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Friday, October 26

UNIONE EUROPEA: "INVENZIONE SIONISTA DEL XX SECOLO"

Il B'NAI B'RITH: usa Bruxelles come un tassello del nuovo ordine mondiale. Oggi si puntella l'euro sul baratro del collasso fomentando la guerra in Ucraina e richiamando all'ordine una riottosa Germania. In Europa l'impero americano gioca il tutto per tutto. Il B'NAI B'RITH epicentro del Sionismo, NEMICO del popolo ebraico, poi, creò il Progetto degli Stati Uniti d'Europa: origine anglo-americana dell'integrazione continentale e della moneta unica. 

Oggi i suoi discendenti nel B'nai B'Rith hanno progettato e creato l'Unione Europea, come testa di ponte statunitense sul continente euroasiatico. La necessità di salvare l'euro ad ogni costo: guerra in Ucraina compresa. L'aspirazione all'unità del continente ricorre ciclicamente dalla dissoluzione dell'impero romano, ma l'attuale piano di integrazione europea è eterodiretto sin dall'origine dall'E'lite delle FAMIGLIE finanaziarie del fine XX Secolo, successivamente, gli eredi banchieri, piazzarono a Bruxelles, cuore dell'Europa persa con Hitler, un tassello del nuovo ordine mondiale. Oggi si puntella l'euro sul baratro del collasso fomentando la guerra in Ucraina e richiamando all'ordine una riottosa Germania. In Europa l'impero americano gioca il tutto per tutto. Kalergi Plan

CITAZIONI BIBLICHE CELEBRI 

Prendere tu non l'usura di lui, o di aumento ma temi il tuo Dio; che tuo fratello possa vivere presso di te. Tu non lo darai il tuo denaro a interesse, né gli prestano tuoi viveri per ricavarne.
(Levitico 25: 36-37)
E questo [è] la modalità di emissione: Ogni creditore che dà in prestito [dovrebbero] al suo prossimo svincola [it]; egli non esigere [it] del suo vicino, o di suo fratello; perché è chiamato liberazione dell'Eterno.
(Deuteronomio 15: 2)
Tu non prestare a interesse al tuo fratello;l'usura di denaro, l'usura di viveri, l'usura di qualsiasi cosa che si presta a interesse:
(Deuteronomio 23:19)
Poi ho consultato con me stesso, e mi sgridò i nobili, i magistrati, e dissi loro: Voi l'usura esatto, ognuno di suo fratello. E ho impostato una grande assemblea contro di loro.
(Neemia 5: 7)
Parimenti, [e] i miei fratelli ei miei servi, abbiamo dato loro in denaro e mais: ti prego, lasciamo fuori questo usura.
(Neemia 5:10)
[Chi] mi metterà non per il suo denaro a usura e non accetta contro gli innocenti. Chi fa queste cose [] non vacilli.
(Salmi 15: 5)
Il ricco signoreggia sui poveri, e il servo mutuatario [è] per il creditore.
(Proverbi 22: 7)
Meglio [è] il povero che cammina nella sua rettitudine, di [chi è] perverso [sue] vie, anche se [sia] ricco. Chi osserva la legge [è] un figlio saggio: ma chi è un compagno di riottosi [uomini] shameth suo padre. Colui che per l'usura e guadagno ingiusto accresce i suoi beni, lo accumula per chi ha pietà dei poveri.Se uno volge altrove gli orecchi per non ascoltare la legge, anche la sua preghiera [sarà] abominio.
(Proverbi 28: 6-9)
Guai a me, mia madre, che mi hai partorito un uomo di lotta e un uomo di contesa per tutta la terra! Ho né prestato a interesse, né gli uomini hanno prestato a me in materia di usura; [Ancora] ogni uno di lo punisca me maledizione.
(Geremia 15:10)
Egli [che] non ha dato via a interesse, né ha tolto ogni aumento, [che] s'è ritirato la mano, iniquità, s'è realizzato vero giudizio tra uomo e uomo, s'è seguito le stature, e ha tenuto i miei giudizi, per affrontare veramente; egli [è] semplicemente, egli vivrà, dice il Signore Iddio.
(Ezechiele 18: 8-9)
[Chi] hath dato via a interesse, e s'è preso aumento: vivrà egli? Egli non vivrà: egli ha commesso tutte queste abominazioni; perché deve morire; il suo sangue ricadrà su di lui.
(Ezechiele 18:13)
[Chi] ha tolto la mano dal povero, [che] non s'è ricevuto interesse né usura, s'è eseguito i miei giudizi, s'è camminato secondo le mie leggi; egli non morirà per l'iniquità del padre, egli vivrà.
(Ezechiele 18:17)
In te si ricevono doni per spargere il sangue;tu hai presa usura e aumentare, e tu hai trai guadagno prossimo con la violenza, e dimentichi me, dice il Signore Iddio.
(Ezechiele 22:12)
DAL NUOVO TESTAMENTO
E Gesù entrò nel tempio di Dio, e cacciò fuori tutti coloro che vendevano e comperavano nel tempio, e rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie de 'venditori di colombi,
(Matteo 21:12)
E vengono a Gerusalemme: e Gesù entrò nel tempio, e hanno cominciato a scacciare coloro che vendevano e comperavano nel tempio, e rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie de 'venditori di colombi;
(Marco 11:15)
 DALLA LETTERATURA
- “…io credo sinceramente, come voi, che le istituzioni bancarie siano più pericolose di un esercito in campo…” (Thomas Jefferson – lettera a John Adams )

- “Da queste due, se tu ti rechi a mente | lo Genesì dal principio, convene | prender sua vita e avanzar la gente | e perché l'usuriere altra via tene, | per sé natura e per la sua seguace | dispregia, poi ch'in altro pon la spene". (Dante Alighieri, Divina Commedia)

- “Dallo stato caotico dell’economia il genio SIONISTA sviluppò il sistema del capitalismo organizzato, grazie allo strumento più efficace: il sistema bancario.” ( "Henry Ford – L’Ebreo Americano” ) del 10 Settembre 1920.

 - “La razza, nel sionismo, è lungi dall’essere un puro dato biologico e antropologico. La razza è la Legge. Questa, intesa come una forza formatrice dall’interno e in un certo senso perfino dall’alto, nel sionista, fa tutt’uno con quella.” ( Giovanni Preziosi – “Dieci punti fondamentali del problema ebraico” – 15 Agosto 1937 – da “Come il Giudaismo ha preparato la prima guerra mondiale” – ediz. “Tumminelli – Roma 1939 )


E’ sufficiente sostituire il termine “guerra” con “usura bancaria” o “deflazione programmata” e la frase è facilmente riconducibile alla situazione italiana attuale. Invece questa affermazione è stata concepita nel 1944. 

Bruciava e brucia, ancora, sulla pelle degli europei la catastrofe dalla Seconda Guerra mondiale. Ma c’è chi, senza salire sul carro del vincitore, riesce ad analizzare il conflitto, lontano da retorica e ipocrisia. Uno di questi, uno dei pochi è stato: "Ezra Pound".

Ezra Weston Loomis Pound nasce ad Hailey nel 1885, compie i suoi studi alla Cheltenham High School, allo Hamilton College di Clinton e all’Università di Pennsylvania. Nel 1908 lascia gli Stati Uniti per raggiungere l’Europa e frequenta i circoli degli intellettuali di Gibilterra, Venezia, Londra. 

Nel 1920 abbandona la conservatrice Londra per raggiungere Parigi, palcoscenico per i movimenti di avanguardia culturale dove frequenta personalità del calibro di Francis Picabia, Ernest Hemingway, Pablo Picasso, Erik Satie e James Joyce. Nel 1924 si stabilisce definitivamente a Rapallo, in Italia, stanco dell’atmosfera urbana parigina

Ed è proprio in Italia che inizia la storia dolorosa e turbinosa del poeta americano. Negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale, a Londra, Ezra Pound aveva maturato una personale e complessa visione del mondo e della società, riconoscendo le forti criticità del sistema e della dottrina capitalista, così come quella marxista. 

Fu proprio questa sua convinzione che lo spinse a esprimere apprezzamento per i provvedimenti sociali del regime fascista di Mussolini in favore dei lavoratori, le opere pubbliche e la ricerca di una politica alternativa al liberismo, in cui Pound riconosceva la principale causa delle diseguaglianze sociali.

E proprio in Italia approfondisce lo studio di una nuova dottrina economica e sociale sintetizzata in saggi pubblicati sia in lingua italiana che inglese, come ‘Abc of Economics’; ‘What is Money for?’; ‘Lavoro e Usura’. Questi testi sottolineano lo spirito poliedrico di Ezra Pound, poeta, sociologo e attento osservatore della società. 

