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Wednesday, November 28

CONDEMN ZIONISM OR BE COMPLICIT IN 3th WORLD WAR

This is a chapter-by-chapter analysis and documentation of the power of Israel via the Israeli, Jewish or Pro-Zionist Lobby on US Middle East policy. 

It raises serious questions as to the primary beneficiary of US policy, and its destructive results for the United States. The extraordinary extent of US political, economic, military and diplomatic support for the state of Israel is explored, along with the means whereby such support is generated and consolidated. Contending that Zionist power in America ensured unconditional US backing for Israeli colonization of Palestine and its massive uprooting of Palestinians, it views the interests of Israel rather than those of Big Oil as the primary cause of the disastrous US wars against Iraq and threats of war against Iran and Syria. It demonstrates and condemns US imitation of Israeli practice as it relates to conduct of the war on terrorism and torture. It sheds light on the AIPAC spying scandal and other Israeli espionage against America; the fraudulent and complicit role of America’s academic “terrorist experts-in furthering criminal government policies, and the orchestration of the Danish cartoons to foment antipathy between Muslims and the West. It questions the inability in America to sustain or even formulate a discourse related to the subject of Israeli influence on the United States. It calls for a review of American Mid East policy with a view to reclaiming US independence of action based upon enlightened self-interest and progressive principles.
https://www.scribd.com/book/257718430/The-Power-of-Israel-in-the-United-States

Saturday, February 4

LA FINE DI GEORGE SOROS PADRE DELLA GLOBALIZZAZIONE

Dal Giornale di G. Rossi. Per carità, sarà solo un caso, una coincidenza di quelle che servono agli scettici per dimostrare che non c’è un senso nelle cose. Fatto sta che ogni volta che la società civile, gli umanitaristi della domenica, le sentinelle democratiche scendono in piazza contro il cattivo di turno (che si chiami Putin, Trump o Marine Le Pen), dietro a loro fa capolino la faccia di Soros o meglio, il suo portafoglio.

Anche nell’ultimo caso, quello del Decreto esecutivo sull’immigrazione voluto da Trump, le proteste inscenate in tutta America sono state organizzate da gruppi mantenuti con i soldi del filantropo miliardario.
Come ha evidenziato Aaron Klein su Breitbart, gli avvocati che hanno messo in piedi le azioni legali contro il Decreto Trump, appartengono a tre associazioni per i diritti degli immigrati: la ACLU (American Civil Liberties Union), il National Immigration Law Center e l’Urban Justice Center. Tutte e tre sono finanziate, per milioni di dollari, dalla Open Society di Soros (la ACLU addirittura ha ricevuto 50 milioni solo nel 2014).

Una delle avvocatesse in prima linea nella battaglia legale, Taryn Higashi, è componente dell’Advisory Board dell’Inziativa per l’Immigrazione Internazionale della Open Society.

Dopo le manifestazioni di protesta all’indomani del voto e la Marcia delle Donne, questa è la terza iniziativa anti-Trump che vede la ragnatela di Shelob/Soros dispiegarsi contro quella parte dell’America colpevole di non aver votato la sua candidata in busta paga, Hillary Clinton.

Come direbbe Poirot: “una coincidenza è solo una coincidenza, due coincidenze sono un indizio, tre coincidenze sono una prova”; e se ci aggiungiamo anche la famosa battaglia contro le “fake-news” che inquinano la purezza dell’informazione mainstream (salvo poi scoprire che a produrre fake news è proprio il mainstream), diciamo che abbiamo la quasi certezza che a Soros non è andata molto giù l’elezione di Trump.

Tra tutte le cause “progressiste” che Soros finanzia, quella per agevolare l’immigrazione clandestina è forse la più curiosa (ed anche la più rivelatrice).

Nel 2014 il New York Times rivelò che la decisione di Obama di modificare la legge sull’immigrazione per facilitare il riconoscimento degli irregolari, fu spinta dalla campagna delle associazioni pro-immigrati divenute una “forza nazionale” grazie all’enorme quantità di denaro versato nelle loro casse dalle ricchissime fondazioni di sinistra tra cui, appunto, la Open Society di Soros (oltre alla sempre presente Ford Foundation); “Negli ultimi dieci anni – scrive il NYT – questi donatori hanno investito più di 300 milioni di dollari nelle organizzazioni di immigrati” che lottano “per riconoscere la cittadinanza a quelli entrati illegalmente”.

Ora, Soros, che di mestiere fa lo speculatore finanziario, è uno che con i soldi non produce ricchezza ma povertà. Il suo lavoro è, di fatto, scommettere sulla perdita degli altri; lui vince se il mondo perde.
Soros appartiene a quella aristocrazia del denaro per la quale, crisi economiche e guerre, sono linfa vitale per il proprio portafoglio (e per il proprio potere).


E se “destabilizzare le economie” è il suo lavoro, destabilizzare i governi è il suo hobby; e così Soros finanzia da anni rivoluzioni colorate (dall’est Europa alle Primavere Arabe) che altro non sono che guerre civili all’interno di Stati sovrani per sostituire governi legittimi con replicanti a lui rispondenti; e adotta (finanziando campagne elettorali) candidati particolarmente inclini a fare le “guerre umanitarie” con cui stravolgere intere aree del mondo.

Per semplificare (anche troppo) lo chiameremo “SCHEMA SOROS” anche se in realtà è un preciso disegno dell’élite tecno-finanziaria per costruire il proprio sistema di potere globale.

Lo “Schema Soros” funziona così: l’élite prima produce i poveri, poi trasforma alcuni di loro in profughi attraverso una bella guerra umanitaria o una colorata rivoluzione (in realtà i profughi sono meno della metà degli immigrati) e poi li spinge ad entrare illegalmente in Europa e in USA grazie alle sue associazioni umanitarie, ricattando i governi occidentali e i leader che essa stessa finanzia affinché approvino legislazioni che di fatto eliminano il reato di immigrazione clandestina. Il tutto, ovviamente, per amore dell’Umanità.

In questo schema un ruolo centrale ce l’ha il sistema dei media e della cultura nel manipolare l’immaginario simbolico e costruire il “pericolo xenofobo e populista” contro chiunque provi ad opporsi a questo processo.

E francamente fa uno strano effetto vedere la sinistra americana di Obama e della Clinton solidarizzare con i profughi dopo aver lanciato sulla loro testa 26.000 bombe solo nel 2016 (quasi 50.000 in due anni) e venduto ai loro governi più armi di qualsiasi amministrazione americana, nel rumorosissimo silenzio di Soros e dei benpensanti che oggi scendono in piazza contro Trump.

L’immigrazione in atto non è un processo naturale ma indotto per consolidare un modello incentrato non sulla ricchezza reale (produzione di beni e consumo) a vantaggio di tutti, ma su quella “irreale” del debito e dell’usura, a vantaggio di pochi.

La globalizzazione non è altro che il processo di concentrazione della ricchezza mondiale nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone (quel famoso 1% che detiene il 50% della ricchezza globale).

Per l’Occidente il vero sconvolgimento è la dissoluzione della classe media, l’erosione ormai costante di quella che è stata il motore trainante dello sviluppo economico e civile dell’ultimo secolo e mezzo.

Non è un caso che “l’abbattimento della borghesia” (sogno di ogni ideologia totalitaria di destra e di sinistra) va di pari passo con i tentativi di smantellamento delle democrazie in atto in Occidente attraverso l’ascesa di governi tecnocratici e revisioni costituzionali scritte direttamente dai banchieri.

Per Soros e per l’élite tecno-finanziaria, “la democrazia è un lusso antiquato” (come scrisse il Financial Times, la Bibbia del gotha finanziario); e i meccanismi di sovranità popolare e rappresentanza parlamentare sono un intralcio alla gestione diretta del potere.

Il processo d’immigrazione indotta serve proprio a questo: disarticolare l’ordine sociale e culturale, generare conflitti endemici (guerra tra poveri), imporre legislazioni più autoritarie, alterare l’equilibrio demografico e generare un’appiattimento della stratificazione sociale per ridurre il peso di quella classe media, elemento da sempre in conflitto con le élite.

