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Tuesday, June 16

M5S CIAVATI DA... CHAVEZ

Nel 2019, quando in Venezuela infuriava lo scontro tra Maduro e Guaidó, aveva fatto discutere in Europa la posizione di neutralità assunta dal M5s

Il chavismo nel 2010 finanziò il Movimento 5 stelle che oggi governa l’Italia. L’autore di questo articolo pubblicato sul giornale Abc, è Marcos García Rey, un giornalista freelance spagnolo che da tempo segue le vicende interne al Venezuela. 


Oggi, 15 giugno 2020, la sua inchiesta sta facendo tremare il partito italiano più rappresentato in parlamento: se dovesse essere confermato che a Gianroberto Casaleggio è stata consegnata una valigetta con 3,5 milioni di euro in contanti, potrebbe essere la fine dell’ultimo bastione della diversità dei Cinquestelle.

Mentre Vito Crimi e Davide Casaleggio annunciano azioni legali, il console del Venezuela in Italia, Gian Carlo Di Martino, ha detto a Open che l’inchiesta è una ricostruzione fantasiosa per affossare i 5 stelle e che il documento a suo supporto sarebbe falso. 

«Faccio il giornalista investigativo da molti anni, ho fonti importanti in diversi Paesi – racconta García Rey -. Sono tre anni che porto avanti indagini in Venezuela. Quello che ho scritto è tutto verificato, ho consultato più fonti, sia pubbliche che interne dell’intelligence del Paese sudamericano».

García Rey, sei certo che questi 3,5 milioni di euro sono arrivati al Movimento 5 stelle?

«Sì, e se occorrerà sarò pronto a dimostrarlo in tutte le sedi opportune. Non so se ci siano stati altri flussi di denaro, ma per quanto riguarda i 3,5 milioni di euro più fonti dirette mi hanno confermato che sono arrivati nelle tasche dei 5 stelle».

Sei stupito dalla reazione che ha suscitato il tuo articolo?

«Capisco che in Italia questa notizia stia creando molto scalpore perché riguarda un partito di governo, ma in Spagna e negli altri Paesi no. Anche perché, almeno per quanto mi riguarda, il comportamento del Venezuela in questa vicenda non mi stupisce».

Come mai?

«Negli anni in cui Chavez poté approfittare di ingenti risorse derivanti dalla vendita del petrolio, sappiamo che lui e il suo governo favorirono i movimenti politici affini al socialismo. Non è successo solo in Italia, ma in molti altri Paesi. Per esempio ci sono indagini della polizia sul trasferimento di denaro dal Venezuela a movimenti politici in Argentina».

Davide Casaleggio e Vito Crimi hanno bollato il tuo pezzo come «fake news» e hanno annunciato una querela.

«Sono molto tranquillo, non pubblicherei mai qualcosa del genere senza verifiche. Nella mia vita ho ricevuto diverse azioni legali a mio carico, ma non ho mai perso una causa. Ribadisco, la mia tranquillità è estrema: riceverò attacchi tanto dal Movimento 5 stelle quanto dal governo venezuelano, ma sono abituato a lavorare sotto pressione».

Da dove è partita la tua indagine?

«Mi è arrivato un documento che racconta una storia. Quella storia l’ho interpretata per i lettori, consultando tutte le mie fonti. Non ho dubbi che questa valigetta con i contanti sia arrivata in Italia attraverso il consolato di Milano e che Di Martino, il console, ha fatto da intermediario tra il governo di Hugo Chavez e il Movimento 5 stelle. Ho pubblicato il documento, ma ho altre prove che ciò che è scritto in quel documento sia verità».

Il console Di Martino dice che quel documento è falso.

«Ho le prove, invece, che quel documento sia vero e che Di Martino abbia fatto da intermediario. Il console rientra nella vicenda perché era la voce del governo di Chavez in Italia e lui senz’altro sapeva del dialogo tra Venezuela e 5 stelle. La valigetta con i 3,5 milioni di euro è passata per il suo consolato».

A questo proposito, il console si difende sostenendo che fosse impossibile per lui, arrivato da un paio di mesi in Italia, avere dei legami con i 5 stelle.

«Capisco il suo tentativo di difesa, ma io ho le mie fonti che dicono il contrario. Quello che è sotto gli occhi di tutti, oggi, è che nel tempo ci sono state molte relazioni tra il Movimento 5 stelle e il Venezuela».

Marcos García Rey è un giornalista investigativo freelance. Fa parte dell’International Consortium of Investigative Journalists e coordina il master di giornalismo investigativo co-organizzato dall’Università Rey Juan Carlos e da Unidad Editorial.

Monday, May 25

CSM: MANDIAMOLI TUTTI A CASA!! E' UN VERMINAIO!!

La riforma del C.S.M. (CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA) non basta, mandiamoli tutti a casa".

Intervista a Paolo Mieli. 

Il giornalista Paolo Mieli parla del cortocircuito di giudici, politici, giornalisti causato dalle chat di Luca Palamara.
Afferma Mieli: "Bisognerebbe fare pulizia, qualsiasi cosa è meglio di questo verminaio".

"La questione morale? Un altro modo di usare politicamente la giustizia" By Pietro Salvatori

“Di questione morale non si può parlare se è utilizzata come mezzo per colpire gli altri. E’ un altro modo di usare politicamente la giustizia e fa più danno che altro”. E’ pacato ma estremamente duro Paolo Mieli sul cortocircuito che ha colpito magistratura, politica e giornalismo intorno agli strascichi di intercettazioni del caso Luca Palamara che stanno uscendo in questi giorni. Un pasticcio dal quale nessuno si può ritenere assolto: “Il problema è che oggi alcuni magistrati e politici e anche qualche giornalista non hanno più nemmeno il pudore di nascondere operazioni del genere. Non c’è nemmeno più il ridicolo nel lamentarsi per non essere stato invitato a una cena”.

Se ne esce con una riforma del Consiglio superiore della magistratura?
Chi per l’ennesima volta dice che ci vuole una riforma del CSM, è come chi vuol trovare le coperture di una legge di stabilità annunciando di voler lottare contro gli evasori. E’ una frase buttata lì, ero bambino e già si parlava di grandi riforme.

Non cambierà nulla?
La gravità degli scandali di cui leggiamo in queste ore, anche se ricordiamo tutto quel che è uscito è penalmente irrilevante, è che sono una coda di cose già uscite un anno fa. C’era tutto il tempo di prendere provvedimenti, ma non sono stati presi. C’è un governo di sinistra, e non glie ne importa nulla: sanno che da almeno una trentina d’anni le cose stanno così e sanno che ci resteranno per un’altra trentina. E’ un’ipocrisia dire che qualcosa cambierà, perché il baricentro del potere è dalla parte della magistratura.

La politica e i giornalisti sono interessati a mantenere lo status quo?
Direi che politici e giornalisti non fanno una gran figura, e che non è una gran pagina di storia del giornalismo italiano. Intendiamoci, nessuno ha colpe, ma si parla di giornalisti come si parla a un servitore: “Tu devi scrivere questo, tu quello, a quel direttore ci penso io”. Considero una fortuna non apparire tra quei nomi, perché ne parlano in modo molto imbarazzante

Si apre una questione morale anche fra i giornalisti?
Non parlerei di questione morale, siamo tutti responsabili, e sappiamo benissimo che gran parte delle notizie che arrivano dalla magistratura arrivano in questo modo, tenendo anche conto che la qualità media dei magistrati è peggiorata. Però non c’è lavoro di scavo, l’unico lavoro è farsi passare le carte. Sarebbe un po’ ipocrita parlare adesso di questione morale. Poi le cose più clamorose non mi sembrano esser venute fuori sui giornalisti.

A cosa pensa?
E’ stato imbarazzante sentire Luigi De Magistris raccontare che quando indagava Berlusconi gli facevano applausi e invece se si metteva sotto la lente qualcuno a sinistra passava i guai. Poi è enorme la cosa di Di Matteo, che racconta di un cambiamento di umore del ministro Bonafede sulla sua nomina al DAP e Bonafede non sa dare una spiegazione, con il governo tutto a dire che è una questione normale ma di normale non ha nulla. C’è poi la questione del suo ex capo di gabinetto, e la conversazione tra Palamara e Auriemma, in cui dicono che bisogna colpire Salvini. C’è una tale quantità di casi che cavarsela dicendo facciamo la riforma del CSM è solo una finta per aspettare che passi la buriana.

Scusi ma allora come se ne esce?
Pensare di uscirne con una Legge è appena un gradino sopra del dire usciamone facendo una commissione. Se uno non vuole risolvere nulla fa così, magari una bella commissione parlamentare. La prossima idea sarà lanciare una Legislatura Costituente. Sono modi con i quali un Paese che si è perduto e che assiste a scene latino-americane tra i magistrati prova a non uscirne. Anche perché sarà una storia infinita, e sentiremo parlare di altri casi, ma la politica continuerà a confondere le acque, facendo credere che sia una cosa qualsiasi. Pensiamo al caso Palamara, scoppiato alla fine dell’anno scorso. C’era un nuovo governo e nessuno lo voleva disturbare, per cui finì lì, ma chiunque di buonsenso non può non reagire con rossore. 

Insisto: da quando la lanciò Berlinguer, mi sembra che la questione morale sia diventata un leit motiv della discussione pubblica italiana. 
Berlinguer fece benissimo a lanciarla. Ma quando oggi uno la lancia contro gli altri, l’accusa contiene un difetto di denuncia. Perché è chi si ritiene puro a lanciarla contro gli impuri, ma i puri non siamo mai sicuri che siano tali. Il difetto è nel manico. Ci sono carrettate di presunti esponenti dell’antimafia siciliana che vengono beccati in atteggiamenti che vanno in direzione opposta, fino alle tante dichiarazioni esplicite di chi fa tutti i giorni un uso politico della giustizia. Fa specie che quello che gira tra i vertici della magistratura sia ancora un modo di fare che mira a colpire qualcuno per le idee politiche, che ci siano appigli di legge o meno. Di questione morale non si può parlare se è utilizzata come mezzo per colpire gli altri. E’ un altro modo di usare politicamente la giustizia e fa più danno che altro.

