Showing posts with label STAMPA ITALIANA. Show all posts
Showing posts with label STAMPA ITALIANA. Show all posts

Sunday, April 30

ILGIOCO DELLE STELLETTE.STELLA PERDE.STELLA PRENDE.

Mario Sechi "Il gioco delle nomine:Servizi Segreti e Stellette". C’è un pianeta visibile e c’è una galassia invisibile. C’è la fiamma e ci sono le stellette. C’è il mondo di sopra e quello di sotto. E per fortuna è tutta roba che non si twitta, sfugge alla breve esistenza del social, è materia di concretezza assoluta. Siamo nel campo della Legge e dell’Ordine, della Sicurezza e dell’Intelligence. 

Qui il governo Renzi si sta muovendo silenziosamente (e per ora bene). Carabinieri e Servizi Segreti sono il fulcro di questo mondo. Il 16 gennaio scorso il governo ha affidato il Comando dell’Arma alle mani esperte di Tullio Del Sette. E’ il 59° Comandante Generale della storia dei Carabinieri, viene da Bevagna, Accademia militare a Modena, tre lauree, tre encomi solenni, un elogio, è stato il primo carabiniere capo di Gabinetto del ministero della Difesa, chiamato a quel ruolo dal ministro Roberta Pinotti. 

In precedenza è stato capo dell’ufficio legislativo di Antonio Martino, Arturo Parisi e Ignazio La Russa. E’ un profilo diverso da quello del precedente comandante, Leonardo Gallitelli, è più distaccato nel carattere, come deve essere un uomo chiamato a cambiare la Benemerita. Del Sette con grande rapidità sta costruendo la sua squadra di Comando. Il 21 marzo Vincenzo Giuliani è diventato vice-Comandante e ormai appare prossima un’altra nomina fondamentale: il Comandante dei ROS. 

Il candidato favorito alla guida è il generale Giuseppe Governale, palermitano, da due anni comandante della Legione Sicilia. Il Raggruppamento operativo speciale è figlio dell’evoluzione della struttura anticrimine dell’Arma e i suoi uomini sono il fulcro di qualsiasi indagine riguardante la criminalità organizzata e il terrorismo interno e internazionale. Qualche settimana fa veniva dato in corsa anche il generale Aloisio Mariggiò, Comandante della Legione Calabria, ma Governale – secondo i rumor di Palazzo – è l’asso nel mazzo di carte di Del Sette.

Il ROS è una struttura che ha sempre avuto grande autonomia e ha una storia legata alle grandi inchieste sulla mafia. Articolato in 6 Reparti, ha un’organizzazione periferica composta da Reparti nelle principali città (Roma, Milano, Torino, Napoli, Reggio Calabria e Palermo), venti sezioni e due nuclei anticrimine. Il ROS ha una storia di gloria (la cattura di Totò Riina) e di contrasti con l’Autorità Giudiziaria (il caso del Generale Mario Mori). 

Oltre al Comandante, cambierà anche fisionomia? Di certo il generale Del Sette ha inaugurato una linea di discontinuità e punta a dare all’Arma un profilo ancor più operativo. Nel bilancio della Difesa i Carabinieri sono sotto la voce “Sicurezza del Territorio”, costano circa 5,6 miliardi di euro e rappresentano il 27,5 per cento (dato del 2013) dello stanziamento totale, pari a 19,7 miliardi di euro per il 2015. E’ una spesa in diminuzione che ha bisogno di essere riqualificata. Gli obiettivi? Maggior coordinamento, fine delle duplicazioni, ringiovanimento – problema comune a tutte le Forze Armate – recupero di efficienza e risparmi molto forti.

L’Arma è il mondo visibile. E quello invisibile? Sono i Servizi Segreti, galassia di sigle, funzioni, missioni, operazioni. Il sistema italiano è un ibrido dove ai due Servizi classici di spionaggio (AISI) e controspionaggio (AISE) è stato aggiunto una sorta di zar dell’Intelligence, il DIS che – come vedremo – proprio zar non è. Le funzioni di coordinamento politico sono affidate a quella che burocraticamente viene chiamata Autorità delegata. Chi è? Un sottosegretario o un ministro senza portafoglio che esercita funzioni di “uomo ovunque”. 

Al di sopra di questi organismi, c’è il Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica, composto dal premier, i ministri della Difesa, degli Esteri, dell’Interno, della Giustizia, dello Sviluppo economico, dell’Economia, l’Autorità delegata, e il direttore del DIS che ha funzioni di Segretario del comitato. E’ un’altra sigla (CISR) che aumenta il gioco delle complicazioni. Nell’aprile del 2014 il governo Renzi ha messo a capo del controspionaggio il generale Alberto Manenti, uomo dell’Esercito, dal 1980 al Sismi, già numero due dell’AISE, una soluzione di continuità.