Per Soros e i suoi amici è molto più funzionale una società a due livelli: una élite con in mano grande potere economico (e decisionale) in grado di gestire anche i flussi informativi (e formativi) e una massa sempre più povera, dipendente da questa élite e dall’immaginario che essa costruisce; e nel progetto globalista, le identità nazionali e religiose (proprio perché pericolose costruttrici di senso) devono essere annullate all’interno di una massa indistinta e perfettamente funzionale al sistema di dominio.

Il sogno di un mondo governato da pochi plutocrati passa per la dissoluzione dell’Occidente come lo conosciamo e l’immigrazione di massa costruita a tavolino e legittimata persino nelle dichiarazioni ufficiali dei tecnorati sulla “Migrazione Sostitutiva”, serve a trasformare il loro sogno nel nostro incubo.

Wednesday, July 8

CRETINI E LADRI (BANCHE) SOGNANO LA GLOBALIZZAZIONE

Le anime belle della "democrazia globale, anche esportata", gli imbecilli che sognano lo Stato unico mondiale, quello che, nelle loro speranze, farà venire meno le ragioni e le cause delle guerre, stanno assistendo con sgomento alla distruzione del sito archeologico di Palmyra in Siria ad opera delle truppe dello stato islamico. 

Dopo aver auspicato la caduta di Assad, il dittatore Assad, il laico Assad, che quantomeno garantiva la libertà di culto alle varie confessioni cristiane, questi idioti adesso invocano l'intervento degli Stati Uniti e degli altri membri della NATO, loro servi e vassalli, per “spazzare via la canaglia musulmana”, (le parole d'ordine che si stanno facendo passare, e che si sono sentite in giro, sono queste) ed avviare la Siria sulla via della Democrazia. 

Come se potesse prendere piede la democrazia parlamentare in realtà nelle quali i fattori che contano sono l'appartenenza etnico-tribale e quella religiosa. 

Uno scenario già disegnato quello della rivolta islamica in Siria contro il governo laico di Baššār al-Asad. 

Sono stati infatti gli Stati Uniti, in base al principio di creare il caos per il caos nel Vicino Oriente, ad aver armato le opposizioni siriane, che non potevano che essere islamiche, sia pure “moderate”, e cercare di rovesciare. 

Quando la rivolta si allargò, i governi europei incominciarono a ricevere con tutti gli onori i presunti capi dell'opposizione siriana che in realtà non rappresentavano altro che se stessi. 

Ed ovviamente a rifornirli di armi. A questi si aggiunsero i governi di Arabia Saudita e Qatar che, da islamici “integralisti” quali sono, coltivano l'idea (perfettamente legittima per loro) di esportare l'Islam laddove era tenuto ai margini nella società. 

Vedi l'Iraq di Saddam Hussein, l'Egitto di Hosni Mubarak, la Libia di Mu'ammar Gheddafi e appunto la Siria di Assad. Due governi che, grazie ai soldi del petrolio e del gas, hanno finanziato massicciamente lo stato islamico che è riuscito in tal modo a svilupparsi e crescere e ad attirare migliaia di nuovi militanti nelle propria fila. 

Non indifferente è stato anche il ruolo di Francia e Gran Bretagna che non hanno mai accantonato l'idea di rimettere piede in un area che fino al 1945 era sotto il loro dominio. 

Poi, come sempre succede in questi casi, sono stati gli islamici dello stato islamico a prendere in mano le redini della rivolta. E perché non dovrebbe essere così considerato che l'Islam penetra in tutti gli aspetti della vita delle persone? 

E perché, ancora, lo stato islamico non dovrebbe essere conseguente con la propria natura di religione monoteista ed esclusivista? Il tutto in base al principio: “se qualcosa dice le stesse cose dell'Islam è inutile e superfluo, se dice cose diverse o contrastanti, è blasfemo”. 

Per questo lo stato islamico distrugge Palmyra, e quello che ne resta. Come peraltro fecero i cristiani divenuti maggioranza nell'Impero dei Cesari grazie al rinnegato Costantino, distruggendo i templi romani ed utilizzandone le pietre per costruire le proprie chiese. Oggi, quello che cercano gli Stati Uniti è il caos per il caos. 

Destabilizzare tutta l'area del Mediterraneo e del Vicino Oriente per creare problemi all'Europa con il blocco delle forniture petrolifere e con i flussi migratori incontrollati. 

Una strategia che si è sviluppata con la destabilizzazione del Nord Africa, la caduta di Gheddafi (grazie alla cooperazione militare di Parigi e di Londra e grazie all'ignobile tradimento di Berlusconi che offrì il supporto logistico delle basi italiane sperando di far sopravvivere il proprio governo), con la caduta di Mubarak, l'avvento dei Fratelli Musulmani e il successivo golpe militare; ed infine con l'attacco concentrico contro la Siria. 

Vi sono poi due altri fattori che hanno mosso il mollo Barak Obama. Nel caso di Gheddafi e della Libia è stata la volontà di impedire il ritorno della Russia nel Mediterraneo, dopo l'accordo a tre tra Gazprom, ENI e la NOC (società petrolifera statale libica). 

Circondare la Russia resta sempre l'idea del noto criminale polacco-americano Zbigniew Brzezinski che, dopo esserlo stato con Carter (1977-1980), è ora anche il “consigliere” di politica estera del pusillanime Obama. 

Il secondo fattore risiede nella solita volontà, che accomuna democratici e repubblicani, di tutelare Israele che sarebbe meno minacciato da un governo islamico (che pensa più ad irregimentare i cittadini con la religione) che da un governo “laico” (che punta sull'orgoglio nazionale e sul rafforzamento dell'apparato bellico). 

Il tragico, e questo dimostra che l'Europa è morta e defunta ed incapace di comprendere quali siano i propri interessi, è che anche i governi dei Paesi “minori” dell'Unione Europea non sono in grado di “leggere” le vicende internazionali e pensano che prima di ogni altra cosa venga il rapporto preferenziale con gli Stati Uniti. 

Una autentica follia dato che per Washington il legame più importante è quello con la Cina e tutta l'area del Pacifico

Ma la paura vera di Barak Obama, che fa tremare anche i suoi referenti (Lobbies) di Wall Street, è che l'Europa possa stabilire un forte legame con la Russia, unendo la propria tecnologia alle immense materie prime di cui la Russia dispone.

E questo NON dovrà MAI accadere. Anche a costo di una terza guerra mondiale.

Monday, May 20

MAMMA MIA !!!


La politica attuale spaccia la propria incapacità di agire e la sua scarsa autorevolezza, per pacificazione nazionale. Si incontrano nei conventi, fanno finta di litigare, si danno all’avanspettacolo, mentre fuori dall’alveo amicale del governo, i partiti preparano le loro rese dei conti interne. S’è ben capito: nel PD le nuove alleanze mirano a disinnestare la rottamazione di Renzi (reo, a dire il vero, di un attendismo che fa dubitare dell’autenticità del suo acume) e si prepara una stagione di schizofrenia politica tra coloro che terranno in piedi il governo, e quelli che per ritrovare il consenso perduto, tenteranno ogni espediente per minarne la credibilità. 

Nel centro destra, la bipolarità non è meno evidente, ma, al meno, si tratta di mera strategia. Si sta al governo fin quando governare paga, poi - non appena l’elettorato comprenderà che non c’è possibilità alcuna di migliorare lo stato di disgrazia sociale in cui siamo precipitati - si staccherà la spina. Sempre se non sarà proprio il PD, sollecitato da grillini in fuga e base elettorale incazzata, a far cadere - come si dceva poc'anzi - il governo per riconquistare una smarrita credibilità identitaria. Ma è anche vero che l’antipolitica ha mostrato l’ala della demenza che l’alimenta.

Litigano per questioni di rendicontazione di pranzi e cene, meschini ed incapaci usurpatori dell’autorità che questo collassato sistema democratico gli ha fornito. Nella tundra del pensiero nelle menti degli intellettuali più in voga, fiorisce solo la sociologia: ideologica è la fine delle ideologie, statica la visione della storia che ci propongono sui giornali. Anzi sui giornaloni, come li chiama ironicamente qualcuno. La menzogna regna ovunque sovrana. Il peggio sembra essere l’unica certezza che ci rimane. Siamo oggetti ridotti all’impotenza. 

