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Wednesday, March 11

PANDEMIA CAPIAMOLA VERAMENTE E SENZA BUGIE!

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), in modo specifico per l’influenza, ha individuato una serie di requisiti necessari perché si verifichi una pandemia. In primo luogo deve emergere un virus geneticamente diverso in modo significativo dai virus che circolano nella popolazione umana e per il quale, quindi, la maggior parte della popolazione non ha immunità. 


Da sempre (?) l’OMS tiene sotto controllo l’emergere di epidemie nel mondo: già nel 1947 (un anno dopo la sua fondazione) aveva creato un servizio di informazione epidemiologica via telex. Tuttavia, negli ultimi anni le cose sono cambiate. In particolare, le International health regulations (IHR) del 2005, entrate in vigore nel 2007, hanno radicalmente modificato i requisiti per le notifiche internazionali. 

A questo scopo l’OMS ogni giorno raccoglie informazioni da fonti diverse: servizi sanitari nazionali, uffici regionali, organizzazioni non governative, università, ospedali, ma anche stampa, radio, televisione, Internet. Quindi non solo informazioni ufficiali, ma anche quelli che gli anglosassoni chiamano rumours, ovvero chiacchiere

Mentre in precedenza gli Stati membri avevano l’obbligo di notificare all’OMS in modo automatico i casi di colera, peste e febbre gialla, da quel momento in poi la notifica parte quando nel territorio di uno Stato viene identificato un evento che può costituire un’emergenza per la salute pubblica di rilevanza internazionale, chiamato anche PHEIC (Public Health Emergency of International Concern). 


A questo punto comincia un processo di verifica al termine del quale parte la diffusione dell’informazione e l’organizzazione della risposta: l’OMS offre un sostegno alle autorità sanitarie della nazione colpita attraverso il GOARN (Global Outbreak Alert and Response Network), una rete alla quale aderiscono le maggiori istituzioni scientifiche e sanitarie del mondo. 

Le capacità di intervento del GOARN vanno dall’invio di team per le indagini epidemiologiche e l’assistenza medica alla fornitura di strutture per le diagnosi di laboratorio o la raccolta dei campioni biologici.

Le malattie epidemiche e pandemiche emergenti e riemergenti costituiscono una seria minaccia alla salute, tanto che il 12° programma generale di lavoro dell’OMS (2014-19) pone come uno dei cinque obiettivi strategici la riduzione di mortalità, morbidità e disagi sociali dovuti alle epidemie attraverso la prevenzione, la preparazione, la risposta e le attività di recupero. 

Prendiamo ora in esame alcuni dei principali eventi di questo inizio secolo che costituiscono o potrebbero costituire potenziali emergenze per la salute pubblica mondiale:




L’influenza s. fu causata dal virus a RNA H1N1.
L'influenza spagnola, altrimenti conosciuta come virus dell'influenza H1N1, questa tragica epidemia, fu una pandemia influenzale, insolitamente mortale, deflagrò tra il 1918 e il 1920 uccise un minimo di 50 milioni di persone: Prima delle tre pandemie che coinvolsero la maggior parte del mondo durante l'ultimo secolo.

Questa epidemia fu portata dai soldati che ritornavano dal fronte del 15-18. Molti di essi, scampati alle granate nemiche, morirono di influenza già al fronte, a guerra quasi finita. Oltre cinquanta milioni di morti "dimenticati".

All’inizio l’influenza virale H1N1 non sembrava destare molta preoccupazione: «Cette maladie a fait son apparition aussi chez-nous, mais sous une forme assez bénigne et peu allarmante. Quelques jours de fièvre et voilà tout» scriveva l’11 ottobre Le Pays d’Aoste e si augurava che «les premiers froids en balayeront les derniers vestiges». Invece la epidemia colpiva solo e soprattutto giovani adulti precedentemente sani. 


 Si stima che un terzo della popolazione mondiale fu colpito dall’infezione durante la pandemia del 1918–1919. La malattia fu eccezionalmente severa, con una letalità maggiore del 2,5% e circa 50 milioni di decessi, alcuni ipotizzano fino a 100 milioni.

Tre focolai di influenza (pandemia) in tutto il mondo si sono verificati nel 20 ° secolo: nel 1918, 1957 e 1968. Questi ultimi 2 erano nell'era della virologia moderna e caratterizzati in modo più completo. Tutti e 3 sono stati identificati in modo informale dai loro presunti siti di origine rispettivamente come influenza spagnola, asiatica e di Hong Kong. Ora sono noti per rappresentare 3 diversi sottotipi antigenici del virus dell'influenza A: H1N1, H2N2 e H3N2, rispettivamente. 

Non classificate come vere pandemie sono 3 notevoli epidemie: una pseudo-pandemia nel 1947 con bassi tassi di mortalità, un'epidemia nel 1977 che fu una pandemia nei bambini e un'epidemia abortiva di influenza suina nel 1976 che si temeva avesse un potenziale pandemico. 

Le principali epidemie di influenza non mostrano periodicità o pattern prevedibili e differiscono tutte l'una dall'altra. Le prove suggeriscono che le vere pandemie con cambiamenti nei sottotipi di emoagglutinina derivano dal riassortimento genetico con i virus dell'influenza A animale.I morti furono più di 200 milioni.Negli anni trenta furono isolati virus influenzali dai maiali e dagli uomini che, attraverso studi siero-epidemiologici furono messi in relazione con il virus della pandemia del 1918. 

Si è visto che i discendenti di questo virus circolano ancora oggi nei maiali.

Forse hanno continuato a circolare anche tra gli esseri umani, causando epidemie stagionali fino agli anni ’50, quando si fece strada il nuovo ceppo pandemico A/H2N2 che diede luogo all’Asiatica del 1957.

Da allora virus simili all’ A/H1N1 continuarono a circolare in modo endemico o epidemico negli uomini e nei maiali, ma senza avere la stessa patogenicità del virus del 1918.

Dal 1995, a partire da materiale autoptico conservato, furono isolati e sequenziati frammenti di RNA virale del virus della pandemia del 1918, fino ad arrivare a descrivere la completa sequenza genomica di un virus e quella parziale di altri 4. Il virus del 1918 è probabilmente l’antenato dei 4 ceppi umani e suini A/H1N1 e A/H3N2, e del virus A/H2N2 estinto.