Messa così è un cortocircuito dal quale non se ne esce.
Facciamo un esempio. C’è una strada di Chicago dove regna la corruzione. Se io lancio una crociata pubblica contro uno dei due marciapiedi di quella strada, e lo ripulisco, sto pulendo o sto rafforzando i corrotti dell’altra metà togliendogli di torno gli avversari, sto decidendo chi deve avere più potere? Il problema è che oggi alcuni magistrati e politici e anche qualche giornalista non hanno più nemmeno il pudore di nascondere operazioni del genere. Non c’è nemmeno più il ridicolo nel lamentarsi per non essere stato invitato a una cena. Se venissero fuori conversazioni di questo tipo tra me e lei, io me ne vergognerei, gli interessati invece le rivendicano e si difendono. 

Però questo è un dato di malcostume. Voglio dire, la tentazione di mettere una toppa con l’ennesima legge è forte, ma a cosa può servire?
L’unico modo è fare pulizia totale, mandarli tutti a casa. Magari anticipando l’elezione CSM, perché no, anche attraverso il sorteggio. Nei film americani se il giudice pensa che la giuria non sia serena, o non possa per qualche motivo svolgere bene il proprio lavoro, chiama la giuria della stanza accanto. Ma qualsiasi cosa è meglio di questo verminaio.

In questo clima il Senato è chiamato a decidere se mandare Salvini a giudizio o meno.
Voterà a sfavore di Salvini, è ovvio. Ho tuttavia paura che il giudizio non sarà sereno, ma sia determinato dalla voglia di colpire Matteo Salvini, sia da parte dei magistrati sia da parte dei parlamentari. Le questioni della giustizia quando arrivano in politica sono determinate da molti opportunismi come abbiamo visto nel caso Bonafede. Detto questo, al governo sono attaccati con lo sputo, non possono permettersi diversamente, guardano ai sondaggi che danno la Lega in calo e pensano di avvantaggiarsene. Lo bastonano come un cane che affoga.

Monday, May 11

VERA SOMALIA : NON QUELLA DI GIUSEPPI E SUOI PEONES

Il nome attuale della Somalia le fu dato dall'esploratore italiano Luigi Robecchi Bricchetti (21 maggio 1855 - 31 maggio 1926), che fu il primo europeo a visitare estensivamente la regione del Corno d'Africa denominata Benadir.

Pittoresco perfino nella sua denominazione geografica, il cosiddetto Corno d’Africa, che pure fu così centrale per la storia coloniale dell’Italia a cavallo tra l’ultimo quarto dell’Ottocento e la metà del Novecento, è senza dubbio troppo spesso assente dalla grande informazione sui mass media del nostro Paese. 

E ciò a dispetto non solo di quanto tale regione africana rappresenta per la memoria storica del nostro paese, ma anche della sua oggettiva importanza come vasto lembo di terra proteso fra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano, dunque in una zona cruciale per i traffici marittimi e in particolare petroliferi.

Nel 1936, la Somalia italiana fu fatta confluire nell'Africa Orientale Italiana. Amministrativamente rimase tale fino al 1941, quando passò sotto il controllo militare britannico. Dopo la Seconda guerra mondiale, il nord del Paese rimase protettorato britannico, mentre la restante parte fu affidata a una amministrazione fiduciaria italiana. 

Nel 1960, le due regioni furono unite nella Repubblica somala. Nel 1969, il maggiore Mohammed Siad Barre portò a termine un colpo di Stato e si insediò come presidente-dittatore, rimanendo in carica fino allo scoppio della guerra civile (26 gennaio 1991).

Era il 20 settembre 1985 quando l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi in visita ufficiale in Somalia firmava un accordo da 550 miliardi da spendere entro un paio di anni.

Si trattò di un salto vertiginoso rispetto al precedente quadriennio 1981-84 quando l’ammontare degli aiuti italiani alla sua ex colonia erano di 310 miliardi. Centocinquanta di questi miliardi verranno erogati per il “programma ponte” 1985-86 della Cooperazione allo sviluppo del ministero degli Esteri.

L’investimento maggiore era destinato alla realizzazione di una strada di 450 chilometri nella poverissima regione del Bari-Sanaag, nel Puntland, la meno collegata del paese, attraverso il FAI “Fondo aiuti internazionali” la nuova denominazione che aveva assunto il sottosegretariato di Francesco Forte, il dipartimento di stato avrebbe poi dovuto provvedere ad asfaltarla.

Sempre nel nord della Somalia presso il campo di rifugiati ogadeni di Gannet “B”, presso Hargeisa, il FAI interverrà con un piano di vaccinazione a livello nazionale realizzato attraverso l’Unicef e l’invio di diecimila tonnellate di riso per i rifugiati. La Corte dei Conti italiana Presidente On. Prof. Fausto Nunziata, stabilì che dal 1981 al 1990 furono versati alla Somalia 1.506 miliardi di lire, serviti per costruire opere mai finite.

La caduta di Siad Barre nel 1991 fu l'inizio della guerra civile tra i cosiddetti signori della guerra per il controllo della Somalia, in particolare nel sud, mentre il territorio settentrionale dell'ex Somaliland britannico annunciò la propria secessione. I caschi blu dell'ONU della missione Restore Hope giunsero nel Paese nel 1992, ma lo lasciarono nel 1995 ancora diviso tra molte fazioni. 

Gli sforzi diplomatici portarono negli anni seguenti all'Accordo fra ventisei fazioni (1997), alla Conferenza di pace di Gibuti (2000), alla Conferenza di pace di Mbagathi (2002) e alla Conferenza di pace in Kenya (2004), che vide anche la partecipazione della IGAD, organizzazione politico-commerciale dei paesi del Corno d'Africa. 

Al momento dell'indipendenza, nel 1960, la Somalia possedeva un esercito piccolo e armato alla leggera, i cui ufficiali erano stati addestrati in Italia, Gran Bretagna ed Egitto. Progressivamente questa forza venne espansa e modernizzata, fin quando l'Esercito nazionale somalo (Somali National Army, SNA) fu testato per la prima volta in battaglia nel 1964, quando le tensioni con l'Etiopia sul controllo della regione etiope dell'Ogaden, abitata in prevalenza da somali, sfociò in scontro militare aperto. 

Il 16 giugno 1963 circa 3000 insorti somali accesero una rivolta nella città etiope di Hodayo, dopo che l'Imperatore Hailé Selassié aveva rifiutato la loro richiesta di concedere all'Ogaden il diritto all'auto-determinazione. Inizialmente il governo somalo non sostenne i rivoltosi, ma quando nel Gennaio 1964 Hailè Selassiè inviò rinforzi nella regione, le forze somale lanciarono attacchi di terra e aerei lungo il confine e iniziò a fornire assistenza agli insorti. 

In risposta l'Aeronautica etiope sferrò attacchi lungo le sue frontiere sudoccidentali contro la zona a nord-est di Belet Uen e contro Gallacaio. Il successivo 6 marzo i due Paesi si accordarono su un cessate il fuoco, e alla fine del mese firmarono a Khartum, capitale del Sudan, un accordo che prevedeva il ritiro delle truppe dai confini e la cessazione della propaganda ostile. Contestualmente iniziarono le trattative di pace, e la Somalia ritirò il proprio supporto agli insorti.

Durante il vuoto di potere seguito all'assassinio del 2º Presidente della Somalia, Abdirashid Ali Shermarke, le forze armate attuarono un colpo di Stato il 21 ottobre 1969 (il giorno dopo i funerali di Shermarke) e presero il potere. 

A organizzare e dirigere l'operazione fu il Comandante in Capo dell'Esercito nazionale somalo, il generale Siad Barre, che si insediò come Presidente del Consiglio Supremo Rivoluzionario, il nuovo governo nazionale. La denominazione dello Stato fu cambiata in Repubblica Democratica della Somalia e nel 1971 Barre annunciò l'intenzione del regime di eliminare progressivamente il controllo militare per dare spazio a un governo civile.

I signori della guerra si accordarono per formare un governo di transizione, con presidente ad interim Abdullahi Yusuf Ahmed e capo del governo Ali Mohamed Ghedi. Tuttavia di fatto ogni signore della guerra continuò a governare il proprio feudo in modo indipendente dal governo transitorio, mentre nel vuoto di potere causato da quindici anni anni di guerra civile crebbe il controllo del territorio da parte delle Corti islamiche locali, che nel frattempo si affiliarono alla rete di al Qaida.

Nel 2006 il governo provvisorio somalo fu costretto a scendere a patti con le corti islamiche, che controllavano di fatto ampie regioni tra cui la stessa Mogadiscio e minacciavano di espandersi verso le città di Baidoa, Gallacaio e le stesse regioni autonome del Somaliland e del Puntland, fino ad allora caratterizzate da maggiore stabilità. 

Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, con la risoluzione 1725/2006, revocò l'embargo delle armi al governo federale somalo, consentendone il riarmo per difendere il governo transitorio di Baidoa. 

La guerra civile vide così opporsi le milizie delle corti islamiche a quelle leali al governo transitorio di Baidoa, sostenute anche dall'Etiopia e dagli Stati Uniti nel contesto della guerra al terrorismo e ad al-Qāʿida. A seguito dell'intervento statunitense diversi signori della guerra entrarono a far parte dell'esercito somalo.