L’assurdo è diventato fatale, la fatalità ha assunto il senso della logica. Il peggio è assicurato e noi ne siamo complici. Perché pensiamo, ognuno di noi in cuor suo pensa, di aver ragione e rendiamo tutto lecito. Impotenti viviamo il malinteso e moltiplichiamo i nostri disordini interiori e sociali. Il ritorno all’origine sarebbe l’unica salvezza. Ma temo si sia perduta la via: le briciole che i più avveduti avevano seminato nel bosco, sono state spazzate forse per sempre.

Nelle piazze si spaccia per rito democratico lo scontro fisico e la demonizzazione dell’avversario, come se nulla fosse, riprendendo e commentandolo in televisione: “ecco il popolo di Berlusconi e, dall’altra parte, i cittadini che protestano”. Si sottovaluta allegramente e morbosamente che siamo ad un passo - ma davvero ad un nonnulla - da uno scontro brutale, che rischia di dar vita a subdole forme di autoritarismo. E’ la ricetta politica da anni in voga nella sinistra italiana che parte dal principio, anzi dal dogma, dell’innocenza originale della loro parte. 

La loro presunzione di superiorità morale, del resto, è una legenda che dura da almeno cinquant’anni I riti più disprezzabili di culture esecrabili, divengono mode, e qualunque amante tradito si sente in diritto di gettare l’acido muriatico sul volto della ipotetica fedifraga. L’amore è tramutato in senso del possesso, il dovere in rogna quotidiana, l’onore è divenuto un accessorio per lo più collocato tra le proprie o altrui gambe. 

Gli imprenditori più grandi e ricchi vivono sulle spalle dello Stato, i più piccoli - e spesso più onesti e capaci - vengono strangolati dalle spire burocratiche dello stesso Stato. Il suicidio è una nuova e drammatica forma di saldo finale economico e morale con la società. La disperazione ha sostituto l’ideologia e arma il nuovo terrorismo “fai da te”.

Un’Italia così mal ridotta non s’era mai vista, non la si ricorda a memoria d‘uomo. Economicamente sul lastrico, socialmente dilaniata, moralmente ai minimi termini, politicamente inesistente. Nelle albe milanesi, vagano assassini con il piccone (trallalalà) e, siccome sono di colore, da un lato il livello di moralismo oramai raggiunto, esenta le istituzioni dal giudizio, dall’altro ci si attacca a questo fatto razziale, come se la questione antropologica fosse l’unica causa del gesto. Nei Tribunali, Milano, si spacciano opinioni personali come verità, e le requisitorie diventano un genere letterario. La incredibilmente pettegola requisitoria della dottoressa Boccassini è un documento che a suo modo farà epoca negli annali della cultura civile italiana. 

Per dirla con il Papa Francesco, che ha messo in guardia dal pettegolezzo e dall’interesse morboso per le vite degli altri nella sua messa mattutina a Santa Marta dello scorso sabato, non può che essere il diavolo a proporsi come linguaggio speciale della diffamazione, fino a entrare nel giudizio, nel dibattimento di rito solenne che si svolge nel tribunale di Milano, per occuparsi della moralità degli acquisti in borse Prada, nel “quadrilatero della moda”, di giovani donne, nella media definite “appena maggiorenni”, che sono state ospiti di una personalità pubblica per la quale si chiede la condanna alla galera e alla perdita dei diritti civili, e che forse è la più spiata, intercettata e sventrata nei suoi diritti in tutta la storia europea moderna. 

Friday, May 17

TE LO DO' IO IL MPS

A ricordare il peso dell'influenza dell'Opus Dei nelle scelte che riguardano l'attività e gli assetti del MPS era stato tra gli altri il tesoriere del PD Ugo Sposetti, intervistato da Repubblica. Alla domanda "a Siena c'è la massoneria?", Sposetti nel difendere la correttezza e l'estraneità dei democratici, risponde infatti lapidario: "Non solo, c'è pure l'Opus Dei".

Come spiega lo stesso Wall Street Journal la Banca d'Italia concesse a MPS il prestito nell'ottobre del 2011 perché "la banca stava ormai esaurendo tutta la liquidità e non aveva più gli strumenti per continuare a chiedere fondi alla Banca Centrale Europea". Tuttavia "per timori che si potesse creare panico sui mercati né MPS né la Banca d’Italia resero pubblico quel prestito". Secondo la normativa vigente infatti non vi è l’obbligo di comunicare tali operazioni, previste per tutte le banche dell’Euro-sistema, al mercato. 

In una "conference-call" con analisti ed investitori, subito dopo aver ricevuto il prestito, i dirigenti di MPS affermavano che la posizione finanziaria della banca era solida e che le necessità di raccolta per il 2012 erano state coperte. Da Francoforte, però, il presidente della BCE Mario Draghi ha difeso l'Istituto di via Nazionale spiegando che c'è "un rapporto dettagliato" che dimostra come sia stato fatto tutto quello che si doveva e si sia agito velocemente.

Secondo l'ex numero uno Mario Draghi, anche il Fondo Monetario Internazionale avrebbe riconosciuto l’azione corretta della Banca d’Italia. "Spetterà ora alla banca senese portare avanti il programma di ristrutturazione ritornando in salute e in grado di generare profitti", ha aggiunto Draghi ricordando di aver firmato "entrambe le ispezioni su MPS" quando era presidente di Bankitalia, organismo che "non ha poteri di intervento politico o giudiziari". 

Ogni giorno emergono nuovi particolari ad allargare lo scandalo che sta travolgendo il MPS. 

In giornate particolarmente concitate per la vicenda MPS, cominciarono a filtrare alcune notizie in ordine ai reati contestati a carico dei vertici dell’istituto di credito. Le vicende sotto esame sono l’acquisizione di Antonveneta, l’“affaire Lutfin” e le operazioni in derivati denominate “Alexandria” e “Santorini”. Relativamente ad Antonveneta, sono stati ipotizzati i reati di aggiotaggio, manipolazione di mercato ed ostacolo all’attività di vigilanza.

L’aggiotaggio è attualmente disciplinato dall’art. 2637 c.c. mentre la manipolazione del mercato è un reato previsto dall’art. 185 del D. Lgs. n. 58/1998 (Testo Unico delle disposizioni in materia finanziaria). La disposizione contenuta nel codice civile, nella formulazione novellata dalla L. n. 62/2005, sanziona con la reclusione da uno a cinque anni chiunque diffonda notizie false, ovvero ponga in essere operazioni simulate o altri artifici concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari non quotati o per i quali non è stata presentata una richiesta di ammissione alle negoziazioni in un mercato regolamentato, ovvero ad incidere in modo significativo sull’affidamento che il pubblico ripone nella stabilità patrimoniale di banche o di gruppi bancari (c.d. aggiotaggio bancario). 

L’art. 185 TUF contempla un fatto tipico pressoché analogo, ma una pena molto più severa (da due a dodici anni di reclusione e da 20 mila euro a cinque milioni di euro di multa) nel caso in cui l’oggetto materiale della condotta siano strumenti finanziari quotati. La norma prevede poi un’aggravante speciale che permette al giudice di aumentare la multa fino al triplo o fino a dieci volte il valore del prodotto o del profitto conseguito dal reato quando, per la rilevante offensività del fatto o per le qualità personali del colpevole, essa appaia inadeguata anche se applicata nel massimo.

Tali illeciti sono stati contestati anche nel caso Parmalat (v. Corte d’Appello di Milano, sent. n. 1728/2010 del 26 maggio 2010 - 14 luglio 2010) e nelle vicende giudiziarie che sono seguite alle scalate ad Antonveneta e BNL tentate nel 2005 rispettivamente dalla Banca Popolare di Lodi (v. Corte d’Appello di Milano, sent. n. 227/2012 del 13 marzo 2012 - 11 giugno 2012) e da Unipol (v. Cass. pen., Sez. V, sent. n. 49362/2012 del 7 dicembre 2012 - 19 dicembre 2012). La giurisprudenza recente ha quindi avuto modo di interrogarsi sulla struttura delle due fattispecie, sul momento consumativo del reato, sulla competenza territoriale nonché sulla responsabilità degli enti, considerato che i reati di aggiotaggio e manipolazione del mercato sono contemplati dagli artt. 25 ter, comma 1, lett. r) e 25 sexies, comma 1 del D. Lgs. n. 231/2001 e che una speciale forma di responsabilità sussidiaria dell’ente è prevista anche dall’art. 187 quinquies del TUF.