Questi dati suggeriscono che il virus del 1918 era interamente nuovo per l’umanità e quindi, non era frutto di un processo di riassortimento a partire da ceppi già circolanti, come successe poi nel 1957 e nel 1968. Era un virus simile a quelli dell’influenza aviaria, originatosi da un ospite rimasto sconosciuto.


La curva della mortalità per età dell’influenza, che conosciamo per un arco di tempo di circa 150 anni. ha sempre avuto una forma ad U, con mortalità più elevata tra i molto giovani e gli anziani. Invece la curva della mortalità del 1918 è stata a W incompleta, simile cioè alla forma ad U, ma con in più un picco di mortalità nelle età centrali tra gli adulti tra 25 e 44 anni.

I tassi di mortalità per influenza e polmonite tra 15 e 44 anni, ad esempio furono più di 20 volte maggiori di quelli degli anni precedenti e quasi metà delle morti furono tra i giovani adulti di 20–40 anni, un fenomeno unico nella storia conosciuta. Il 99% dei decessi furono a carico delle persone con meno di 65 anni, cosa che non si è più ripetuta, né nel 1957 e neppure nel 1968. I fattori demografici non sono in grado di spiegare questo andamento.


I virus imparentati a quello del 1918 non diedero più segnali di sé fino al 1977, quando il virus del sottotipo H1N1 riemerse negli Stati Uniti causando un’epidemia importante nell’uomo.

Dopo aver causato un primo focolaio in America Settentrionale ad aprile 2009, un nuovo virus influenzale ha cominciato a diffondersi rapidamente nel mondo, finché a giugno dello stesso anno l’OMS ha dichiarato che si trattava di una p. influenzale. 

L’evento non si era più verificato dal 1968, anno dell’influenza di Hong Kong. 

Nel 2009 la p. di influenza H1N1 è stata dichiarata un PHEIC, così come il riemergere di casi di poliomielite in alcuni Paesi asiatici, del Medio Oriente e dell’Africa centrale nel 2014 e, nello stesso anno, l’epidemia di Ebola in Africa occidentale.

Il virus del 2009 (A/H1N1pdm09) non era mai stato identificato come causa di infezioni negli esseri umani. Le analisi genetiche hanno mostrato che ha la sua origine nei virus influenzali che colpiscono gli animali e che non ha relazioni con altri virus H1N1 che circolavano in precedenza.

La p. del 2009 si è mostrata meno pericolosa delle antecedenti. 

Tuttavia, le prime stime sulla mortalità diffuse dall’OMS nel 2010, contando i casi confermati dai laboratori (circa 16.000 morti), si sono rivelate troppo ottimistiche. 

Uno studio del 2013 valuta che la mortalità per problemi respiratori dovuta alla p. influenzale del 2009 sia stata circa 10 volte più alta: un numero di morti che va da 123.000 a 203.000

Inoltre, benché la mortalità sia simile a quella dell’influenza stagionale, è decisamente più alta tra le persone al di sotto dei 65 anni: tra il 62 e l’85% delle morti ha riguardato persone al di sotto di quella età, contro il 19% dell’influenza stagionale. Questo vuol dire che si sono persi molti più anni di vita (Simonsen, Spreeuwenberg, Lustig et al. 2013).

MERS-CoV. – Nel 2012 in Arabia Saudita è stata identificata una nuova malattia virale che colpisce le vie respiratorie e che può essere anche molto grave. Poiché i casi sono tutti collegati ai Paesi della penisola arabica, la malattia è stata battezzata MERS (Middle East Respiratory Syndrome) e il coronavirus che ne è la causa è il MERS-CoV. I coronavirus sono abbastanza comuni e normalmente causano malattie piuttosto lievi delle alte vie respiratorie, come il raffreddore, ma nel 2002 in Cina è apparso un nuovo coronavirus dalle caratteristiche particolari: causa una malattia molto grave chiamata SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome) che, tra il 2002 e il 2003, ha colpito 8.098 persone in 25 Paesi uccidendone 774.

Anche il MERS-CoV è degno di attenzione: la malattia che causa, i cui sintomi sono tosse, febbre e respiro affannoso, fino a metà gennaio 2015 ha colpito 955 persone e ne ha uccise 351, circa il 30%. I dati disponibili suggeriscono che i dromedari rappresentino la fonte d’infezione (diretta o indiretta) di molti casi umani (Al-Tawfiq, Memish 2014).

La trasmissione interumana appare invece limitata. Il passaggio del virus avviene prevalentemente attraverso goccioline di saliva o per contato diretto; sembra tuttavia plausibile anche la trasmissione per via aerea in quanto tracce di RNA (RiboNucleic Acid) virale sono state rilevate nell’aria di una stalla di dromedari colpiti dal virus. Le misure di prevenzione e controllo sono difficili da mettere in atto perché spesso non è possibile identificare i pazienti in modo precoce: infatti, i sintomi iniziali di questa malattia si possono confondere con quelli di altre patologie respiratorie.

Influenza H7N9 e H5N1. – Un’altra malattia che deve essere tenuta sotto controllo è l’influenza aviaria. Ci sono due virus rischiosi per l’uomo: H7N9 e H5N1. Il primo nel 2013 in Cina è stato individuato per la prima volta negli esseri umani, in pazienti che avevano avuto contatti con i polli. Da allora e fino a gennaio 2015 sono stati riportati 347 casi con un tasso di mortalità del 21%. 

Fino al 2015 non è stata confermata una trasmissione da persona a persona che possa considerarsi efficiente. L’altro virus, H5N1, è apparso per la prima volta nel 1997 e ha un tasso di mortalità ancora più alto: 59% (Bartlett 2014). La differenza principale tra i due virus è che mentre l’infezione causata da H5N1 risulta fatale in tempi rapidi negli uccelli, quella causata da H7N9 è normalmente asintomatica in questi animali. Questo vuol dire che H7N9 ha un reservoir (serbatoio) stabile e silente che è molto difficile da trovare ed eliminare.

Media e pandemie. – Le epidemie e le p. più recenti hanno messo in evidenza il ruolo determinante dei media nella comunicazione e nella gestione del rischio. Da un lato, come abbiamo visto, grazie ai rumours i media sono una delle fonti che contribuiscono a identificare un evento rischioso per la salute pubblica. Dall’altro lato, sono anche il canale di diffusione delle notizie alla popolazione quando c’è un’emergenza per la salute pubblica.