Il vertice dell’AISE è occupato dal giugno del 2012 dal generale dei carabinieri Arturo Esposito, e il suo mandato è in scadenza. Al vertice del DIS dal maggio del 2012 c’è l’Ambasciatore Giampiero Massolo, esperienze a Mosca e a Bruxelles, Consigliere diplomatico del governo Ciampi, Segretario Generale della Farnesina, sherpa per il G8, un diplomatico di lungo corso. Anche il suo mandato è in scadenza, ma a differenza di quello dei vertici di AISE e AISI, l’incarico di Massolo può essere rinnovato, una sola volta.

C’è ancora tempo per le nomine, ma il governo Renzi ha cominciato a muovere le pedine. Il 19 maggio scorso la prima mossa: Palazzo Chigi nomina tre nuovi vicedirettori e “libera” la casella del comando del ROS. Alla vicedirezione dell’AISI vanno il Generale della Guardia di Finanza Vincenzo Delle Femmine e il Generale dei carabinieri Mario Parente (Comandante del ROS), mentre alla vicedirezione dell’Aise si sposta il generale della Guardia di Finanza Paolo Poletti che aveva il ruolo di vicedirettore dell’AISI. Renzi di fatto libera la poltrona del ROS (dove Del Sette dovrebbe proporre il nome di Governale) e prepara il terreno per la successione a Esposito (AISI) e Massolo (DIS). 

Quest’ultimo ha un ruolo schiacciato dalla barocca organizzazione di Palazzo Chigi, è tra l’incudine della naturale autonomia esercitata dai Capi dei Servizi e il martello del ruolo politico dell’Autorità delegata che oggi ha il nome, il cognome e l’intraprendenza del Sottosegretario Marco Minniti, calabrese coriaceo, cultore (e tutore) della delicata materia chiamata "Intelligence". Lo zar, insomma, non coordina nulla. O poco.

E’ l’architettura, l’organizzazione dei Servizi che non è snella e funzionale, il problema viene fuori con un semplice colpo d’occhio all’organigramma. Minniti è il vero dominus, si muove con i poteri di fatto di un consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, solo che questa figura nell’ordinamento italiano non esiste e così Minniti finisce per entrare (a gamba tesa o meno) sui dossier che riguardano i ministri della Difesa, dell’Interno, degli Esteri e della Giustizia. 

Vedere alla voce Marò, per esempio. Il DIS a sua volta ne esce fuori depotenziato e la sua autorità di conseguenza non riconosciuta, i direttori dei servizi mettono il pilota automatico, il presidente del Consiglio finisce per avere informazioni discontinue, parziali e qualche volta illusorie. Siamo ben lontani, come si vede, dal collegamento diretto che ha la Casa Bianca con la CIA – che realizza un brief quotidiano per il presidente – mentre il ruolo del COPASIR (il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica) è lontano anni luce dal controllo che esercitano i Select Committee on Intelligence della Camera e del Senato degli Stati Uniti. 

E’ un tema aperto da molte legislature, il Parlamento ha una cronica mancanza di strumenti, preparazione e cultura della Sicurezza. Fare le nomine dunque a Renzi non basterà. Il presidente del Consiglio avrà prima o poi davanti a sé il tema del ruolo, della forza e del controllo dei nostri Servizi. In uno scenario che sta cambiando velocemente, con l’avanzare di nuove minacce, di fronte a riforme importanti dei Servizi Segreti e dei loro poteri già fatte in altri paesi, si porrà la questione di aggiornare la riforma che volle Prodi nel 2007. 

Quella riforma attese trent’anni. E per vederne una terza non si può attendere altrettanto. Sono passati otto anni, ma viviamo in un altro mondo. Visibile e invisibile.

Friday, May 17

TE LO DO' IO IL MPS

A ricordare il peso dell'influenza dell'Opus Dei nelle scelte che riguardano l'attività e gli assetti del MPS era stato tra gli altri il tesoriere del PD Ugo Sposetti, intervistato da Repubblica. Alla domanda "a Siena c'è la massoneria?", Sposetti nel difendere la correttezza e l'estraneità dei democratici, risponde infatti lapidario: "Non solo, c'è pure l'Opus Dei".