Con riguardo alla “questione Lutfin”, si tratta di una società svizzera che sarebbe stata utilizzata quale veicolo per effettuare pagamenti riservati nei confronti di alti dirigenti del MPS in cambio dell’acquisto di un pacchetto titoli all’interno dei quali ve ne erano alcuni (cosiddetti derivati) che presentavano forti perdite per Dresdner Bank. In sostanza MPS avrebbe acquistato da Dresdner Bank titoli in sofferenza e le avrebbe poi rivenduto titoli “in salute”. In questo modo Dresdner Bank avrebbe neutralizzato le perdite, mentre MPS se ne sarebbe fatta carico. 

In tesi d’accusa i promotori dell’operazione sarebbero stati i veri beneficiari del compenso corrisposto da MPS a Lutfin (600 mila euro) a titolo di provvigioni. La vicenda ha acquistato immediata notorietà in ragione della pubblicazione, ad opera di alcuni siti, di una nota della Guardia di Finanza – Nucleo di Polizia Tributaria di Milano, relativa ad un altro filone d’indagine già in fase avanzata. In relazione a tale “affare” non è dato sapere quali siano i reati ipotizzati. Tale condotta pare comunque riconducibile, tra l’altro, all’art. 2635 c.c., recentemente novellato dalla L. n. 190/2012 in materia di corruzione, che ne ha anche modificato la rubrica da “Infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità” a “Corruzione tra privati”.

Relativamente ai derivati, infine, è emerso che non sarebbero state iscritte a bilancio perdite potenziali per 500 milioni di euro. Il che potrebbe configurare il reato di false comunicazioni sociali. Tuttavia, come noto, la repressione di tale illecito societario è ostacolata dalla formulazione delle due norme che lo prevedono. L’art. 2621 del codice civile, infatti, contempla un reato di condotta perseguibile d’ufficio, ma fa «salvo quanto previsto dall’articolo 2622». Tale seconda disposizione sanziona le false comunicazioni sociali in danno della società, dei soci o dei creditori, ma subordina la punibilità alla presentazione della querela di parte. 

Cosicché se – come pare essere nel caso di MPS – l’“esposizione di fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni”, ovvero l’“omissione di informazioni la cui comunicazione sia imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene” sia tale da “cagionare un danno patrimoniale alla società, ai soci o ai creditori”, il reato sarà punibile solo nel caso in cui sia presentata apposita querela di parte.

A contorno di tutta questa complessa vicenda, è stato ipotizzato il reato di ostacolo alle attività di vigilanza (nella fattispecie: Bankitalia e Consob), anche questo previsto sia dall’art. 2638 del codice civile che, in forma sussidiaria, dall’art. 170 bis del D. Lgs. n. 58/1998. Tali disposizioni, poste a tutela della c.d. trasparenza societaria esterna, sanzionano coloro i quali, nelle comunicazioni alle autorità pubbliche di vigilanza, espongono fatti materiali non rispondenti al vero sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria dell’ente ovvero occultano con altri mezzi fraudolenti fatti che avrebbero dovuto comunicare. 

La problematicità di tale fattispecie è essenzialmente legata alla carenza di offensività della previsione di cui al secondo comma dell’art. 2638 c.c., in virtù del quale rispondono del medesimo reato coloro che, “in qualsiasi forma” consapevolmente ostacolano le attività pubbliche di vigilanza.

Fino a questo momento, invece, non si ha notizia di indagini a carico delle società di revisione, anche se è legittimo attendersi un loro coinvolgimento diretto (i reati dei revisori sono oggi previsti agli artt. 27 e segg. del D. Lgs. n. 39/2010) o quanto meno concorsuale (sindaci e revisori possono, infatti, essere chiamati a rispondere del mancato impedimento dei reati da parte degli amministratori ai sensi dell’art. 40, comma 2 del codice penale).

Ecco le tre domande che andrebbero poste, unicamente, all’on. Silvio Berlusconi, presidente del PdL.

1) “ Ci risulta, come confermato dagli atti ufficiali, che la Goldman Sachs affidò all'on. Gianni Letta, ai tempi deputato eletto nelle sue liste, la mansione di gestire, sovrintendere e chiudere la compravendita tra MPS e Banca Antonveneta. Come mai, non essendo l’on. Gianni Letta né un esperto di sistemi bancari, né un esperto in tecnica bancaria, né un banchiere, né ufficialmente parte in causa, è stato scelto per tale delicato lavoro che presuppone una corposa e specifica competenza tecnica?”
2) “ Ci risulta, come provato da atti ufficiali, che, strada facendo, sia stata accorpata anche la società J. P. Morgan, attraverso, pare, la partecipazione attiva e personale del direttore responsabile marketing per le operazioni europee: Giovanni Monti (39 anni, figlio del premier Mario Monti). Come mai? Perché sarebbero state scelte queste due società straniere essendo l’Italia piena di eccellenti società di intermediazione finanziaria ad alti livelli sia di merito che di competenza tecnica garantita?”
3) “ Come mai, essendo il MPS una banca di interesse nazionale, considerata “strategica” all’interno del mondo finanziario-economico italiano, l’on. Gianni Letta, venendo meno ai suoi obblighi di Legge, non ha riferito, punto per punto, l’intero percorso operativo al presidente della CONSOB, all'ABI a Bankitalia e al Ministero del Tesoro?”.

Non posso fare a meno di ricordare quel 26 gennaio u.s. quando un "carneade" sbraitò, con la bava alla bocca: "se c’è qualcuno che osa sostenere che il PD c’entra in un qualunque modo in questa vicenda, ebbene, noi lo sbraniamo vivo” . Si è preferito -tra di loro, alla fine di una miservole e lunga sceneggiata- fare un "governicchio d'insabbiamento artigianale". In breve, la vicenda MPS, come altri "scandali" di questi ultimi anni, appare di particolare interesse per i profili inerenti il diritto penale economico e merita, quindi, di essere perseguita con estrema attenzione, onestà, imparzialità e, sopratutto, molto coraggio da parte di una vera magistratura.

Monday, April 2

NAPOLITANO HA PAURA.

Ci sono stati due passaggi davvero stretti e impervi pervi per Giorgio Napolitano: il primo è stato lo scorso novembre quando ha gestito l'insediamento di Mario Monti; il secondo è quello attuale.

Già perché da allora e fmo a questi giorni, la navigazione del Governo dei tecnici è stata complicata sul fronte finanziario ma piuttosto tranquilla nei suoi rapporti interni con i partiti e con la società italiana. Adesso, come si vede, è invece il fronte interno che diventa incandescente.

E, di nuovo, il ruolo del Quirinale diventa cruciale nel dare rinnovata stabilità a un premier e a un Esecutivo che mai hanno traballato tanto come nelle scorse ore. È stata un'altalena di attacchi - e successive tregue - tra Monti e la sua maggioranza che ha dato non solo il senso di una campagna elettorale entrata nel vivo ma di un assaggio di quella seconda fase che comincerà dopo le amministrative e che si annuncia la più insidiosa in Parlamento e nel Paese.

E di questo sembra assai consapevole il Colle. Oggi, come lo scorso autunno, Giorgio Napolitano sente la responsabilità e la preoccupazione non solo di un clima politico-parlamentare ma di un clima sociale. Però, quello che a novembre non c'era, c'è oggi. Se infatti lo scorso autunno la priorità erano i partiti e, cioè, convincerli a garantire un nuovo Governo e una solida maggioranza parlamentare per evitare il default del Paese con le sue future conseguenze sociali - adesso - invece è il malessere sociale che è diventato la priorità e che detta l'agenda dei partiti.