Oggi i social media e le informazioni scambiate su Internet si stanno sostituendo ai media tradizionali e si sta pensando di utilizzarli come opportunità per migliorare la sorveglianza degli eventi epidemici (Velasco, Tumacha, Denecke et al., 2014). 

In particolare, sta nascendo un nuovo settore di ricerca chiamato digital epidemiology che è un approccio interdisciplinare tra scienza, tecnologia e salute pubblica. Già esistono esempi di cosa può produrre questo approccio: un sistema per identificare le comunità con un maggior rischio di alta incidenza di influenza basato sull’analisi delle attitudini nei confronti della vaccinazione rilevate da Twitter (Costello 2015).

Nella percezione del pubblico, tuttavia, non sempre i media svolgono il loro ruolo in modo ineccepibile. Uno studio pubblicato in Svizzera ha analizzato come il pubblico dei non esperti ha recepito il comportamento di quanti, a vario titolo, sono stati coinvolti nella p. influenzale del 2009. 

Ne è uscito un quadro drammatizzato dove si muovono eroi (medici, ricercatori) e vittime (i Paesi poveri), mentre i media sono i cattivi che generano allarme o che sono marionette al servizio di interessi forti e industrie farmaceutiche (Wagner-Egger, Bangerter, Gilles et al. 2011). Infatti, un’accusa che spesso viene mossa ai media è quella di esagerare il rischio di un’epidemia contribuendo così a creare malintesi. Ma si è visto che spesso i media hanno avuto un’influenza positiva sulla percezione della malattia da parte della popolazione, facilitando gli interventi di prevenzione (Riva, Benedetti, Cesana 2014).

Un problema da tenere presente è che il termine epidemia viene utilizzato in due accezioni diverse dagli esperti e dai non esperti. Per i secondi il termine di solito implica un pericolo per la popolazione e un grande numero di vittime, non così per gli epidemiologi, come abbiamo visto. Questa discrepanza contribuisce a creare confusione e può diventare un problema nella comunicazione del rischio. 

L’obiettivo fondamentale infatti è evitare la paura, ma non sempre la comunicazione degli esperti riesce a raggiungerlo: il «New York Times», inondato negli ultimi mesi del 2014 da domande dei lettori su come ci si contagia con Ebola, sostiene che gli esperti spesso sono poco chiari e usano termini ambigui, come per es. l’espressione fluidi corporei, utilizzata senza specificare a quali fluidi è legato il rischio di contagio (Altman 2014).

C’è poi un problema di fondo: ogni nuova minaccia alla salute è accompagnata da incertezze che riguardano in particolare la comprensione di che cos’è la malattia e di quali sono i rischi di trasmissione. L’ammissione dell’incertezza però spesso dà luogo alla sensazione terrorizzante che le autorità sanitarie non sappiano quello che stanno facendo (Rosenbaum 2015). L’equilibrio tra la necessità di essere trasparenti anche su ciò che si ignora e la necessità di trasmettere indicazioni con autorevolezza è difficile da raggiungere e le strategie per ottenerlo meritano un’attenta riflessione da parte dei diversi attori coinvolti.

Bibliografia: Pubblicato da Treccani- P. Wagner-Egger, A. Bangerter, I. Gilles et al., Lay perceptions of collectives at the outbreak of the H1N1 epidemic: heroes, villains and victims, «Public understanding of science», 2011, 20, 4, pp. 461-76; L. Simonsen, P. Spreeuwenberg, R. Lustig et al., Global mortality estimates for the 2009 influenza pandemic from the GLaMOR project: a modeling study, «PLoS medicine», 2013, 10, 11:e1001558; J.A. Al-Tawfiq, Z.A. Memish, Middle East respiratory syndrome coronavirus: epidemiology and disease control measures, «Infection and drug resistance», 2014, 7, pp. 281-87; T.R. Frieden, I. Damon, B.P. Bell et al., Ebola 2014. New challenges, new global response and responsibility, «The New England journal of medicine», 2014, 371, 13, pp. 1177-80; E.C. Hayden, The Ebola questions, «Nature», 2014, 514, 7524, pp. 554-57; M.L. McNairy, W.M. El-Sadr, Antiretroviral therapy for the prevention of HIV transmission: what will it take?«Clinical infectious diseases», 2014, 58, 7, pp. 1003-1111; M.A. Riva, M. Benedetti, G. Cesana, Pandemic fear and literature: observations from Jack London’s The scarlet plague, «Emerging infectious diseases», 2014, 20, 10, pp. 1753-57; UNAIDS (United Nations AIDS), The gap report, Genève 2014; E. Velasco, A.T. Tumacha, K. Denecke et al., Social media and Internet-based data in global systems for public health surveillance: a systematic review, «The Milbank quarterly», 2014, 92, 1, pp. 7-33; L. Rosenbaum, Communicating uncertainty. Ebola, public health, and the scientific process, «The New England journal of medicine», 2015, 372, 1, pp. 7-9. Webgrafia: L.K. Altman, Epidemic of confusion. Like AIDS before it, Ebola isn’t explained clearly by officials, «The New York Times», 10 nov. 2014, http://www.nytimes. com/2014/11/11/health/ likeaids-before-it-ebola-isnt-explained-clearly-byofficials. html?_r=0; J.G. Bartlett, An epidemic of epidemics, «Medscape infectious diseases», 2014, http://www.medscape.com/viewarticle/821073;Graphic: as Ebola’s death toll rises, remembering history’s worst epidemics, «National geographic», 25 ott.2014, http://news. nationalgeographic.com/news/2014/10/ 141025-ebola-epidemic-perspective-historypandemic/; V. Costello, Researchers changing the way we respond to epidemics with Wikipedia and Twitter, «PLoS blogs», 29 genn. 2015, http://blogs.plos.org/blog/2015/01/29/researchers-changing-wayrespond-epidemics-wikipedia-twitt/. Tutte le pagine web si intendono visitate per l’ultima volta il 6 agosto 2015.

