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Saturday, August 8

LA VERGOGNA "ETERNA" DI NAGASAKI E HIROSHIMA

A 70 anni dall’esplosione di Hiroshima la corsa all’atomica è in pieno svolgimento sviluppandosi con diverse modalità: le potenze nucleari investono in armi più sofisticate, i Paesi con arsenali non dichiarati si dotano di vettori più efficienti e poi ci sono quelli che inseguono in segreto "la bomba"

Il disarmo nucleare fra Stati Uniti e Russia, protagonista degli Anni 90 dopo la fine della Guerra Fredda, procede oramai a stento

Washington e Mosca hanno ridotto la somma delle loro testate schierate da 23000 nel 1989 a 3500 nel 2014 ma - come attesta uno studio della Federazione degli scienziati americani (FAS) - ha bruscamente rallentato: fra il 2004 e il 2008 gli Usa hanno tagliato 3287 testate strategiche e dal 2008 al 2014 appena 500 mentre la Russia, negli stessi periodi, è passata da 2500 a 1500

E le altre tre potenze nucleari indicate nel Trattato di non proliferazione del 1968 - Gran Bretagna, Francia e Cina - non hanno compiuto riduzioni significative. 

Ciò significa che le cinque «Nazioni nucleari» danno, nel complesso, maggiore importanza all’arsenale atomico oggi rispetto a 20 anni fa, a dispetto di proclami e dichiarazioni in senso contrario. 

Basti pensare che solo gli Stati Uniti pianificano di spendere nell’arco dei prossimi 10 anni circa 350 miliardi di dollari per modernizzare il proprio arsenale strategico
  
L’ammodernamento delle armi nucleari è una caratteristica che accomuna anche le potenze atomiche non indicate nel Trattato di non proliferazione: India, Pakistan, Nord Corea e Israele. 

«New Delhi e Islamabad stanno accelerando la corsa nucleare con la realizzazione di vettori da trasporto sempre più perfezionato» spiega Oliver Meier, dell’Istituto di Affari Internazionali e di Sicurezza di Berlino, secondo il quale si tratta di una «gara a tre»; perché la Cina si considera direttamente minacciata e «risponde con ingenti risorse investite nello sviluppo di vettori a testata multipla» che aumentano le opzioni militari. 

Per Israele, che mantiene una politica di ambiguità nucleare, l’ammodernamento dell’arsenale riguarda soprattutto l’acquisto di sottomarini tedeschi di classe Dolphin

«Ne hanno già cinque e il sesto è in arrivo - afferma Bruce Riedel, ex consigliere della Casa Bianca sull’Intelligence ora in forza alla Brookings Institution - sono capaci di trasportare missili nucleari e potrebbero colpire l’Iran lanciandoli dal Mediterraneo o dal Mar Arabico».  

La Nord Corea ha testato il suo primo missile nucleare sottomarino a metà maggio, sorprendendo tutti nel riuscire a farlo affiorare dall’acqua correttamente, seppur per una corsa assai breve. 

Si è trattato di un vecchio vettore sovietico, con gittata di 2400km capace di portare tre testate nucleari e poiché Pyongyang ha effettuato tre test sotterranei negli ultimi 10 anni ciò conferma la volontà di essere potenza atomica. Tantopiù che non cela la produzione di uranio e plutonio per realizzare degli ordigni.  
  
Ancora più allarmante la decisione, in Giappone, del governo di Shinzō Abe, che nei giorni scorsi, ha annullato dalla Costituzione, l'articolo nove della Costituzione

Il fatto è grave, pericoloso e paradossale. Da oggi il Giappone potrebbe riarmarsi e tornare, anche egli, a minacciare il mondo.

C’è poi un’area grigia di Paesi sospettati o intenzionati a ottenere l’arma atomica, e questi, dall’Iran all’Arabia Saudita.

I quali investono cifre da capogiro nella realizzazione di vettori balistici, silos e basi necessarie all’eventuale uso. 

Come riassume Joe Cirincione, del Centro Studi Ploughshares Fund di Washington: «le potenze nucleari ufficiali investono in testate sempre più sofisticate mentre le altre nazioni atomiche o presunte tali fanno altrettanto per diversificare e migliorare i vettori di lancio». 
  
Ma non è tutto perché l’AIEA con il proprio «Indice su incidenti e traffici illeciti» di materiali radioattivi tasta il polso a quanto avviene annualmente sul mercato clandestino. 

I dati dell’ultimo rapporto, pubblicato nel 2014, documentano 1461 «incidenti» di cui 6 avvenuti per «possesso inerente ad attività criminali», 47 per «furto o perdita» e 95 per «attività non autorizzate». 

Ciò significa che criminalità organizzata, gruppi terroristi o altri tipi di gruppi illegali continuano a tentare di impossessarsi di materiale che potrebbe essere adoperato per realizzare, vendere o adoperare una «bomba sporca» ovvero un ordigno in grado di diffondere radioattività. 

«Tali episodi di traffici illeciti continuano e vengono registrati grazie alla collaborazione di oltre 100 Paesi» spiega Francesco Marelli, esperto di lotta alla proliferazione dell’"Unità Crimine e Giustizia" dell’ONU (UNICRI), in Italia, sottolineando la particolare attenzione e il costante monitoraggio data l'importanza di un momento così «pericoloso». 

Tuesday, July 28

LA VERGOGNA E LA MENZOGNA

Insiste, Toni Capuozzo, nella lunga inchiesta che ha intrapreso per dimostrare, attraverso una puntuale e meticolosa ricostruzione dei fatti, la totale innocenza dei nostri due Marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Un’inchiesta che lo aveva condotto, nel luglio dello scorso anno, a realizzare su “Mezzi toni” (la sua rubrica di tgcom24) uno scoop che, carte alla mano, forniva le prove dell’innocenza dei due fucilieri italiani.

Primo: nessuno aveva mai dichiarato che ad attaccare la Enrica Lexie, alle 16,25 locali del 15 febbraio 2012 e a oltre venti miglia dalle coste indiane, fosse stato un peschereccio e, men che meno, il St. Anthony con a bordo i due pescatori rimasti uccisi. Infatti nel messaggio originale, in cui veniva segnalato un “Approach pirate attack”, si parla genericamente di una imbarcazione che si dirigeva verso il cargo italiano fino a invertire la rotta dopo l’intervento di dissuasione dei nostri militari con segnalazioni ottiche seguite dopo un certo tempo da colpi sparati in acqua.

Secondo: l’intervista  televisiva rilasciata dal comandante del St. Antony, Freddy Bosco, che certificava  come l’incidente, in cui sono morti i due pescatori, fosse avvenuto verso le 21,20, sempre ora locale. Cioè cinque ore dopo l’allarme lanciato dalla Lexie.

Terzo: la denuncia inoltrata da un peschereccio, poco dopo le 21,30, alla guardia costiera indiana che parlava di un incidente con un mercantile e della morte di due pescatori. Una circostanza questa riferita agli inquirenti anche dal comandante in seconda della nave italiana, Carlo Noviello, raccontando che la guardia costiera di Kochi aveva avuto, nello stesso giorno dell’incidente della Enrica Lexie, un conflitto a fuoco con due barchini pirata che avevano cercato di assaltare una nave greca. 

Tant’è che sarà la stessa guardia costiera indiana a invitare, alle 21 e 36, il cargo italiano a invertire la rotta e rientrare nel porto di Kochi dicendo, ricorda Noviello, “che avevano catturato due barchette sospette pirata e volevano l’eventuale riconoscimento da parte nostra”.

Quarto: l’esistenza di una perizia balistica farlocca, fatta in assenza dei periti di difesa, che non riesce a spiegare come sia possibile che colpi sparati a 150 metri di distanza e da un’altezza di oltre 21 metri fuori dell’acqua (la petroliera era vuota), avessero  attinto il peschereccio con una traiettoria orizzontale. 

Eppure, nonostante i tanti elementi forniti a discolpa dei due Marò, lo scoop venne accolto dal silenzio assordante di chi, istituzionalmente e non, si stava occupando della vicenda. In questi giorni, Capuozzo, si è recato nuovamente in India da dove ha annunciato che nel corso della trasmissione “Terra!”, prevista per lunedì 3 marzo, avrebbe rivelato “nuovi elementi che potrebbero scagionare Latorre e Girone” facendo anche “ il resoconto di due anni di prove insabbiate, omissioni, patteggiamenti e manipolazioni”.