Il primo ministro Ali Mohamed Ghedi si dimise a fine 2007, e il nuovo capo del governo Nur Hassan Hussein si insediò a Mogadiscio nel 2008, mentre una fazione moderata dell'Unione delle corti islamiche, costituitasi come partito politico nell'Alleanza per la Riliberazione della Somalia (ARS) sotto la guida di Sharif Sheikh Ahmed, stipulò col governo di transizione un accordo di pace a Gibuti, che prevedeva il coinvolgimento nel governo anche degli esponenti più moderati delle corti islamiche

A seguito di ciò il presidente Abdullahi Yusuf Ahmed si dimise, e vi furono nuove elezioni presidenziali nel 2009 vinte dallo stesso Sharif Sheikh Ahmed, leader dell'ARS. 

Nel 2010 il mandato del Governo e del Parlamento, il cui termine era previsto nell'estate 2011, fu prolungato di un anno con l'accordo di Kampala, per poter dare avvio alle operazioni militari contro gli islamisti di Al-Shabaab, ancora in possesso delle città di Baidoa, Belet Uen e Afgoi, che furono infine conquistate dal governo somalo.

Da allora, nonostante numerosi tentativi, nessuna autorità o fazione è riuscita a imporre il proprio controllo su tutto il Paese.

La Somalia è stata governata da una pluralità di entità statali più o meno autonome, che esercitano ciascuna un diverso grado di controllo del territorio. Anche per questo motivo, la Somalia è stata considerata uno "Stato fallito"ed è uno degli Stati più poveri e violenti del mondo.

In assenza di un governo centrale, l'amministrazione della giustizia è regredita a livello locale, con l'utilizzo di istituti civili, religiosi islamici oppure consuetudinari, mentre l'economia si mantiene a livelli informali, basati sull'allevamento del bestiame, sulle rimesse degli emigrati, e sulle telecomunicazioni.

Il ministro degli esteri Fowsiya Haji Yusuf ha invitato i paesi occidentali ad investire nel paese, e dal 2011 sono state riaperte le ambasciate di Turchia, Gibuti, Kenya, Iran, Regno Unito, Italia e ONU. Prova del miglioramento della Sicurezza in Somalia è la visita del segretario generale dell'ONU Ban Ki-moon nel dicembre del 2011.

Nell'agosto 2012 fu istituita la Repubblica Federale Somala. Nel settembre 2012, fu eletto presidente Hassan Sheikh Mohamoud. Nel 2017 fu eletto presidente Mohamed Farmajo.

Un vasto lembo su cui continua a mantenere solide radici uno dei gruppi jihadisti più agguerriti, ovvero il ben noto al-Shabab, movimento affiliato ad al-Qaeda che trova in Somalia la sua sede principale, ma con collaudate diramazioni nei paesi vicini e specialmente in Kenya

Negli ultimi mesi la Somalia ha goduto di nuove, momentanee luci della ribalta, ma si è trattato di barlumi, prima che questo scenario fosse di nuovo inghiottito nell’oblio mediatico.

Eppure di recente era stato proprio un gruppo di militari italiani schierati nel paese con la Forza Internazionale europea d’addestramento e consulenza EUTM-S (per European Union Training Mission, ed S per Somalia) a subire un attacco, per fortuna senza vittime, da parte di elementi Shabab

Era il 30 settembre 2019 e nelle medesime ore un assalto parallelo veniva portato a una base aerea locale utilizzata dagli americani per farvi operare i loro preziosi droni da ricognizione e attacco.

A compiere l’ultimo grave attentato del 2019, fra i più sanguinosi avendo rasentato il centinaio di morti, è stato, secondo l’Intelligence del governo centrale somalo, l’attentatore suicida Ismael Mukhtar Omar, alla guida di un’autobomba che è deflagrata presso un posto di blocco lungo la via Afgoye

La strage è stata favorita dalla presenza nei paraggi di un ufficio delle tasse presso cui centinaia di persone erano in fila per assolvere i loro impegni fiscali. I terroristi Shabab hanno rivendicato l’attacco sostenendo che il vero obbiettivo erano cittadini turchi che transitavano per quella strada. Infatti fra le vittime ci sono anche due ingegneri di Ankara.

E del resto da anni la Turchia del presidente Recep Erdogan cerca di intrecciare rapporti sempre più stretti con Mogadiscio. Ma non è escluso che lo scopo fosse anche quello di sabotare la paziente ricostruzione di un tessuto fiscale in grado di sostenere le istituzioni locali somale. Certo è che la sciagura ha confermato che la situazione del paese africano resta critica, nonostante gli sforzi internazionali, anche italiani, per debellare il terrorismo.

Anche se militarmente non sono state troppo significative, queste azioni, sui cui dettagli torneremo nel pieno di questo articolo, non sono che le più eclatanti di molte altre che i jihadisti dalla pelle d’ebano hanno seguitato a effettuare negli ultimi mesi, a riprova che la Somalia resta una regione ad altissima “febbre geopolitica" nonostante il grande pubblico ne riceva notizie assai più rade e frammentarie rispetto ad altre zone del mondo.

Il governo somalo insediato nella martoriata capitale Mogadiscio, e purtroppo perennemente esposto ai colpi della campagna terroristica degli Shabab, non potrebbe reggersi senza il prezioso aiuto internazionale che si concretizza nella presenza di diversi contingenti stranieri, fra cui le forze europee ed americane.

Non stupisce quindi che il 9 gennaio 2020 un portavoce dei jihadisti, Sheikh Ali Mohamud Rage, abbia incitato in un video i suoi uomini ad “attaccare gli USA”. Rage ha confermato l’affiliazione di al-Shabab ad al-Qaeda, dichiarando che “l’attacco a Camp Simba è stato organizzato e guidato dai vertici di al-Qaeda, soprattutto dallo Sheikh Ayman Al Zawahiri, possa Dio proteggerlo”.

Il che rafforza l’ipotesi che al-Qaeda, messa in ombra dall’ISIS e anche dalla recente crisi fra USA e Iran, stia sgomitando per riacquistare le luci della ribalta fra i maggiori nemici dell’America e in genere dell’Occidente. Quasi in una sorta di “gara” interna al mondo islamico fra chi vuole avere la primazia nella jihad.

Al messaggio di Rage ne era accluso un altro dello stesso Zawahiri: “Oh musulmani di Somalia, vi annuncio che l’America e i suoi servili alleati verranno sconfitti in Somalia, Dio permettendo, nello stesso modo in cui sono stati battuti in Afghanistan e in Iraq. Dovete essere pazienti e risoluti”. 

Al Zawahiri, quindi, ora che il rivale Isis ha perso il suo capo Abu Bakr Al Baghdadi, potrebbe avere la chance di rilanciare al-Qaeda partendo proprio dall’Africa, dove le costole locali della rete che fu di Osama Bin Laden hanno saputo meglio resistere fidando nel fatto che l’attenzione degli occidentali era focalizzata più sul Medio Oriente.

Nello specifico dell’azione contro la base americana, è stato ancora Rage a spiegare che “è stata condotta da una nostra unità speciale, la Brigata Martirio, che è riuscita a distruggere a terra vari velivoli”. Gli americani negano che ci siano stati danni così ingenti, ma i kenyoti sostengono che solo le bombe di un loro aereo hanno infine spinti gli Shabab a ritirarsi. Certo è l’ennesimo ammonimento dei terroristi contro tutte le forze straniere che aiutano il governo legale di Mogadiscio.

Fra esse spicca anzitutto la forza AMISOM formata dai paesi dell’Unione Africana a traino dei maggiori stati limitrofi, specie Etiopia, Kenya e Uganda, ma anche le forze americane rispondenti all’AFRICOM, il comando USA competente per il continente africano, e il piccolo ma importante contingente europeo EUTM-S, formato da poco più di 200 militari (per l’esattezza 203, secondo gli ultimi ragguagli) di otto paesi, segnatamente sette membri UE come Italia, Spagna, Svezia, Finlandia, Gran Bretagna, Portogallo, Romania, più la Serbia e Montenegro.

Nella compagine europea gli italiani costituiscono la componente più importante, sia numericamente, con 123 uomini e 20 veicoli terrestri, sia considerato il fatto che il comandante della missione è da anni un generale italiano, attualmente il generale di brigata Antonello De Sio, subentrato lo scorso 8 agosto al parigrado Matteo Spreafico.

La missione è attiva fin dal 2010, inizialmente con base nel vicino Uganda, per poi spostarsi a Mogadiscio dopo che il raggiungimento di certe condizioni di sicurezza. E’ giunta il 1° gennaio 2019 al suo sesto mandato, dopo una serie di rinnovi grossomodo biennali. L’attuale mandato, per il quale è stato finora stanziato un fondo di 11,4 milioni di euro, scadrà infatti il 31 dicembre 2020, data in cui è plausibile possa esserci un’ulteriore estensione, se la situazione lo richiederà.

Il quartier generale della missione è posizionato presso l’aeroporto internazionale di Mogadiscio e proprio lì per ben due volte nell’arco di pochi giorni, il 1° e il 4 novembre 2019, (nel secondo caso in osservanza alla nota festività delle forze armate) l’ambasciatore italiano in Somalia, Alberto De Vecchi, e il nostro addetto militare, capitano Antonio Mazzocca, hanno visitato la base rilevando l’importanza dell’attività che i militari italiani e i loro colleghi europei esercitano sia addestrando i soldati dell’esercito governativo somalo, sia provvedendo alla sicurezza delle strutture.

Del resto, lo stesso generale De Sio ha più volte ricordato come l’addestramento e la consulenza che EUTM-S fornisce alle forze somale a livello di compagnie di fanteria sia indirizzato ormai a formare istruttori indigeni che, a loro volta, travasano l’esperienza acquisita a cascata nei propri reparti regolari, secondo quel concetto sintetizzato dalla formula anglosassone “Train the Trainers”.

Date le possibilità del governo somalo e la stessa natura del territorio e della minaccia jihadista, la base dell’addestramento è costituita dall’organizzazione e dall’impiego di forze di fanteria leggera. 