Come spiega lo stesso Wall Street Journal la Banca d'Italia concesse a MPS il prestito nell'ottobre del 2011 perché "la banca stava ormai esaurendo tutta la liquidità e non aveva più gli strumenti per continuare a chiedere fondi alla Banca Centrale Europea". Tuttavia "per timori che si potesse creare panico sui mercati né MPS né la Banca d’Italia resero pubblico quel prestito". Secondo la normativa vigente infatti non vi è l’obbligo di comunicare tali operazioni, previste per tutte le banche dell’Euro-sistema, al mercato. 

In una "conference-call" con analisti ed investitori, subito dopo aver ricevuto il prestito, i dirigenti di MPS affermavano che la posizione finanziaria della banca era solida e che le necessità di raccolta per il 2012 erano state coperte. Da Francoforte, però, il presidente della BCE Mario Draghi ha difeso l'Istituto di via Nazionale spiegando che c'è "un rapporto dettagliato" che dimostra come sia stato fatto tutto quello che si doveva e si sia agito velocemente.

Secondo l'ex numero uno Mario Draghi, anche il Fondo Monetario Internazionale avrebbe riconosciuto l’azione corretta della Banca d’Italia. "Spetterà ora alla banca senese portare avanti il programma di ristrutturazione ritornando in salute e in grado di generare profitti", ha aggiunto Draghi ricordando di aver firmato "entrambe le ispezioni su MPS" quando era presidente di Bankitalia, organismo che "non ha poteri di intervento politico o giudiziari". 

Ogni giorno emergono nuovi particolari ad allargare lo scandalo che sta travolgendo il MPS. 

In giornate particolarmente concitate per la vicenda MPS, cominciarono a filtrare alcune notizie in ordine ai reati contestati a carico dei vertici dell’istituto di credito. Le vicende sotto esame sono l’acquisizione di Antonveneta, l’“affaire Lutfin” e le operazioni in derivati denominate “Alexandria” e “Santorini”. Relativamente ad Antonveneta, sono stati ipotizzati i reati di aggiotaggio, manipolazione di mercato ed ostacolo all’attività di vigilanza.

L’aggiotaggio è attualmente disciplinato dall’art. 2637 c.c. mentre la manipolazione del mercato è un reato previsto dall’art. 185 del D. Lgs. n. 58/1998 (Testo Unico delle disposizioni in materia finanziaria). La disposizione contenuta nel codice civile, nella formulazione novellata dalla L. n. 62/2005, sanziona con la reclusione da uno a cinque anni chiunque diffonda notizie false, ovvero ponga in essere operazioni simulate o altri artifici concretamente idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari non quotati o per i quali non è stata presentata una richiesta di ammissione alle negoziazioni in un mercato regolamentato, ovvero ad incidere in modo significativo sull’affidamento che il pubblico ripone nella stabilità patrimoniale di banche o di gruppi bancari (c.d. aggiotaggio bancario). 

L’art. 185 TUF contempla un fatto tipico pressoché analogo, ma una pena molto più severa (da due a dodici anni di reclusione e da 20 mila euro a cinque milioni di euro di multa) nel caso in cui l’oggetto materiale della condotta siano strumenti finanziari quotati. La norma prevede poi un’aggravante speciale che permette al giudice di aumentare la multa fino al triplo o fino a dieci volte il valore del prodotto o del profitto conseguito dal reato quando, per la rilevante offensività del fatto o per le qualità personali del colpevole, essa appaia inadeguata anche se applicata nel massimo.

Tali illeciti sono stati contestati anche nel caso Parmalat (v. Corte d’Appello di Milano, sent. n. 1728/2010 del 26 maggio 2010 - 14 luglio 2010) e nelle vicende giudiziarie che sono seguite alle scalate ad Antonveneta e BNL tentate nel 2005 rispettivamente dalla Banca Popolare di Lodi (v. Corte d’Appello di Milano, sent. n. 227/2012 del 13 marzo 2012 - 11 giugno 2012) e da Unipol (v. Cass. pen., Sez. V, sent. n. 49362/2012 del 7 dicembre 2012 - 19 dicembre 2012). La giurisprudenza recente ha quindi avuto modo di interrogarsi sulla struttura delle due fattispecie, sul momento consumativo del reato, sulla competenza territoriale nonché sulla responsabilità degli enti, considerato che i reati di aggiotaggio e manipolazione del mercato sono contemplati dagli artt. 25 ter, comma 1, lett. r) e 25 sexies, comma 1 del D. Lgs. n. 231/2001 e che una speciale forma di responsabilità sussidiaria dell’ente è prevista anche dall’art. 187 quinquies del TUF.