Secondo quanto appreso da ulteriori e nuovi elementi, sulla innocenza dei due fucilieri italiani, riguarderebbero l’esistenza mai rivelata di foto, e forse anche di un breve filmato, realizzate nel giorno dell’incidente da bordo della Enrica Lexie, che ritrarrebbero il barchino pirata durante il suo tentativo di abbordaggio e le manovre di allontanamento. Sennonchè, le dimensioni e i colori dell’imbarcazione risulterebbero del tutto diversi da quelli del peschereccio St. Antony su cui erano imbarcati i due pescatori rimasti uccisi. 

Dunque, saremmo in presenza di una prova che scagionerebbe definitivamente Latorre e Girone confutando alla radice il menzognero castello d’accuse costruito ad arte dalla polizia di Kerala e fatto proprio dalla National Investigation agency (NIA). Una prova che sarebbe stata trasmessa dai Marò, in servizio sulla Lexie, direttamente al Centro operativo interforze (COI) di Roma deputato a ricevere l’allarme e a smistarlo agli organi di competenza come i ministeri della Difesa e degli Esteri. 

E bene hanno fatto prima che il tutto venisse sequestrato dagli inquirenti indiani saliti a bordo della nave italiana nel frattempo fatta rientrare con l’inganno nel porto di Kochi. Perché  di queste foto non se ne sia saputo niente, è un vero mistero. Forse qualcuno ha pensato di tenerle nascoste visto la piega assai negativa che stava assumendo, in India, la vicenda con possibili, serie ripercussioni nelle relazioni con il nostro paese. 

Oppure non sono state valutate, in tutta la loro portata, pensando che il caso potesse comunque risolversi positivamente percorrendo le vie diplomatiche e del compromesso. Sia come sia un dato è certo: pur improvvisando con mezzi di fortuna personali, nonostante fossero da tempo obbligatorie  solo dopo l’incidente della Lexie sarebbero state date in dotazione ai militari in servizio antipirateria macchine fotografiche e telecamere, i Marò rispettarono alla lettera la procedura prevista documentando opportunamente l’”Approach pirate attack”  e trasmettendo il tutto al COI di Roma. 

Con queste ultime rivelazioni possiamo comprendere appieno il grave stato di disagio e prostrazione in cui versano da innocenti, insieme alle loro famiglie, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Disagio e prostrazione che stanno mettendo a dura prova la tenuta, sin qui fiera e dignitosa, dei due fucilieri la cui irrequietezza cresce giorno dopo giorno fino a sfiorare, nonostante lo spirito di disciplina, quel punto di non ritorno per un militare quando, rompendo le consegne avute, inizia a pensare di battersi in prima persona per l’accertamento della verità e a difesa della propria innocenza. 

Il che stravolgerebbe il disegno di coloro che in Italia, pur conoscendo la verità dei fatti, hanno finora perseguito inutilmente la strada del compromesso con le autorità indiane rinunciando  ad affermare e sostenere con convinzione la totale innocenza di Latorre e Girone. A nulla varrà blandirli con promesse di vario tipo, o reiterando l’invito al silenzio per evitare altri danni, in presenza di un futuro che, per ora, non c’è. Un futuro che vuol dire “tornare in Patria con Onore”.

Tuesday, May 19

HERE IS HOW WORKS THE MAGNIFICENT ITALIAN J(j)USTICE

Fear? Blackmail? Incompetence?

Authorities won't seek charges of illegal detention against two alleged smugglers in connection with a Mediterranean shipwreck believed to have killed more than 800 migrants, a prosecutor said today.

Survivors of the tragedy initially said the smugglers had locked hundreds of migrants in the hold, but prosecutor Giovanni Salvi said authorities have since determined that the doors were closed but not locked.

"It's true that the migrants were in the holds and that some hatches were closed. They were closed in order to let other people get on the deck, because they have been all crammed on that boat. But they weren't locked inside, as we understood at the beginning, " Salvi told a news conference.

Many of the victims were believed to have perished inside the overcrowded fisherman's boat when it sank near the Libyan coast on April 18. Just 28 migrants survived and only 24 bodies were recovered.

Two alleged smugglers, including a Tunisian navigator, are being held for investigation of possible charges of causing a shipwreck, multiple counts of manslaughter and aiding and abetting illegal immigration.

Salvi said he won't seek to have the ship recovered from the bottom of the Mediterranean Sea for the investigation, citing its depth, the strong current and the likelihood that few bodies would still be recoverable. He said it would be up to the Italian government to decide whether to search for the victims for humanitarian reasons.

European Union nations approved plans today for a naval operation that will go after the human trafficking networks that are sending thousands of migrants weekly across the Mediterranean toward Europe or to their deaths.

The International Organization for Migration estimates that nearly 1,830 migrants have died on the sea route to Europe this year compared to just over 200 in the same period last year.


Wednesday, April 15

GENOCIDIO IN ARMENIA. MA QUALE "MASSACRO"!!!

Il prossimo 23 aprile, la chiesa armeno-ortodossa proclamerà nuovi santi. Lo ha annunciato pochi giorni fa, con una lettera enciclica, il patriarca Karekine II, che ha così aperto ufficialmente le celebrazioni per i cento anni dal “Metz Yeghérn”, il Grande Male, termine con il quale è ricordata la strage degli armeni in Turchia avvenuta negli anni del primo conflitto mondiale. 

I nuovi santi – santi e martiri, ai quali sarà dedicata una Giornata della memoria il 24 aprile – sono tutti coloro che trovarono la morte in quell’immane operazione di pulizia etnico-religiosa che avrebbe ispirato all’avvocato russo-polacco Raphael Lemkin il termine inedito di “genocidio”. 

Lemkin, ebreo fuggito in Svezia nel 1939 dopo l’invasione nazista della Polonia, lo coniò proprio per descrivere lo sterminio degli armeni, alla ricostruzione del quale si era a lungo dedicato. Non poteva sapere che quella triste parola sarebbe stata poi per sempre associata al destino di sei milioni di ebrei nell’Europa del Novecento.

Nella nuova edizione del libro intitolato “Il genocidio degli armeni” (il Mulino) lo storico Marcello Flores si chiede se l’assassinio del giornalista turco di origine armena Hrant Dink, nel 2007, sarà davvero ricordato come “l’ultimo  terribile colpo di coda della violenza nazionalista turca”, e parla dei passi avanti, nel riconoscimento del genocidio, fatti da vasti settori della società turca negli ultimi anni. 

A quella nuova consapevolezza, forse, si devono le caute condoglianze che lo scorso anno il presidente turco Erdogan aveva rivolto all’Armenia nella ricorrenza del 24 aprile. 

Ma continua a non esserci il minimo riconoscimento della volontà di sterminio e di pulizia etnico-religiosa che animava i governanti ottomani e i Giovani turchi nei confronti dei sudditi armeni (cristiani) dell’Impero.

Negli ultimi giorni, c’è stata la dura replica di Ankara alle parole di Papa Francesco sul genocidio degli armeni, “il primo del Ventesimo secolo”; prima ancora, Erdogan aveva deciso di commemorare a modo suo il 24 aprile. 

Per quella data, il presidente armeno Serzh Sarksyan ha da tempo invitato a Erevan tutti i leader del mondo (Erdogan compreso) per la celebrazione solenne del centenario del genocidio. 

Il presidente turco ha allora replicato fissando per lo stesso giorno la commemorazione della battaglia di Gallipoli del 1915 (quando gli ottomani fermarono l’esercito Alleato) mai in precedenza celebrata il 24 aprile. 

Difficile immaginare qualcosa di più pretestuoso (Erdogan ha invitato anche il presidente armeno, che ha parlato di “gesto cinico” e di “sabotaggio del centenario del genocidio”). E anche di più scivoloso, per  capi di stato e di governo che dovranno scegliere dove presenziare. 

Se il russo Putin e il francese Hollande hanno confermato la loro presenza a Erevan, il premier inglese Cameron ha spiegato che “pur comprendendo la grande importanza del centenario” il 24 sarà in Turchia. E l’Italia? 