E non a caso, fra gli ultimi concreti risultati della missione c’è stata, lo scorso 10 ottobre, la conclusione del 4° Corso di Fanteria Leggera, con cui ulteriori militari somali sono stati “promossi” alla presenza dei loro massimi capi, ovvero il ministro della Difesa Hassan Mohamed Alì e il capo delle Forze di Difesa, generale Odawa Yussuf Raage

Alla missione EUTM-S ha poi reso omaggio, fra gli altri, lo stesso comandante in capo delle forze armate svedesi, generale Micael Byden, che insieme all’ambasciatore di Stoccolma in loco, Staffan Tillander, ha ispezionato la base il 22 ottobre.

L’interesse della Svezia, a così alti livelli della sua Difesa, per questa missione apparentemente limitata, se si guarda solo ai numeri, si spiega anche per il fatto che il vicecomandante, diretto subalterno di De Sio, è proprio uno svedese, il colonnello Per-Olof Bengtsson.

Il 5 novembre 2019 gli Shabab hanno mostrato, parzialmente, le prime immagini conosciute del loro capo supremo, fino ad allora noto solo a mezzo di proclami audio, senza che la grande stampa italiana vi prestasse sufficiente attenzione. 

Quel giorno i jihadisti hanno diffuso per la prima volta un video risalente a poco più di un mese prima, alla vigilia dell’attacco di fine settembre alla base americana di droni di Baledogle, e che mostra l’emiro Ahmed Omar Abu Ubaidah (o Ubeyda) incitare i “martiri” prescelti per l’azione in uno scenario di boscaglia.


E ciò nonostante il fatto che fin da allora gli americani avessero cominciato col porre sulla sua testa una taglia di 2 milioni di dollari, via via cresciuta fino ad arrivare agli odierni 6 milioni di dollari.

Ma per cercare di debellare questo sgherro e i suoi seguaci, fra le novità del nuovo anno ci saranno ulteriori passi in avanti nella collaborazione tra il governo somalo e i suoi alleati internazionali.

Ad esempio una forza speciale antiterrorismo della polizia somala, la cui costituzione è stata annunciata il 7 gennaio 2020 da un commissario di polizia dell’AMISOM, Agostino Magnus Kailie, come frutto dell’aiuto addestrativo fornito dall’Unione Africana e dell’Unione Europea, compresi i soldati e i carabinieri italiani. Sarà un nucleo scelto di 300 agenti speciali che verranno inviati in modo capillare in tutti gli stati federati che compongono la Somalia.

Spiega infatti il commissario di polizia somalo Abdi Hassan Mohamed: “Alla fine di questo addestramento, le nostre forze speciali di polizia saranno completamente equipaggiate e le loro capacità combinate costituiranno una forza importante in grado di garantire centri di popolazione”.

Poichè i militari italiani, con le loro qualità professionali e anche diplomatiche e umane, non sono da meno di quelli americani nell’insegnare ai somali la lotta antiterrorismo, non stupisce che pochi mesi fa siano stati fatti oggetto di un attacco Shabab nelle medesime ore in cui lo erano gli “yankee”.

Quel 30 settembre 2019 ha quindi visto il doppio attacco alla base USA e anche a un convoglio di veicoli italiani nei pressi della capitale, entrambi rivendicati da al-Shabab, quasi il movimento volesse mandare ai suoi avversari un messaggio di efficienza, dimostrando di essere sempre in grado di organizzare più azioni in contemporanea in luoghi anche abbastanza distanti fra loro.

Partendo dall’attentato contro i nostri militari, esso ha avuto luogo in mattinata, quando un convoglio di tre veicoli italiani della forza EUTM-S, nella fattispecie blindati VTLM del tipo IVECO Lince, stava percorrendo la strada Jaale-Siyaad nei sobborghi di Mogadiscio e stava rientrando alla propria base dopo aver lasciato la “zona verde” dove ha sede il Ministero della Difesa somalo.

Stando a quanto comunicato a livello ufficiale, gli italiani avevano appena concluso una “attività addestrativa” a supporto dei loro colleghi somali.

Lungo la strada gli Shabab avevano appostato un’autobomba guidata da un kamikaze che è esplosa al passaggio dei due Lince, danneggiandoli con l’onda d’urto e con la sventagliata di schegge e frammenti.

La blindatura dei Lince ha fatto sì che i militari italiani a bordo dei mezzi risultassero praticamente incolumi e, per quanto emerso da fonti locali, sembra che uniche vittime dell’atto terroristico siano stati due civili somali che hanno avuto la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, oltre a quattro feriti, anch’essi dei semplici passanti, fra i quali una donna e un bambino.

Diffuse sui media già poche ore dopo, le immagini dei Lince colpiti dallo scoppio mostravano che una era stata visibilmente danneggiata nella sua parte posteriore, mentre l’altra in quella anteriore, intuibilmente perchè lo Shabab suicida alla guida del veicolo imbottito ha cercato di insinuarsi fra i due mezzi per distribuire equamente su entrambi la forza dell’ordigno.

Chiaro poi che a limitare i risultati a poche lamiere esterne piegate e bruciacchiate, oltre che a qualche graffio e a un po’ di comprensibile spavento, ci ha pensato il solido guscio dei veicoli italiani, come si sa a tutta prova di ordigni leggeri e mine ordinarie.

Tre dei militari italiani a bordo dei Lince avrebbero a quanto pare riscontrato ferite molto lievi, tali da farli comunque rimpatriare attorno al 1° ottobre perchè fossero ricoverati per gli accertamenti di prassi all’ospedale militare del Celio, a Roma.

La corazzatura del Lince, giova ricordarlo, risponde allo standard NATO di protezione STANAG 4569 fino al 4° livello, su una scala totale di 6 livelli. Ovvero fino a, per esempio, l’esplosione di una granata d’artiglieria da 155 mm a una distanza di 30 metri dal veicolo, oppure lo scoppio di granate e mine contenenti fino a 10 kg di esplosivo sotto le ruote e lo scafo, quest’ultimo dalla sezione trasversale ventrale sagomata a V per angolare lateralmente l’energia termica e cinetica di deflagrazioni sottostanti, senza contare l’impatto di proiettili in calibri da 5,56 mm a 7,62 mm compreso, anche in versioni perforanti AP, sparati da una distanza di 30 metri.

E’ probabile che sia solo un caso che il convoglio dei Lince italiani sia stato colpito poche settimane dopo che si era tornati a ipotizzare la detenzione da parte di al-Shabab della giovane cooperante italiana Silvia Romano, rapita in Kenya il 20 novembre 2018 da una banda criminale. 

Ma, per completezza di cronaca, sarà perlomeno interessante ricordare che lo scorso 1° settembre autorità somale parevano corroborare le precedenti voci che volevano la ragazza venduta dagli originari rapitori kenioti ai terroristi somali, allo scopo di detenere un ostaggio.

In particolare, seguendo una pista battuta anche dall’AISE, in quell’occasione il giudice Ahmed Musse, presidente dell’Alta Corte della Regione del Sudest, e l’Addetto Commerciale in Europa, Abdirisak Amin, hanno chiaramente fatto riferimento a quella sorta di Intelligence degli Shabab, nota col nome Amnyat, e ritenuta “responsabile di assassinii, attacchi esplosivi, sequestro di cittadini stranieri e traffici illegali di avorio, droga, armi, carbone vegetale e riciclaggio di denaro sporco”.

Il tutto in combutta coi pirati che infestano la costa. Il 18 novembre 2019 è emerso che su una pista simile si sono ormai decisamente indirizzati gli inquirenti italiani, specialmente il sostituto Procuratore Sergio Colaiocco e i Carabinieri del ROS,  che dopo lunghe indagini in Kenya sarebbero arrivati alla conclusione che la Silvia Romano potrebbe essere prigioniera di elementi Shabab, o loro fiancheggiatori, in Somalia, tanto da apprestarsi a inviare una rogatoria internazionale alle autorità somale.

Nelle medesime ore dell’attentato alle blindo italiane, i jihadisti tentavano una devastante irruzione alla base aerea di Baledogle, situata a oltre 90 chilometri da Mogadiscio, subendo però molte perdite e venendo bloccati lungo il perimetro esterno. 

La pista viene usata dal contingente americano dell’AFRICOM circa 600 uomini, per farvi decollare i droni da ricognizione e attacco General Atomics MQ-9 Reaper, quei ben noti “robot volanti” che svettano maestosi con la loro apertura alare di 20 metri, simili nella sagoma a grandi alianti, mossi però da un motore a elica da 900 cavalli nella coda.
E, soprattutto, armati con missili Hellfire e bombe a guida laser Paveway

La mattina del 30 settembre un commando di terroristi con almeno un autoveicolo imbottito di esplosivo, forse due, ha cercato di forzare gli sbarramenti esterni, tenuti in prevalenza da truppe governative somale, che hanno sparato appoggiate da fuoco, anche aereo, americano.

Dal poco che è trapelato, sembra si sia trattato di un attentato secondo lo stesso stile di quello attuato a Nassiriya nel 2003 contro la guarnigione italiana in Iraq, con il veicolo kamikaze utilizzato a mo’ di ariete. Stando tuttavia a quanto dichiarato dall’ufficiale somalo Yusuf Abdurhaman e anche da fonti dell’AFRICOM, l’azione è stata bloccata sul limitare del cancello di accesso alla base dalla pronta reazione delle truppe locali. L’attacco ha scatenato una rappresaglia americana, presumibilmente con droni, che ha portato all’uccisione di almeno 10 terroristi di al-Shabab.

Il direttore operativo di AFRICOM, generale William Gayler, ha spiegato: “Questo attacco, anche se inefficace, dimostra la minaccia diretta che Al Shabab pone agli americani, ai nostri alleati, e ai nostri interessi nella regione”. 