Saturday, February 29

GIORNALISTI COMPRATI DA DECENNI

Il 13 gennaio 2017, è morto Udo Ulfkotte.A causa di un infarto cardiaco, apparentemente, sebbene l’immediata cremazione del corpo e l’assenza di un’autopsia non mancheranno di alimentare, proprio per lui che è sempre stato descritto come un teorico della cospirazione, gravi dubbi sulle reali cause della sua morte. 

Nato nel 1960 a Lippstadt in Vestfalia studiò diritto e scienze politiche all’Università di Friburgo dove ottenne il dottorato di ricerca con una dissertazione sulla politica americana e sovietica nel Medio Oriente

Nel 1986 entrò alla redazione della Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ) dove fu per anni corrispondente dall’estero ed acquisì una profonda conoscenza di decine di Paesi, specie in Medio Oriente. 

In quegli anni, così riferì lo stesso Udo Ulfkotte in un’intervista a Russia Today e nel suo recente libro dedicato al tema, egli partecipò a un diffuso sistema di corruttela dei giornalisti tedeschi,indotti da prebende e pressioni a diffondere notizie la cui finalità non era tanto quella di raccontare la verità, quanto quella…di Alessandro Fusillo

POLITICIANS, INTELLIGENCE AGENCY & HIGH FINANCE CONTROL EUROPE MASS MEDIA



Udo Ulfkotte (Lippstadt, 20 January 1960 - 13 January 2017) was a German journalist. He worked as a publisher for the Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ) newspaper.

Udo Ulfkotte became famous in 2014 with the publication of the book Gekaufte Journalisten, "Journalists bought" in which he revealed that he had been in the pay of the CIA and therefore of the USA for 17 years and as the CIA itself and other Secret Service Agencies 
(between CIA , MI6, DB, DSE, to which the Bundesnachrichtendienst BND, German Intelligence) pay money to Western journalists to put some news in a light favorable to them, when not openly propaganda or pro-NATO, suggesting to these journalists that they could easily lose their job in the media if they did not respect the "pro-western agenda".

Having confessed to being sick and near death, he would have decided to unravel the intrigues and agreements currently existing and hidden on which world and European society is based.


Ulfkotte was on the staff of the Konrad Adenauer Foundation from 1999 to 2003. He won the civic prize of the Annette Barthelt Foundation in 2003. Ulfkotte published a magazine called Whistleblower, reporting on topics not covered by the German media.



The BDB merged with Ulfkotte's Pax Europa organisation to form Bürgerbewegung Pax Europa, but Ulfkotte left this in 2008 after an internal dispute. Pax Europa was affiliated to the anti-Muslim Stop Islamisation of Europe (SIOE) alliance and approached the far-right Belgian party Vlaams Belang (VB) for their assistance.
It worked with them to organise an anti-Islamic 9/11 anniversary march in Brussels in 2007, but mayor Freddy Thielemans refused to licence it and it was eventually cancelled, leading to a split between Ulfkotte and SIOE.[14]

Ulfkotte had planned to run for the Hamburg local elections in 2008, as number two on the Centre Party's list,[15] but later withdrew in June/July 2007. In July 2007, Ulfkotte announced he would found a new national party,[13] but this effort failed.

Ulfkotte was a speaker at rallies of the right-wing anti-Islam Pegida movement  and the right-wing party AfD.

In 2014, Ulfkotte published the book Gekaufte Journalisten (German Bought Journalists: How Politicians, Intelligence Agencies and High Finance Control Germany’s Mass Media), in which he stated that the CIA and other secret services pay money to journalists to report stories in a certain light. 

According to Ulfkotte, the CIA and German intelligence (BND) bribe journalists in Germany to write pro-NATO propaganda articles, and it is well understood that one may lose their media job if they fail to comply with the pro-Western agenda. This is part of a larger pattern of media corruption he describes in the book. The first English edition of the book, "Journalists for Hire," was never published, leading to speculation the book had been suppressed or "privished." 

A new translation was finally released under the title "Presstitutes" Der Spiegel noted that "Ulfkotte's book was published by Kopp, a melting pot for conspiracy theorists. Kopp publishes works by ufologists, and by authors who claim the Americans destroyed the Twin Towers of the World Trade Center themselves in 2001. 

Ulfkotte's book was on the bestseller lists for months. "Bought Journalists" is the bible of all those who have renounced their faith in the German media. Ulfkotte's critics see the book as a vendetta against the FAZ, which he left on bad terms."

Ulfkotte died from a heart attack on 13 January 2017 at the age of 56. In April 2017, Jonas Schneider published an e-book which alleges that Ulfkotte's death was a concealed murder.

Saturday, July 28

1991-2011 FASCISMO-ECONOMICO OVVERO BUGIE E SANGUE

Guai se la denuncia del nazi-fascismo, risuonata nel 70° anniversario della liberazione di Auschwitz, servisse a depistare l’opinione pubblica dall’altro più pericoloso FASCISCMO quello ECONOMICO, fondato, principalmente, sulla menzogna che giustifica i peggiori atti, terminando in sistematiche aggressioni a POPOLI E CULTURE, AUTOCTONE, DEL MONDO INTERO

Per esempio la Jugoslavia, rasa al suolo dopo la decisione della Germania, assieme al Vaticano (1991) di riconoscere i separatisti, cattolici, sloveni e croati: inaccettabile, per la nascente EUROZONA, la sopravvivenza di un grande Stato, multi-etnico, come la JUGOSLAVIA  e, con l’economia interamente in mani pubbliche. 

Per esempio la Libia, di Muhamar Gheddafi, travolta dopo una sua  decisione di costituire una Banca Centrale africana con  un'unica moneta in oro, alternativa al dollaro. 

E avanti così, dalla Siria all’Ucraina, fino alle contorsioni terrificanti del cosiddetto ISIS, fondato sulle unità di guerriglia addestrate dall’Occidente in Libia contro Gheddafi, poi smistate in Siria contro Assad e quindi dirottate in Iraq. Possiamo chiamarlo come vogliamo, dice John Pilger, ma è sempre fascismo-economico


«Se gli Stati Uniti e i loro vassalli non avessero iniziato la loro guerra di aggressione in Iraq nel 2003, quasi un milione di persone oggi sarebbero vive, e lo Stato Islamico non ci avrebbe fatto assistere alle sue atrocità», scrive Pilger in una riflessione ripresa dal “Come Don Chisciotte”. 