Ed è questo malessere, acceso dalla riforma del lavoro e dell'articolo i8, che rischia di saldarsi con l'insofferenza dei partiti verso Monti. Perché se è vero che un default avrebbe portato l'Italia agli stessi scontri di piazza che si sono visti in Grecia, adesso - fuori dalla bancarotta - il rischio è che l'attuale insofferenza sociale, legata al percorso di risanamento, diventi per i partiti una merce eletto- rale. Un terreno scivolosissimo in cui il punto di equilibrio appare, ancora, il Quirinale e su un doppio fronte: in Parlamento e nel Paese.

È inevitabile che si rivolga lo sguardo verso il Colle per trovare un bilanciamento tra le spinte dei partiti tentati di giocare una partita verso il voto di maggio - anche a costo alzare la tensione nel Paese - e il Governo che non vuole retrocedere su riforme, come quella del lavoro. E abbiamo anche già ascoltato Giorgio Napolitano parlare al Paese per richiamare alle necessarie sfide che impone l'Europa e, allo stesso tempo, offrire una sponda alla parte più debole, ai giovani precari, o rassicurare chi teme i licenziamenti facili dopo la riforma.

Insomma, un tentativo per cercare di imprimere un giusto approccio verso i cambiamenti nella società e nel Palazzo. Il fatto è che la parte più difficile deve ancora arrivare. Dopo le amministrative la riforma del lavoro entrerà nel vivo in Parlamento e il braccio di ferro tra i partiti e Monti-Fornero sarà inevitabile. Non solo. Ci sarà lo sciopero generale della Cgil sull'articolo i8 e, come se non bastasse, prima dell'estate arriveranno nuove tasse e pure la nuova manovra.

Una fase che sarà segnata dalla complicazione della recessione e da partiti che - prevedibilmente - alzeranno il tiro contro un Governo tecnico che non è stato in grado di fare crescita ma solo di aumentare le tasse. Questa è la salita che attende Giorgio Napolitano. E sarà forse più ripida di quella scalata a novembre.

Tuesday, December 6

MONTENEGRO: POLVERIERA DEI BALCANI

Il 9 settembre scorso il giovane giudice albanese Skerdilajd Konomi viene ucciso con un’autobomba a Vlora, sua città natale. Il giudice Konomi era uno dei pochi, in Albania, a indagare su traffico d’armi e crimine organizzato. Una morte, quella di Konomi, che secondo il settimanale albanese rappresenta la morte dello stato di diritto in un paese dove i giudici sono costantemente intimiditi e condizionati. Secondo gli inquirenti albanesi l’esposivo utilizzato per far saltare in aria la sua Mercedes arriva dal Montenegro. Si tratterebbe dello stesso esplosivo sottratto dalla fabbrica Polieks di Berane, in Montenegro appunto.

Una fabbrica con grandi depositi di C-4 e Tnt che da sempre fanno gola ai trafficanti d’armi. Come spiegato dal quotidiano montenegrino Monitor, l’ultimo furto ha avuto luogo nel febbraio 2010, ma la fabbrica è già stata assaltata dai trafficanti nel dicembre 2009: in quell’occasione furono sottratti 96 chili di esplosivo V1 O70. Ancor prima, nel 2006, furono rubati duemila detonatori DK-8 capsule. Stesso copione nel 2005 e nel 2004. La fabbrica Polieks è da anni preda dei trafficanti senza che le forze di polizia montenegrine siano mai intervenute efficacemente per prevenire i furti.

Esplosivo con marca Pep, prodotto a Berane, è stato sequestrato in Bangladesh nel 2009 dalla polizia locale che riteneva fosse pronto per un attentato dinamitardo di matrice islamista. Non solo, anche l’esplosivo utilizzato per l’attentato di Londra del 2005 arriverebbe dal Montenegro testimoniando una continuità nel traffico d’armi balcanico. Il quotidiano serbo ha riportato una dichiarazione di Milovan Azbejković, ex capo del settore ricerca esplosivi della polizia belgradese secondo cui l’esplosivo prodotto a Berane è stato sempre facile preda dei trafficanti. Il magazzino militare era molto frequentato già all’inizio degli anni Novanta – complice il conflitto jugoslavo – e l’esplosivo si reperiva facilmente sul mercato nero.

Secondo Monitor, che da tempo pubblica inchieste sul traffico d’armi balcanico, a capo dell’organizzazione criminale che si occupa del furto, della vendita e del trasporto di esplosivo, ci sarebbe Yarraza Khalil, albanese, riconosciuto da Scotland Yard come uno degli organizzatori dell’attentato alla metropolitana di Londra del 2005. Secondo Tufik Softić, giornalista di Monitor, la sua organizzazione si limiterebbe al furto e alla ricettazione mentre la vendita internazionale sarebbe gestita da Suma Ermuchi, potente boss kosovaro, che attraverso una rete capillare organizzerebbe il traffico d’armi attraverso il Kosovo verso l’Europa orientale e la Scandinavia.

Friday, October 15

HITLER EXIBITION: 'Germany's Good Fortune!'

