bombardieri tedeschi Dornier Do 217 K-2 decollati dall'aeroporto di Istres, a nord-ovest di Marsiglia, per dare la caccia alla flotta italiana salpata da La Spezia.

Quasi 70 anni dopo nel Golfo dell'Asinara è stata finalmente identificata una parte del relitto della corazzata Roma, adagiata a circa mille metri di profondità e a 16 miglia dalla costa sarda . Le prime ed esclusive immagini del relitto sono state riprese dall' Ingegner Guido Gay titolare della società Gaymarine S.r.l., società specializzata nella progettazione e produzione di veicoli e apparecchiature subacquee ad alta tecnologia che da molti anni conduce in zona sperimentazioni di innovative apparecchiature di esplorazione subacquea da lui ideate e costruite.

Grazie all'ausilio di un sofisticato robot subacqueo Pluto Palla (sistemi già in dotazione ai cacciamine della Marina) e ad altri esclusivi strumenti imbarcati a bordo del catamarano Daedalus il sito dove giace il relitto della corazzata Roma è stato individuato e visitato. Il personale della Marina Militare, imbarcato per l'occasione sul Daedalus ha verificato la inequivocabile coerenza delle immagini, riprese per la prima volta il 17 giugno e ripetute il 28 giugno 2012, di pezzi di artiglieria contraerea imbarcata sulla corazzata Roma che vennero separati dalla nave dalla violenza delle esplosioni. Due giorni fa il ritrovamento era stato annunciato da un team di ricercatori guidato da Francesco Scavelli, ma - a quanto si apprende - non si trattava del punto giusto. A bodo della Roma morirono 1.352 marinai, insieme al comandante delle forze navali da battaglia della regia Marina, l'ammiraglio di squadra Carlo Bergamini. Solo 622 furono i sopravvissuti. La marina Militare ha reso noto che i dettagli della scoperta verranno presentati nel corso di una conferenza stampa che si terrà a la Maddalena all'inizio della prossima settimana.

Thursday, June 21

Gen. Nino Di Paolo e Gen. Saverio Capolupo

Oggi l'avvicendamento. Il generale Saverio Capolupo, generale di corpo d'armata che proviene dalle stesse fila del corpo. Capolupo, nato a Capriglia Irpina il 24 maggio 1951, è laureato in Giurisprudenza, Scienze politiche e in Scienze della sicurezza economico finanziaria. Iscritto all’albo dei dottori commercialisti e dei revisori contabili, è docente di Diritto presso l’Università di Cassino. Profondo conoscitore del diritto tributario, è autore di numerosi testi. Attualmente ricopriva a Palermo l’incarico di Comandante Interregionale per l’Italia Sud-Occidentale per la Guardia di Finanza, di cui ha diretto in passato la Scuola di Polizia Tributaria di Ostia Lido. Capolupo subentra al generale Nino Di Paolo, giunto alla naturale scadenza del mandato.