A giudicare dalle dichiarazioni del sottosegretario agli Esteri Sandro Gozi (“non è compito dei governi decidere cosa sia successo cento anni fa, spetta agli storici”) e soprattutto da un episodio raccontato ieri dall’Huffington Post, siamo ben lontani dalle parole di Papa Francesco: per accordare il patrocinio a una rassegna dedicata a fine marzo al popolo armeno a cent’anni dagli avvenimenti del 1915, il ministero dei Beni culturali ha voluto che fosse cancellata la parola “genocidio” dal titolo dell’iniziativa. 

E’ così che “Armenia, a cento anni dal genocidio” è diventato “Armenia: metamorfosi tra memoria e identità”. 

E pensare che il termine “genocidio” fu coniato nel 1939 da un avvocato ebreo, il russo-polacco Raphael Lemkin, proprio per descrivere lo sterminio degli armeni.

“Il centenario del Genocidio degli armeni è davanti a noi, e le nostre anime risuonano di una potente richiesta di verità e giustizia che non sarà messa a tacere”, scrive il patriarca Karekine II (la traduzione integrale della sua lettera è sul sito Asianews). Il riferimento è all’attuale governo turco che, in linea con tutti quelli che lo hanno preceduto, non accetta di riconoscere né l’entità né la premeditazione del Grande Male. 

Di conseguenza, non ha mai accettato e non accetta di chiamarlo “genocidio” e nemmeno “strage” degli armeni. Eppure, è difficile negare che almeno su una cosa – la volontà di far fuori la componente armena in Turchia, circa due milioni di persone – ci fu piena continuità e sintonia tra il morente impero ottomano, il movimento dei Giovani Turchi e la nuova nazione laica e modernizzante di Kemal Atatürk, da cui ha origine la Turchia contemporanea. 

Cristiani in terra musulmana, in genere istruiti, donne comprese, intraprendenti e ben radicati nelle professioni e nel commercio, gli armeni non erano certo nuovi alle persecuzioni, visto che già dal 1894 al 1896 il sultano Abdul Hamid II aveva condotto una dura campagna di repressione contro di loro, per soffocarne ogni remota velleità autonomista. 

Ma il Grande Male vero e proprio esplose con la deportazione e l’eliminazione violenta della minoranza armena nel corso della Prima guerra mondiale, ed ebbe il suo culmine quando il controllo del governo della Sublime porta passò nelle mani dei Giovani Turchi.

Laici, modernisti e fieramente nazionalisti, i Giovani Turchi non ci avrebbero messo molto a deludere tutti coloro che speravano in una nuova èra di libertà e tolleranza per le minoranze dell’impero. Per loro la priorità rimase, insieme con la modernizzazione economica e sociale, l’uniformizzazione del paese su base etnica e religiosa, secondo quell’ideologia panturanica che attribuiva alla nazione turca confini ben più vasti di quelli anatolici (il massimo teorico del movimento panturanico moderno, l’ungherese Arminius Vámbéry, sosteneva che “i popoli turchi avrebbero avuto diritto di formare una grande entità politica compresa tra i monti Altai e il Bosforo”). 

Già dal gennaio 1913, un triumvirato di Giovani Turchi formato da Enver Pascià, Taalat Pascià e Ahmed Jemal aveva cominciato a pianificare nei dettagli la persecuzione delle minoranze dell’impero, prima tra tutte quella armena. 

Dal 1914, con l’entrata in guerra della Turchia a fianco degli Imperi centrali, ci fu un’accelerazione. “Tra l’aprile e il maggio 1915 – spiega Alberto Rosselli, autore del libro ‘L’olocausto armeno’, di cui a fine gennaio uscirà per Mattioli 1885 una quarta edizione ampliata – i turchi concentrarono i loro sforzi nell’eliminazione dell’élite economico-culturale e dei militari armeni. E il 24 aprile 1915, a Costantinopoli, circa cinquecento esponenti di quell’élite furono incarcerati e uccisi”.

In quella che sarebbe diventata la data simbolo del genocidio fu dato inizio a un massacro indiscriminato. Tra il maggio e il luglio del 1915, gli ottomani, spalleggiati da bande curde e formate da ex detenuti, batterono le province di Erzerum, Bitlis, Van, Diyarbakir, Trebisonda, Sivas e Kharput, allo scopo di distruggere e disperdere le comunità armene

Annunciata da un ordine di deportazione che non era altro che una condanna a morte differita, la pulizia etnica non risparmiò donne, vecchi, bambini, sacerdoti. “Non sia usata pietà per nessuno, tanto meno per le donne, i bambini, gli invalidi… ”, si raccomanderà il ministro Taalat Pascià in un dispaccio al governatore turco di Aleppo, il 15 settembre 1915. 

Corollari delle deportazioni furono la distruzione sistematica di chiese, monasteri e scuole e la confisca di tutti gli averi delle comunità, considerati senza ombra di ironia “beni abbandonati” da coloro che erano stati uccisi o strappati con le armi alle loro terre (il diplomatico tedesco Max Erwin von Scheubner-Richter calcolò all’epoca che “i profitti derivati all’oligarchia dei Giovani Turchi e ai suoi lacchè dai beni rapinati agli armeni arrivarono a toccare la cifra astronomica di un miliardo di marchi”).

Di uno di quegli episodi di persecuzione – uno dei pochi in cui ci fu un atto di disobbedienza da parte armena – parlò lo scrittore ebreo praghese Franz Werfel nel romanzo “I quaranta giorni del Mussa Dagh” (Corbaccio). 

Fu pubblicato nel 1933, dopo essere stato concepito sull’onda della compassione provata da Werfel a Damasco, nel 1929, di fronte a ragazzini armeni “profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti”: quella visione lo aveva convinto che fosse necessario “strappare dalla tomba del passato l’inconcepibile destino del popolo armeno”. 

Le deportazioni di massa erano organizzate come viaggi verso il nulla, la cui meta finale non poteva che essere la morte. Quei pochi governatori turchi che tentarono di eludere gli ordini in arrivo da Costantinopoli pagarono con la destituzione

Nel luglio 1915, il governatore di Ankara, che si era opposto allo sterminio indiscriminato, fu rapidamente sostituito da un funzionario più sollecito, che seppe meritarsi pienamente la carica quando, nell’estate di quello stesso anno, nella città di Siirt fece uccidere più di diecimila cristiani, tra armeni, nestoriani e greci del Ponto.

Ma la soluzione del “problema armeno” procedeva ancora troppo a rilento, a giudizio del governo turco, rispetto ai piani iniziali. “Il numero settimanale dei morti non è ancora da considerarsi soddisfacente”, si lamentava in una relazione, nel gennaio del 1916, il notabile Abdullahad Nouri Bey. 

Per questo, spiega ancora Rosselli in un articolo sull’ultimo numero del trimestrale Storia Verità, in quell’anno “Enver Pascià, Taalat Pascià e Ahmed Jemal ordinarono a governatori e capi di polizia di ‘eliminare con le armi, ma se possibile con mezzi più economici, tutti i sopravvissuti dei campi siriani e anatolici’”.

Nel 1918, alla fine della guerra, quando la Turchia dovette capitolare, i dirigenti del partito dei Giovani Turchi furono arrestati dagli inglesi. Un processo-farsa a loro carico fu poi tenuto l’anno successivo a Costantinopoli, con la supervisione del nuovo premier turco, Damad Ferid Pascià, che pure alla Conferenza di pace di Parigi, nel 1920, aveva dovuto riconoscere i crimini perpetrati ai danni degli armeni (fu, di fatto, l’unica volta che un’ammissione del genere arrivò dalle autorità turche). 

Le condanne – alcune mai scontate, perché i capi dei Giovani Turchi avevano in gran parte trovato riparo all’estero – furono rapidamente archiviate e alcune perfino cancellate.

Come aveva intuito anche Werfel, sul popolo armeno fu sperimentata, per la prima volta nel Novecento, un’efficienza del tutto moderna, di tipo “industriale”, nell’organizzazione dello sterminio. Sul tema, un importante lavoro pubblicato in Italia è quello di Marcello Flores, “Il genocidio degli armeni”, uscito nel 2006 per il Mulino, nel quale l’autore conclude che “il genocidio degli armeni è ormai entrato a pieno titolo nella storia del Novecento”. 