E in effetti con questa azione, al-Shabab intende dimostrare di aver mantenuto una capacità organizzativa sufficiente ad attuare attacchi in contemporanea in località abbastanza distanti fra loro. Inoltre ben sapendo che fra gli elementi di vantaggio dei suoi avversari c’è il dominio dell’aria e in particolare l’utilizzo dei droni per pattugliare i cieli de paese.

Per quanto l’attacco a Baledogle non sia riuscito, ciò non significa che in futuro i jihadisti non possano riprovarci, secondo un principio applicato fin dal 1964 in Vietnam dai guerriglieri Viet-Cong contro le basi aeree americane in loco. Con la differenza che mezzo secolo fa, sia la minore sofisticazione dei sensori di sorveglianza di allora, sia la differenza fondamentale di teatro operativo, giungla tropicale anzichè arida e rada boscaglia, facilitavano ai Viet-Cong l’avvicinamento notturno e il fuoco di mortai da oltre il perimetro, con conseguente distruzione di numerosi aerei ed elicotteri statunitensi.

Oggi per gli Shabab sarebbe ben più arduo agire in questo modo, ma il ricorso più ampio ad attacchi suicidi giocati sulla rapidità, per ovviare alla precocità d’avvistamento, e forse anche a sabotaggi mediante agenti infiltrati potrebbe prima o poi far registrare alcuni loro successi nel distruggere al suolo droni ed aeromobili pilotati, oppure le infrastrutture a essi indispensabili.

Senza voler fare la storia degli anni precedenti, considerando che Al Shabab emerse già nel 2006, per limitarci agli ultimi anni, l’impiego dei velivoli USA, sia droni, sia aerei pilotati, è costantemente aumentato dai 15 attacchi registrati nel 2016 ai 35 del 2017 e ai 47 del 2018

Un’impennata favorita dall’insediamento alla Casa Bianca del presidente Donald Trump, che decise di estendere l’uso di questi “vendicatori” alati firmando il 30 marzo 2017, appena due mesi dopo l’inizio del suo mandato, un ordine operativo che designava tutta la Somalia meridionale “zona di ostilità attiva”, consentendo raid aerei, e anche incursioni di commandos, anche in zone del paese non considerate in precedenza di guerra aperta. In ottobre il dato ancora parziale dello scorso anno era attestato sui 56 raid aerei, che avrebbero ucciso un totale di un migliaio di Shabab, o presunti tali. 

Nell’aprile 2019, comunque, un comunicato dell’AFRICOM stimava in “800” il numero dei terroristi uccisi fino ad allora nei due anni esatti precedenti, rimontando all’aprile 2017.

Sul finire del 2019, il comando AFRICOM ha reso noto che il 29 dicembre, appena un giorno dopo la strage di Mogadiscio, gli ultimi tre raid di droni USA hanno portato a 63 il totale degli attacchi aerei statunitensi, il massimo annuale di sempre in Somalia, uccidendo in tre distinte azioni quattro miliziani Shabab. 

Fra gli attacchi più significativi attuati da droni USA nei mesi precedenti, potremo citarne giusto alcuni per dare idea dell’efficacia di questo sistema insidioso e insieme efficace, specialmente per il pattugliamento di lungo periodo del territorio.

A cominciare dall’uccisione il 1° settembre 2014, a Sud di Mogadiscio, del precedente capo di Al Shabab, il citato Ahmed Abdi Godane, in un’azione combinata fra velivoli senza pilota e appoggio terrestre da parte di fanterie somale, nonchè il 31 gennaio 2015 la distruzione di un centro di reclutamento e addestramento dei terroristi con la risultante uccisione di un numero di Shabab compresi fra 45 e 60.

Ancor più devastante fu però il raid del 5 marzo 2016, in cui una formazione mista di droni e aerei ha martellato una base Shabab nei pressi della città di Raso, uccidendo circa 150 militanti del gruppo jihadista, il che la rende l’attacco-record, finora, come numero di nemici annientati dalle forze aeree americane in Somalia. 

Non di molto inferiore, per portata, fu il raid del 21 novembre 2017 su un santuario jihadista a 200 km a Nordovest di Mogadiscio, che avrebbe ucciso oltre 100 avversari. Fra le incursioni più recenti, particolarmente fruttuosa doveva rivelarsi, poco più di un anno fa, quella operata da due droni Reaper il 12 ottobre 2018.

Nell’azione i velivoli senza pilota scaricarono i loro missili su una base Shabab situata ad Harardere, in cui i terroristi attuavano l’addestramento delle loro nuove leve, sia per attachi suicidi, sia per consuete operazioni di fanteria. 

Quando la notizia del raid venne divulgata il 16 ottobre successivo, le fonti AFRICOM sostennero inizialmente che erano morti almeno 60 nemici, ma già il giorno dopo aggiornarono il bilancio parlando di forse 75 jihadisti dilaniati, molti dei quali, stando all’agenzia Associated Press, “talmente inceneriti da essere irriconoscibili”.

L’impiego dei droni si è rivelato importante anche per arginare la presenza, tutto sommato finora limitata, della “filiale” locale dell’ISIS, rivale della al-qaedista: Al Shabab e arroccata, a differenza di questa, non nella porzione centromeridionale della Somalia, bensì nel Settentrione, sulla sponda affacciata sul Mar Rosso.

E’ la famosa regione del Puntland, di cui spiegheremo fra poco l’assetto indipendente rispetto al governo di Mogadiscio e sul cui territorio il primo raid aereo ai danni degli uomini del califfato islamico si ebbe il 3 novembre 2017, con l’eliminazione di circa 20 miliziani. 

Le azioni aeree americane sull’ISIS del Puntland sono proseguite assai più a singhiozzo rispetto a quelle contro il ben più forte Shabab, ma continuano ancora oggi e, fra le più recenti si segnala quella del 25 ottobre 2019, quando missili americani hanno eliminato tre “colonnelli” dello Stato Islamico presso Ameyra, a Sud di Bosaso.

Fra gli ultimi importanti successi, il 20 novembre 2019, come dichiarato dal comando AFRICOM, un alto ufficiale degli Shabab, di cui non è stata divulgata l’identità, è stato disintegrato da un drone presso Qunyo Barrow, nella zona del Basso Scebeli

Ancora una volta gli MQ-9 Reaper si sono dimostrati insostituibili nel teatro somalo, con la loro capacità di sorvegliare da quote comprese fra i 7000 e i 15.000 metri grandissime porzioni del territorio per un tempo di volo di almeno 14 ore.

E’ ciò che può fare fa la differenza se si considera il drone come un’avanguardia delle forze americane e governative che può spingersi praticamente ovunque, mentre sul terreno le forze di terra devono sempre fare i conti con la scarsità di strade e in genere linee di comunicazione. 

E oltre ad assicurare la ricognizione, fondamentale è il ruolo dei velivoli senza pilota come “cecchini” aerei deputati alla decapitazione dei gruppi jihadisti. Peraltro, proprio gli ultimi raid del 2019, quelli del 29 dicembre, sono stati decisi dall’AFRICOM proprio come ritorsione alla bomba del giorno prima a Mogadiscio.

Per la precisione sono stati due attacchi a Qunyo Barrow, dove due membri della jihad sono stati uccisi alla guida di altrettanti veicoli, e il terzo a Caliyoow Barrow, dove sono stati centrati da un Reaper altri due miliziani.

Colpiti man mano i capi supremi o almeno i quadri intermedi, una qualsiasi organizzazione tende presto o tardi a sbandarsi, sebbene non sia da sottovalutare la capacità di Shabab, come degli altri gruppi terroristi in genere, di mutare forma come un’ameba, strutturandosi in modo più agile e meno vulnerabile. Del resto, a dimostrare la loro adattabilità, i qaedisti somali sono ancora lì oggi, vivi e vegeti.

Pur con mezzi limitati, anche i governativi somali si sono negli ultimi due anni impratichiti nell’uso di piccoli droni di tipo commerciale mandati in avanscoperta dai soldati a scanso di attentati ai margini delle strade. 


Facendo un primo bilancio di questa attività, Velicovich dichiarava intervistato dalla CBS: “Quando i somali si apprestano a bonificare zone che erano sotto il controllo di al-Shabab, essi faranno volare i propri droni bassi e davanti a loro per scoprire bombe situate ai margini della strada”. 

E in riferimento al pericolo che i terroristi facciano esplodere una seconda bomba sul luogo di un attentato a distanza di tempo dal primo ordigno ha aggiunto che “i militari manderanno i droni per scoprire se l’area è sicura per i primi soccorritori”.

Sul florilegio di droni nel paese africano sarà bene non dimenticare come, talvolta, si siano verificate indesiderate uccisioni di civili. Finora, l’unico “incidente collaterale” ammesso dal comando AFRICOM in Somalia è quello del 1° aprile 2018, quando dal cielo vennero annientati a El Burr, non solo quattro terroristi, ma anche una donna e un bambino innocenti che stavano nei paraggi. In altri casi, gli stessi jihadisti hanno sostenuto che le bombe a stelle e strisce avrebbero ucciso dei civili.

Ad esempio, il 23 febbraio 2019 una serie di raid fra Awdeegle e Janalle, oltre ad aver distrutto strutture Shabab uccidendo almeno due miliziani, avrebbe coinvolto mortalmente anche un bambino di nemmeno due anni e suo padre, secondo le stesse fonti Shabab. 

Per completezza non possiamo non accennare almeno ad Amnesty International fra chi sostiene che le forze USA avrebbero in più occasioni cagionato vittime civili anche in Somalia, oltre a vari altri teatri come Afghanistan e Iraq.

Lo scorso 26 settembre, Riccardo Noury di Amnesty ha parlato di “criteri piuttosto elastici nella selezione degli obbiettivi”, spiegando: “Per essere un bersaglio legittimo è sufficiente essere un maschio adulto residente in una zona la cui popolazione è ritenuta simpatizzante col gruppo armato.