Con riguardo alla “questione Lutfin”, si tratta di una società svizzera che sarebbe stata utilizzata quale veicolo per effettuare pagamenti riservati nei confronti di alti dirigenti del MPS in cambio dell’acquisto di un pacchetto titoli all’interno dei quali ve ne erano alcuni (cosiddetti derivati) che presentavano forti perdite per Dresdner Bank. In sostanza MPS avrebbe acquistato da Dresdner Bank titoli in sofferenza e le avrebbe poi rivenduto titoli “in salute”. In questo modo Dresdner Bank avrebbe neutralizzato le perdite, mentre MPS se ne sarebbe fatta carico. 

In tesi d’accusa i promotori dell’operazione sarebbero stati i veri beneficiari del compenso corrisposto da MPS a Lutfin (600 mila euro) a titolo di provvigioni. La vicenda ha acquistato immediata notorietà in ragione della pubblicazione, ad opera di alcuni siti, di una nota della Guardia di Finanza – Nucleo di Polizia Tributaria di Milano, relativa ad un altro filone d’indagine già in fase avanzata. In relazione a tale “affare” non è dato sapere quali siano i reati ipotizzati. Tale condotta pare comunque riconducibile, tra l’altro, all’art. 2635 c.c., recentemente novellato dalla L. n. 190/2012 in materia di corruzione, che ne ha anche modificato la rubrica da “Infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità” a “Corruzione tra privati”.

Relativamente ai derivati, infine, è emerso che non sarebbero state iscritte a bilancio perdite potenziali per 500 milioni di euro. Il che potrebbe configurare il reato di false comunicazioni sociali. Tuttavia, come noto, la repressione di tale illecito societario è ostacolata dalla formulazione delle due norme che lo prevedono. L’art. 2621 del codice civile, infatti, contempla un reato di condotta perseguibile d’ufficio, ma fa «salvo quanto previsto dall’articolo 2622». Tale seconda disposizione sanziona le false comunicazioni sociali in danno della società, dei soci o dei creditori, ma subordina la punibilità alla presentazione della querela di parte. 

Cosicché se – come pare essere nel caso di MPS – l’“esposizione di fatti materiali non rispondenti al vero, ancorché oggetto di valutazioni”, ovvero l’“omissione di informazioni la cui comunicazione sia imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale essa appartiene” sia tale da “cagionare un danno patrimoniale alla società, ai soci o ai creditori”, il reato sarà punibile solo nel caso in cui sia presentata apposita querela di parte.

A contorno di tutta questa complessa vicenda, è stato ipotizzato il reato di ostacolo alle attività di vigilanza (nella fattispecie: Bankitalia e Consob), anche questo previsto sia dall’art. 2638 del codice civile che, in forma sussidiaria, dall’art. 170 bis del D. Lgs. n. 58/1998. Tali disposizioni, poste a tutela della c.d. trasparenza societaria esterna, sanzionano coloro i quali, nelle comunicazioni alle autorità pubbliche di vigilanza, espongono fatti materiali non rispondenti al vero sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria dell’ente ovvero occultano con altri mezzi fraudolenti fatti che avrebbero dovuto comunicare. 

La problematicità di tale fattispecie è essenzialmente legata alla carenza di offensività della previsione di cui al secondo comma dell’art. 2638 c.c., in virtù del quale rispondono del medesimo reato coloro che, “in qualsiasi forma” consapevolmente ostacolano le attività pubbliche di vigilanza.

Fino a questo momento, invece, non si ha notizia di indagini a carico delle società di revisione, anche se è legittimo attendersi un loro coinvolgimento diretto (i reati dei revisori sono oggi previsti agli artt. 27 e segg. del D. Lgs. n. 39/2010) o quanto meno concorsuale (sindaci e revisori possono, infatti, essere chiamati a rispondere del mancato impedimento dei reati da parte degli amministratori ai sensi dell’art. 40, comma 2 del codice penale).

Ecco le tre domande che andrebbero poste, unicamente, all’on. Silvio Berlusconi, presidente del PdL.

1) “ Ci risulta, come confermato dagli atti ufficiali, che la Goldman Sachs affidò all'on. Gianni Letta, ai tempi deputato eletto nelle sue liste, la mansione di gestire, sovrintendere e chiudere la compravendita tra MPS e Banca Antonveneta. Come mai, non essendo l’on. Gianni Letta né un esperto di sistemi bancari, né un esperto in tecnica bancaria, né un banchiere, né ufficialmente parte in causa, è stato scelto per tale delicato lavoro che presuppone una corposa e specifica competenza tecnica?”
2) “ Ci risulta, come provato da atti ufficiali, che, strada facendo, sia stata accorpata anche la società J. P. Morgan, attraverso, pare, la partecipazione attiva e personale del direttore responsabile marketing per le operazioni europee: Giovanni Monti (39 anni, figlio del premier Mario Monti). Come mai? Perché sarebbero state scelte queste due società straniere essendo l’Italia piena di eccellenti società di intermediazione finanziaria ad alti livelli sia di merito che di competenza tecnica garantita?”
3) “ Come mai, essendo il MPS una banca di interesse nazionale, considerata “strategica” all’interno del mondo finanziario-economico italiano, l’on. Gianni Letta, venendo meno ai suoi obblighi di Legge, non ha riferito, punto per punto, l’intero percorso operativo al presidente della CONSOB, all'ABI a Bankitalia e al Ministero del Tesoro?”.