Flores fa parte, con Rosselli, del gruppo di studiosi – gli altri sono Martina Corgnati, che è anche coordinatrice del progetto, David Meghnagi, Patrizia Violi, Emanuele Aliprandi, Ugo Volli, Matteo Miele, Manuela Fraire, Federica Mormando, Peppino Ortoleva – che pubblicherà, nel marzo di quest’anno, “Il genocidio infinito” (Guerini), dedicato al centenario della strage degli armeni.

Per la Turchia contemporanea come per quella kemalista, lo sterminio degli armeni fu qualcosa di fatalmente legato alle turbolenze politiche di un periodo massimamente cruento della storia. La versione turca sostiene che i massacri ai danni di quella minoranza nacquero dalla necessità di reprimere moti indipendentisti, e che la cifra dei morti non superò le trecentomila persone, contro il milione e mezzo denunciato da chi parla di genocidio. 

Chi osi associare questa parola a ciò che accadde agli armeni tra il 1915 e il 1916 rischia tuttora, in Turchia, da sei mesi a due anni di prigione, in nome dell’articolo 301 del codice penale che prevede il reato di “vilipendio dell’identità nazionale”. Una legge alacremente applicata, che non ha risparmiato Orhan Pamuk, lo scrittore turco vincitore del Nobel per la Letteratura nel 2006, tuttora sotto processo per aver parlato nel corso di un’intervista a un giornale svizzero dello sterminio degli armeni

Ma soprattutto va ricordato Hrant Dink, il giornalista turco di origine armena assassinato nel gennaio del 2007, dopo che nel 2005 era stato condannato a sei mesi di galera per i suoi articoli dedicati alla memoria del Grande Male.

A questo centenario del genocidio si arriva con una ventina i paesi che lo riconoscono esplicitamente. In Francia, paese con una consistente quota di discendenti dei sopravvissuti al Metz Yeghérn, nel 2012 è stata bocciata come incostituzionale, in quanto lesiva della libertà di espressione, una legge votata dall’Assemblea nazionale che stabiliva, per chi negasse il genocidio, ammende fino a 45.000 euro e un anno di detenzione

Il cantante Charles Aznavour (probabilmente l’armeno più famoso di Francia), tre anni fa fece sensazione con la sua polemica proposta di rinunciare a quella parola indigeribile da parte turca, capace da sola, con il suo potere evocativo, di impedire qualsiasi possibilità di rapporto tra Turchia e Repubblica di Armenia, lo stato indipendente sorto nel 1991 dopo la dissoluzione dell’URSS. Poteva bastare, disse, una chiara ammissione di responsabilità: “Hanno ucciso e volevano uccidere. 

Questo è l’importante”, disse il cantante nel corso di un’intervista televisiva, nella quale spiegava il suo timore di vedere la giovane nazione armena ogni giorno più svuotata, impoverita, assediata dalle nuove ambizioni kemaliste del presidente turco Erdogan: “Tutto questo mi preoccupa molto. Nel frattempo rimaniamo paralizzati sulla parola ‘genocidio’ e i turchi ne traggono vantaggio”.

Dall’epoca di queste dichiarazioni, la realtà di quella parte del mondo è molto cambiata, in peggio. Se nel 2011 ancora era all’ordine del giorno la volontà della Turchia di entrare in Europa – e il riconoscimento dei massacri degli armeni, almeno sulla carta, fa tuttora parte delle richieste dell’Unione per dar corso alla pratica – oggi quella non sembra più una vera priorità per Ankara. 

E se nel 2009, anche sull’onda dell’emozione provocata due anni prima dalla morte di Dink, circa duecento intellettuali turchi avevano lanciato una petizione nella quale si chiedeva al governo di formulare scuse ufficiali da parte del popolo turco a quello armeno, in relazione ai fatti del 1915, e in trentamila l’avevano firmata, oggi chissà se un’iniziativa del genere avrebbe lo stesso seguito. 

Non di scuse ma di “condoglianze” e di “dolore condiviso” “per le violenze subite dagli armeni da parte dell’impero ottomano negli anni della Prima guerra mondiale” ha tuttavia parlato il presidente turco Erdogan in un comunicato diffuso alla vigilia dello scorso 24 aprile. Un fatto comunque senza precedenti, ma insufficiente per addolcire chi chiede il riconoscimento del genocidio. 

Il presidente armeno Serzh Sargsyan ha ricordato che la Turchia in questo 2015 può cogliere l’opportunità di liberarsi di un “pesante fardello”, aprendo il confine e avviando normali relazioni diplomatiche, come pure è stabilito in un accordo firmato nel 2009, rimasto inattuato. 

“Ma nel 2015 nulla cambierà – prevede Alberto Rosselli – perché a Erdogan dell’Europa non importa più molto, in linea con quanto pensa la stragrande maggioranza dei suoi governati. Ormai la Turchia guarda all’Asia centrale: all’Uzbekistan, al Kirghizistan, al Kazakistan, l’ultimo Eldorado petrolifero del mondo. E non dimentichiamo la recrudescenza di persecuzioni anticristiane legata ai fatti siriani. La Turchia ha scelto una posizione ambigua. 

Rimane a guardare (basta vedere quello che accade intorno a Kobane) mentre l’IS se la vede con i curdi e fa piazza pulita dei cristiano caldei. Inoltre, è cronaca di questi giorni, nuovi arresti di giornalisti dimostrano quanto sia fragile l’illusione di una Turchia democratica, laica e rivolta all’Europa”. 

Rosselli ricorda anche l’occasione volutamente perduta dalla Amministrazione Obama poco più di un anno fa, alla fine del 2013, “per portare al voto in Aula, al Congresso, una risoluzione di condanna della Turchia per il genocidio armeno, già passata a maggioranza nella commissione Esteri nel 2009. 

In quell’occasione, Erdogan aveva richiamato per un mese il suo ambasciatore, e quattro anni dopo Obama non ha voluto rischiare di irritare di nuovo quello che considera un alleato, ma che appare sempre più lontano e inaffidabile”.

Con un tempismo che ha del simbolico, il 28 gennaio prossimo la Grande Chambre della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo si pronuncerà sul caso che oppone il politico turco Dogu Perinçek alla Svizzera. 

Nel 2005, Perinçek aveva definito “menzogna internazionale” la tesi del genocidio, nel corso di una manifestazione appositamente convocata a Losanna, ed era stato condannato a un’ammenda per “violazione consapevole delle leggi svizzere contro la negazione del genocidio con motivazioni razziste”. 

Nel dicembre del 2013, dopo il ricorso di Perinçek, la Corte di Strasburgo aveva condannato la Svizzera per violazione della libera espressione del pensiero, e ora, dopo l’appello elvetico, si attende la decisione definitiva. 

A intervenire come parte nel giudizio, stavolta, ci sarà anche la Repubblica di Armenia, che si avvale di una rappresentanza legale di cui fa parte anche la fresca sposa di George Clooney, Amal Alamuddin, avvocatessa anglo-libanese specializzata in diritto internazionale.

Ma la vera partita per far entrare il genocidio degli armeni “a pieno titolo nella storia del Novecento”, come ha scritto Marcello Flores, si gioca, più che nelle aule di giustizia, sul piano culturale. 

Lo sa bene la scrittrice Antonia Arslan, italiana discendente di armeni sopravvissuti al Grande Male, che con i suoi libri ispirati alle vicende avvenute cent’anni fa – primo tra tutti “La masseria delle allodole” (Rizzoli), ma anche “La strada di Smirne” e “Il libro di Mush” (Skira) – ha contribuito in modo decisivo a cambiare lo sguardo verso quegli eventi in tanta parte dell’opinione pubblica, non solo in Italia.

Da questo centenario, ci dice Antonia Arslan, “mi aspetto che nasca una visione più serena e più vasta su quel terribile evento, che ha determinato la possibilità del motiplicarsi dei genocidi nel Novecento. 