Lavoro e Usura’, pubblicato nel 1954, viene scritto verso la fine della Seconda Guerra Mondiale e rappresenta una lucida analisi delle cause e dello svolgimento di uno dei conflitti più sanguinari della storia dell’uomo. E questa onestà costerà cara a Ezra Pound, come vedremo. ‘Oro e Lavoro’, primo dei tre saggi di ‘Lavoro e Usura’, si apre con la visione onirica della Repubblica dell’Utopia, raggiunta per caso da Pound nel corso di una passeggiata lungo la Via Salaria a Roma. 

E’ una Repubblica ridente, equilibrata e onesta grazie alle leggi vigenti e all’istruzione ricevuta sin dai primi anni di scuola. Gli abitanti di Utopia attribuiscono la propria prosperità ad un singolare modo di riscuotere l’unica tassa che hanno, che ricade sulla moneta stessa: su ogni biglietto del valore di cento il primo giorno di ogni mese viene imposta una marca del valore di uno e “il governo, pagando le sue spese con moneta nuova, non ha mai bisogno di imporre imposte, e nessuno può tesorizzare questa moneta perché dopo cento mesi essa non avrebbe alcun valore. E così è risolto il problema della circolazione”.

Nella Repubblica dell’Utopia, i cittadini “non adorano la moneta come un dio, e non leccano le scarpe dei panciuti della borsa e dei sifilitici del mercato” perché la moneta viene riconosciuta come mero mezzo di scambio, senza cadere nell’erronea distorsione di riconoscerla come merce. Pensando alla situazione europea attuale è evidente il perenne errore della dottrina economica neoclassica (o neofeudale?) con cui non si riesce a instaurare un sistema economico funzionale all’economia reale. 

Secondo Ezra Pound la Repubblica dell’Utopia è un paese sano, libero dall’attività criminale dell’usura e dalle iniquità di borsa e finanza; i cittadini hanno creato una propria economia, funzionale ai propri bisogni e in cui è difficile rimanere abbindolati dalle distorsioni della finanza. 

Segue all’arguta metafora la descrizione della “Precisione del reato” in atto, Ezra Pound, parte addirittura dal 1694: viene fondato il Banco d’Inghilterra e lo stesso fondatore Paterson dichiarò chiaramente il vantaggio della sua trovata: la banca trae beneficio dell’interesse su tutto il denaro che crea dal niente. Ezra Pound chiama questa istituzione un’ “associazione a delinquere”. Paradossalmente è proprio nell’ultimo anno che la Banca d’Inghilterra ha ammesso che la moneta viene creata dal nulla. Così come allora, ciò succede oggi.

L’intellettuale americano ovviamente riconosce la funzione potenzialmente utile di banche e banchieri, essi forniscono una misura dei prezzi sul mercato e allo stesso tempo un mezzo di scambio utile alla nazione, “ma chi falsifica questa misura e questo mezzo: è reo.” 

Quindi è proprio il concetto di sovranità popolare e nazionale che viene sottolineato, evidenziando l’importanza di avere diretto controllo sul proprio credito e su una Banca Centrale nazionale e pubblica per scongiurare i rischi che derivano dal lasciare il proprio portafoglio ad un istituzione straniera non controllabile. 

Si può trovare facilmente un parallelismo con la situazione attuale: l’Italia, come gli altri stati federati europei, non ha gli strumenti per controllare un organo come la Banca Centrale Europea, di fatto una banca privata che eroga prestiti a debito.

Ezra Pound arriva quindi a delineare l’immenso potere dato in mano all’USUROCRAZIA. 

E proprio a questo punto che il poeta arriva a parlare della guerra. Le guerre vengono scatenate dall’Usurocrazia per mettere sotto il giogo del debito le nazioni sotto attacco finanziario. 

L’obbiettivo della finanza è costringere i debitori a rilasciare le proprietà attraverso la contrazione della circolazione monetaria. Questo è ciò che successe nel 1750 in Pennsylvania dove la Corona Inglese soppresse la carta moneta per stroncare un’economia che poteva diventare pericolosa per gli interessi del Regno Unito.

Ezra Pound nel programma radiofonico «Europe calling, Ezra Pound speaking», durante la guerra, sostenne che le colpe dello scoppio del conflitto non erano da imputare solamente a Mussolini e a Hitler ma anche agli speculatori della grande finanza che aveva interesse a far indebitare Italia e Germania. 

Ezra Pound, che nel 1933 viene ricevuto da Mussolini per esporre il proprio pensiero economico, afferma che la finanza internazionale si è infuriata venendo a conoscenza della mire italiane di raggiungere la sovranità economica, l’autarchia e di volersi sottrarre al grande ricatto del debito. Il poeta scrive a chiare lettere che “una nazione che non vuole indebitarsi fa rabbia agli usurai”.

Ma cosa è necessario affinché il ricatto dell’Usurocrazia vada in porto? Pound risponde che la colpa è da identificare nella nostra ignoranza. Un’ignoranza che deriva dalla disinformazione e dalla velleità della stampa, che è fondamentalmente controllata dalla stessa Usurocrazia. 

Viene citato l’odioso esempio degli advertisers, le grandi ditte e istituti finanziari che comprano pagine “pubblicitarie” nei giornali americani: “è idiota lasciare le fonti d’informazione della nazione nelle mani di privati irresponsabili, talvolta stranieri”. 

E quindi l’ignoranza e la velleità che permette la pratica dell’usura che altro non è che una tassa prelevata sul potere d’acquisto senza riguardo alla produttività e all’effettiva possibilità di produrre. Riguardo la pratica dell’usura Pound consiglia, ispirandosi al De Re Rustica di Catone, di avere la stessa opinione che potrebbe avere una vittima del suo assassino.

“L’usurocrazia (potere degli usurai, ndr) fa le guerre a serie. Le fa secondo un sistema prestabilito, con l’intenzione di creare debiti”. E’ sufficiente sostituire il termine “guerra” con “speculazione” o “deflazione programmata” e la frase è facilmente riconducibile alla situazione italiana attuale. 

Invece questa affermazione è stata concepita nel 1944. Bruciava ancora sulla pelle degli europei la catastrofe dalla Seconda Guerra mondiale e l’orrore nazifascista. Ma c’è chi, senza salire sul carro del vincitore, riesce ad analizzare il conflitto, lontano da retorica e ipocrisia. Uno dei pochi è Ezra Pound.

Per sottolineare il carattere di libero pensatore del poeta americano, egli si espresse anche duramente circa l’antisemitismo che caratterizzava il regime fascista e nazista. Egli dichiarava fosse inutile e ingenuo far ricadere le colpe sul popolo ebraico, e che si dovesse invece indirizzare la lotta contro l’USURUCRAZIA SIONISTA E LA SUA FINANZA, LORO, IL VERO NEMICO, CHE NON HA MAI AVUTO RAZZA.

Ma Ezra Pound pagò cara questa sua onestà intellettuale da uomo e pensatore radicalmente libero. Il poeta fu prelevato dalla sua casa a Rapallo da un commando partigiano e consegnato agli Alleati.

La notte tra il 15 e 16 novembre 1945, all’uscita del campo di concentramento del Disciplinary Training Camp di Pisa, in una jeep scoperta americana veniva trasportato Ezra Pound, anziano e malconcio prigioniero ammanettato. 

Indebolito e stordito dai molti mesi di carcere duro, rinchiuso in una gabbia all’aperto, esposto al sole e alla pioggia, il poeta era atteso a Roma da un volo speciale che, dopo trenta ore di volo e un paio di scali, giunse a Washington. Qui l’aspettavano un processo per alto tradimento, il rischio della condanna a morte, la diffamazione, infine 13 lunghi anni di internamento nel manicomio criminale di St. Elisabeth.

Così finisce il sogno della Repubblica dell’Utopia di Ezra Pound; diffamato allora da chi per convenienza salì sul carro del vincitore e oggi da chi rimane accecato dall’ipocrisia ideologica.

Oggi le sue parole a noi suonano come la profezia del disastro a cui stiamo assistendo: “Con usura nessuno ha una solida casa di pietra squadrata e liscia”; lascia la sua pesante eredità intellettuale a noi, incapaci di scrivere sopra il portone del nostro Campidoglio “il tesoro di una nazione è la sua onestà”.

(Fonti: “Lavoro ed Usura”, Ezra Pound (1953) e “Canti Pisani”, Ezra Pound consultabili all’archivio Nello Quilici e alla Biblioteca Ariostea)

Thursday, May 4

May 04, 1980 JOSIP BROZ TITO IS DEAD

(Steta Stari moj Dragi da si se potpun pogresio)

No country of people's democracy has so many nationalities as this country has. Only in Czechoslovakia do there exist two kindred nationalities, while in some of the other countries there are only minorities. Consequently in these countries of people's democracy there has been no need to settle such serious problems as we have had to settle here. With them the road to socialism is less complicated than is the case here. 