Se gli USA avessero esitato, disse Obama, la città di Bengasi «avrebbe potuto subire un massacro che avrebbe macchiato la coscienza del mondo». Peccato che Bengasi non sia mai stata minacciata da nessuno: «Era un’invenzione delle milizie SCIITE-islamiche che stavano per essere sconfitte dalle forze governative libiche».

I nuovi “mostri” sono «la progenie del fascismo-economico moderno, svezzato dalle bombe, dai bagni di sangue e dalle menzogne, che sono il teatro surreale conosciuto col nome di “informazione”». Infatti, «come durante il fascismo-economico degli anni ‘30 e ‘40, le grandi menzogne vengono trasmesse con la precisione di un metronomo grazie agli onnipresenti, ripetitivi media e la loro velenosa censura per omissione». 

In Libia, nel 2011 la NATO ha effettuato 9.700 attacchi aerei, più di un terzo dei quali mirato ad obiettivi civili, con strage di bambini. Bombe all’uranio impoverito, sganciate su Misurata e Sirte, bombardate a tappeto. Il massacro di Ghedaffi in diretta mondiale, da parte degli uomini del DGSE, mischiati tra la folla, «è stato giustificato con la solita grande menzogna: Ghedaffi stava progettando il “genocidio” del suo popolo». Al posto della verità: Ghedaffi stava denunciando Nicholas Sarkozy per corruzione

L'insignificante Barak Obama, premio Nobel per la pace disse che se gli USA, non fossere intervenuti immadiatamente, la città di Bengasi «avrebbe potuto subire un massacro che avrebbe macchiato la coscienza del mondo» 

Paradossalmente, avvene un ALTRO tragico fatto:" il, prevedibile, massacro dell'ambasciatore statunitense Chris Stevens e della sua scorta a Bengazi sotto la totale INERZIA della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato. 

Peccato per il povero Stevens, ma Bengasi non è mai stata minacciata da nessuno: «Era una INFAME invenzione delle milizie islamiche sciite libiche che stavano per essere sopraffatte e sconfitte dalle forze governative tripolitane». Le milizie, aggiunge Pilger, dissero alla “Reuters” che ci sarebbe stato «un vero e proprio bagno di sangue, un massacro come quello accaduto in Ruanda». 

La menzogna, segnalata il 14 marzo 2011, ha fornito la prima scintilla all’inferno della NATO, definito da David Cameron come «intervento umanitario». Molti dei “ribelli” sciiti, segretamente armati e addestrati dalle SAS britanniche, sarebbero poi diventati ISIS, decapitatori di “infedeli”. 

In realtà, per Obama, Cameron e Sarkozy – scrive Pilger – il vero crimine di Gheddafi, come prima anticipato, fù l'imminente indipendenza economica della Libia dal franco francese e dal dollaro USA e la sua dichiarata intenzione di smettere di vendere in dollari USA le più grandi riserve di petrolio dell’Africa, minacciando così il petrodollaro, che è «un pilastro del potere imperiale MONDIALE DO CONTROLLO americano». 

«Era l’idea stessa ad essere intollerabile per gli Stati Uniti, che si preparavano ad “entrare” in Africa -gia nel 1999, corrompendo i governi africani con offerte di Clinton e Blair-collaborazione-militare».

Così, “liberata” la Libia, Obama «ha confiscato 30 miliardi di dollari dalla banca centrale libica, che Gheddafi aveva stanziato per la creazione di una banca centrale africana e per il dinaro africano, valuta basata sull’oro».

La “guerra umanitaria” contro la Libia aveva un modello vicino ai cuori liberali occidentali, soprattutto nei media, continua Pilger, ricordando che, nel 1999, Bill Clinton e Tony Blair inviarono la Nato a bombardare la Serbia, «perché, mentirono, affermando che i serbi stavano commettendo un “genocidio” contro l’etnia albanese della provincia secessionista del Kosovo»


Finiti i bombardamenti della NATO, con gran parte delle infrastrutture della Serbia in rovina – insieme a scuole, ospedali, monasteri e la televisione nazionale – le squadre internazionali di polizia scientifica scesero sul Kosovo per riesumare le prove del cosiddetto “olocausto”. L’FBI non riuscì a trovare una singola fossa comune e tornò a casa.

Il team spagnolo fece lo stesso, e chi li guidava dichiarò con rabbia che ci fu «una piroetta semantica delle macchine di propaganda di guerra». Un anno dopo, un tribunale delle Nazioni Unite sulla Jugoslavia svelò il conteggio finale dei morti: 2.788, cioè i combattenti su entrambi i lati, nonché i serbi e i rom uccisi dall'UCK. «Non c’era stato alcun genocidio.

L' "olocausto” jugoslavo è stato una menzogna».

L’attacco NATO era stato fraudolento, insiste Pilger, spiegando che «dietro la menzogna, c’era una seria motivazione: la Jugoslavia era un’indipendente federazione multietnica, unica nel suo genere, che fungeva da ponte politico ed economico durante la guerra fredda».

Attenzione: «La maggior parte dei suoi servizi e della sua grande produzione era di proprietà pubblica. Questo non era accettabile in una Comunità Europea in piena espansione, in particolare per la nuova Germania unita, che aveva iniziato a spingersi ad Est per accaparrarsi il suo “mercato naturale” nelle province jugoslave di Croazia e Slovenia». 

Sicché, «prima che  gli europei si riunissero a Maastricht nel 1991 a presentare i loro piani per la disastrosa Euro-Zona, un accordo segreto era stato approvato: la Germania avrebbe riconosciuto la Croazia». Quindi, «il destino della Jugoslavia era segnato».

La solita macchina stritolatrice: «A Washington, gli Stati Uniti si assicurarono che alla sofferente Pilger-economia jugoslava fossero negati prestiti dalla Banca Mondiale, mentre la NATO, allora una quasi defunta reliquia della guerra fredda, fu reinventata, CON PRONTEZZAcome tutore dell’ordine imperiale».

Nel 1999, durante una conferenza sulla “pace” in Kosovo a Rambouillet, in Francia, i serbi furono sottoposti alle tattiche ipocrite dei sopracitati tutori. «L’accordo di Rambouillet comprendeva un allegato B segreto, che la delegazione statunitense inserì all’ultimo momento».