Legami fra il genocidio degli armeni e la Shoah sono emersi e continuano a emergere in modo costante e inequivocabile

A questo proposito, a metà gennaio la casa editrice di cultura ebraica Giuntina pubblicherà, a cura di Francesco Berti e Fulvio Cortese, un libro che raccoglie le testimonianze di ebrei sul Metz Yeghérn. Si intitola ‘Pro Armenia. 

Testimonianze ebraiche al genocidio degli armeni’. E quel legame tra genocidio armeno e Shoa lo racconta benissimo, in un documentario del 2010, anche il regista tedesco Eric Fiedler

E’ intitolato ‘Aghét’, la catastrofe, che è l’altro nome che gli armeni danno al genocidio. Fiedler ha messo insieme voci di tedeschi che furono testimoni oculari della persecuzione e che scrivevano a casa, oppure alle autorità o ai giornali. 

Tutti si chiedevano come potesse la Germania essere alleata di un paese che perpetrava quegli orrori”. Che tutto questo non sia diventato parte della coscienza comune, aggiunge Antonia Arslan, “e che continui a non essere riconosciuto, lo rende sempre attuale. 

Il nipote del sopravvissuto ancora si chiede perché non può andare in Turchia a piangere i propri morti o perché deve vedere scuole turche intitolate agli assassini del suo Popolo”.

Tuesday, April 7

TIKRIT BOMBARDATA E STUPRATA

Riceviamo e volentieri pubblichiamo Daniele Raineri.

Con l’aria dei nuovi padroni, i gruppi paramilitari sciiti (Pazdaran) entrano dentro il complesso presidenziale che fu di Saddam Hussein sulla sponda ovest del fiume Tigri. Hanno appena vinto la prima battaglia contro lo Stato Islamico, che è rimasto asserragliato fra questi palazzi fino alla sera di mercoledì, dopo che la vittoria era già stata annunciata su canali ufficiali dal primo ministro iracheno. 

Le jeep corrono sui viali senza fine che collegano i laghi artificiali e fra gli edifici che un tempo proiettarono sugli ospiti la grandeur neo-babilonese del Rais; alcuni palazzi sono ancora in piedi senza un graffio, altri sono schiacciati dalle bombe guidate a distanza degli americani, che sono arrivate anche in questo caso a risolvere la situazione oltre l’ultimo minuto. 

Era già successo due settimane fa quando esercito e milizie si erano fermati e avevano ammesso, fra molti imbarazzi, la loro incapacità di sbloccare l’assedio alla città. Nel 2003, anno dell’invasione americana, i jet non avevano inflitto sul resort imperiale di Tikrit i danni che hanno fatto in questi giorni di primavera nel 2015.

I cadaveri anneriti dei combattenti dello Stato islamico sono sparsi fra le aiuole, ma nessuno parla dei bombardamenti, anzi, una notizia che va forte tra i soldati è che capaci aerei da trasporto americani stanno rifornendo di armi e munizioni lo Stato islamico nella provincia di Anbar – soltanto questo spiega la lentezza dei progressi dello sforzo collettivo nazionale contro i mutatarrifin, gli estremisti. 

Quando si prova a chiedere come è possibile che gli americani stiano rifornendo lo Stato islamico e al contempo bombardino qui, questi stessi metri quadrati dove le loro bombe guidate hanno ridotto in briciole le postazioni dello Stato islamico, la risposta è portata via dal vento. E’ tempo per un altro segno con le dita a V, per un’altra carola tutti assieme con i kalashnikov puntati verso il cielo. 

Gli iracheni sparano in aria, e questo non aiuta a distinguere i colpi dei cecchini ancora in circolazione, perché un conto è la vittoria annunciata e un altro quella effettiva.

Il momento più sentito è quando i gruppi scendono al fiume, verso un palazzo di Saddam che affaccia con banchine eleganti sul Tigri. A giugno scorso lo Stato islamico ha catturato quasi duemila reclute del vicino Cob Speicher – una base americana diventata accademia dell’aviazione irachena –, le ha portate in mezzo ai palazzi di Saddam, ha lasciato andare quelle di fede sunnita e ha ucciso uno per uno le centinaia di fede sciita. 

Lo Stato Islamico ha anche prodotto e messo su internet un video con alcune sequenze girate su quei “killing fields”, si chiama “Secondo la metodologia dei profeti”, e una scena mostra una fila di prigionieri portata proprio su quella banchina e sterminata con un colpo di pistola alla testa da un uomo in passamontagna, i corpi che cadono dritti nel Tigri. “Guarda, guarda”, gli uomini mostrano una macchia nera che supera l’orlo della banchina e scende verso il pelo dell’acqua. “Sai cos’è?”. 

E’ il sangue che si vede nel video, dieci mesi dopo. Dopo la rivelazione, segue una serie infinita di canti religiosi, di selfie, di parate sul posto. Il massacro di Cob Speicher è un’onta nella coscienza nazionale, perché i cadetti furono lasciati senza istruzioni davanti all’avanzata dello Stato Islamico. Con la riconquista di Tikrit, comincia il processo di guarigione.

Un uomo s’avvicina, “sai dove abito?”. Indica le case sull’altra sponda del fiume. Così hai visto tutto quello che è successo qui? Annuisce. E’ Hosein al Jubouri, capo di un clan locale sunnita e di una milizia sunnita che combatte contro lo Stato islamico. Ha quattro figli in mimetica con lui e l’aria rassegnata. 

Gli sciiti attorno lo trattano con riverenza, lo additano, è un sunnita che combatte con loro, in pratica è una sfida alle correnti gravitazionali che trascinano l’Iraq verso il basso. Non sfugge loro anche il valore per la propaganda. Si avvicina un ufficiale sciita, mentre al-Jubouri racconta: “Il primo giorno della battaglia quando lo Stato islamico ha cominciato a ritirarsi è stato lungo, ma il secondo no: hanno preso a scappare per i campi, li abbiamo inseguiti, ne abbiamo presi undici e li abbiamo uccisi tutti”. 

L’ufficiale interviene minimizzando, “no, non dice che li ha uccisi”. Jubouri ripete: “Li abbiamo uccisi tutti”. Fa il gesto con le due mani a mimare il mitra. Jubouri sa di essere segnato. I gruppi paramilitari smobiliteranno prima o poi, torneranno da dove sono venuti, alcuni anche a sud di Baghdad, da Karbala. 

Lui e i suoi resteranno qui, non si aspettano pietà dallo Stato islamico e non ne concedono. Sa cosa è successo ai clan sunniti che si sono ribellati allo Stato islamico e hanno fallito.


Dentro Tikrit non si vede un solo civile. In una casa c’è il cadavere di un combattente dello Stato islamico, sembra fosse legato e che poi lo abbiano sciolto, è stato trascinato, gli manca metà della faccia. Dicono al Foglio che ha un passaporto “scritto in russo”, ma non lo mostrano. Ci sono saccheggi e incendi dei gruppi sciiti contro i sunniti locali, la tanto temuta rappresaglia contro una popolazione che è considerata ostile al governo di Baghdad, resa ancora più grave dall’aiuto americano? 

La città ha addosso i segni di un mese di guerra urbana, bombardamenti, centinaia di trappole esplosive e alcune sono ancora da disinnescare – due militari sono morti quando hanno provato a togliere dalla cima di un palazzo la bandiera dello Stato islamico, uno scalino era stato minato. 

Ci sono fuochi dentro due negozi che non sono spiegabili con le bombe, e alcune assi divelte – erano state messe a protezione dei vetri – e attorno non ci sono segni di proiettili. Un paio di sciiti accostano la macchina e tirano sassi contro i vetri della villa di un sunnita. 

Questo è quello che si vede. Ma a Baghdad il governo è attento all’immagine internazionale, nello sforzo impossibile di tenere sotto controllo due narrative opposte: da una parte vuole scatenare l’orgoglio sciita per mobilitare le masse, quindi è tutto video patriottici sulle TV e bandiere che garriscono al vento per centinaia di chilometri sulle autostrade, e dall’altra vuole rassicurare gli alleati esterni (che mandano armi e aerei) e quindi deve temperare le pulsioni di vendetta dei gruppi paramilitari.

LA COOP SEI TU...E GEORGE SOROS CHE CI FA'?