With them the basic factor is the class issue, with us it is both the nationalities and the class issue. The reason why we were able to settle the nationalities question so thoroughly is to be found in the fact that it had begun to be settled in a revolutionary way in the course of the Liberation War, in which all the nationalities in the country participated, in which every national group made its contribution to the general effort of liberation from the occupier according to its capabilities. 

Neither the Macedonians nor any other national group which until then had been oppressed obtained their national liberation by decree. They fought for their national liberation with rifle in hand. The role of the Communist Party lay in the first place in the fact that it led that struggle, which was a guarantee that after the war the national question would be settled decisively in the way the communists had conceived long before the war and during the war. 

The role of the Communist Party in this respect today, in the phase of building socialism, lies in making the positive national factors a stimulus to, not a brake on, the development of socialism in our country. The role of the Communist Party today lies in the necessity for keeping a sharp lookout to see that national chauvinism does not appear and develop among any of the nationalities. The Communist Party must always endeavour, and does endeavour, to ensure that all the negative phenomena of nationalism disappear and that people are educated in the spirit of internationalism. 

What are the phenomena of nationalism? Here are some of them: 1) National egoism, from which many other negative traits of nationalism are derived, as for example — a desire for foreign conquest, a desire to oppress other nations, a desire to impose economic exploitation upon other nations, and so on; 2) national-chauvinism which is also a source of many other negative traits of nationalism, as for example national hatred, the disparagement of other nations, the disparagement of their history, culture, and scientific activities and scientific achievements, and so on, the glorification of developments in their own history that were negative and which from our Marxist point of view are considered negative. 

 And what are these negative things? Wars of conquest are negative, the subjugation and oppression of other nations is negative, economic exploitation is negative, colonial enslavement is negative, and so on. All these things are accounted negative by Marxism and condemned. All these phenomena of the past can, it is true, be explained, but from our point of view they can never be justified. In a socialist society such phenomena must and will disappear. In the old Yugoslavia national oppression by the great-Serb capitalist clique meant strengthening the economic exploitation of the oppressed peoples. 

This is the inevitable fate of all who suffer from national oppression. In the new, socialist Yugoslavia the existing equality of rights for all nationalities has made it impossible for one national group to impose economic exploitation upon another. That is because hegemony of one national group over another no longer exists in this country. Any such hegemony must inevitably bring with it, to some degree or other, in one form or another, economic exploitation; and that would be contrary to the principles upon which socialism rests. 

Only economic, political, cultural, and universal equality of rights can make it possible for us to grow in strength in these tremendous endeavours of our community. Our sacrifices are terrible. I can safely say that there is no other part of the world which has been devastated on a vaster scale than Yugoslavia. Every tenth Yugoslav has perished in this struggle in which we were forced to wrest armaments from our enemies, to freeze without clothing, and to die without medication. Nevertheless our optimism and faith have proved justified. 

The greatest gain of this conflict between democracy and fascism lies in the fact that it has drawn together everything that was good in humanity. The unity of the United States, the Soviet Union and Great Britain is the best guarantee to the peoples of the world that Nazi horrors will never again be repeated. (Tito)

Saturday, February 4

LA FINE DI GEORGE SOROS PADRE DELLA GLOBALIZZAZIONE

Dal Giornale di G. Rossi. Per carità, sarà solo un caso, una coincidenza di quelle che servono agli scettici per dimostrare che non c’è un senso nelle cose. Fatto sta che ogni volta che la società civile, gli umanitaristi della domenica, le sentinelle democratiche scendono in piazza contro il cattivo di turno (che si chiami Putin, Trump o Marine Le Pen), dietro a loro fa capolino la faccia di Soros o meglio, il suo portafoglio.

Anche nell’ultimo caso, quello del Decreto esecutivo sull’immigrazione voluto da Trump, le proteste inscenate in tutta America sono state organizzate da gruppi mantenuti con i soldi del filantropo miliardario.
Come ha evidenziato Aaron Klein su Breitbart, gli avvocati che hanno messo in piedi le azioni legali contro il Decreto Trump, appartengono a tre associazioni per i diritti degli immigrati: la ACLU (American Civil Liberties Union), il National Immigration Law Center e l’Urban Justice Center. Tutte e tre sono finanziate, per milioni di dollari, dalla Open Society di Soros (la ACLU addirittura ha ricevuto 50 milioni solo nel 2014).

Una delle avvocatesse in prima linea nella battaglia legale, Taryn Higashi, è componente dell’Advisory Board dell’Inziativa per l’Immigrazione Internazionale della Open Society.

Dopo le manifestazioni di protesta all’indomani del voto e la Marcia delle Donne, questa è la terza iniziativa anti-Trump che vede la ragnatela di Shelob/Soros dispiegarsi contro quella parte dell’America colpevole di non aver votato la sua candidata in busta paga, Hillary Clinton.

Come direbbe Poirot: “una coincidenza è solo una coincidenza, due coincidenze sono un indizio, tre coincidenze sono una prova”; e se ci aggiungiamo anche la famosa battaglia contro le “fake-news” che inquinano la purezza dell’informazione mainstream (salvo poi scoprire che a produrre fake news è proprio il mainstream), diciamo che abbiamo la quasi certezza che a Soros non è andata molto giù l’elezione di Trump.

Tra tutte le cause “progressiste” che Soros finanzia, quella per agevolare l’immigrazione clandestina è forse la più curiosa (ed anche la più rivelatrice).

Nel 2014 il New York Times rivelò che la decisione di Obama di modificare la legge sull’immigrazione per facilitare il riconoscimento degli irregolari, fu spinta dalla campagna delle associazioni pro-immigrati divenute una “forza nazionale” grazie all’enorme quantità di denaro versato nelle loro casse dalle ricchissime fondazioni di sinistra tra cui, appunto, la Open Society di Soros (oltre alla sempre presente Ford Foundation); “Negli ultimi dieci anni – scrive il NYT – questi donatori hanno investito più di 300 milioni di dollari nelle organizzazioni di immigrati” che lottano “per riconoscere la cittadinanza a quelli entrati illegalmente”.

Ora, Soros, che di mestiere fa lo speculatore finanziario, è uno che con i soldi non produce ricchezza ma povertà. Il suo lavoro è, di fatto, scommettere sulla perdita degli altri; lui vince se il mondo perde.
Soros appartiene a quella aristocrazia del denaro per la quale, crisi economiche e guerre, sono linfa vitale per il proprio portafoglio (e per il proprio potere).


E se “destabilizzare le economie” è il suo lavoro, destabilizzare i governi è il suo hobby; e così Soros finanzia da anni rivoluzioni colorate (dall’est Europa alle Primavere Arabe) che altro non sono che guerre civili all’interno di Stati sovrani per sostituire governi legittimi con replicanti a lui rispondenti; e adotta (finanziando campagne elettorali) candidati particolarmente inclini a fare le “guerre umanitarie” con cui stravolgere intere aree del mondo.

Per semplificare (anche troppo) lo chiameremo “SCHEMA SOROS” anche se in realtà è un preciso disegno dell’élite tecno-finanziaria per costruire il proprio sistema di potere globale.

Lo “Schema Soros” funziona così: l’élite prima produce i poveri, poi trasforma alcuni di loro in profughi attraverso una bella guerra umanitaria o una colorata rivoluzione (in realtà i profughi sono meno della metà degli immigrati) e poi li spinge ad entrare illegalmente in Europa e in USA grazie alle sue associazioni umanitarie, ricattando i governi occidentali e i leader che essa stessa finanzia affinché approvino legislazioni che di fatto eliminano il reato di immigrazione clandestina. Il tutto, ovviamente, per amore dell’Umanità.

In questo schema un ruolo centrale ce l’ha il sistema dei media e della cultura nel manipolare l’immaginario simbolico e costruire il “pericolo xenofobo e populista” contro chiunque provi ad opporsi a questo processo.

E francamente fa uno strano effetto vedere la sinistra americana di Obama e della Clinton solidarizzare con i profughi dopo aver lanciato sulla loro testa 26.000 bombe solo nel 2016 (quasi 50.000 in due anni) e venduto ai loro governi più armi di qualsiasi amministrazione americana, nel rumorosissimo silenzio di Soros e dei benpensanti che oggi scendono in piazza contro Trump.

L’immigrazione in atto non è un processo naturale ma indotto per consolidare un modello incentrato non sulla ricchezza reale (produzione di beni e consumo) a vantaggio di tutti, ma su quella “irreale” del debito e dell’usura, a vantaggio di pochi.