Se le cautele sono così scarse, non stupisce che dall’aprile 2017 al marzo 2019 siano stati uccisi almeno 14 civili e altri otto siano rimasti feriti”. Amnesty International fa certamente benissimo a fare il suo mestiere, cioè sensibilizzare al massimo l’opinione pubblica perchè certi “effetti collaterali” vengano evitati, limitando le azioni armate solo ai contesti in cui si sia certi di poter colpire solo jihadisti.

E’ altrettanto vero che non sempre ciò è possibile, perchè droni e aerei debbono spesso agire in tempo reale, nel pieno di una battaglia, in appoggio alle truppe di terra, laddove bisogna agire in fretta senza andare per il sottile. Evitare le vittime civili, oltre che un comprensibile scrupolo umanitario, è anche un modo per impedire che gli Shabab guadagnino consensi fra la popolazione sulla base del risentimento verso gli americani e in genere le forze straniere. 

D’altro canto va anche riconosciuto che il numero degli “spiacevoli incidenti”, anche a dar retta ad Amnesty, sembra piuttosto limitato, se si parla di 14 morti civili in due anni, certamente nulla di paragonabile alle stragi perpetrate da anni dagli Shabab. 

Il 2 ottobre 2019, appena due giorni dopo l’attentato alla base di Balidogle, gli americani inauguravano la loro nuova ambasciata a Mogadiscio, situata presso l’aeroporto internazionale e salutata dall’ambasciatore statunitense Donald Yamamoto (a giudicare dal cognome, un “nisei” di chiare origini nipponiche) come un sintomo della crescente stabilizzazione del paese.

Nelle stesse ore si teneva in città il primo Somali Partnership Forum, un summit internazionale fra le autorità locali e tutti gli alleati stranieri, a cominciare proprio dagli Stati Uniti, che in quell’occasione annunciavano lo stanziamento di 257 milioni di dollari in aiuti umanitari da parte della US Agency for International Development, da aggiungersi ad altri 250 milioni versati nella prima parte dell’anno.

Il forum si inscrive in una scia di contatti crescenti fra il governo locale e il resto del mondo per cercare di dare solide basi a una certa normalizzazione del paese, sebbene questa appaia ancora lontana. Negli ultimi mesi, fra gli esempi di questa tendenza, si segnala l’accordo annunciato il 20 agosto 2019 dal ministro dei Trasporti Marittimi della Somalia, Maryan Aweys Jama, e dal suo collega alle Comunicazioni, Jassim Bin Saif Al Sulaiti, con il ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed Bin Abdulrahman Al Thani, per ingenti investimenti dell’emirato petrolifero nell’espansione del porto somalo di Hobyo, allo scopo di farne uno scalo nevralgico per i traffici nell’Oceano Indiano.

Proprio col Qatar avrebbe numerosi contatti economici e politici l’attuale uomo forte dell’intelligence somala, Fahad Yasin, che secondo molti commentatori sta brigando per assicurare gli ingenti interessi economici qatarioti nel paese, propiziando per le elezioni del 2020 il rafforzamento di una fazione favorevole in tal senso.

Anche la Turchia di Erdogan sta investendo in Somalia, cercando di ampliare un’influenza corroborata dal 2017 con l’apertura della base TURKSOM a Mogadiscio, la maggior base militare turca all’estero, per collaborare alla ricostruzione dell’esercito somalo. Del resto, i governanti del paese non possono che rivolgersi a decine di attori stranieri diversi, anche mettendoli in competizione fra loro, per trarre quanto più possibile in fatto di supporto.

Sulla stessa falsariga, la Somalia ha partecipato il 18 ottobre alla riunione di tutti i ministri delle Finanze della regione del Corno d’Africa ospitata a Washington dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale in quella che è stata battezzata Horn of Africa Initiative. 

Coi delegati di Mogadiscio sedevano quelli di Gibuti, Eritrea, Etiopia e Kenya, che insieme hanno stabilito l’avvio di una collaborazione nei settori socio-economici chiave, come l’educazione, le infrastrutture, la produzione elettrica, eccetera, mettendo a punto in comune una richiesta di finanziamenti internazionali totali per 15 miliardi di dollari.

Ciò ha rappresentato anche un primo disgelo fra Somalia e Kenya, poichè i due paesi erano da tempo in lite, specialmente per una questione di frontiere marittime, nonostante le truppe di Nairobi siano fra i principali componenti della forza AMISOM che contrasta il terrorismo. L’affare non è da poco poichè il fondo marino che sta a cavaliere dei due tratti di costa vanterebbe cospicue risorse petrolifere. 

Ebbene, qualcosa di positivo s’è mosso il 14 novembre. Un lussuoso albergo di Nairobi ha visto incontrarsi amichevolmente nei suoi saloni nientemeno che i due presidenti in persona, il kenyota Uhuru Kenyatta e il somalo Mohamed Abdullahi Farmajo, che si sono stretti la mano annunciando il ripristino dei visti d’arrivo per i rispettivi cittadini e dei voli diretti fra Nairobi e Mogadiscio.

Non hanno parlato del contenzioso marittimo, almeno a porte aperte, probabilmente volendo lasciare che sia, nel corso del 2020, la Corte internazionale di Giustizia a pronunciarsi, come da agenda. Però il presidente somalo Farmajo ha più volte mostrato di apprezzare l’aiuto politico-militare del Kenya al suo paese: “Ringraziamo Nairobi per la sua partecipazione all’AMISOM e per ospitare sul suo territorio profughi somali. Quanto alla controversia, si risolverà in modo reciprocamente accettabile in modo da non influenzare le rispettive ralazioni bilaterali”.

Su una simile falsariga di incremento della cooperazione, per dare maggior sostegno a un governo che spesso è ancora insicuro nella stessa Mogadiscio, fin dal 18 novembre è stato annunciato un vertice economico italo-somalo, l’Italy-Somalia Business Forum organizzato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e dall’UNIDO e tenutosi il 10-11 dicembre, una nuova occasione per la collaborazione con la Somalia nei settori agricolo ed energetico.

La Somalia resta però un paese fragilissimo, in cui, la propaganda jihadista contro il governo continua ad alimentarsi con lo scontento di parte della popolazione specialmente nelle zone più remote e retrograde del paese. Di certo non ha aiutato il recente accanirsi della natura, sotto forma delle tremende alluvioni, dovute al monsone proveniente dall’Oceano Indiano, che fra il 15 e il 18 novembre scorso hanno causato almeno 17 morti dopo aver colpito una zona abitata da 547.000 persone, delle quali 370.000 costrette ad abbandonare le loro case. Il tutto in un quadro geopolitico che resta altamente frantumato.

Non staremo qui a rifare la storia di al-Shabab, formazione sorta nel 2006 dalle corti islamiche che dominavano Mogadiscio prima dell’intervento internazionale, sembra anche grazie a cospicui traffici d’armi provenienti dall’Eritrea. Peraltro fin dai primi anni, fra le fonti di finanziamento di questo gruppo qaedista figurò il contrabbando d’avorio, il più delle volte venduto sul mercato cinese.

A tal proposito, dati della Elephant Action League evidenziavano già nel 2013 che gli Shabab potevano essere direttamente accusati di aver ucciso fino a 30.000 elefanti e 60 guardie forestali, soprattutto nel confinante Kenya, pagando alla manovalanza dei bracconieri un massimo di 100 dollari al chilo per l’avorio delle zanne segate ai poveri animali, ma rivendendo poi l’avorio a commercianti cinesi senza scrupoli per 3000 dollari al chilo, con un margine enorme, sufficiente a garantire incessanti acquisti di armi e munizioni.

Il 21 settembre 2013 restò celebre, poi, per il clamoroso attacco al cuore del Kenya, portato da un commando Shabab all’interno del centro commerciale Westgate della periferia di Nairobi, risoltosi con la morte di 62 civili e il ferimento di un centinaio. Ciò per “punire” idealmente le truppe kenyote per la partecipazione alla forza AMISOM, nonchè per dimostrare che la frontiera con la Somalia resta permeabile a infiltrazioni e ritirate in entrambi i sensi.

Nonostante l’impegno dell’AMISOM abbia col tempo superato i 22.000 uomini schierati sul campo, oltre al contemporaneo crescere dell’Esercito Federale somalo, oltre i 36.000 uomini, i terroristi non hanno mai smesso di rendere estremamente pericolosa la capitale, tanto che resterà sempre nella memoria del Paese la sciagurata giornata del 14 ottobre 2017. Un kamikaze alla guida di un grosso autocarro pieno di esplosivi si fece scoppiare in mezzo alla folla di Mogadiscio causando un numero record di morti, addirittura 587.

Venendo ai tempi odierni, la forza diAl Shabab resta tutt’oggi difficilmente valutabile poichè le svariate stime, soprattutto di fonte statunitense, oscillano fra un minimo di 5000 e un massimo di 7000 combattenti, ma potrebbero essere anche 9000, e comunque la cifra non comprende le svariate migliaia di elementi di appoggio logistico o spionistico, per non parlare dell’intuibile rete di parentela su cui ogni adepto può contare, anche solo per solidarietà di  clan.

I principali capisaldi territoriali di al-Shabab sono, anzitutto un’area piuttosto estesa sul corso del fiume Giuba, lungo l’asse che da Salagle scende fin quasi alla costa, a Ilib, nonchè un ancor più ampio santuario costiero a Nordest della capitale, gravitante su Mareg e principale punto di contatto fra i terroristi e la pirateria del Corno d’Africa, complice in traffici di armi. 

Vi sono poi, sparsi sul territorio somalo, ulteriori territori, più piccoli e a macchia di leopardo, dove Shabab ha altre basi, fra cui spicca uno strategico avamposto nell’estremo Sud dell’Oltre Giuba, proprio a cavallo del confine col Kenya e che fa evidentemente da cerniera per le intrusioni nel vicino paese.