La clausola esigeva che tutta la Jugoslavia – un paese con ricordi amari dell’occupazione nazista – fosse messa sotto occupazione militare, e che fosse attuata una “economia di libero mercato” con la privatizzazione di tutti i beni appartenenti al governo.

«Nessuno Stato sovrano avrebbe potuto firmare una cosa del genere», osserva Pilger. «La punizione fu rapida; le bombe della Nato caddero su di un paese indifeso. La pietra miliare delle catastrofi era stata posata

Seguirono le catastrofi dell’Afghanistan, poi dell’Iraq, della Libia, della Siria, e adesso dell’Ucraina. Dal 1945, più di un terzo dei membri delle Nazioni Unite – 69 paesi – hanno subito alcune o tutte le seguenti situazioni per mano del moderno fascismo-economico

Sono stati invasi decine e decine di governi, i loro legali rappresentanti rovesciati, i loro movimenti popolari soppressi, i risultati delle elezioni sovvertiti, la loro gente bombardata e le loro economie spogliate di ogni protezione, le loro società sottoposte a un assedio paralizzante noto come “sanzioni”. Lo storico britannico Mark Curtis stima il numero di morti in milioni

«Come giustificazione, in ogni singolo caso una grande, immensa, sporca menzogna è stata raccontata dalla centrale del fascismo-economico-mondiale.»

Sunday, April 15

CHEMICAL ARMS (WEAPONS) THE TRUTH FROM 1918 TO 2018

Edward M. Spiers, professor of strategic studies at Leeds University, in England, explores both the myths and realities of chemical and biological warfare. Organized more or less
chronologically, Spiers recounts the evolution of chemical and biological weapons from the first mass uses of chemical weapons in World War I to the potential of modern biology to transform bioterrorism.

Spiers writes that chemical and biological weapons have probably been around as long as warfare itself. Ancient European, Indian, and Chinese history is replete with the use of poisonous snakes, insects, diseased animals, incendiaries, poison-tipped weapons, and poisoned water supplies in warfare. The first large-scale use of chemical weapons occurred in World War I, when the Germans discharged chlorine gas from cylinders at Ypres, Belgium, in 1915. 

Reported casualties from the gas ranged from 7,000 to 15,000 people, but after the initial surprise, the Allies were able to improvise protective measures. Within five months, the British were able to retaliate at the Battle of Loos, but they suffered 2,000 casualties to their own gas.

The failures of gas to break the enemy’s lines at Ypres, Loos, and other battles contributed to the legacy of gas warfare in World War I as a failure. However, Spiers argues, this legacy was largely shaped by postwar historians, because few participants shared that view. The use of gas actually increased over the course of the war. In addition to consequent casualties, gas negatively affected morale and considerably contributed to psychological and physical stress. Antigas defenses also made warfare more cumbersome, exacerbating logistical and communication challenges.

As evidence of the effectiveness of chemical weapons, real or imagined, Spiers writes that the Allies prohibited Germany from manufacturing and importing asphyxiating or poisonous
gases as part of the Treaty of Versailles that ended the war. Furthermore, in 1925, 44 nations signed the Geneva Protocol, which prohibited the use of chemical and biological weapons by international law and the “conscience and practice of nations.” Nonetheless, during the period between World Wars I and II, Britain considered but, for largely moral and political reasons, did not use chemical weapons in Egypt, Afghanistan, India, and Iraq.

Winston Churchill himself was “strongly in favour of using poisoned gas against uncivilised tribes,” Spiers writes. The eventual use of gas bombs by the Italians in Ethiopia in 1935–36, however, in direct contravention of the Ge ne va Protocol, reawakened Europe to the possibility of gas warfare. In Britain, more than 50 million “antigas” helmets had been distributed by the beginning of World War II. 

INHUMANE

A Kurdish woman carries photos of relatives killed in chemical weapons attacks ordered
Questions of efficacy aside, Spiers writes that a combination of other factors averted the use
of chemical weapons during the Second World War. Because of the industrial and economic
hardships engendered as a result of the First World War, German, French, and British
chemical production capacity was limited. Hitler personally disdained chemical weapons,
which had injured him during World War I

Moreover, early in World War II, Germany did not need to resort to chemical weapons, and the Allies could not risk using them near friendlycivilian populations. Eventually, Germany did test its V1 and V2 rockets with chemical warheads, although the nation was deterred from using them by fear of reprisal against its civilian population. 

By the end of the war, U.S. military-industrial might had produced the world’s largest stock of chemical weapons and the air power to deliver them. However, the development of the atomic bomb, and success on other fronts, made their use unnecessary.

Biological weapons were not used to a significant extent in either the First or Second World
Wars. Nonetheless, as Spiers describes, there were still chilling reminders of the potential
power of even crude biological weapons. After the Japanese surrender in 1945, six Japanese soldiers released hordes of plague-infested rats and 60 horses infected with glanders into the Chinese countryside, leaving Changchun and surrounding environs uninhabitable until the mid-1950s.

Nuclear weapons, of course, came to dominate deterrence strategies during the Cold War.
Nonetheless, the proliferation of a new class of chemical weapons, nerve agents such as
sarin [2-(fluoro-methylphosphoryl)oxypropane], touched off a new chemical arms race, Spiers writes. From 1954 to 1969, the U.S. also manufactured and stockpiled numerous antiplant and antipersonnel biological weapons.

In Vietnam, the U.S. faced criticism, both at home and abroad, for its use of riot-control agents (to clear tunnels, for example), defoliants, and chemical weapons to kill crops and render soils infertile. In 1967 alone, the U.S. defoliated 1.5 million acres of vegetation and destroyed 220,000 acres of crops in Vietnam. In 1969, the Nixon Administration announced the end of the U.S. biological weapons program, in part, Spiers argues, to blunt criticism for its use of herbicides and riot control agents in Vietnam.

In the meantime, Spiers writes, the Soviets were developing the world’s most advanced chemical and biological weapons program.

During the Cold War, Iran and Iraq also waged a devastating war (1980–88) that again witnessed the mass by former Iraqi president Saddam Hussein.

Credit: Newscom use of chemical weapons. The Iraq Survey Group (ISG) later confirmed that the Iraqis had used some 1,800 tons of mustard agent, 140 tons of tabun (ethyl Ndimethyl phosphoramido cyanidate), and 600 tons of sarin. 