La globalizzazione non è altro che il processo di concentrazione della ricchezza mondiale nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone (quel famoso 1% che detiene il 50% della ricchezza globale).

Per l’Occidente il vero sconvolgimento è la dissoluzione della classe media, l’erosione ormai costante di quella che è stata il motore trainante dello sviluppo economico e civile dell’ultimo secolo e mezzo.

Non è un caso che “l’abbattimento della borghesia” (sogno di ogni ideologia totalitaria di destra e di sinistra) va di pari passo con i tentativi di smantellamento delle democrazie in atto in Occidente attraverso l’ascesa di governi tecnocratici e revisioni costituzionali scritte direttamente dai banchieri.

Per Soros e per l’élite tecno-finanziaria, “la democrazia è un lusso antiquato” (come scrisse il Financial Times, la Bibbia del gotha finanziario); e i meccanismi di sovranità popolare e rappresentanza parlamentare sono un intralcio alla gestione diretta del potere.

Il processo d’immigrazione indotta serve proprio a questo: disarticolare l’ordine sociale e culturale, generare conflitti endemici (guerra tra poveri), imporre legislazioni più autoritarie, alterare l’equilibrio demografico e generare un’appiattimento della stratificazione sociale per ridurre il peso di quella classe media, elemento da sempre in conflitto con le élite.

Per Soros e i suoi amici è molto più funzionale una società a due livelli: una élite con in mano grande potere economico (e decisionale) in grado di gestire anche i flussi informativi (e formativi) e una massa sempre più povera, dipendente da questa élite e dall’immaginario che essa costruisce; e nel progetto globalista, le identità nazionali e religiose (proprio perché pericolose costruttrici di senso) devono essere annullate all’interno di una massa indistinta e perfettamente funzionale al sistema di dominio.

Il sogno di un mondo governato da pochi plutocrati passa per la dissoluzione dell’Occidente come lo conosciamo e l’immigrazione di massa costruita a tavolino e legittimata persino nelle dichiarazioni ufficiali dei tecnorati sulla “Migrazione Sostitutiva”, serve a trasformare il loro sogno nel nostro incubo.

Tuesday, April 7

LA COOP SEI TU...E GEORGE SOROS CHE CI FA'?

Forse non sarà necessario riscrivere l'articolo 45 della Costituzione ("La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata"); però questo ingresso del finanziere statunitense George Soros nella "L.G.D.", fondo di gestione immobiliare controllato dalla Lega delle Cooperative, in altri tempi lo avremmo definito un matrimonio contronatura.

Ma come? Il re della speculazione internazionale diventa terzo azionista di un fondo delle COOP “rosse”? Va bene che Soros nel tempo libero si trasforma in filantropo liberal, ma qui ci sono di mezzo gli affari; nonché l’assetto futuro del nostro depresso sistema economico. Che frutti potrà mai  generare un simile innesto?

Desiderosi come siamo di attrarre investimenti stranieri nel belpaese, non ci permetteremo certo di fare gli schizzinosi. Né indugeremo nella dietrologia sulla firma del contratto con Soros, giunta proprio sei giorni dopo che il presidente della Lega Coop, Giuliano Poletti, è entrato a far parte del governo Renzi in qualità di ministro del Lavoro. 

La nomina di Poletti appariva come segno culturale adeguato alla durezza dei tempi: far ricorso all’esperienza solidaristica su cui è fondato il movimento cooperativo per favorire la nascita di nuove imprese e di nuovi strumenti di assistenza sociale. 

Avevamo equivocato? Le COOP sono divenute semplicemente un nuovo “potere forte” che si cimenta in campo finanziario al
pari degli altri? La domanda non è oziosa, e l’arrivo di Soros ce lo conferma.

Vivendo in un’epoca di scarsità permanente, dovendoci attrezzare per un futuro di penuria, la buona pratica del mettersi insieme, aiutarsi a vicenda, superare l’individualismo proprietario, è ritornata più che mai attuale. Là dove la politica si rivela inadeguata, sopperisce — dal basso — la virtù autogestita della condivisione. Basta guardarsi intorno per constatare che la sofferenza sociale non produce sempre solo lacerazione e solitudine. 

Parole antiche come mutuo soccorso, fratellanza, cooperazione, riacquistano qui e là un significato concreto. Affondano le loro radici nell’umanesimo cattolico e mazziniano da cui germogliarono le società operaie e artigiane del primo movimento socialista. 

Ma oggi di nuovo si avverte la necessità di un’economia capace di anteporre il benessere collettivo alla rendita speculativa. Sarebbe davvero un peccato dover constatare che nel frattempo gli eredi di quella storia, i colossi della cooperazione — non importa se “rossa” o “bianca” — sono diventati inservibili a tale scopo.

Al tempo in cui l’UNIPOL guidata da Giovanni Consorte si alleò con furbetti di ogni sorta nel tentativo di acquisire il controllo di una banca, molti dirigenti della sinistra reagivano con stizza alle critiche: perché mai la finanza “rossa” dovrebbe restare esclusa dalle partite che contano? Poi Consorte fu assolto. 

Tanto che ora dà vita a un’associazione finalizzata a modernizzare la cultura riformista, e nessuno gli chiede più conto delle decine di milioni incassati per consulenze estranee alla sua attività di manager della cooperazione. 

Difficile eludere la constatazione di Luigino Bruni, tra i massimi studiosi dell’economia sociale italiana: «Viene da domandarsi dove sia finito lo spirito cooperativo quando alcuni direttori e dirigenti di cooperative di notevoli dimensioni percepiscono stipendi di centinaia di migliaia di euro». 

Qualche anno dopo Consorte, l’Unipol ha rilevato l’impresa assicurativa della famiglia Ligresti con tutte le partecipazioni societarie annesse nei “salotti buoni”. Niente da ridire, ma sarebbe questa la sinistra cooperativa e mutualistica che avanza?

Ora viene il turno di George Soros associato a un fondo immobiliare delle COOP specializzato in centri commerciali e ipermercati (1,9 miliardi di euro il patrimonio stimato). Va rilevato che il settore immobiliare italiano suscita un rinnovato interesse nei gruppi stranieri. 

Soros non è il solo a puntarci. Naturalmente ciò non ha nulla a che fare con la nostra emergenza abitativa: a fare gola sono i nuovi grattacieli per uffici direzionali, l’edilizia di lusso e, per l’appunto, i centri commerciali. 

È verosimile che tali investimenti speculativi funzionino da volano per uno sviluppo equilibrato? Piacerebbe sentire in merito l’opinione dei manager della cooperazione e dello stesso ministro Poletti. Anche perché la loro diversificazione finanziaria non ha evitato che la crisi sospinga varie cooperative in difficoltà a chiudere un occhio su materie delicate, come i subappalti precari e sottopagati.

Accolto con un doveroso benvenuto il compagno americano, ci chiediamo che strana razza di capitalismo verrà fuori dal suo incrocio con la finanza “rossa”. Le buone pratiche diffuse della cooperazione, che sia di produzione, distributiva o di cura alle persone, non attenderanno i dividendi di Borsa. La loro carica profetica e soccorrevole si esprime altrove.

Monday, May 20

MAMMA MIA !!!


La politica attuale spaccia la propria incapacità di agire e la sua scarsa autorevolezza, per pacificazione nazionale. Si incontrano nei conventi, fanno finta di litigare, si danno all’avanspettacolo, mentre fuori dall’alveo amicale del governo, i partiti preparano le loro rese dei conti interne. S’è ben capito: nel PD le nuove alleanze mirano a disinnestare la rottamazione di Renzi (reo, a dire il vero, di un attendismo che fa dubitare dell’autenticità del suo acume) e si prepara una stagione di schizofrenia politica tra coloro che terranno in piedi il governo, e quelli che per ritrovare il consenso perduto, tenteranno ogni espediente per minarne la credibilità. 

Nel centro destra, la bipolarità non è meno evidente, ma, al meno, si tratta di mera strategia. Si sta al governo fin quando governare paga, poi - non appena l’elettorato comprenderà che non c’è possibilità alcuna di migliorare lo stato di disgrazia sociale in cui siamo precipitati - si staccherà la spina. Sempre se non sarà proprio il PD, sollecitato da grillini in fuga e base elettorale incazzata, a far cadere - come si dceva poc'anzi - il governo per riconquistare una smarrita credibilità identitaria. Ma è anche vero che l’antipolitica ha mostrato l’ala della demenza che l’alimenta.

Litigano per questioni di rendicontazione di pranzi e cene, meschini ed incapaci usurpatori dell’autorità che questo collassato sistema democratico gli ha fornito. Nella tundra del pensiero nelle menti degli intellettuali più in voga, fiorisce solo la sociologia: ideologica è la fine delle ideologie, statica la visione della storia che ci propongono sui giornali. Anzi sui giornaloni, come li chiama ironicamente qualcuno. La menzogna regna ovunque sovrana. Il peggio sembra essere l’unica certezza che ci rimane. Siamo oggetti ridotti all’impotenza. 