Non posso fare a meno di ricordare quel 26 gennaio u.s. quando un "carneade" sbraitò, con la bava alla bocca: "se c’è qualcuno che osa sostenere che il PD c’entra in un qualunque modo in questa vicenda, ebbene, noi lo sbraniamo vivo” . Si è preferito -tra di loro, alla fine di una miservole e lunga sceneggiata- fare un "governicchio d'insabbiamento artigianale". In breve, la vicenda MPS, come altri "scandali" di questi ultimi anni, appare di particolare interesse per i profili inerenti il diritto penale economico e merita, quindi, di essere perseguita con estrema attenzione, onestà, imparzialità e, sopratutto, molto coraggio da parte di una vera magistratura.

Friday, February 17

La polveriera mediorientale : di Caracciolo Lucio

Opinione diffusa che l'Iran stia per dotarsi dell'atomica: conquista irrinunciabile, per cui Teheran è pronta a sfidare la coppia Usa-Israele con ogni mezzo. Posta così la partita, resta l'alternativa secca: Bomba iraniana o bombardare l'Iran. Auno sguardo più attento, però, il quadro appare assai sfumato. Il cuore della disputa non è l'atomica iraniana, ma l'egemonia dell'Iran in Medio Oriente: area dom i- nata alla fine della prima guerra mondiale dalle potenze coloniali europee, dopo il 1945 dagli Stati Uniti e loro consociati arabi. Con la mal tollerata"entità sionista" come avamposto di Washington e il risorgente espansionismo turco alle porte. Per le ambiziose élite persiane, un mare di nemici e una fonte di frustrazione. Perché l'Iran ha da sempre una vocazione imperiale e mai vi abdicherà.

Gli fa però difetto quell'arma nucleare di cui sono dotati tutti i primattori asiatici: Pakistan, India, Russia, Cina, Turchia (via Nato), Israele, Arabia Saudita (di fatto contitolare della Bomba di Islamabad) e Stati Uniti. Se l'atomica favorirà le aspirazioni di Teheran, dipenderà però molto dall'esito della guerra civile siriana: se al-Asad sarà travolto e a Damasco si affermerà una leadership assai meno filo-iraniana, Teheran perderà il corridoio diretto verso Libano, palestinesi e Mediterraneo. A ciò si aggiunge la lotta per il potere interna all'Iran, collegata alla depressione economica e al rischio di impazzimento della maionese etnica iraniana. Israele, intanto, si divide tra fautori di un attacco preventivo ai siti nucleari iraniani (il premier Binyamin Netanyahu, il ministro della Difesa Ehud Barak) e quanti, a cominciare dal direttore del Mossad, Tamir Pardo, reputano tale attacco "un'idea folle". Non già per ragioni morali, bensì strategiche: i siti atomici persiani sono troppi e troppo ben protetti per essere annientati dall'aviazione. I danni di un attacco sarebbero riparabili in un anno, forse due.

Dopo di che il programma nucleare riprenderebbe più forte e legittimato di prima, mentre Israele si esporrebbe alla rappresaglia iraniana. Quanto agli Stati Uniti, se non capiamo che la loro priorità èevitare il sorpasso cinese, ci sfugge l'essenziale. La mobilitazione dell'élite strategica americana nel contenimento della Cina implica il ridimensionamento dell'impegno su altri scacchieri. Europa, anzitutto. Ma anche Medio Oriente. Tuttavia, Obama non intende rassegnarsi ad allentare la presa su un'area doppiamente strategica, per difendere l'approvvigionamento energetico nazionale e per garantire la sicurezza di Israele (questioni assai sensibili nell'anno elettorale). Di qui le pressioni su Gerusalemme perché non esasperi la tensione con Teheran e l'inasprimento delle sanzioni, inteso non come preparazione alla guerra, ma come alternativa ad essa.