Il governo di Mogadiscio, per quanto la sua autorità resti fragile ed esposta alle infiltrazioni avversarie e agli umori ondivaghi delle tribù locali, estende il suo potere, laddove reale, laddove poco più che nominale, sulla maggior parte della Somalia ex-italiana, ossia dal confine col Kenya alla regione settentrionale della Migiurtinia, escluse le enclavi jihadiste di cui si parlava poc’anzi.

Rimane indipendente, in polemica con Mogadiscio, il territorio corrispondente al vecchio Somaliland britannico, e detto anche Puntland, riprendendo dopo secoli, anzi dopo millenni, l’antica denominazione egizia di quel favoloso “Paese di Punt” per le cui sponde salpavano le navi dei faraoni alla ricerca di oro e mirra.

Il Somaliland, che ha eletto a sua capitale Hargeisa, è incentrato sulle regioni del Guban e del Nugal, affacciate sul Golfo di Aden e confinanti con quella Gibuti in cui negli ultimi anni alla storica presenza militare francese si sono aggiunte piccole guarnigioni di varie altre potenze, specialmente gli Stati Uniti e perfino la Cina. Il Somaliland, se non altro, ha un governo eletto democraticamente e non sta dalla parte di Al Shabab.

Per quanto non riconosciuto a livello internazionale, sembra gradualmente avviato a una progressiva accettazione da parte delle nazioni straniere, a cominciare dalla Gran Bretagna che proprio sulla base dell’antica eredità coloniale nella regione può contare per una rinnovata influenza. 

Nel Somaliland, come abbiamo visto, si è segnalata una presenza, peraltro limitata dell’ISIS, per ora tenuto a bada dal martellamento aereo americano e che comunque sembra avere ben poche speranze di espandersi nel resto della Somalia, data l’egemonia dei concorrenti di al-Shabab, che, similmente ai talebani in Afghanistan, non sembrano disposti a cedere agli ultimi arrivati la palma di guide della guerra santa contro i “miscredenti”. 

Del resto, anche in questa zona sono presenti cellule di al-Shabab, in particolare sulle montagne di Golis e Galgala, per quanto la loro attività sia stata, finora, meno appariscente che nel resto della Somalia.

La rete di al-Shabab è talmente innervata nel tessuto sociale della stessa capitale che, purtroppo, non deve stupire che la Jihad prosegua senza posa, rivelandosi ancora difficile da sradicare. 

Uno degli esempi più inquietanti si ebbe nel pieno dell’ultima estate. Il 24 luglio 2019 gli Shabab riuscirono a inviare una donna kamikaze fin nella sede del municipio di Mogadiscio, probabilmente con la complicità di altri infiltrati rimasti ignoti, dato che non si spiega come la donna possa aver superato i controlli all’ingresso.

La detonazione ha ucciso sul colpo almeno sei persone, oltre all’attentatrice, ferendo gravemente il sindaco Abdirahman Omar Osman, cittadino britannico ritornato nel paese d’origine per contribuire alla sua ricostruzione. Il sindaco Osman venne ricoverato urgentemente per via aerea in un ospedale del Qatar, dove però sopravvisse solo una settimana, morendovi il 1° agosto.

L’episodio contribuì a porre all’attenzione del governo di Mogadiscio il problema dell’infiltrazione di spie e agenti di Al Shabab nelle strutture pubbliche. Ne è scaturito negli ultimi mesi un cosiddetto Somali Investigative Dossier, in altre parole un programma di controspionaggio strutturato come un’indagine accurata sugli impiegati degli uffici governativi e sulle loro famiglie di origine, per poter evidenziare ogni più piccolo legame sospetto con clan in contatto con i jihadisti.

Il programma si basa sulla catalogazione in un data base comune non solo dei dati personali come le generalità, le foto, le impronte digitali, per evitare furti di identità o, peggio, l’invenzione di identità fittizie dei funzionari, ma anche sulla conduzione di una serie di serrati interrogatori agli impiegati.

L’esercito somalo ha negli ultimi tempi strappato varie città e basi al controllo di al-Shabab, sfruttando in particolare una propria formazione d’elites, le truppe speciali Danab (“Lampo”) addestrate direttamente dagli Stati Uniti. Fra le vittorie delle truppe Danab, quella alla base di El Salin, a Sud di Mogadiscio, ripresa al nemico il 6 agosto dopo aspri combattimenti. 

La situazione è però così fluida che le azioni terroristiche si susseguono con lo scopo di non far sentire mai sicura e definitiva la riconquista federale del territorio.

Così, attorno al 15 agosto una vera e propria battaglia si è svolta ad Awdehgle, altra città dove da poco tempo si era ristabilita la presenza governativa grazie a una base militare gestita insieme da somali e militari ugandesi dell’AMISOM. 

Un cospicuo commando dei jihadisti ha organizzato un assalto il cui inizio è stato scandito da due automezzi guidati da kamikaze, lanciatisi a tutto gas contro il perimetro della base in due tempi diversi e in punti diametralmente opposti, appunto per aumentare il caos.

La resistenza dei somali e degli alleati è riuscita però ad avere ragione dei terroristi, uccidendone ben 23 e respingendo i superstiti, mentre, per parte loro, i governativi soffrivano cinque morti e gli ugandesi un caduto. Dalle fonti locali emerge che a dare la svolta nello scontro sarebbe stato il coraggio personale di un giovane generale somalo, Odawaa Yusuf Rageh, che avrebbe tenuto alto il morale dei suoi uomini rendendo coriacea la difesa per poi passare alla controffensiva con una sorta di “carica”.

Un testimone oculare, il sindaco di Awdeghle, Mohamed Abukar Aweys, ha dichiarato alla stampa locale: “Rageh ha personalmente preso in mano il suo AK-47 Kalashnikov per guidare il combattimento. L’ho visto incoraggiare i soldati”. L’ardimento del generale Rageh è stato riconosciuto dal suo superiore, il capo dell’esercito generale Dahir Admi Elmi, nome di battaglia “Indhoqarsho”, secondo cui il fattore umano ha davvero cambiato il corso degli eventi: “La sua presenza ha cambiato il morale dei soldati, ha cambiato l’esito del combattimento”.

Già il 22 agosto il generale Elmi cedeva il comando supremo dell’esercito a Rageh. Un nuovo picco di violenza si ebbe il mese successivo con numerose azioni ravvicinate. Il 14 settembre i terroristi attaccarono nella regione del Basso Scebeli la città di Qoryoley con mitragliatrici pesanti e granate a razzo RPG, causando 9 morti, ma furono messi in fuga dalla reazione della locale guarnigione somala e dell’AMISOM.

Lo stesso giorno gli Shabab si facevano sentire sulla costa, sparando colpi di mortaio sulla città portuale di Marka proprio mentre veniva visitata dal primo ministro somalo Hassan Al Kaire. Non era però intenzione dei jihadisti uccidere il politico, bensì seminare il terrore, infatti le granate hanno bersagliato un quartiere popolare della periferia, uccidendo due donne. Intanto nel vicino Medio Scebeli, nelle stesse ore un ordigno stradale IED colpiva un convoglio di autorità regionali dirette alla città di Balad, circa 40 km a Nord di Mogadiscio.

In un colpo solo, quattro vittime: il vice governatore regionale Abdullahi Shitawe, l’assessore regionale alle finanze Sabrie Osman, l’imprenditore Hassan Baldos e una loro guardia del corpo che nulla ha potuto. L’indomani, il 15 settembre, i terroristi tentavano di uccidere anche il governatore del Basso Scebeli, Ibrahim Adan Najah, che si stava recando con la sua scorta a visitare un distretto agricolo presso Shalanbond, anche in questo caso mediante un IED. Ma Najah ne uscì illeso, diversamente da due dei suoi “gorilla” caduti vittime dell’esplosione.

Le autorità e in genere le personalità che cercano di normalizzare la vita del paese sono fra gli obbiettivi principali di Al Shabab per ovvi motivi, poichè colpendo loro si può scardinare il collegamento fra il governo federale e la popolazione.

E’ una tattica che è stata confermata anche negli ultimi giorni, per esempio il 20 novembre con l’uccisione, proprio in una strada di Mogadiscio, vicino all’aeroporto, di una nota attivista locale dei diritti umani, Almaas Elman Ali, raggiunta da quello che inizialmente è stato definito “proiettile vagante” e morta in pochi minuti.

Le azioni contro i militari restano però quelle più “paganti” in termini di rapporti di forza e gli Shabab sono ancora in grado di assestare colpi terribili. Come il 21 settembre, allorchè l’appena riconquistata El Salin è stata assalita per 40 lunghi minuti da “un gran numero di terroristi”, come ha dichiarato il portavoce militare Mowlid Ahmed Hassan. 

Hanno iniziato con la classica autobomba guidata da un suicida, poi sono arrivate ondate di fanteria respinte a fatica dai governativi, che hanno sofferto 20 morti, riuscendo a uccidere 13 jihadisti.

Poco dopo, il 23 settembre, l’emiro supremo di Al Shabab, il citato Ahmed Omar Abu Ubaidah diffondeva uno dei suoi proclami audio, una tirata di 20 minuti in cui annunciava nuove offensive con profluvio di sure del Corano: “Uomini temete il vostro Signore che vi ha creati da un solo essere, e da esso ha creato la sua sposa e da loro ha tratto molti uomini e molte donne. E temete Allah, in nome del Quale rivolgete l’un l’altro le vostre richieste e rispettate i legami di sangue”.

E già il 1° ottobre un convoglio militare somalo, formato peraltro dalle truppe speciali Danab, è stato colpito da due esplosioni di IED in sequenza lungo la strada fra Afgoye ed Elasha Biyaha, circa 30 km dalla capitale. Sei militari, di cui due ufficiali, sono stati dilaniati. In barba ai loro proclami, i seguaci della Jihad hanno sofferto essi stessi recenti rovesci, come nella zona del Giuba, il 7 ottobre, dove l’esercito governativo ne ha uccisi 24 nel corso di una vasta operazione.