L’assurdo è diventato fatale, la fatalità ha assunto il senso della logica. Il peggio è assicurato e noi ne siamo complici. Perché pensiamo, ognuno di noi in cuor suo pensa, di aver ragione e rendiamo tutto lecito. Impotenti viviamo il malinteso e moltiplichiamo i nostri disordini interiori e sociali. Il ritorno all’origine sarebbe l’unica salvezza. Ma temo si sia perduta la via: le briciole che i più avveduti avevano seminato nel bosco, sono state spazzate forse per sempre.

Nelle piazze si spaccia per rito democratico lo scontro fisico e la demonizzazione dell’avversario, come se nulla fosse, riprendendo e commentandolo in televisione: “ecco il popolo di Berlusconi e, dall’altra parte, i cittadini che protestano”. Si sottovaluta allegramente e morbosamente che siamo ad un passo - ma davvero ad un nonnulla - da uno scontro brutale, che rischia di dar vita a subdole forme di autoritarismo. E’ la ricetta politica da anni in voga nella sinistra italiana che parte dal principio, anzi dal dogma, dell’innocenza originale della loro parte. 

La loro presunzione di superiorità morale, del resto, è una legenda che dura da almeno cinquant’anni I riti più disprezzabili di culture esecrabili, divengono mode, e qualunque amante tradito si sente in diritto di gettare l’acido muriatico sul volto della ipotetica fedifraga. L’amore è tramutato in senso del possesso, il dovere in rogna quotidiana, l’onore è divenuto un accessorio per lo più collocato tra le proprie o altrui gambe. 

Gli imprenditori più grandi e ricchi vivono sulle spalle dello Stato, i più piccoli - e spesso più onesti e capaci - vengono strangolati dalle spire burocratiche dello stesso Stato. Il suicidio è una nuova e drammatica forma di saldo finale economico e morale con la società. La disperazione ha sostituto l’ideologia e arma il nuovo terrorismo “fai da te”.

Un’Italia così mal ridotta non s’era mai vista, non la si ricorda a memoria d‘uomo. Economicamente sul lastrico, socialmente dilaniata, moralmente ai minimi termini, politicamente inesistente. Nelle albe milanesi, vagano assassini con il piccone (trallalalà) e, siccome sono di colore, da un lato il livello di moralismo oramai raggiunto, esenta le istituzioni dal giudizio, dall’altro ci si attacca a questo fatto razziale, come se la questione antropologica fosse l’unica causa del gesto. Nei Tribunali, Milano, si spacciano opinioni personali come verità, e le requisitorie diventano un genere letterario. La incredibilmente pettegola requisitoria della dottoressa Boccassini è un documento che a suo modo farà epoca negli annali della cultura civile italiana. 

Per dirla con il Papa Francesco, che ha messo in guardia dal pettegolezzo e dall’interesse morboso per le vite degli altri nella sua messa mattutina a Santa Marta dello scorso sabato, non può che essere il diavolo a proporsi come linguaggio speciale della diffamazione, fino a entrare nel giudizio, nel dibattimento di rito solenne che si svolge nel tribunale di Milano, per occuparsi della moralità degli acquisti in borse Prada, nel “quadrilatero della moda”, di giovani donne, nella media definite “appena maggiorenni”, che sono state ospiti di una personalità pubblica per la quale si chiede la condanna alla galera e alla perdita dei diritti civili, e che forse è la più spiata, intercettata e sventrata nei suoi diritti in tutta la storia europea moderna. 

Wednesday, August 29

Telos in Europe: The L'Aquila Conference - September 7–9, 2012 L'Aquila, Italy

Recent developments appear to end the "end of history" and foreshadow instead the end of the West. After 1989, many expected a gradual convergence toward Western models of liberal market democracy.

But Western responses to 9/11 and the 2007–8 transatlantic "credit crunch" have exposed the limits of U.S. international primacy and accelerated the global shift of power from West to East and North to South—as evinced by the rise of China, India, and other emerging markets.

Politically and economically, that shift seems to portend the emergence of a post-American and perhaps even a post-Western world. READ MORE

MARIO MONTI: IL GRIGIOCRATE.

Augusto Grandi, Daniele Lazzeri, Andrea Marcigliano


Il Grigiocrate. Mario Monti


Fuorionda (www.fuorionda.it) 2012, pp. 175, € 16,00.
Fino a qualche tempo fa questo libro – il cui sottotitolo, quanto mai significativo, è “Nell’era dei mediocri” – sarebbe stato considerato dalla grande maggioranza dei mezzi d’informazione italiani, un  delitto di lesa maestà, o nella migliore delle ipotesi, un rigurgito della “casalinga di Voghera”. Assai meno ora, quando le critiche al governo “tecnico” sono in crescita sia all’interno che all’estero (dove, a quanto sembra, Monti è stato più gradito).
Il Grigiocrate analizza il percorso del premier, dagli esordi torinesi sino alla guida del governo. Tecnocrate grigio, circondato da personaggi non sempre eccelsi, ma di grande potere e sostenuto dagli organi d’informazione. Un volume che scalfisce il luogo comune dei tecnocrati come “salvatori della Patria”, mettendo a nudo la realtà di un Governo imposto ai cittadini dall’alto, più al servizio di oligarchie internazionali che impegnato nella tutela del Paese.
Il libro, vivace e ben scritto, è pieno di dati e giudizi evidenti, come la considerazione fatta ormai – si pensa – dalla maggioranza degli italiani che per aumentare le tasse sulla casa e la benzina bastava un qualsiasi governo doroteo e non certo l’osannato (dalla stampa) governo di geni (e tali perché tecnici). Pone tuttavia una serie di quesiti, alcuni dei quali giriamo al lettore.
Primo: il governo Monti ha evidenti sponsor esteri, da cui (e verso cui) manifesta dipendenza. Ma questa è una distinzione quantitativa (rispetto ai governi della Repubblica) più che qualitativa: nel senso che tutti i governi italiani l’hanno avuta, dal 1944 in poi. E che avvertiva Orlando (Vittorio Emanuele) quando alla Costituente tacciava di “cupidigia di servilità” (verso lo straniero) il governo (e la classe politica) di allora. Quello di Monti ne dipende (dall’estero) ancora di più e non lo nasconde anzi, a tratti, lo rivendica e sembra farne merito e motivo d’orgoglio. Ma la causa non ne è forse la recente storia del dopoguerra, la costituzione vigente e una classe politica consapevole di avere avuto il potere dai vincitori del secondo conflitto mondiale? E quindi il prof. Monti è solo l’effetto ultimo ed evidente di una “sovranità limitata”  imposta da (quasi) settant’anni per cui è difficile criticare (solo) l’ultimo arrivato.
Secondo: le “trovate” del governo, (tipo aumento delle accise, IMU, ecc. ecc.) rivelano meno fantasia che coraggio. Ma anche qua, siamo proprio sicuri che abbiamo soltanto una classe politica di basso profilo, dedita più alla carriera che al servizio dell’interesse generale? O la menda va rivolta all’intera classe dirigente, cioè a tutti coloro che detengono una “posizione di potere sociale” (pubblica o privata che sia)?
Anni fa era pubblicato un libro di un certo successo che additava come “casta” la classe politica. Che molto di vero ci fosse, è chiaro:  perché di caste in Italia ve ne sono tante. Ovvero tante “oligarchie”, poco (o punto) accessibili e quindi chiuse, autoreferenziali e riproducentesi per cooptazione. Il che, a giudizio di Pareto, tende a limitare la circolazione delle elites e quindi a farle decadere (e con loro la società). Che nell’università italiana non si trovino da decenni i Gentile, i Fermi, i Santi Romano; che nell’industria la razza dei Giovanni Agnelli (senior, s’intende) e dei Valletta, dei Mattei sia rimasta senza eredi (almeno di quel livello) è evidente. E così si potrebbe continuare per il sindacato, le istituzioni finanziarie (pubbliche e private), la letteratura e lo spettacolo. Non mi ricordo che nessuno abbia notato, come, negli ultimi anni, i più prestigiosi premi internazionali conferiti ad italiani erano a due attori comici, il che significa che ciò in cui eccellono gli italiani contemporanei è, secondo l’opinione degli stranieri, la comicità. Non per nulla un altro comico si è candidato, per ora a fare il capo dell’opposizione, subito dopo il Presidente della Repubblica.
Non si può pretendere che da una classe dirigente in declino, Monti traesse altro che quello che ha; piuttosto credere che trovasse qualcosa di meglio è una delle aspettative coltivate da una stampa prona e incensante, il cui contraccolpo il governo sta subendo.
La realtà è che il merito ascritto al “grigiocrate” è proprio quello che, agli occhi di ogni democratico, sincero e smaliziato, è il difetto più evidente: di non essere stato eletto e legittimato (e quindi influenzato) dal popolo; che è pregio agli occhi dei “poteri forti”. Tant’è che, quando Berlusconi era tornato al governo, i mezzi d’informazione  da quelli condizionati (quasi tutti) hanno cominciato a interrogarsi, indagare, demonizzare il “populismo”. In realtà sotto quel termine nascondevano il loro timore per il popolo e un governo da questo plebiscitato. Hanno fatto tesoro di parte del giudizio di Montesquieu che il popolo ha centomila braccia (e potrebbe usarle per prendere a bastonate i governanti); e dimenticato  subito il seguito (del pensiero di Montesquieu) che il popolo ha grande capacità di scelta di coloro cui affida parte della propria autorità.
Ma non è dato vedere come possa esserci una democrazia senza popolo e senza scelte di questo: credere a ciò è come ritenere possibile una teocrazia senza preti, o un’aristocrazia senza nobili. Un bisticcio di parole per occultare la realtà. Ma a lungo andare un governo “tecnico” in uno Stato democratico è debole perché gli manca una parte essenziale del circuito politico (capo-seguito, ovvero comando-obbedienza).
In uno Stato la forza di un governo è data – almeno per metà – dal consenso del popolo, e in uno democratico ancora di più, onde alla fine un governo non legittimato finisce per essere quello che poi è: privo del (principale) elemento di forza, è un governo debole, anche se avesse i pregi ascrittigli dagli organi d’informazione. Proprio quello che vogliono i “poteri forti”.
Teodoro Klitsche de la Grange