Nonché la discreta riattivazione dei canali di comunicazione con Khamenei, tesa forse a indicare che l'America non esclude un accordo. Missione non impossibile, considerato che le batoste nella"guerra al terrorismo" e la sorpresa della "primavera araba" hanno indotto Washington a trattare con taliban e Fratelli musulmani. Comunque, se quarta guerra del Golfo sarà, difficilmente si esaurirà in breve tempo. Le tre precedenti (Iran-Iraq, Iraq-Kuwait-Stati Uniti e Stati Uniti-Iraq-insorti) furono lunghe e sanguinose. E un Israele convinto di essere alle corde potrebbe scatenare un conflitto dagli esiti imprevedibili. "Talvolta la follia spinge ad abbracciare il disastro per sfuggire all'ansia", osservò in piena guerra fredda Dean G. Acheson, uno dei saggi architetti del containment. In questo mondo, gli Acheson rischierebbero il manicomio.

Wednesday, October 13

DITE LA VERITA SULL`AFGHANISTAN

di FRANCO VENTURINI

Le emozioni sono nemiche della verità, tutta la verità? Forse è inevitabile che sia così, soprattutto quando dolore e rabbia nascono dalla morte di giovani in uniforme. Ma poi fatalmente giunge il momento di dirla, la verità. Di non seminare illusioni in una opinione pubblica scossa e incerta, di misurare correttamente le sue speranze, di essere franchi anche quando le previsioni correnti sono sgradevoli e impopolari. L`Italia di oggi, che non si è ancora asciugata le lacrime per i quattro Alpini caduti in Afghanistan e onorati solennemente ieri a Roma, si trova a questo punto. Perché su quanto hanno detto non pochi politici, su quanto hanno scritto alcuni giornali, su quanto si è udito in tv, gli italiani meritano la verità della chiarezza: Dotiamo i nostri aerei di bombe e missili, ha proposto il ministro La Russa. Un po" come, in una precedente analoga occasione, si decise di autorizzare i Tornado a sparare con quei cannoncini di cui non si è più avuta notizia. Chi si oppone oggi all`idea di La Russa ha scrupoli costituzionali (ma davvero dobbiamo continuare a negare che quella dell`Afghanistan è una guerra?), oppure, come il pd Fassino, ricorda che i bombardamenti aerei provocano molte morti di civili. Per chi partecipa a un conflitto, tuttavia, la domanda-chiave è diversa: servirebbero ad aumentare la sicurezza delle nostre forze, queste bombe fornite agli aerei? In circostanze che raramente si verificano, forse sì. Di più servirebbe armare i velivoli senza pilota Predator, che potrebbero colpire i guerriglieri sorpresi a installare trappole esplosive. Ma il punto vero è ricordare con franchezza che la quasi totalità dei nostri caduti ha perso la vita saltando su mine stradali o cadendo in agguati improvvisi e fulminei condotti da piccoli gruppi, contro i quali gli aerei poco potrebbero. E allora? Allora quel che conta è non far intendere all`opinione pubblica che con le bombe sugli aerei i nostri sarebbero meno vulnerabili. Si è poi creata una gran confusione sul fatto che il contingente italiano in Afghanistan «comincerà a ritirarsi nell`estate 2011». Potrebbe risultare vero, se Obama terrà duro e se questo sarà l`accordo al vertice Nato del mese prossimo a Lisbona. Il ministro Frattini ha tuttavia fatto bene a precisare, quando ormai il toto-calendario impazzava, che il ritiro avrà luogo «tra il 2011 e il 2014». E questo se tutto andrà nel migliore dei modi. Non solo. L`Italia ha promesso a Obama di aumentare i suoi effettivi che a fine anno dovrebbero arrivare a quota 4000. E partiranno anche alcune centinaia di Carabinieri in più, con compiti di istruttori. Altro che ritiro, dunque. Semmai bisognerebbe spiegare agli italiani che ora e nei prossimi mesi sarà prodotto il massimo sforzo in termini militari, con relativo aumento dei rischi per i soldati, nella speranza di rafforzare i negoziatori che guidati da Karzai stanno cercando dì coinvolgere ì talebani in un accordo che consenta il disimpegno onorevole delle forze straniere. L`unica condizione sembra ormai esse- re quella dell`isolamento di Al Qaeda, ma ben pochi credono che il disegno possa riuscire. Gli italiani meriterebbero di saperlo, perché i nostri soldati come tutti gli altri rischieranno di più, non di meno. È alla luce di queste crude realtà, e non di imbonimenti più o meno pre-elettorali, che l`Italia dovrà portare a Lisbona una posizione univoca. Partendo da quali premesse? Ogni lutto, purtroppo, serve a passarle in rassegna. Berlusconi ha assunto una posizione di coerenza con gli impegni sottoscritti in sede Nato. Fini e Casini hanno accenti diversi ma sono sulla stessa linea. La Lega si espone il meno possibile ed è notoriamente divisa tra appoggio al governo e voglia di disimpegno. Bersani come altre volte ha chiesto una non meglio precisata riflessione ma stavolta è stato chiaro sulla necessità che l`Italia si muova comunque con gli alleati atlantici. Di Pietro è per il modello olandese: via dall`Afghanistan, velocemente e unilateralmente. L`estrema sinistra è coerente nel suo no su tutta la linea. Poi c`è chi più conta, c`è quel Barack Obama che tenta disperatamente di mantenere i primi ritiri al luglio 201 i ma non vuole dover poi andar via come l`America andò via da Saigon. Ci sono i talebani sempre più forti e i narcotrafficanti sempre più potenti. E c`è un Pakistan che fa il triplo gioco. Probabilità di vittoria? Pochissime. Ma restiamo dell`idea che l`Italia debba resistere alle tentazioni olandesi, e muoversi con i suoi principali partner atlantici ed europei. Dicendo la sua, beninteso. Ma sapendo che talvolta si può anche combattere, e morire, per un interesse nazionale che di astratto ha soltanto l`apparenza.