Forse non sarà necessario riscrivere l'articolo 45 della Costituzione ("La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata"); però questo ingresso del finanziere statunitense George Soros nella "L.G.D.", fondo di gestione immobiliare controllato dalla Lega delle Cooperative, in altri tempi lo avremmo definito un matrimonio contronatura.

Ma come? Il re della speculazione internazionale diventa terzo azionista di un fondo delle COOP “rosse”? Va bene che Soros nel tempo libero si trasforma in filantropo liberal, ma qui ci sono di mezzo gli affari; nonché l’assetto futuro del nostro depresso sistema economico. Che frutti potrà mai  generare un simile innesto?

Desiderosi come siamo di attrarre investimenti stranieri nel belpaese, non ci permetteremo certo di fare gli schizzinosi. Né indugeremo nella dietrologia sulla firma del contratto con Soros, giunta proprio sei giorni dopo che il presidente della Lega Coop, Giuliano Poletti, è entrato a far parte del governo Renzi in qualità di ministro del Lavoro. 

La nomina di Poletti appariva come segno culturale adeguato alla durezza dei tempi: far ricorso all’esperienza solidaristica su cui è fondato il movimento cooperativo per favorire la nascita di nuove imprese e di nuovi strumenti di assistenza sociale. 

Avevamo equivocato? Le COOP sono divenute semplicemente un nuovo “potere forte” che si cimenta in campo finanziario al
pari degli altri? La domanda non è oziosa, e l’arrivo di Soros ce lo conferma.

Vivendo in un’epoca di scarsità permanente, dovendoci attrezzare per un futuro di penuria, la buona pratica del mettersi insieme, aiutarsi a vicenda, superare l’individualismo proprietario, è ritornata più che mai attuale. Là dove la politica si rivela inadeguata, sopperisce — dal basso — la virtù autogestita della condivisione. Basta guardarsi intorno per constatare che la sofferenza sociale non produce sempre solo lacerazione e solitudine. 

Parole antiche come mutuo soccorso, fratellanza, cooperazione, riacquistano qui e là un significato concreto. Affondano le loro radici nell’umanesimo cattolico e mazziniano da cui germogliarono le società operaie e artigiane del primo movimento socialista. 

Ma oggi di nuovo si avverte la necessità di un’economia capace di anteporre il benessere collettivo alla rendita speculativa. Sarebbe davvero un peccato dover constatare che nel frattempo gli eredi di quella storia, i colossi della cooperazione — non importa se “rossa” o “bianca” — sono diventati inservibili a tale scopo.

Al tempo in cui l’UNIPOL guidata da Giovanni Consorte si alleò con furbetti di ogni sorta nel tentativo di acquisire il controllo di una banca, molti dirigenti della sinistra reagivano con stizza alle critiche: perché mai la finanza “rossa” dovrebbe restare esclusa dalle partite che contano? Poi Consorte fu assolto. 

Tanto che ora dà vita a un’associazione finalizzata a modernizzare la cultura riformista, e nessuno gli chiede più conto delle decine di milioni incassati per consulenze estranee alla sua attività di manager della cooperazione. 

Difficile eludere la constatazione di Luigino Bruni, tra i massimi studiosi dell’economia sociale italiana: «Viene da domandarsi dove sia finito lo spirito cooperativo quando alcuni direttori e dirigenti di cooperative di notevoli dimensioni percepiscono stipendi di centinaia di migliaia di euro». 

Qualche anno dopo Consorte, l’Unipol ha rilevato l’impresa assicurativa della famiglia Ligresti con tutte le partecipazioni societarie annesse nei “salotti buoni”. Niente da ridire, ma sarebbe questa la sinistra cooperativa e mutualistica che avanza?

Ora viene il turno di George Soros associato a un fondo immobiliare delle COOP specializzato in centri commerciali e ipermercati (1,9 miliardi di euro il patrimonio stimato). Va rilevato che il settore immobiliare italiano suscita un rinnovato interesse nei gruppi stranieri. 

Soros non è il solo a puntarci. Naturalmente ciò non ha nulla a che fare con la nostra emergenza abitativa: a fare gola sono i nuovi grattacieli per uffici direzionali, l’edilizia di lusso e, per l’appunto, i centri commerciali. 

È verosimile che tali investimenti speculativi funzionino da volano per uno sviluppo equilibrato? Piacerebbe sentire in merito l’opinione dei manager della cooperazione e dello stesso ministro Poletti. Anche perché la loro diversificazione finanziaria non ha evitato che la crisi sospinga varie cooperative in difficoltà a chiudere un occhio su materie delicate, come i subappalti precari e sottopagati.

Accolto con un doveroso benvenuto il compagno americano, ci chiediamo che strana razza di capitalismo verrà fuori dal suo incrocio con la finanza “rossa”. Le buone pratiche diffuse della cooperazione, che sia di produzione, distributiva o di cura alle persone, non attenderanno i dividendi di Borsa. La loro carica profetica e soccorrevole si esprime altrove.

Thursday, July 4

U.S. QUESTION: "TO SELL OR NOT TO SELL WEAPONS" ?

Historical U.S. "bilateral neurosis" from the time of its establishment is just: "to sell or not to sell the death in the world?". 

In these two reports the "neurosis" is highlighted by two studies. One of the opposite of the other.

THE DOVE SAYS:

THE HAWCK SAYS:

OBAMA DILETTANTE CON LA "PRIMAVERA ARABA".

Ieri il Dipartimento di Stato americano ha rifiutato di definire “colpo di stato” quanto stava accadendo in Egitto e ha ribadito di considerare Morsi il legittimo presidente: è una questione semantica con conseguenze importanti, perché se riconoscesse il golpe Washington dovrebbe interrompere gli aiuti militari giganteschi (un miliardo e trecento milioni di dollari ogni anno) che le assicurano un qualche tipo di leva sull’Egitto. 

Il cambio di potere al Cairo è un colpo per l’Amministrazione Obama, che nel giro di due anni è riuscita nel miracolo negativo di essere sempre dalla parte sbagliata, pur facendo giravolte pragmatiche: alleata prima di Hosni Mubarak e poi dei suoi nemici, i Fratelli musulmani. Entrambe le parti sono state sconfitte dalla piazza, che infatti ora è densa di sentimenti antiamericani. 

“Fuck Patterson!”, dicevano alcuni cartelli in mezzo alla folla, dedicati all’ambasciatrice Anne Patterson.  Lei è una diplomatica esperta – prima dell’Egitto è stata ambasciatrice in un Paese ancora più difficile, il Pakistan – ma ha commesso l’errore di tessere un’alleanza funzionale con i Fratelli musulmani. Il mese scorso si è incontrata con Khaiter al Shater, il ricchissimo businessman dei Fratelli, “e non in ambasciata, è andata nell’ufficio di lui” si lamentano in piazza, a sottolineare il sospetto di complotto. 

Più di tutto, bruciano le parole con cui Patterson ha dismesso queste proteste di piazza, sbagliando spettacolarmente la previsione. “Il mio governo e io siamo profondamente scettici su queste manifestazioni e non crediamo che raggiungeranno il loro scopo”. Al contrario di altri ambasciatori americani nei paesi arabi, Patterson ha accesso immediato ai livelli più alti dell’Amministrazione, e proprio per la sua esperienza in Pakistan aveva tentato l’accordo con il gruppo islamista. 

Wednesday, July 3

IL PRESIDENTE:"GLI F-35 SONO INDISPENSABILI".

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha presieduto oggi, al Palazzo del Quirinale, una riunione del Consiglio Supremo di Difesa. Alla riunione hanno partecipato: il Presidente del Consiglio, Enrico Letta; il Ministro degli Esteri, Emma Bonino; il ministro dell'Interno, Angelino Alfano; il ministro dell'Economia Finanze, Fabrizio Saccomanni; il Ministro della Difesa, Mario Mauro; il Ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato; il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Amm. Luigi Binelli Mantelli. Hanno presenziato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Filippo Patroni Griffi; il Segretario generale della Presidenza della Repubblica, Donato Marra; il Segretario del Consiglio Supremo di Difesa, Gen. Rolando Mosca Moschini. 
2002 L'amm. Di Paola firma il protocollo d'intesa con gli USA per 131 aerei F-35

Il Consiglio, nel riaffermare il ruolo insostituibile delle Forze Armate, ha esaminato - si legge nel comunicato del Quirinale - i principali scenari di crisi e l'andamento delle missioni internazionali, anche in vista del decreto autorizzativo per il quarto trimestre, che sarà in linea con gli impegni assunti nella prima parte dell'anno, confermando una sensibile riduzione di presenze e di oneri rispetto al passato.