Saturday, May 26

DELEGAZIONE I.S.S. IN MONTENEGRO

Il ruolo delle reti di sanità pubblica, in particolare per la formazione in epidemiologia applicata e di campo, l’epidemic intelligence, le malattie prevenibili da vaccino nelle popolazioni migranti e le zoonosi emergenti transfrontaliere: sono questi i temi principali della "EpiSouth Conference on Communicable Diseases and Public Health in Mediterranean and Balkans", in programma nell’Aula Pocchiari dell’Istituto Superiore di Sanità. 

La Conferenza, introdotta dal Presidente dell’ISS, prof. Enrico Garaci, e dal Ministro della Salute, prof. Ferruccio Fazio, rappresenta una nuova tappa del Progetto EpiSouth, avviato nel 2006 con l’obiettivo di creare un contesto di collaborazione su problematiche epidemiologiche e migliorare così la sorveglianza delle malattie trasmissibili, la comunicazione e il training nei Paesi del Mediterraneo e dei Balcani. Il Progetto è coordinato dall'ISS con un doppio finanziamento del Programma di Sanità Pubblica dell’Unione Europea (DG SANCO) e del Ministero della Salute italiano (EpiMed Project).

I Paesi che hanno aderito alla Rete EpiSouth sono 26: per quanto riguarda l’Europa partecipano Italia, Spagna, Francia, Grecia, Bulgaria, Cipro, Malta, Romania e Slovenia; per i Balcani Albania, Bosnia e Erzegovina (Mostar, Sarajevo, Banja Luka), Croazia, Repubblica Ex Jugoslava di Macedonia, Kosovo, Montenegro e Serbia; per il Medio Oriente Giordania, Israele, Libano, Palestina, Syria e Turchia; per il Nord Africa, Algeria, Egitto, Marocco e Tunisia.




In occasione della Conferenza che prevede la partecipazione di circa 200 esperti provenienti da Istituti di Sanità Pubblica e Ministeri della Sanità dei Paesi del Mediterraneo e dei Balcani e da numerose organizzazioni internazionali, verrà presentato "EpiSouth Plus", un nuovo progetto finanziato dall’Unione Europea, che contribuirà a consolidare e sviluppare ulteriormente la Rete EpiSouth, valorizzarne le risorse e potenziarne la funzione di contrasto alle malattie infettive nell’area mediterranea.

In questi anni i Paesi partecipanti a EpiSouth hanno operato in termini di costruzione di fiducia e di scambio di informazioni, ma anche di valutazione e allerta di focolai epidemici e minacce sanitarie e di formazione nell’ambito delle malattie trasmissibili. (Risultati raggiunti). EpiSouth, quindi, ha posto le basi per una collaborazione tra i Paesi del Mediterraneo in caso di rischi per la sanità pubblica con potenziale impatto transnazionale.

Friday, December 16

Se non hai Twitter sei "out". Nuovo delirio sociale.

Il catalogo (virtuale) è questo: Face-book ha ottocento milioni di utenti connessi e sta per diventare il fenomeno finanziaro del prossimo anno con la quotazione in borsa, non è più molto di moda ma fa famiglia, ci si resta affezionati e si sta in pantofole. Twitter è il salotto buono, in gran voga, dove bisogna sembrare brillanti, attivi e sul pezzo e dove si possono seguire le vite delle star, sentendosi anche un po' amici loro - il sessantanove per cento degli utenti americani di Twitter sta con Barack Obama e approva il suo operato, dice il Wall Street Journal, cioè non rappresenta la media nazionale ma una bolla più raffinata e liberal.

Facebook invece ama Obama al quarantasette per cento, è il Festival di Sanremo, quella cosa che qualcuno chiama paese reale, con aspiranti poeti, foto di tramonti, gattini e riunioni di ex compagni di scuola (ritrovati tra l'altro grazie a Facebook). Su Facebook oramai ci si rilassa, a parte i persecutori, gli ex fidanzati, le nuove mogli degli ex fidanzati di cui si spiano le foto, su Twitter si cerca di fare i fichi: scrivere prima degli altri di una guerra che comincia, del vero motivo per cui comincia, chi la vincerà, che colonna sonora avrà, quando finirà, cosa sbaglia Monti, chi dovrebbe vincere i Golden Globe, che dice Angelina Jolie e perché si stava dimettendo Enrico Mentana (le agenzie di stampa sono preistoria), poi prima degli altri bisogna scrivere del ritiro delle dimissioni stesse (che Mentana, fingendo di essere paese reale, ha annunciato su Facebook), e nel frattempo tuittare i centoquaranta caratteri di commento più fulminanti, la frase che farà la storia di quel minuto.

O rituittare quelle altrui, ma subito, appena cinguettate (tre minuti dopo è già tutto finito). Tutto il giorno, anche di notte. Ci vogliono le anfetamine, o un licenziamento in tronco dal lavo- ro, o un lavoro non da paese reale. Però è bello anche solo stare a guardare (sentendosi inadeguati): a letto, di notte, controllare sul telefono chi va a dormire e chi no, e quali sono gli esercizi per la memoria di Ornella Vanoni (ripetere ogni mattina i nomi dei sette nani. "O erano otto?"). Invece Facebook è in crisi d'immagine, è già stantio, e scrive l'Herald Tribune che i più giovani si annoiano e se ne vanno, chiudono il profilo perché lo trovano inutile, lo snobbano ("se voglio vedere il secondo figlio del mio quinto cugino, gli telefono"), mentre il servizio sociale impagabile di Facebook sembrava essere proprio quell'elenco puntuale di compleanni, la possibilità di partecipare a matrimoni, nascite, ricorrenze senza mai partecipare davvero, mettendo un pollice, un cuore, scrivere: "Auguri" sentendo di avere adempiuto, per quel giorno, a un sacco di doveri ma in effetti il senso del dovere a vent'anni non esiste, viene da vecchi, cioè a trenta).

E poi Facebook è una prova a carico: resta tutto lì dentro, scolpito nella pietra, anche le foto più orribili di quando non ci si era messi a dieta, i pensieri lacrimosi, le battute non riuscite. Zuckerberg è chiaramente un sadico e ha appena rinnovato i profili con una cosa che si chiama Timeline e che rende l'intera storia di un utente accessibile con un solo clic. Un tizio è iscritto a Facebook mettiamo da cinque anni, quando era molto cretino, e veniva taggato in foto in cui si gettava ubriaco in piscina con orecchie da coniglio e scriveva ogni notte frasi da erotomane: passa il tempo, il tizio si laurea, trova un lavoro importante, diventa sobrissimo e montiano, dimentica quei vecchi post Arriva Timeline e gli devasta la vita. E' terribile, meglio Twitter (dove qualcuno ha scritto: "Dire: Non ho un account' è il nuovo: Non possiedo la televisione".

Thursday, December 1

Italy: “economic suicide”.