Monday, September 13

Brutta aria

Vittorio Feltri: La domanda che si pongono tutti - e i nostri lettori in particolare - è: ma adesso cosa succede, va avanti questo governo o andremo a votare? Per rispondere ci vorrebbe un veggente o almeno una Vanna Marchi della politica che tiri a indovinare sapendo di avere cinquanta probabilità su cento di azzeccarci. Noi comuni mortali e comunissimi cronisti, abituati a descrivere la realtà, siamo in difficoltà per mancanza di materia prima, cioè della realtà stessa che cambia ogni cinque minuti e quindi sfugge ai nostri occhi. Un giorno Berlusconi dice di non poterne più di Gianfranco Fini; addirittura pare intenzionato a recarsi al Quirinale con Umberto Bossi per chiedere a Napolitano di persuaderlo a dimettersi da presidente della Camera. Poi giunge la smentita: non se ne fa niente, se proprio il premier incontrerà il capo dello Stato parlerà d'altro. Un altro giorno, si levano varie voci dal gruppo dirigente del Pdl e, concordemente, dichiarano che la situazione è grave; con tutti quei finiani che fanno la fronda biso gnerà trovare una soluzione? Quale? Silenzio imbarazzato. Un altro giorno ancora la Lega dice che Casini è peggio di Pini. Subito dopo si corregge : basta, Fini ci ha rotto le balle, si ricorra subito alle urne. Il ministro dell'Interno Maroni puntu alizza: se decidiamo per le consultazioni politiche, bene, sono in grado di predisporre la macchina elettorale in un paio di mesi. Ventiquattr'ore più tardi, il leader dei padani sviluppa un concetto molto interessante: speriamo che Gianfranco (Fini, naturalmente) torni, e che torni presto ma in ginocchio. Intanto i nuovi divi Bocchino, Briguglio e altri sconosciuti (fino a ieri) tipo Granata, affilano i (lunghi) coltelli per affrontare una eventuale nottata in cui fosse necessario regolare i conti coi berlusconiani. Immediatamente, però, se ne pentono e giurano di avere fiducia nel presidente del Consiglio, cui assicurano appoggio affinchè il governo duri sino alla scadenza della legislatura. Trascorrono alcune ore e il Cavaliere annuncia serafico: supereremo 1' impasse e garantiremo al Paese la nostra illuminata guida. Come? Se Futuro e libertà si tirerà indietro, ricostituiremo una maggioranza reclutando deputati e senatori che stanno unpo'di quaedilàenel gruppo misto. Già. Perché in Parlamento, e non tutti ne sono al corrente, e' è gente senza casa che sarebbe lieta di sistemarsi sotto un tetto nella speranza di ipotecare una seggiola per la prossima legislatura. Ieri, Berlusconi si presenta alla festa dei giovani pidiellini e conferma: calma ragazzi, continueremo a governare; votare sarebbe da irresponsabili. Lo richiama da un'altra piazza Pierluigi Bersani: ma va' là, la maggioranza prenda atto di aver fallito e restituisca il testimone al presidente della Repubblica, che poi ci pensa lui. Ci pensa lui a che? Il Pd è terrorizzato dal voto e non lo vuole assolutamente. Ha un altro progetto di cui deve aver informato il capo dello Stato: un governicchio incaricato di gestire l'ordinaria amministrazione e di modificare la legge elettorale. Cosa che solo a ventilarla fa accapponare la pelle alla coalizione Pdl-Lega e che, invece, eccita i finiani. A proposito di finiani, restano appiccicati alle leve di potere o sciolgo no le vele e si costituiscono in partito autonomo? Tentennano. Presto o tardi sceglieranno il loro destino. Nel frattempo alternano sorrisi e gesti dell'ombrello al premier. Si divertono un mondo a leggere i loro nomi nei titoli dei giornali di carta e televisivi. Ora che riprendono i talk show e avrannol'opportunità di affacciarsi al video (Ballarò, Annozero, Porta a Porta, Matrix, Otto e mezzo, e non li ho citati tutti) saltabeccheranno da un'emittente all'altra. Una goduria, per loro. E figuriamoci se si quieteranno. Gli eretici sono di moda. Piacciono alla sinistra perché antiberlusconiani, e finché saranno tali non avranno nulla da temere e molto da guadagnare. Quindi? Vivremo alla giornata nella certezza che il patatrca è dietro l'angolo. La politica non c'entra più, è stata sostituita dalla psicoanalisi. Perché la maggioranza c'è e non c'è, dalle disgrazie della ditta Fini & Tulliani. Berlusconi sta alla finestra e medita il da farsi, e non fa. Siamo incapaci di intuire le sue congetture. Abbiamo solo un desiderio: che si dia una mossa. Perché fuori l'aria è cattiva.