Iraq estimated these attacks resulted in more than 30,000 Iranian casualties (compared with the 500,000 to 1 million estimated total Iranian casualties). As Spiers notes, although the number of casualties from chemical weapons may have been small on a relative basis, the psychological impact was significant. Iraq’s ballistic missiles, and the fear of their potential to deliver chemical warheads to Iranian cities, played a role in Iran’s accepting the United Nations-brokered truce in 1988. Iraqi chemical weapons also helped to suppress the internal Kurdish rebellion, killing and injuring thousands of Kurds and leading to the flight of 65,000 others to Turkey in 1988, Spiers writes.

By the 1990 invasion of Kuwait, Iraq had significantly restocked and improved its chemical weapons capabilities. U.S. Central Commander Gen. H. Norman Schwarzkopf originally planned for 10,000 to 20,000 chemical weapons casualties, but Iraq never resorted to chemical weapons. The George H. W. Bush Administration had already decided not to respond with nuclear or chemical weapons if coalition forces were attacked with chemical weapons, but they deliberately conveyed the opposite impression.

Iraqi Ambassador to the U.S. Tariq Aziz later commented that the Iraqis understood that the use of chemical weapons might very well provoke the use of nuclear weapons against Baghdad by the U.S. Although Iraq’s SCUD missile attacks against Israel, Saudi Arabia, and Bahrain inflicted minimal physical damage, the specter of chemical warheads inflicted great psychological damage. Spiers quotes Schwarzkopf: “The biggest concern was a chemical warhead threat. … Each time they launched … the question was, is this going to be a chemical missile. That was what you were concerned about.” 

Their unique ability to engender such fears, of course, is precisely what makes chemical and biological weapons appealing to terrorists. As Spiers astutely notes, “terrorists can choose when, where, and how to attack their targets, they can avoid many of the uncertainties that have bedeviled the military use of chemical and biological weapons. By maximizing the element of surprise, they can attack targets with low or non-existent levels of protection; by careful choice of target environment, especially an enclosed facility, they need not wait upon optimum meteorological conditions; by attacking highly vulnerable areas, they may use a less than optimal mode of delivery; and by making a chemical or biological assault, they may expect to capture media attention and cause widespread panic.”

Although chemical weapons have been used much more frequently, Spiers notes that on a per-mass basis, biological weapons are more lethal than chemical weapons. As advances in production technologies can simultaneously result in increased yields in smaller, harder-todetect facilities, the potential utility of biological weapons to terrorists will become even more significant. 


In the most well-known example of biological terrorism to date, in October 2001, just after the 9/11 attacks, anthrax-tainted letters began appearing in the U.S. Despite fears of another international attack, the strain was identified as having come from a domestic source, the Army research facility at Fort Detrick, Md. Letters were received in Florida, New York, Connecticut, and Washington, D.C., including a Senate office building. As Spiers described it, “massive panic and chaos” erupted, and Congress and the Supreme Court were closed for several days, although only 22 cases of anthrax actually resulted, including just five fatalities.


One of the most sobering developments outlined in the book is the application and
proliferation of emergent molecular biology techniques to the production of biological
weapons. Through the use of genetic engineering, new or modified organisms of greater
virulence, antibiotic resistance, and environmental stability may be produced. 

In one notable example foreshadowing the utility of biotechnology to weapons production, the Soviets developed the host bacterium Yersinia pseudotuberculosis, which through genetic engineering could also produce the myelin toxin. Infected animals developed both the tuberculosis-like symptoms caused by the bacteria and the paralysis induced by the myelin toxin. One former Soviet scientist recalled that after a briefing on the results, “the room was absolutely silent. We all recognized the implications of what the scientists had achieved. A new class of weapon had been found.”

Additional topics in this comprehensive book include the various international attempts at chemical and biological weapons disarmament, deterrence, and nonproliferation, including the 1993 Chemical Weapons Convention; the sarin attacks on the Japanese subways in the mid-1990s; the use of chemical warfare in developing-world conflicts; and the embarrassing failures of American and British intelligence regarding Iraqi chemical weapons that led to the second Gulf War. 

For those of us interested in the potential impacts of chemistry and biology on humankind, Spiers’s book is a thoroughly documented, no-nonsense (often to the point of being dry) review of the malevolent potential of our science.

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Sunday, April 30

ILGIOCO DELLE STELLETTE.STELLA PERDE.STELLA PRENDE.

Mario Sechi "Il gioco delle nomine:Servizi Segreti e Stellette". C’è un pianeta visibile e c’è una galassia invisibile. C’è la fiamma e ci sono le stellette. C’è il mondo di sopra e quello di sotto. E per fortuna è tutta roba che non si twitta, sfugge alla breve esistenza del social, è materia di concretezza assoluta. Siamo nel campo della Legge e dell’Ordine, della Sicurezza e dell’Intelligence. 

Qui il governo Renzi si sta muovendo silenziosamente (e per ora bene). Carabinieri e Servizi Segreti sono il fulcro di questo mondo. Il 16 gennaio scorso il governo ha affidato il Comando dell’Arma alle mani esperte di Tullio Del Sette. E’ il 59° Comandante Generale della storia dei Carabinieri, viene da Bevagna, Accademia militare a Modena, tre lauree, tre encomi solenni, un elogio, è stato il primo carabiniere capo di Gabinetto del ministero della Difesa, chiamato a quel ruolo dal ministro Roberta Pinotti. 

In precedenza è stato capo dell’ufficio legislativo di Antonio Martino, Arturo Parisi e Ignazio La Russa. E’ un profilo diverso da quello del precedente comandante, Leonardo Gallitelli, è più distaccato nel carattere, come deve essere un uomo chiamato a cambiare la Benemerita. Del Sette con grande rapidità sta costruendo la sua squadra di Comando. Il 21 marzo Vincenzo Giuliani è diventato vice-Comandante e ormai appare prossima un’altra nomina fondamentale: il Comandante dei ROS. 

Il candidato favorito alla guida è il generale Giuseppe Governale, palermitano, da due anni comandante della Legione Sicilia. Il Raggruppamento operativo speciale è figlio dell’evoluzione della struttura anticrimine dell’Arma e i suoi uomini sono il fulcro di qualsiasi indagine riguardante la criminalità organizzata e il terrorismo interno e internazionale. Qualche settimana fa veniva dato in corsa anche il generale Aloisio Mariggiò, Comandante della Legione Calabria, ma Governale – secondo i rumor di Palazzo – è l’asso nel mazzo di carte di Del Sette.