The portrait is rather pretentious -- oil on canvas, and a whopping156 by 120 centimeters (5 feet 1 inch by 3 feet 11 inches). It shows Adolf Hitler the way his Nazis and favorite artists most liked to see him -- posing as the visionary ruler against a backdrop of an imagined German landscape. "We likely could have had it," says Hans-Ulrich Thamer. The US Army, which has held the painting since 1939, would certainly have been open to loaning out the painting. But Thamer, a curator for the German Historical Museum (DHM), didn't want it. The rationale, it appears, was that German eyes shouldn't be dazzled a second time by this sort of monumental state-sponsored art from the Third Reich. Thamer prefers, instead, to display smaller reproductions of the Führer. "That detracts from his impact," the curator says.
An extensive exhibition about the dictator opens this Friday at the German History Museum in Berlin, the first in Germany's post-war history to focus exclusively on Hitler's life. The exhibition is not without risks: Organizers fear that the show could be showered with unwanted praise from right-wing extremists -- and with bitter protest from the rest of the country. Indeed, out of a lack of trust in those who will visit the exhibition, the show will omit anything that might glorify Hitler as a hero. "We cannot provide any opportunity to identify with him," has been the watchword for Thamer, who developed the show. To be sure, there have been countless exhibitions in Germany addressing the Third Reich, covering topics including the Holocaust, crimes committed by the German military, the Nazi justice system, medicine in the Third Reich, forced labor, concentration camps and other horrors. Until now, though, museum directors and politicians responsible for cultural affairs have shied away from dealing directly with the man who presided over those horrors. The exhibition comes following years in which the public image of Hitler has changed drastically. Recently, he has been portrayed as a nervous wreck during his last days in his Berlin bunker in the film "Downfall;" then as a laughingstock played by German comedian Helge Schneider in "Mein Führer." Hitler is even in Madame Tussauds in Berlin. Each new realistic portrayal of Hitler has been accompanied by a debate as to the wisdom, for example, of installing a wax Hitler as a tourist attraction next to Heidi Klum in a wax museum. But the discussion has tended to quickly subside (apart from the incident which saw the Hitler wax figure decapitated by a protester. The figure has since been repaired by the museum and is now displayed behind bulletproof glass). Nevertheless, there are plenty of taboos the museum curators didn't dare touch, starting with the exhibition's title. The idea of calling the show simply "Hitler" was quickly nixed by an expert committee of prominent historians convened in 2004, when the museum first raised the idea for the show. For both conservative historian Michael Stürmer and more leftist colleagues such as Reinhard Rürup, such a name was not permissible. Above all, the organizers wanted to avoid breathing new life into the old excuses from the postwar period that painted Hitler as the evil seducer of an unknowing and innocent general population. In the end, the exhibition on this sensitive topic was given the title "Hitler and the Germans: Nation and Crime." Today, of course, it is no longer a matter of dispute that Hitler represented the view of the vast majority of Germans, of the Volksgemeinschaft, at least until 1941 -- that Germans saw themselves in their "Führer." Thamer, who teaches history at Münster University, says "our picture of German society grows bleaker and bleaker," in reference to the current state of research. Still, an exhibition held in the center of the former Nazi capital follows different rules than the ones that govern academic discourse, and the curators exercised great caution in choosing items for the show. Many of Hitler's uniforms and other personal items have been preserved, in storage in Moscow, but there are no plans to display them. "Using relics like those would cross the line into making this an homage to a hero," Thamer says. The intention is always to create a critical distance between the viewer and the 20th century's greatest criminal. Visitors to the exhibition are first greeted with three photographic portraits -- Hitler as a party agitator, as a statesman and -- in a photomontage -- as a death's head. Behind these images, which are projected onto a transparent screen, other photographs light up -- of unemployed people, of cheering supporters and of soldiers marching past a burning house. The dictator is never shown alone -- he is always embedded in the social, political and military context in which he acted. As an additional precaution, an accompanying catalog provides an enormous amount of context, with historians presenting their views on "the Nazi Party's breakthrough," "the iconography of the nation," "women in the wartime community" and various other subjects related to Hitler. Typifying the entire exhibition is an essay by Ian Kershaw, the British biographer of Hitler, who describes Hitler supporters' quasi-religious relationship to their messiah. "It's a miracle of our times that you have found me," the dictator declared to 140,000 excited supporters in Nuremberg in 1936, "that you have found me among so many millions! And that I have found you, that is Germany's good fortune!" Kershaw takes a sentence uttered by a Nazi state secretary -- that every German should "work toward the Führer to fulfill his goals" -- as a good explanation of the inner logic of the Nazi dictatorship and of the crimes committed by a population that sometimes acted on its own initiative. The German History Museum exhibition includes evidence supporting this thesis. There is a tapestry, for example, embroidered by members of two women's groups in the town of Rotenburg an der Fulda. It shows Hitler Youth, SA and League of German Girls formations arranged in the shape of a cross, marching toward a church. The embroiderers further embellished the work with the text of the Lord's Prayer in half cross-stitch. Thamer, who was born in Rotenburg, came across the tapestry by chance during a visit. The exhibition's items of Hitler memorabilia are rather hidden in a small display case. There's a photo book called "The Hitler No One Knows," by Hitler's favorite photographer Heinrich Hoffmann, and a deck of Führer playing cards that also includes resplendent pictures of Rudolf Hess and other Nazi leaders. These objects are treated almost like pornography, obscene material meant to lose its potential to excite in this solemn museum setting. A chest of drawers from Hitler's New Reich Chancellery is hung crooked, instead of simply being placed on the floor, and an oil painting glamorizing the nation at war likewise hangs askew. The central insight and most important message for visitors to the exhibition is that "we won't be finished with Hitler for a long time yet," says Simone Erpel, who prepared the show together with Thamer. "Every generation has to find its own answers." The show's last room presents 46 SPIEGEL covers on Hitler and National Socialism -- along with the fake Hitler diaries published by Stern magazine. From the earliest title ("Anatomy of a Dictator" from 1964) to the most recent ("The Accomplices" in 2009), these articles also reflect changing perceptions of history. The one aspect that remains oddly underrepresented in all this is information about the museum's own location in the historical Zeughaus, a former arsenal on Unter den Linden in Berlin. Diagonally opposite the building, on a square next to the State Opera, is the site of the infamous May 1933 book burning. The nearby Lustgarten was decked out with swastika flags during ceremonial occasions. "Hitler and the Germans" makes no mention of these connections, not even of the day when the Zeughaus itself made history. Hitler had come to view an exhibition of captured Soviet weapons in the building on "Heroes' Commemoration Day," a Nazi holiday, on March 21, 1943. An officer named Rudolf-Christoph von Gersdorff attended as well, carrying two explosive devices and intending to assassinate Hitler. Gersdorff had already triggered the time-delayed fuses when Hitler sped through the exhibition and left the building earlier than expected. Escaping notice but dripping with sweat, the officer ducked into a bathroom and was just able to defuse the devices before they detonated.

Europe's Capital of Anti-Semitism

The city was always good for drama -- for intrigues about life and death, for eternal love and murderous betrayal, for torture, political heroism and sexual escapades. Founded by the Romans, destroyed by the Mongols and oppressed by the Ottoman Turks, Budapest has reinvented itself time and again, flexible in the flux of time. It has also served as a laboratory of sorts for varying political ideologies, from National Socialism to fascism to communism. The United Nations has named four spots in the city UNESCO world heritage sites: the panorama on the Danube River embankment, the Buda castle district, the Millennium underground railway and Andrássy Avenue. The Hungarians wanted to use the magnificent boulevard, which was designed and built as part of preparations for the nation's mythical millennium celebration in 1896, to demonstrate that they had assumed their rightful place in the center of the continent. The country fell to the Nazis 40 years later. The Arrow Cross Party, a Hungarian national socialist party briefly in power from October 1944 to March 1945, was still driving Jews into extermination camps after Adolf Eichmann, the "architect of the Holocaust," had already fled. The New York Times recently dubbed Budapest "Hollywood on the Danube." More international films are produced there than in any other European city, partly because Budapest has state-of-the-art production studios and receives generous tax breaks from the government. Most of all, however, it's because of the city itself. Budapest is Europe in a nutshell, the perfect double for Rome, Paris, Madrid or Munich and the ideal setting for all kinds of movies. Anthony Hopkins is currently filming a thriller there, while Nicole Kidman appears in a comedy being produced in Budapest. Earlier this year, Robert Pattinson, the star of the "Twilight" films, shot scenes on Budapest's landmark Széchenyi Chain Bridge for the upcoming film "Bel Ami."
But there is also news from the real Budapest, and the real Hungary of recent months. Neo-fascist thugs attacked Roma families, killing six people in a series of murders. The right-wing populists of the Fidesz Party won a two-thirds majority in the parliament, while the anti-Semitic Jobbik party captured 16.7 percent of the vote, making it the third-largest party in Hungary, next to the Socialists. Unknown vandals defiled the Holocaust Memorial with bloody pigs' feet. A new law granted the government direct or indirect control over about 80 percent of the media. The television channel Echo TV showed an image of Nobel laureate and Auschwitz survivor Imre Kertész together with a voiceover about rats. Civil servants can now be fired without cause. Krisztina Morvai, a member of the European Parliament for Jobbik, suggested that "liberal-Bolshevik Zionists" should start thinking about "where to flee and where to hide." On May 14, 2010, Gábor Vona, the chairman of Jobbik, was about to make an appearance at the Hungarian parliament, whose seat is probably the world's most beautiful parliament building, a domed, neo-Gothic structure protected by bronze lions. Everyone was concerned that Vona would appear dressed in a fascist uniform from the past. As it happened, he showed up in a black suit, to the relief of many in the audience. But shortly before the swearing-in ceremony, the radical right-wing politician threw off his jacket to reveal a vest reminiscent of the uniforms of the Arrow Cross Party. Germany's Frankfurter Allgemeine Zeitung described it as "sort of a Nazi outfit." All of this is happening in a country that belongs to the European Union and NATO, a country normally associated more with the famous romantic relationship between Elisabeth of Bavaria, the former Empress of Austria and Queen of Hungary, and Count Andrássy, or the landscapes of the Puszta, or Hungarian steppes. Hungary is a country that was dubbed "the happiest barrack of the Eastern bloc" during the Cold War, where respectable citizens cut the hole into the border fences that put an end to the Iron Curtain more than 20 years ago. Now, in the wake of the Fidesz victory in communal elections on Oct. 3, the capital is getting a right-wing mayor for the first time, the 62-year engineer István Tarlós.  György Konrád, 77, loves Budapest. The renowned Hungarian author and recipient of the Peace Prize of the German Book Trade owes his life to this city, even though the city led to the downfall of so many Jews. He could never have imagined ever turning his back on Budapest. He isn't someone who runs away from things. "But now I no longer think it's impossible that I could feel compelled to leave Hungary for good," says Konrád, leaning on his silver-tipped cane. "I survived two dictatorships. It's possible that the third one is now on its way." Of course, nowadays Konrád doesn't have to fear a knock on his door that might end in his being taken away. Nevertheless, he cringed when he heard the sound of riding boots and heels clicking together in the courtyard of a house adjacent to his summerhouse above Lake Balaton. "The paramilitary organization of the neo-fascists was conducting exercises there -- on the property of my neighbor, who was imprisoned under the communists, was my friend for a long time and has now apparently defected to the far right," says Konrád. The incident reawakened painful, repressed memories of the village of his childhood, Berettyóújfalu, 225 kilometers (140 miles) from the capital. It was a place where storks built nests above the synagogue, where the air smelled of lavender and oak wood, where children lived for the taste of cheesecake and hot cocoa, and where the clatter of hoofs could be heard outside the family's hardware store. "Ever since I was five, I knew that they would kill me if Hitler won," Konrád recalls. He was 11 when they began picking up other Jewish pupils from his school. Soon his father and mother were also taken away. In June 1944, as the new head of the family, he forced his sister to pack her things and, using the money in his parents' hidden safe, bought train tickets to Budapest. He never saw any of his classmates again. They had all been sent to the gas chambers.