Poi, il 15 ottobre 2019, ecco una nuova battaglia nella zona di Gedo, su cui si hanno vari dettagli grazie all’agenzia di stampa cinese Xinhua. Un gruppo di Shabab si era messo a taglieggiare gli abitanti dei sobborghi di Bardhere, imponendo “tasse” anche rubando il bestiame.

Alcuni civili hanno chiamato l’esercito governativo ed è subito arrivata sul posto la “unità 49 della 10° divisione dell’esercito somalo”, comandata dal colonnello Ali Mohamed Hassan, che ha scatenato anche fuoco di artiglieria pesante, finchè 11 jihadisti sono rimasti morti sul terreno, mentre i loro compagni fuggivano. Circa 300 animali da pascolo che erano stati prelevati dai nemici, sono stati restituiti alla popolazione.

La guerra civile, insomma, continua senza posa in uno stillicidio di attacchi mordi-e-fuggi in cui al-Shabab gioca sul fattore tempo, non impiegando mai forze in massa, ma preoccupandosi sempre di schierare il minimo numero di uomini per volta in modo da applicare il dettame principe di ogni guerriglia, ovvero conservare le proprie forze e agire anche solo per far vedere che si è sempre pericolosi. Nessuna fretta di concludere il conflitto in tempi brevi, come invece si ha, comprensibilmente, da parte del governo di Mogadiscio e dei suoi alleati.

Fra le ultime azioni tattiche dell’anno appena concluso, si registra l’assalto del 24 dicembre 2019 di un distaccamento terrorista alla base militare somala di Gofgadud. Come ha narrato alla stampa il colonnello governativo Ahmed Yusuf, la base è stata prima evacuata dai soldati, che l’hanno lasciata in mano agli Shabab solo momentaneamente. Poi è scattata una controffensiva con massiccio impiego di artiglieria che ha portato all’annientamento di almeno 6 jihadisti e alla fuga dei loro compari, dopodichè la base è ritornata in possesso del governo.

Una nuova offensiva governativa, segno che l’addestramento dato dai militari stranieri dà i suoi frutti, è poi iniziata poco dopo la strage del 28 dicembre, appunto come rappresaglia e anche come simbolo della volontà di Mogadiscio di riprendere il controllo del territorio. Il 1° gennaio 2020 le forze speciali somale, dette Danaab, hanno intrapreso una campagna nella regione del Basso Scebeli, e secondo il comandante della 16° Unità Forze Speciali, Ismail Abdi Malik, “sono stati liberati molti villaggi come Mordinle, Bula Bashir, Faqayle e Bula Maskin, inoltre sono stati uccisi 20 terroristi”.

Una cifra poi salita a 30 Shabab uccisi. Poco dopo, il 9 gennaio, un’altra operazione delle forze Danaab, stavolta nel Basso Giuba, si è articolata in una incursione a sorpresa presso Lafta Anole, dove, sulla base di informazioni di intelligence, sono stati scoperti e attaccati santuari dei terroristi. In tale occasione sono stati uccisi 35 jihadisti, nonchè distrutti depositi di armi e rifornimenti.

Se Shabab avanza è solo nelle singole zone in cui percepisce chiaramente di trovarsi di fronte un sostanziale vuoto da occupare. A partire dal 19 novembre, per esempio, sembra essersi rimessa in movimento la situazione militare al confine fra Somaliland e Somalia, dove, nella regione di Sanaag, già contesa fra i due governi, la città di Gacan Maroodi è stata espugnata da forze Shabab. 

Secondo il portavoce del movimento jihadista, Abdul Aziz Abu Musab, “nostri combattenti hanno occupato la città dopo che l’amministrazione del Somaliland era fuggita”. E ha aggiunto: “E’ la prima volta che mujhaeddin di Shabab hanno preso il controllo di una città del Somaliland”.

La mossa potrebbe indicare che, di fronte al rafforzamento del governo federale di Mogadiscio grazie all’aiuto internazionale, e anche italiano, l’emiro Ubaidah potrebbe aver dato ordine ai suoi subalterni di iniziare a spostare parte dello sforzo militare nel Nord, proprio per approfittare della maggior debolezza del governo locale di Hargeisa. E anche sfruttando la spaccatura esistente fra le due “Somalie”, che certo non aiuta nella collaborazione antiterroristica.

In tal caso potrebbe configurarsi per il futuro la possibilità di un cospicuo santuario Shabab proprio sulle coste che danno sul Golfo di Aden e sullo sbocco dello Stretto di Bab El Mandeb, porta d’accesso fra Mar Rosso e Oceano Indiano, con tutto ciò che ne consegue in termini di possibili minacce al traffico marittimo, e in particolare petrolifero.

Saturday, August 8

LA VERGOGNA "ETERNA" DI NAGASAKI E HIROSHIMA

A 70 anni dall’esplosione di Hiroshima la corsa all’atomica è in pieno svolgimento sviluppandosi con diverse modalità: le potenze nucleari investono in armi più sofisticate, i Paesi con arsenali non dichiarati si dotano di vettori più efficienti e poi ci sono quelli che inseguono in segreto "la bomba"

Il disarmo nucleare fra Stati Uniti e Russia, protagonista degli Anni 90 dopo la fine della Guerra Fredda, procede oramai a stento

Washington e Mosca hanno ridotto la somma delle loro testate schierate da 23000 nel 1989 a 3500 nel 2014 ma - come attesta uno studio della Federazione degli scienziati americani (FAS) - ha bruscamente rallentato: fra il 2004 e il 2008 gli Usa hanno tagliato 3287 testate strategiche e dal 2008 al 2014 appena 500 mentre la Russia, negli stessi periodi, è passata da 2500 a 1500

E le altre tre potenze nucleari indicate nel Trattato di non proliferazione del 1968 - Gran Bretagna, Francia e Cina - non hanno compiuto riduzioni significative. 

Ciò significa che le cinque «Nazioni nucleari» danno, nel complesso, maggiore importanza all’arsenale atomico oggi rispetto a 20 anni fa, a dispetto di proclami e dichiarazioni in senso contrario. 

Basti pensare che solo gli Stati Uniti pianificano di spendere nell’arco dei prossimi 10 anni circa 350 miliardi di dollari per modernizzare il proprio arsenale strategico
  
L’ammodernamento delle armi nucleari è una caratteristica che accomuna anche le potenze atomiche non indicate nel Trattato di non proliferazione: India, Pakistan, Nord Corea e Israele. 

«New Delhi e Islamabad stanno accelerando la corsa nucleare con la realizzazione di vettori da trasporto sempre più perfezionato» spiega Oliver Meier, dell’Istituto di Affari Internazionali e di Sicurezza di Berlino, secondo il quale si tratta di una «gara a tre»; perché la Cina si considera direttamente minacciata e «risponde con ingenti risorse investite nello sviluppo di vettori a testata multipla» che aumentano le opzioni militari. 

Per Israele, che mantiene una politica di ambiguità nucleare, l’ammodernamento dell’arsenale riguarda soprattutto l’acquisto di sottomarini tedeschi di classe Dolphin

«Ne hanno già cinque e il sesto è in arrivo - afferma Bruce Riedel, ex consigliere della Casa Bianca sull’Intelligence ora in forza alla Brookings Institution - sono capaci di trasportare missili nucleari e potrebbero colpire l’Iran lanciandoli dal Mediterraneo o dal Mar Arabico».  

La Nord Corea ha testato il suo primo missile nucleare sottomarino a metà maggio, sorprendendo tutti nel riuscire a farlo affiorare dall’acqua correttamente, seppur per una corsa assai breve. 

Si è trattato di un vecchio vettore sovietico, con gittata di 2400km capace di portare tre testate nucleari e poiché Pyongyang ha effettuato tre test sotterranei negli ultimi 10 anni ciò conferma la volontà di essere potenza atomica. Tantopiù che non cela la produzione di uranio e plutonio per realizzare degli ordigni.  
  
Ancora più allarmante la decisione, in Giappone, del governo di Shinzō Abe, che nei giorni scorsi, ha annullato dalla Costituzione, l'articolo nove della Costituzione

Il fatto è grave, pericoloso e paradossale. Da oggi il Giappone potrebbe riarmarsi e tornare, anche egli, a minacciare il mondo.

C’è poi un’area grigia di Paesi sospettati o intenzionati a ottenere l’arma atomica, e questi, dall’Iran all’Arabia Saudita.

I quali investono cifre da capogiro nella realizzazione di vettori balistici, silos e basi necessarie all’eventuale uso. 

Come riassume Joe Cirincione, del Centro Studi Ploughshares Fund di Washington: «le potenze nucleari ufficiali investono in testate sempre più sofisticate mentre le altre nazioni atomiche o presunte tali fanno altrettanto per diversificare e migliorare i vettori di lancio». 
  
Ma non è tutto perché l’AIEA con il proprio «Indice su incidenti e traffici illeciti» di materiali radioattivi tasta il polso a quanto avviene annualmente sul mercato clandestino. 

I dati dell’ultimo rapporto, pubblicato nel 2014, documentano 1461 «incidenti» di cui 6 avvenuti per «possesso inerente ad attività criminali», 47 per «furto o perdita» e 95 per «attività non autorizzate». 

Ciò significa che criminalità organizzata, gruppi terroristi o altri tipi di gruppi illegali continuano a tentare di impossessarsi di materiale che potrebbe essere adoperato per realizzare, vendere o adoperare una «bomba sporca» ovvero un ordigno in grado di diffondere radioattività. 

«Tali episodi di traffici illeciti continuano e vengono registrati grazie alla collaborazione di oltre 100 Paesi» spiega Francesco Marelli, esperto di lotta alla proliferazione dell’"Unità Crimine e Giustizia" dell’ONU (UNICRI), in Italia, sottolineando la particolare attenzione e il costante monitoraggio data l'importanza di un momento così «pericoloso».