Sui programmi di ammodernamento delle Forze Armate, e quindi anche sull'acquisto dei caccia F35, decide il Governo. Cosi il comunicato del Consiglio Supero di Difesa che si é riunito questa mattina. Nella nota non si fa esplicito riferimento ai caccia F35, né al recente dibattito parlamentare. Tuttavia il Consiglio Supremo di Difesa spiega che la progressiva integrazione europea, in coordinamento con l'evoluzione della NATO, e la realizzazione di capacità congiunte costituiscono presupposti fondamentali per l'approntamento di forze in grado di far fronte efficacemente alle esigenze di sicurezza e di salvaguardia della pace

Questa é la prospettiva da perseguire, anche in considerazione della limitatezza delle risorse disponibili e dell'entità, da un lato, degli investimenti da effettuare per la sicurezza e la difesa e della gravità, dall'altro, delle esigenze di rilancio della crescita e dell'occupazione».

«A parere del Consiglio Supremo, tale visione é conforme allo spirito ed al disposto della legge 244, anche per quanto attiene alle necessità conoscitive e di eventuale sindacato delle Commissioni Difesa sui programmi di ammodernamento delle Forze Armate, fermo restando che, nel quadro di un rapporto fiduciario che non può che essere fondato sul riconoscimento dei rispettivi distinti ruoli, tale facoltà del Parlamento non può tradursi in un diritto di veto su decisioni operative e provvedimenti tecnici che, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell'Esecutivo».

E così sia.

Wednesday, June 19

ARON LO DEFINI':" UN UOMO PERDUTO PER LA VERITA"

A molti piace questo "monumento di vanità, soldi e menzogne". Compreso al mio amico caro Alvaro Mollicone.

Bernard-Henri Lévy (BHL in seguito) è ovunque. Come ti giri, c’è lui. Dalle pagine culturali di Le Point ai rotocalchi di gossip, sempre affamati dei suoi numerosi matrimoni falliti (l’ultimo con l’attrice Arielle Dombasle, che BHL ha lasciato per Daphne Guinness, ereditiera dell’omonima birra). La celebrità di BHL è pari solo all’odio che genera. Se il Nouvel Observateur lo ha definito “un disc jockey delle idee”, per il grande storico Pierre Vidal-Naquet ebbe a definirlo “un mediocre candidato al baccalaureato”. Bernard-Henri Lévy è un trittico vivente: logo, BHL; immagine, la camicia aperta; e messaggio, libertà, scritto a caratteri cubitali.

Non poteva scegliere tema più impalpabile e glamour Lévy per la grande esposizione “Les Aventures de la Vérité” della Fondation Maeght di Saint-Paul de Vence. Il New York Times lo definisce “uno degli eventi culturali del 2013”. 


Il direttore della Fondation Maeght, Olivier Kaeppelin, ha contattato 
Lévy quando l’intellettuale era appena tornato da una delle sue numerose missioni in Libia, dove ha costruito la guerra contro il colonnello Gheddafi

La mostra intende essere il coronamento del “philosophe” più “philosophe” di tutti, per tutti “BHL”, la cui carriera nella politica francese è stata un crescendo da quando entrò a far parte dei saggi di François Mitterrand, al fianco di Jacques Delors, Michel Rocard e Jacques Attali. “Bernard-Henri Lévy, le Magnifique!”, titola il Point sulla mostra di BHL.

Sono uscite talmente tante stroncature del filosofo da aver inaugurato un autentico genere letterario: i “béachellien”. Eppure nessuno dei libri della campagna anti BHL che negli ultimi anni si sono riversati nelle librerie francesi ha colpito davvero nel segno. Non “L’abbiccì di BHL” di Jade Lindgaard e Xavier de La Porte, éditions de la Découverte, sottotitolo ironico: “Inchiesta sul più grande intellettuale francese”, né la voluminosa biografia di Philippe Cohen “BHL”, uscito per Fayard. 


Va bene smascherare l’egocentrismo di Lévy oppure dimostrare che la sua tanto famosa amicizia col comandante afghano Massoud era un bluff, o svelare quanto questo agitatore di idee conceda al narcisismo e alla mondanità, o denunciare il suo fascino per i potenti. BHL è invidiato per il successo, i soldi, l’influenza, l’onnipresenza nel circo giornalistico, la sua insindacabilità qualsiasi cosa dica, faccia, scriva. E’ fisicamente odioso a molti, per via di quella camicia bianca perfettamente inamidata e sempre aperta sul petto. 

E’ criticato per gli aerei privati, la villa Getty a Marrakech, la casa a Tangeri e la lussuosa proprietà alle Seychelles. O per il volo che il presidente Mitterrand mise a disposizione per prelevarlo a Sarajevo e depositarlo a Colombe d’or, dove la brava società parigina era invitata al suo matrimonio, uno dei tanti. BHL, infine, è inviso per il suo iperattivismo: saggi, romanzi, libri fotografici, pièces, articoli, reportage, documentari, appelli, conferenze, tutto un profluvio di lavori siglati “BHL”.

L’intellettuale francese, che in un paese corporativo come la Francia sfugge colpevolmente alle classificazioni, ha molti meriti, dall’aver difeso Israele di fronte a una opinione pubblica come quella francese con forti tendenze antisemite, all’aver contribuito alla scarcerazione del più noto dissidente anticastrista, quell’Armando Valladares il cui libro sul gulag dei Caraibi BHL fece uscire per Grasset. 


Ma Bernard-Henri Lévy, che fu maoista e poi trotzkista, resta nel profondo un opportunista, il conformista simbolo dei benpensanti di Francia. E’ uno che ci sta, un po’ l’emblema dei mandarinismi europei. In “Une vie”, l’opera di quel Philippe Boggio giornalista storico del Monde che avrebbe dovuto fare le pulci ad “amore, denaro, progetti e legami su cui BHL mantiene da trent’anni il totale segreto”, è definito “l’ultimo esemplare d’intellettuale impegnato”, ovvero “ciò che di meglio la Francia ha prodotto nel Ventesimo secolo”. O di peggio.

Quel BHL che oggi campeggia fra i simboli del capitalismo francese ed è riconosciuto da tutti come “il filosofo più ricco d’Europa”, ancora non molto tempo fa definiva il capitalismo come “la più formidabile macchina di morte che la storia abbia mai prodotto”. Il problema di BHL è che sceglie sempre il coro giusto di indignati.


Quando uscì l’edizione francese del libro di Oriana Fallaci “La rabbia e l’orgoglio”, BHL si accodò ai progressisti dicendo che lui era “nauseato”. E che Oriana Fallaci era un’ignorante, un’irresponsabile, una revisionista, una fascista. E paragonò – scusandosene con lo scrittore francese – “La rabbia e l’orgoglio” a “Bagatelles pour un massacre” di Louis Ferdinand Céline. “E’ un libro razzista”, disse BHL del volume della scrittrice italiana. “Con meno talento, è un ‘Bagatelle per un massacro’ antiarabo”.

Ancora più imbarazzante è stata la sua mobilitazione per il terrorista italiano Cesare Battisti, che ha paragonato al capitano Dreyfus, neanche fosse Sacco o Vanzetti, per i quali all’epoca anche Parigi si mobilitò per salvarli dalla sedia elettrica. Pur di non mancare alla serata organizzata al Théâtre de l’Oeuvre in solidarietà con il “perseguitato politico” Battisti, ci ha tenuto a far sapere di aver rinunciato a un impegno importante. Di fronte alla prospettiva che il perseguitato politico fosse estradato “in un paese in cui il presidente del Consiglio si sottrae ai giudici con ben altri mezzi di quelli di cui dispone Battisti”, che sia innocente o colpevole, il condannato-ricercato è innanzitutto vittima, altro che carnefice. Questa la posizione del prode BHL.