Wednesday, June 30

L'esclusione dei rappresentanti degli operatori di polizia è una decisione "gravissima", secondo il segretario del Silp-Cgil, Claudio Giardullo. "In realtà - ha sottolineato - gli operatori di polizia sono coloro che ogni giorno effettuano centinaia di intercettazioni nel nostro paese nell'ambito delle indagini anche su reati gravissimi e sarebbero in grado di spiegare gli effetti del disegno di legge sulla lotta alla mafia e alla illegalità in generale. Ma forse - ha concluso Giardullo - è proprio questo che si è voluto evitare". I poliziotti aderenti al Silp Cgil continuano la loro battaglia contro il ddl intercettazioni. Dopo essere stati al fianco dei giornalisti sotto Palazzo Madama, domani saranno alla manifestazione indetta dalla Fnsi in Piazza Navona. E ieri hanno avuto da ridire anche nei confronti della presidente della commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno, che ha detto no alla richiesta del Pd di nuove audizioni sul disegno di legge.
PAROLE GRAVI DEL PM

Thursday, February 25

«C'è rischio di destabilizzazione in Italia»

«Ogni iniziativa giudiziaria che vuole riportare la legalità è ben accolta ma non c'è dubbio che ogni iniziativa giudiziaria ha dei contraccolpi. C'è bisogno di una moralità più forte ma anche di non destabilizzare il sistema». È durissimo il richiamo del ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola a margine del secondo forum economico del Mediterraneo, in merito all'inchiesta su presunti episodi di corruzione che ha coinvolto il settore delle telecomunicazioni, in particolare Fastweb e Telecom Italia Sparkle. Continua a leggere.

Monday, February 15

Sunday, February 14

VIOLATA LA POSTA EMAIL DEL SOTTOSEGRETARIO LETTA.

L'allarme presso la Presidenza del Consiglio è scattato in chiusura di settimana, di venerdì pomeriggio. Come sempre i disastri capitano quando non si può intervenire, a ridosso del weekend. Ma in questo caso non si poteva aspettare: il sospetto è che sia avvenuta un'incursione non autorizzata nella posta elettronica del sottosegretario Gianni Letta. A notare qualcosa di strano sarebbe stata una stretta assistente del braccio destro del premier Silvio Berlusconi: una mail nel cassetto dei messaggi in uscita che lei non ricordava tra quelle inviate dal sottosegretario. Il venerdì sera, e non solo, è passato così per i Servizi di sicurezza di Palazzo Chigi e gli esperti di criminalità informatica della Polizia Postale.

Gianni Letta ha infatti sporto subito denuncia alle autorità. E anche se nulla per adesso sarebbe trapelato sull'effettivo danno subito, i contenuti delle mail inviate sono ovviamente top secret, si è proceduto a riconfigurare l'intero account del sottosegretario. Inutile sottolineare la delicatezza di un ipotetico attacco di cybercrime. Anche perché se qualcuno è riuscito a «craccare» la posta di Letta e ha inviato dei messaggi a suo nome potrebbe anche aver buttato un occhio nella riservatissima corrispondenza digitale del sottosegretario tra cui, oltre a passaggi personali, sono registrati elementi importanti relativi alle mosse del governo.

Per fare qualunque considerazione sul caso. Ne sono convinti anche gli esperti che, dopo la messa in sicurezza dell'account, hanno rinviato tutto a domani quando si potranno fare controlli più approfonditi e colloqui con il personale che lavora per Letta. Rimane il giallo. In effetti le possibilità allo stato attuale sono tré: la prima è che si tratti di una segnalazione sbagliata, magari un ricordo confuso a causa della stanchezza della settimana lavorativa. Un'ipotesi che, vista la posta in gioco, non permetteva comunque di rimanere con le mani in mano. La seconda è che si sia trattato effettivamente di un «baco» che è riuscito a bucare il muro di sicurezza digitale di Palazzo Chigi. In realtà potrebbe anche essersi trattato di un «semplice» reindirizzamento, un giochetto con cui degli ignoti possono aver creato l'illusione ottica di quell'invio attraverso una mail «finta» battezzata Gianni Letta.

Un passaggio che non richiede l'intervento di un «fuoriclasse» del mondo sotterraneo del cybercrime come nei gialli dello svedese Stieg Larsson, anche se sempre della sicurezza del governo si tratta. Resta la terza possibilità ú non meno preoccupante anche se molto remota. E cioè che non si tratti di un attacco esterno tramite un virus o un qualche cavallo di Troia ma di un invio, come dire, artigianale, cioè dal computer dello stesso Letta. Nulla può essere escluso in attesa delle indagini. Anche perché l'email rischia di essere il punto debole nella catena della sicurezza digitale dei governi: non è un caso che quando il presidente Usa Obama, poco più di un anno fa, volle portare il suo fedele smartphone BlackBerry alla Casa Bianca i tecnici del Secret Service tentarono in tutte le maniere di dissuaderlo. Invano. Ormai, quella digitale, è una nuova forma di intelligence. Massimo Sideri

MILANO GRAVEMENTE FERITA. NON GUARIRA' PIU'.

Milano sotto choc. Ferita e spaventata. Per oltre 5 ore un intero quartiere, da via Padova a Loreto, è stato messo a ferro e fuoco da gruppi di nordafricani che, per vendicare l'uccisione di un connazionale, hanno scatenato l'inferno. Auto distrutte e ribaltate, negozi assaltati, vetrine infrante. Mezzi pubblio bloccati. Con la polizia in assetto di guerra che a fatica è riuscita a tamponare situazioni di vera caccia all'uomo. Cinque ore nelle quali è accaduto di tutto: un morto, un ferito e la protesta che ha rischiato di degenerare in tragedia. Solo verso tarda sera la situazione è ritornata sotto controllo, con i carri attrezzi che hanno rimosso le decine e decine di macchine ribaltate nelle strade. Momenti di tensione che hanno alimentato la polemica sugli stranieri in città. La Lega: «In zona viale Monza, via Padova è emergenza».

Una emergenza che il partito di Umberto Bossi ha già segnalato al ministro dell'Interno Roberto Maroni per pretendere «controlli e espulsioni, casa per casa, piano per piano». Ed è stato chiesto al sindaco. Letizia Moratti, di convocare un consiglio straordinario il prossimo venerdì in via Padova. La Lega si muoverà con manifestazioni dei comitati di zona e dei cittadini. Ma anche dal PD sono arrivate le richieste: «Chiederemo al ministro Maroni di riferire in Parlamento circa i gravi episodi di ieri». Lo ha dichiarato in una nota Emanuele Piano, responsabile della Sicurezza del Pd. «La guerriglia urbana in corso a Milano in via Padova, continua, preoccupa moltissimo, sia per la violenza degli scontri sia per la gravita del fatto che una parte della città sia in questo momento fuori dal controllo delle autorità. I problemi dell'integrazione e della sicurezza urbana necessitano di capacità di governo che evidentemente sono mancate».