Il ROS è una struttura che ha sempre avuto grande autonomia e ha una storia legata alle grandi inchieste sulla mafia. Articolato in 6 Reparti, ha un’organizzazione periferica composta da Reparti nelle principali città (Roma, Milano, Torino, Napoli, Reggio Calabria e Palermo), venti sezioni e due nuclei anticrimine. Il ROS ha una storia di gloria (la cattura di Totò Riina) e di contrasti con l’Autorità Giudiziaria (il caso del Generale Mario Mori). 

Oltre al Comandante, cambierà anche fisionomia? Di certo il generale Del Sette ha inaugurato una linea di discontinuità e punta a dare all’Arma un profilo ancor più operativo. Nel bilancio della Difesa i Carabinieri sono sotto la voce “Sicurezza del Territorio”, costano circa 5,6 miliardi di euro e rappresentano il 27,5 per cento (dato del 2013) dello stanziamento totale, pari a 19,7 miliardi di euro per il 2015. E’ una spesa in diminuzione che ha bisogno di essere riqualificata. Gli obiettivi? Maggior coordinamento, fine delle duplicazioni, ringiovanimento – problema comune a tutte le Forze Armate – recupero di efficienza e risparmi molto forti.

L’Arma è il mondo visibile. E quello invisibile? Sono i Servizi Segreti, galassia di sigle, funzioni, missioni, operazioni. Il sistema italiano è un ibrido dove ai due Servizi classici di spionaggio (AISI) e controspionaggio (AISE) è stato aggiunto una sorta di zar dell’Intelligence, il DIS che – come vedremo – proprio zar non è. Le funzioni di coordinamento politico sono affidate a quella che burocraticamente viene chiamata Autorità delegata. Chi è? Un sottosegretario o un ministro senza portafoglio che esercita funzioni di “uomo ovunque”. 

Al di sopra di questi organismi, c’è il Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica, composto dal premier, i ministri della Difesa, degli Esteri, dell’Interno, della Giustizia, dello Sviluppo economico, dell’Economia, l’Autorità delegata, e il direttore del DIS che ha funzioni di Segretario del comitato. E’ un’altra sigla (CISR) che aumenta il gioco delle complicazioni. Nell’aprile del 2014 il governo Renzi ha messo a capo del controspionaggio il generale Alberto Manenti, uomo dell’Esercito, dal 1980 al Sismi, già numero due dell’AISE, una soluzione di continuità.

Il vertice dell’AISE è occupato dal giugno del 2012 dal generale dei carabinieri Arturo Esposito, e il suo mandato è in scadenza. Al vertice del DIS dal maggio del 2012 c’è l’Ambasciatore Giampiero Massolo, esperienze a Mosca e a Bruxelles, Consigliere diplomatico del governo Ciampi, Segretario Generale della Farnesina, sherpa per il G8, un diplomatico di lungo corso. Anche il suo mandato è in scadenza, ma a differenza di quello dei vertici di AISE e AISI, l’incarico di Massolo può essere rinnovato, una sola volta.

C’è ancora tempo per le nomine, ma il governo Renzi ha cominciato a muovere le pedine. Il 19 maggio scorso la prima mossa: Palazzo Chigi nomina tre nuovi vicedirettori e “libera” la casella del comando del ROS. Alla vicedirezione dell’AISI vanno il Generale della Guardia di Finanza Vincenzo Delle Femmine e il Generale dei carabinieri Mario Parente (Comandante del ROS), mentre alla vicedirezione dell’Aise si sposta il generale della Guardia di Finanza Paolo Poletti che aveva il ruolo di vicedirettore dell’AISI. Renzi di fatto libera la poltrona del ROS (dove Del Sette dovrebbe proporre il nome di Governale) e prepara il terreno per la successione a Esposito (AISI) e Massolo (DIS). 

Quest’ultimo ha un ruolo schiacciato dalla barocca organizzazione di Palazzo Chigi, è tra l’incudine della naturale autonomia esercitata dai Capi dei Servizi e il martello del ruolo politico dell’Autorità delegata che oggi ha il nome, il cognome e l’intraprendenza del Sottosegretario Marco Minniti, calabrese coriaceo, cultore (e tutore) della delicata materia chiamata "Intelligence". Lo zar, insomma, non coordina nulla. O poco.

E’ l’architettura, l’organizzazione dei Servizi che non è snella e funzionale, il problema viene fuori con un semplice colpo d’occhio all’organigramma. Minniti è il vero dominus, si muove con i poteri di fatto di un consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, solo che questa figura nell’ordinamento italiano non esiste e così Minniti finisce per entrare (a gamba tesa o meno) sui dossier che riguardano i ministri della Difesa, dell’Interno, degli Esteri e della Giustizia. 

Vedere alla voce Marò, per esempio. Il DIS a sua volta ne esce fuori depotenziato e la sua autorità di conseguenza non riconosciuta, i direttori dei servizi mettono il pilota automatico, il presidente del Consiglio finisce per avere informazioni discontinue, parziali e qualche volta illusorie. Siamo ben lontani, come si vede, dal collegamento diretto che ha la Casa Bianca con la CIA – che realizza un brief quotidiano per il presidente – mentre il ruolo del COPASIR (il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica) è lontano anni luce dal controllo che esercitano i Select Committee on Intelligence della Camera e del Senato degli Stati Uniti. 

E’ un tema aperto da molte legislature, il Parlamento ha una cronica mancanza di strumenti, preparazione e cultura della Sicurezza. Fare le nomine dunque a Renzi non basterà. Il presidente del Consiglio avrà prima o poi davanti a sé il tema del ruolo, della forza e del controllo dei nostri Servizi. In uno scenario che sta cambiando velocemente, con l’avanzare di nuove minacce, di fronte a riforme importanti dei Servizi Segreti e dei loro poteri già fatte in altri paesi, si porrà la questione di aggiornare la riforma che volle Prodi nel 2007. 

Quella riforma attese trent’anni. E per vederne una terza non si può attendere altrettanto. Sono passati otto anni, ma viviamo in un altro mondo. Visibile e invisibile.