Nella primavera 2001, all’indomani del plebiscito pro Chirac e del linciaggio del candidato di estrema destra Jean-Marie Le Pen, Lévy si fa pago e orgoglioso della gioventù antifascista che un giorno sì e l’altro pure per due settimane di seguito riempie i boulevard di Parigi sotto lo striscione “no pasarán”. 


Ma si tende a dimenticare che il salvataggio dell’azienda paterna di BHL, la Becob, società d’importazione di legni africani – che secondo il noto intellettuale avvenne grazie alla stima da sempre dimostrata dall’industriale François Pinault per uno dei suoi più importanti concorrenti, André Lévy – è stato in realtà il frutto di un equo scambio: BHL garantisce infatti a Pinault, i cui legami con l’estrema destra di Le Pen sono noti, buone entrature a sinistra e nel mondo dell’editoria (manca ancora qualche anno perché Pinault arrivi alla proprietà di Fnac e Le Point).

E che dire degli amici? Quando uscì il pamphlet neoprogressista di Daniel Lindenberg contro i “nuovi reazionari”, Lévy – che all’epoca si trovava a Karachi (almeno così lui dice), per il romanzo-inchiesta sulla barbara esecuzione del giornalista ebreo-americano Daniel Pearl – pur non essendo finito nella lista dei cattivi di Lindenberg volle dire la sua. Non per difendere Alain Finkielkraut o Pierre-André Taguieff o Alexander Adler, tutti suoi amici, che di quella lista facevano parte. Al contrario, BHL decise di essere benevolo con Lindenberg e di andar giù pesante con gli amici di un tempo, possibilmente ridicolizzandoli. Sempre da bravo opportunista.

O cosa dire del Lévy ammiratore di Dominique de Villepin, all’epoca in cui da ministro degli Esteri s’affannava a difendere lo status quo nell’Iraq di Saddam Hussein? All’inizio BHL si era sforzato di farsi piacere la campagna d’Iraq, ma non c’era riuscito. Allora Lévy attaccò “questa guerra imbecille e improvvisata dovesse finire domani, il bel lavoro di questi Stranamore disinvolti e incompetenti, ebbri di tecnologia e di morale, e della loro idea messianica di una democrazia paracadutata con i chewing-gum, hanno scelto di rimanere sordi agli avvertimenti dei loro alleati”. E se per i boulevard di Parigi sfilavano quei cortei di sinistra vergognosi e inneggianti al terrorismo qaidista in Iraq, per BHL bisogna ringraziare quella “banda di ignoranti e ottusi che regna nei pensatoi della Casa Bianca, ignoranti della storia, della realtà delle guerre e di quella delle religioni”.

BHL ha una qualità unica, essenziale per emergere nel mondo del giornalismo: si identifica con una causa, la fa sua, la mette al servizio del proprio successo, salvo contraddirsi per sposarne un’altra. Una volta è la redenzione dei poveri del pianeta con l’Action internationale contre la faim. Un’altra volta è la guerra al razzismo con SOS Racisme. Un’altra volta ancora è la militanza per i bosniaci assediati dai serbi (ne nacque un bel film, “Bosna!”, in cui rende omaggio agli abitanti di Sarajevo).

Una vita dunque sempre dalla parte degli oppressi, ma con qualche sbandata reazionaria che BHL ora tende a cancellare dalla propria biografia. Come quando prese posizione in favore dei contras, che in Nicaragua combattevano i comunisti sandinisti. Mito, logo, icona, BHL è diventato persino parte di un arredamento d’interni, come quando ha preso parte a un servizio fotografico nei suoi quattrocento metri quadrati a Saint-Germain-des-Prés (quartiere storico della crème della “pensée philosophique” parigina), o all’“hotel particulier” di seicento metri quadri con vista sull’Arc de Triomphe.

Ma forse per capire BHL basta leggere la sua epopea per quella che è. Quella dell’erede prediletto di Jean-Paul Sartre, a cui BHL ha dedicato un celebre libro-peana, “Il secolo di Sartre”. Altro che l’apologia dell’engagement. Altro che mito delle caves, del Café Flore o del Deux Magots. Durante l’occupazione nazista di Parigi, Sartre fu il più mansueto funzionario della cultura. “Sartre si preoccupava esclusivamente della propria carriera letteraria ed era pronto a scendere a compromessi con le autorità per questo scopo”, ha scritto anche l’americano Michael Curtis in un libro sulla Francia collaborazionista. Sartre scrisse per Comoedia, il settimanale finanziato dai tedeschi, le sue “Mosche” ebbero il beneplacito della censura nazista, occupò la cattedra di Filosofia di un amico ebreo deportato e a una prima brindò con le SS. Anche la sua compagna, Simone de Beauvoir, lavorò alla Radio nazionale nella Parigi occupata, così come Cocteau, Miró, Matisse, Braque e Kandinsky esposero quadri durante il periodo di Vichy.

Il “petit camarade” Sartre, che si recò in Germania nella più totale indifferenza per ciò che gli stava accadendo intorno, dopo la guerra riscrisse la propria immagine di grand résistant. In verità fu un attendista e un approfittatore. Altro che coraggio sartriano per cui di fronte al male si può soltanto collaborare o resistere (BHL ci ha costruito una carriera sopra). Molto meno eroico fu l’atteggiamento dell’intellettuale francese nella Città delle Luci sotto i nazisti. Come quando ha taciuto gli orrori del gulag per non avvilire il morale degli “operai di Billancourt”.

Due opportunisti innamorati di se stessi, Sartre e BHL. Il brutto “anatroccolo” pensante e il “il gran commentatore di tutto”, come Serge Halimi ha definito BHL. Il mentore con la pipa e l’epigono col ciuffo raffaellesco. Entrambi circondati da una adulazione quasi sovietica.

Ad essersi sottratto al coro a favore di BHL è stato il solo Philippe Cohen, che ha accusato il filosofo-celebrità di aver “seminato per trent’anni, per dimostrazione o per omissione, decine e decine di semiverità o di controverità, come altrettanti sassolini sul cammino della felicità mediatica”. Si sa, per diventare una star ci vuole tanta flessibilità. Così, quando Aleksandr Solgenitsin è in disgrazia, BHL dichiara dalle pagine del Quotidien de Paris che il grande scrittore sovietico non è poi questo grande autore, ma un mediocre. Poi però, quando Solgenitsin diventa il darling dell’anticomunismo, BHL lo definisce “lo Shakespeare dei nostri tempi, il nostro Dante”.

BHL incarna anche i peggiori luoghi comuni francesi. In “American Vertigo”, resoconto di un viaggio in automobile – con autista – che ha intrapreso negli Stati Uniti sulle orme di quello compiuto da Tocqueville (niente meno), emerge tutto il paradosso del filosofo. C’è un passo emblematico della sua profondità: “Un altro incidente, nel pomeriggio, un altro avvenimento che richiama Tocqueville: prostrato da un forte bisogno di fare pipì e stufo di dovermi fermare da Starbucks, McDonald’s e Pizza Hut, (…) ho chiesto a Tim (l’autista, ndr) di lasciarmi vicino a un campo d’erba bagnato dal sole. Avevo appena iniziato a pisciare, quando dietro di me sento un’automobile che si ferma. Mi volto. E’ un’auto della polizia. ‘Che cosa sta facendo?’. ‘Sto prendendo una boccata d’aria’. ‘Prendere una boccata d’aria è proibito’. ‘Ok, sto facendo pipì’. ‘Far pipì è proibito’. ‘Allora mi dica cosa è permesso?’. ‘Niente, è vietato fermarsi sulle autostrade’. ‘Non lo sapevo’. ‘Ora se ne vada’. ‘Sono francese’. ‘Non me ne importa un cazzo che lei sia francese. La legge è uguale per tutti’”.... E pensare che si era richiamato a Tocqueville.
Chissà cosa ne penserebbe Raymond Aron, che definì Bernard-Henri Lévy “un uomo perduto per la verità”.
 
Caro Alvaro Mollicone, una tua accurata "opera revisionista" è oltremodo necessaria. Pensaci. Almeno, fallo per onore di Oriana Fallaci.