La polveriera via Padova, una tra le arterie più lunghe e multietniche di Milano, è esplosa verso le 17.30. All'altezza del civico 80, in mezzo alla strada, litigano per acredini maturate nel tempo, un egiziano di 20 anni, Amed Mamoud Abdel Aziz El Sayed Abdou, in compagnia del suo amico della Costa d'Avorio, 21 anni, con il quale divide un appartamento al terzo piano di via Arquà 45. I due litigano con un gruppetto di sudamericani, sei o sette: uomini e donne. Qualche parola di troppo, alcuni insulti ed altri sudamericani che arrivano a dare manforte. Spuntano i coltelli e Aziz El Sayed viene colpito più volte al petto. Anche l'amico viene ferito. A terra, in un pozza di sangue, resta il giovane egiziano. Quando le ambulanze arrivano sul posto, per lui non c'è più niente da fare.

Mentre l'africano viene trasportato all' Istituto Città Studi : medicato e dimesso. E quella morte causata da sudamericani, scatena in un attimo la guerriglia. Donne magrebine che urlano vendetta dalle finestre e connazionali della vittima che, a gruppi di dieci, venti, prendono di mira negozi, ristoranti e tutto dò che ha scritte in spagnolo. Il primo ristorante ad essere preso di mira è il Machu Picchu di via Fanfulla. Poi se la prendono con le auto in sosta, i cassonetti dei rifiuti, i cartelli stradali: da via Leoncavallo a via Predabissi, ad Arquà. Una ventina di magrebini sono arrivati fino al Consolato egiziano di via Porpora per proteste: «Dovevate intervenire, hanno ucciso un giovane di 20 anni».

Alle 21.30, l'ultimo locale ad essere preso d'assalto è il ristorante boliviano di via Luili 32: una decina di egiziani hanno ribaltato tavoli e sedie, tra una decina di clienti terrorizzati. Poi la rabbia e il lamento di un amico della vittima, un giovane che dice di chiamarsi Moustafà: «Ha visto Aziz colpito da una macete. Sono arrivati all'improvviso, sono quelli della bande latino americane, che qui in zona si comportano da fuori dalla legge. Lo hanno ucciso e poi sono scappati».

Durante la notte la polizia ha fermato un paio di persone sudamericane. Mentre una trentina di egiziani sono stati accompagnati in questura per essere identificati. E sulla vicenda il vice-sindaco Riccardo De Corato ha parlato di un "Far West", al quale via Padova non è rimasta immune, vista l'alta densità di stranieri». Michele Focarete

Wednesday, December 16

MASSIMO TARTAGLIA: Informativa Urgente Del Governo Sull'Aggressione Ai Danni Del Presidente Del Consiglio -

Informativa Urgente Del Governo Sull'Aggressione Ai Danni Del Presidente Del Consiglio - Resoconto Stenogra...                                                                                                                                               

Sunday, October 18

L'ODIO TRAVESTITO DA BRIGATE ROSSE!

Spicca poi per i suoi accenti decurtisiani, cioè alla Totò, la rassicurazione al «dottor Bertolaso» (sic) che «da parte nostra non saranno toccate nei combattimenti le zone della provincia dell'Aquila e di Messina e tutte quelle dove ci saranno zone ad allarme ambientale».

Più che un documento brigatista, il testo prende il passo di una surreale lettera aperta ai grandi del Paese e della Terra. A Napolitano viene suggerito di continuare a fare il suo lavoro («A lei non abbiamo niente da dirle»). «Questa lettera e (senza accento, ndr) anche per lei», viene invece fatto sapere a Barack Obama, spiegando al presidente americano che questa volta, a differenza della Seconda Guerra mondiale, dovrà astenersi da un intervento per liberare il paese («Ce la caveremo da soli») e che l'Italia del dopo rivoluzione dovrà rompere l'alleanza con gli Stati Uniti.

(«Ma siamo sempre disposti al dialogo, la porta è aperta per questo», un passaggio, quest'ultimo, che basterebbe da solo a classificare il documento come del tutto estraneo a qualsiasi filone "comunista combattente"). Al Papa viene chiesto di «fare le valigie» (sic), «perché per noi il Vaticano e come Quantanamo». Quanto alle truppe Nato nel nostro paese, se non si oppongono sarà dato loro «un lasciapassare per la Svizzera».

La conclusione è in linea col resto: si invitano i "signori" Berlusconi e Fini a dimettersi entro le 23.59 del 16 ottobre - ultimatum, a quanto pare, scaduto senza grossi contraccolpi - e al Cavaliere viene consigliato di consegnarsi alla giustizia comune, «perché in quella comunista la sentenza sarà inevitabile», quasi a suggerire che, in fondo, se il premier si costituisse si potrebbe anche mettere una pietra sopra tutto, e in questo caso solo in senso figurato. Molto lucido il giudizio di Gianfranco Fini, che ieri ha commentato: «È palesemente il delirio di un folle..... continua

ERO PARTE DEL"68. CONOSCO BENE COME NAQUERO LE BRIGATE ROSSE.

Ci mancavano pure le Brigate rosse. Non bastavano gli insulti quotidiani a Berlusconi, ci si mette pure il partito armato che vuol fare tris, minacciando anche Bossi e Fini. Non so se il volantino recapitato al "Riformista" sia opera di terroristi o mitomani: non sono un esperto nel decrittare documenti con la stella a cinque punte, non mi avventuro in ipotesi. So solo che al pari di Giampaolo Pansa, il quale lo ha già scritto su "Libero", questo clima che avvelena la politica non mi piace.

Mi preoccupa l'odio straripante da certi ambienti che, a differenza di quanto dicono, non fanno nulla per contenerlo. In particolare mi ha colpito un giovane dirigente del PD, che pochi giorni fa su Facebook ha pubblicato un messaggio per cercare qualcuno che piantasse un col-i pò in testa al Cavaliere. Anzi: più di lui mi è parsa sorprendente la reazione di uno dei candidati alla segreteria del Partito democratico, quel Pierluigi Bersani che molti giudicano un tipo ragionevole. Durante la scorsa puntata di Annozero, richiesto di un commento sul caso, l'uomo di punta della sinistra ha liquidato il fatto come una ragazzata. «È di Vignola» ha detto, lasciando intendere che non c'è da dare eccessivo peso a chi proviene dal paese delle ciliegie. La tendenza a minimizzare, liquidando tutto come una banalità, mi ha riportato alla memoria l'atteggiamento dei dirigenti comunisti negli anni Settanta, di fronte all'incrudelirsi della lotta politica.

Anche allora, e per lungo tempo, il PCI non volle capire e soprattutto non volle intervenire per fermare i giovani compagni che, fuoriusciti dalla FGCI, avrebbero poi dato vita ai comunisti combattenti: Franceschini, Prosperi, Gallinari! sono nomi che dovrebbero far riflettere, perché dalle parole passarono alle armi. Ora non vorrei che la storia si ripetesse. Rivedo lo stesso clima di scontro, lo stesso odio per l'avversario. Nel mirino non c'è solo il presidente del consiglio, ma tutto ciò che gli ruota intorno: i suoi alleati e collaboratori. Non sono esenti i giornalisti, che hanno il solo torto di non armare la penna contro il premier come una certa sinistra vorrebbe.

A Maurizio Belpietro è capitato più volte d'essere aggredito a sangue freddo per strada, con insulti e minacce, senza alcun rispetto.Un'arena televisiva come quella di Santoro, per avere Belpietro espresso le sue opinioni, in una pausa pubblicitaria fu oggetto di urla e offese. Immagino che per molti di noi tra poco compariranno le liste di proscrizione sui muri, come capitava negli anni Settanta. E temo di sapere come poi tutto ciò andrà a finire.

Se qualcuno ha dubbi basta che apra certi siti, dove insieme a affettuosità tipo «servo» e «leccaculo» c'è anche chi augura la morte, e non per malattia, al cronista che non si piega ai suoi voleri. Di fronte a un simile imbarbarimento viene da chiedersi cosa fanno i dirigenti del PD e i loro intellettuali di riferimento? Dopo aver caricato i toni, urlato al "regime fascista" e denunciato pericoli per la "Libertà", si comporteranno come nel passato, disconoscendo le origini della violenza da loro stessi generata?

Fingeranno anche stavolta, come allora, di non avere responsabilità? Probabilmente se ne laveranno le mani. Ma sono certo che nulla potrà alla fine lavare le loro coscienze.