Italy is heading deeper into the crisis quagmire, with its debt already nearing the 2-trillion-euro mark. But while average Italians are ready to save, the government has another plan on the table, which critics consider “economic suicide”. The government’s plan is called The Joint Strike Fighter program or JSF – a defense project based on international effort, with the US, UK and Italy just some of the participants. Still in its developmental stage, the project the final assembly line is supposed to be based in Italy. The town of Novara is 8 km from the military base where the final stage of the F35 project is supposed to take place. "If NATO and the US decide that equipment must be built, must be bought, so we must do it and that is why Italy is involved in such a costly venture,” defense reporter Luca Galassi says.

But not everything is going according to plan. Despite the government trying to win the people over with promises of job creation, they remain unconvinced and want the project, which they label economic suicide, to be scrapped. The people in Novara have taken to the streets to oppose what they say is a waste of their and Italian taxpayers’ money. On November 12, more than 2000 people once again took to the streets around Novara to show their disagreement with the decision to build war weapons, and to buy about 100 of them. The motives of the opposition are both pacifist and economic ones, with the latter becoming more and more important. “It is a very expensive project and now that we are in crisis, Italy is cutting pensions, schools, education public health and so on,” Laura Disarmo from the National Disarmament Movement.

People are saying spending so much money that this F35 project when the country is struggling to pull it out of crisis is “absolutely ridiculous”. Italy's decision to purchase 131 of these F35 planes, which combine stealth with fighter speed and agility, and are developed by an American company Lockheed Martin, will set it back some 13 billion euro. With most of Europe mired in the eurozone crisis, and Italy itself now over 2 trillion euro in debt, Italian taxpayers are fed up at military spending they feel they do not want and do not feel they can afford.

Tuesday, October 26

There mustn't be any false tolerance

Society does not have to adopt cultural traditions and the laws of immigrants. There can be no compromise between the German rule of law and Sharia law, which has no place in Germany – a German politician told RT. The problem with the integration of immigrants into German life is that newcomers want society to adopt their culture – and not vice versa, insists Wolfgang Bosbach, a member of the Christian Democratic Union Party which is part of Germany’s leading coalition.
RT: When the Chancellor said multiculturalism had failed – what did she mean by multiculturalism?
Wolfgang Bosbach: Angela Merkel stated that “multikulti” has failed because in Germany we have too much co-existence rather than togetherness and there are only a few examples of successful integration. There are [actually] millions of examples of successful integration but there are too many examples of refusals and failures. Integration is so important for the improvement of life perspectives of immigrants in Germany. That's why we should not live separately next to each other, so to speak "multikulti", but together.
RT: A lot of the debate has focused on Muslim immigrants rather than the Polish, Italian and Greek population in Germany. Is that fair, to highlight just them as part of the problem?
WB: We've always had immigration in our history. We have immigrants today and will always have them in the future. Three hundred years ago, every third Berliner and Brandenburger was a French protestant. A hundred years ago, Polish immigrants came to work in mining and steel industries in the Ruhr area, but in recent years and decades, people from other cultural backgrounds came, for instance from Turkey, Northern Africa and Arabic countries. And a long time ago we understood that these people have far bigger problems integrating than those who come from our neighboring European countries.
RT: So when we talk about integration – what does your party actually intend to do to help integrate people who are clearly not so at the moment?
WB: First of all it's the task of the people coming here to integrate themselves into society. One can't come to Germany, sit down and say: government, please integrate me. Instead one has to make an effort to become part of this accepting society, and the state has to make offers to make integration work, especially language courses. Hundreds of thousands have visited language courses over recent years. This is a very encouraging result.
RT: There were top politicians addressing this issue of immigration with very strong wording. Do you think that this has tapped into people’s often deep prejudices about immigration and about the Islamic religion that they are actually pretty ignorant about?
WB: I don't think that harsh words were used but rather the right words. Sensible politics begins with looking at the reality. In this reality there are millions of examples of the best kind of integration but there also too many examples of failing and refusing to integrate. And the statistics say that the rate of unemployment among immigrants is double the average among the population. The quota of those receiving welfare among immigrants is three times as high as among the population. And it makes no sense talking around this issue. One must call things as they are, in reality. One cannot say: I find the system of social benefits in Germany very good but not the rule of law. Those who come to Germany must respect the law, the constitution and our cultural traditions.
RT: Could you clarify where the lines are being drawn and what will be accepted in this country and what won’t be? And also your views on the argument that there is now on the back of it the difference between assimilation and integration?
WB: I have no problem with the word "assimilation" whatsoever. It just means "to become similar" or "to become nearly similar". What is the problem with that? Assimilation is ultimately successful integration. It doesn't mean one has to cut their roots or deny their origin. But it means that one feels sheltered by this accepting society. It means it is one's new home country, one is at home here, and not half back in their native country sitting here on packed suitcases. Integration is fulfilled when one says ‘this is my new home country’, and you can also call it assimilation.
RT: The integration and assimilation are two separate things, are they not?
WB: For me assimilation is the ultimate form of integration. Assimilation doesn't mean that I forget what native country I came from, that I deny my origin. If translated word by word, assimilation means, "becoming similar to", and that means integration is fulfilled.
RT: Assimilation is asking people to play down perhaps some of their religious symbols and religious practices to fit in better in the country to which they went, whereas integration for a lot of people means tolerance on both sides, learning how to work together to get the best results. So they are two separate things. What is Germany asking of its immigrants? Is it asking from people not to have mosques, not to wear hijab and obvious religious symbols? Or it is just asking for a greater effort in learning German language and integrate in that way?
WB: I think there is a misunderstanding here. Naturally, there is freedom of religion in Germany but only within the framework of the law and constitution. One goes to church, another to the synagogue, a third to the mosque, and a fourth doesn't attend any house of God at all. What is the problem? But what is taught and what is preached mustn't contradict our law and constitution. That's why we have a special criminal law against so-called hate preachers. Especially at this point there mustn't be any false tolerance. Integration means integrating into accepting society, it means those who have come here must make themselves fit into society. It's not that society has to adopt cultural traditions and the laws of those who are coming. There can be no compromise between the German rule of law and Sharia law. Sharia has no place here in Germany – end of story.
RT: Immigration, especially with Turkish immigrants and the Arabic immigrants, has been happening for decades. Why has the issue become so important now?
WB: On the one hand it has to do with the big number of immigrants. In Germany we have four million Muslims, not only but mostly of Turkish origin. Their origin and beliefs are becoming more and more visible, for instance through the construction of huge representative mosques, which could as well be seen as a political symbol. There have been heavy clashes lately, in Cologne for example, over the construction of a huge mosque to replace a smaller mosque. It means Islam is getting more visible. On the other hand it has to do with the difference in the progress of integration between Muslims and non-Muslims. It is not necessarily to do with their origin and social state. One example, the children of Vietnamese contract workers in the former GDR, or the children of the so-called boat people, integrate very successfully. The proportion of those children attending the best high schools in Germany is 50 per cent higher than the number of German kids. Consequently it must have something to do with the origin of the parents and their enthusiasm for education. And that's why it's such a big issue now.
RT: Do you also accept that there is also the state's role and the government’s role to be providing the infrastructure to enable the integration to happen – are there any failings of the government as well?
WB: There has been a mistaken perception in German immigration policy that the second and third generations of immigrants would automatically integrate. And why? Because they grow up here, they attend school with our children. And we see more integration problems with the second and third generations now than with the first one. It has taken us a long time to start taking necessary measures, for instance there are nationwide language and integration courses. When it comes to voluntary attendance of these courses, our expectations are surpassed. That means there is high demand. But when it comes to mandatory attendance of such language courses, due to a lack of language knowledge, the results are rather disappointing, although these people have the highest need to attend. It means there are some more tough years ahead of us.
RT: Your party has been accused by critics of using the issue of immigration to deflect attention away from failings in dealing with other economic and social issues. Is your party playing political games?
WB: This statement is clear nonsense because we like to talk about the economic and social state of the country. And Germany is doing very well. In comparison to other nations our growth rate is above average, we mastered the aftermath of the financial crisis faster and better than others; we have significantly better figures on the job market; as far as I am concerned one could talk all day about the economic and social state of Germany. We talk about immigration and integration because we have very visible problems. Other parties are feeling embarrassed that we are raising this subject. They believe if you make a problem taboo, then you can solve it this way. It reminds me of Donald Duck who used to throw his bills into the fireplace thinking he has no more debts. When politicians hush-up problems they make radical right and left parties stronger. And that's exactly what we want to prevent. We don't want to make problems taboo: we want to solve them.
RT: For decades Germany has had immigrants from Islamic countries and this issue is only now coming to the forefront in such a strong way – why?
WB: It’s because we have been noting for years that we have examples of excellent integration but too many examples of refusals to integrate, and therefore significant problems in connection with that. We experience this with the lack of the knowledge of German in school. If someone doesn't have a good knowledge of German at school they will have difficulty graduating from high school. Without graduating from high school one cannot start vocational training. Without vocational training one has fewer chances on the job market. And we want to break this vicious circle. There is no sensible reason not to talk about it. But the one who is saying there is no problem is only going towards the next point on the agenda. But we don't want to hush-up problems, we want to solve them. And we won't allow anyone to stop us from doing so. People's lives are what matter, as well as how living with each other is perceived and felt about. There is a big difference between someone who writes a piece for a magazine and owns a penthouse in Berlin and watches the sunset with a glass of sparkling wine, and writes a nice article about multicultural living together, and the last remaining German tenant in a building complex who does not understand the language that is spoken there. And he can't talk with the neighbours any longer, and he feels like a foreigner in his own country. I can just give a piece of advice: take these people's worries seriously.
RT: Would you agree there is a growing nationalist sentiment in the country now?
WB: No.
RT: So, don’t you think there is more to do on both sides on the tolerance issue? There is a number of the population agreeing with very strong statements like Muslims are ‘doing down’ the country, why are there such quotes?
WB: I have to beg you cordially but one should not mix up nationalism and patriotism. A nationalist is somebody who thinks he is better than someone else because he belongs to a certain nation. Patriotism is love for your homeland. Loving your homeland is a good thing. Don't try to make me believe that it's nationalist to stick to your country, defend its laws and values and cultural traditions. It has nothing to do with nationalism. I'm happy for anybody who loves their home country but I want to love my home country as others do theirs, without others saying this is nationalist.
RT: Do you think your political party would be beneficial even if it is promoting extremist views?
WB: I cannot see any extremism at all here.

Friday, October 15

HITLER EXIBITION: 'Germany's Good Fortune!'

The portrait is rather pretentious -- oil on canvas, and a whopping156 by 120 centimeters (5 feet 1 inch by 3 feet 11 inches). It shows Adolf Hitler the way his Nazis and favorite artists most liked to see him -- posing as the visionary ruler against a backdrop of an imagined German landscape. "We likely could have had it," says Hans-Ulrich Thamer. The US Army, which has held the painting since 1939, would certainly have been open to loaning out the painting. But Thamer, a curator for the German Historical Museum (DHM), didn't want it. The rationale, it appears, was that German eyes shouldn't be dazzled a second time by this sort of monumental state-sponsored art from the Third Reich. Thamer prefers, instead, to display smaller reproductions of the Führer. "That detracts from his impact," the curator says.
An extensive exhibition about the dictator opens this Friday at the German History Museum in Berlin, the first in Germany's post-war history to focus exclusively on Hitler's life. The exhibition is not without risks: Organizers fear that the show could be showered with unwanted praise from right-wing extremists -- and with bitter protest from the rest of the country. Indeed, out of a lack of trust in those who will visit the exhibition, the show will omit anything that might glorify Hitler as a hero. "We cannot provide any opportunity to identify with him," has been the watchword for Thamer, who developed the show. To be sure, there have been countless exhibitions in Germany addressing the Third Reich, covering topics including the Holocaust, crimes committed by the German military, the Nazi justice system, medicine in the Third Reich, forced labor, concentration camps and other horrors. Until now, though, museum directors and politicians responsible for cultural affairs have shied away from dealing directly with the man who presided over those horrors. The exhibition comes following years in which the public image of Hitler has changed drastically. Recently, he has been portrayed as a nervous wreck during his last days in his Berlin bunker in the film "Downfall;" then as a laughingstock played by German comedian Helge Schneider in "Mein Führer." Hitler is even in Madame Tussauds in Berlin. Each new realistic portrayal of Hitler has been accompanied by a debate as to the wisdom, for example, of installing a wax Hitler as a tourist attraction next to Heidi Klum in a wax museum. But the discussion has tended to quickly subside (apart from the incident which saw the Hitler wax figure decapitated by a protester. The figure has since been repaired by the museum and is now displayed behind bulletproof glass). Nevertheless, there are plenty of taboos the museum curators didn't dare touch, starting with the exhibition's title. The idea of calling the show simply "Hitler" was quickly nixed by an expert committee of prominent historians convened in 2004, when the museum first raised the idea for the show. For both conservative historian Michael Stürmer and more leftist colleagues such as Reinhard Rürup, such a name was not permissible. Above all, the organizers wanted to avoid breathing new life into the old excuses from the postwar period that painted Hitler as the evil seducer of an unknowing and innocent general population. In the end, the exhibition on this sensitive topic was given the title "Hitler and the Germans: Nation and Crime." Today, of course, it is no longer a matter of dispute that Hitler represented the view of the vast majority of Germans, of the Volksgemeinschaft, at least until 1941 -- that Germans saw themselves in their "Führer." Thamer, who teaches history at Münster University, says "our picture of German society grows bleaker and bleaker," in reference to the current state of research. Still, an exhibition held in the center of the former Nazi capital follows different rules than the ones that govern academic discourse, and the curators exercised great caution in choosing items for the show. Many of Hitler's uniforms and other personal items have been preserved, in storage in Moscow, but there are no plans to display them. "Using relics like those would cross the line into making this an homage to a hero," Thamer says. The intention is always to create a critical distance between the viewer and the 20th century's greatest criminal. Visitors to the exhibition are first greeted with three photographic portraits -- Hitler as a party agitator, as a statesman and -- in a photomontage -- as a death's head. Behind these images, which are projected onto a transparent screen, other photographs light up -- of unemployed people, of cheering supporters and of soldiers marching past a burning house. The dictator is never shown alone -- he is always embedded in the social, political and military context in which he acted. As an additional precaution, an accompanying catalog provides an enormous amount of context, with historians presenting their views on "the Nazi Party's breakthrough," "the iconography of the nation," "women in the wartime community" and various other subjects related to Hitler. Typifying the entire exhibition is an essay by Ian Kershaw, the British biographer of Hitler, who describes Hitler supporters' quasi-religious relationship to their messiah. "It's a miracle of our times that you have found me," the dictator declared to 140,000 excited supporters in Nuremberg in 1936, "that you have found me among so many millions! And that I have found you, that is Germany's good fortune!" Kershaw takes a sentence uttered by a Nazi state secretary -- that every German should "work toward the Führer to fulfill his goals" -- as a good explanation of the inner logic of the Nazi dictatorship and of the crimes committed by a population that sometimes acted on its own initiative. The German History Museum exhibition includes evidence supporting this thesis. There is a tapestry, for example, embroidered by members of two women's groups in the town of Rotenburg an der Fulda. It shows Hitler Youth, SA and League of German Girls formations arranged in the shape of a cross, marching toward a church. The embroiderers further embellished the work with the text of the Lord's Prayer in half cross-stitch. Thamer, who was born in Rotenburg, came across the tapestry by chance during a visit. The exhibition's items of Hitler memorabilia are rather hidden in a small display case. There's a photo book called "The Hitler No One Knows," by Hitler's favorite photographer Heinrich Hoffmann, and a deck of Führer playing cards that also includes resplendent pictures of Rudolf Hess and other Nazi leaders. These objects are treated almost like pornography, obscene material meant to lose its potential to excite in this solemn museum setting. A chest of drawers from Hitler's New Reich Chancellery is hung crooked, instead of simply being placed on the floor, and an oil painting glamorizing the nation at war likewise hangs askew. The central insight and most important message for visitors to the exhibition is that "we won't be finished with Hitler for a long time yet," says Simone Erpel, who prepared the show together with Thamer. "Every generation has to find its own answers." The show's last room presents 46 SPIEGEL covers on Hitler and National Socialism -- along with the fake Hitler diaries published by Stern magazine. From the earliest title ("Anatomy of a Dictator" from 1964) to the most recent ("The Accomplices" in 2009), these articles also reflect changing perceptions of history. The one aspect that remains oddly underrepresented in all this is information about the museum's own location in the historical Zeughaus, a former arsenal on Unter den Linden in Berlin. Diagonally opposite the building, on a square next to the State Opera, is the site of the infamous May 1933 book burning. The nearby Lustgarten was decked out with swastika flags during ceremonial occasions. "Hitler and the Germans" makes no mention of these connections, not even of the day when the Zeughaus itself made history. Hitler had come to view an exhibition of captured Soviet weapons in the building on "Heroes' Commemoration Day," a Nazi holiday, on March 21, 1943. An officer named Rudolf-Christoph von Gersdorff attended as well, carrying two explosive devices and intending to assassinate Hitler. Gersdorff had already triggered the time-delayed fuses when Hitler sped through the exhibition and left the building earlier than expected. Escaping notice but dripping with sweat, the officer ducked into a bathroom and was just able to defuse the devices before they detonated.