Wednesday, August 25

Fanghiglia Cristiana

(di Vittorio Feltri) Ci stiamo abituando e si stanno abituando anche i lettori del periodico paolino, che vanno assottigliandosi sempre di più, il che spinge il direttore don Antonio Sciortino ad alzare la voce, nell'illusione che così si alzino pure le tirature. Campa cavallo. L'ultimo anatema, come i precedenti, non trascura il «caso Boffo», citato come esempio di malaffare politico e giornalistico, ma sorvola sul fatto che le dimissioni del direttore dell'Avvenire furono accettate da chi, invece, avrebbe dovuto respingerle: noi siamo ancora qui a chiederci perché. Don Sciortino viceversa se ne infischia e usa il suo compagno di fede come argomento polemico, e lo usa poco cristianamente amo' di clava. Proprio lui che, essendo alla guida di una testata cattolica, anziché continuare a tirare in ballo Dino Boffo potrebbe offrirgli una ricca collaborazione, aiutandolo a risalire la china. Perché non lo fa? Chi glielo vieta? Al suoposto non esiteremmo un istante. Stavolta Famiglia Cristiana calca la mano su Silvio Berlusconi e lo accusa, senza peraltro addurre argomenti concreti, di aver spaccato in due il voto cattolico (o, meglio, il voto democristiano). Se la memoria non ci tradisce, la Democrazia cristiana morì suicida all'epoca di Tangentopoli quando Antonio Di Pietro, leader naturale di Mani pulite, scoprì che gli eredi di Alcide De Gaspe- ri pHi dnnT.i litri Stnry.orn- di Vittorio Feltri bavano a man salva col pretesto di finanziare il partito. Il povero Severino Citaristi, segretario amministrativo, e Arnaldo Forlani pagarono il prezzo più salato, e lo pagarono per tutti i democristiani cleptomani. La De, nel tentativo di salvare il salvabile, si trasformò in Partito popolare, ripristinando la denominazione sturziana, e si affidò alla guida di Mino Martinazzoli, brava persona, ma con la vocazione del becchino. Fu lui a seppellire i rottami dello scudocrociato con una mossa da autentico stratega della morte violenta. Invece di allearsi - nel 1994 - con Forza Italia, il Msi e la Lega, si apparentò con gli ex comunisti di Achille Occhetto a cavalcioni della «gioiosa macchina da guerra», e andò a sbattere. Ora ditemi voi che cosa c'entra Berlusconi con il fallimento della Dc-Partito popolare e con la dispersionedel voto cattolico in altre formazioni politiche. Ma don Sciortino, accecato dall'antipatia per il Pdl, non si cura della storia e nemmeno della cronaca, e si domanda chi debba fare autocritica: i cattolici che sono andati a rimorchio della sinistra o quelli che si sono attaccati al tram berlusconiano? Interrogativo reto rico che contiene già la risposta: i credenti fiducie si nel Cavaliere sono dei deficienti. Capito l'antifona? Sarebbe stato più saggio se si fossero intruppati nel caravanserraglio progressista, insieme con Nichi Vendola, Walter Veltroni e Pier Luigi B ersani. Così sarebbero riusciti da tempo a far passare tutti i provvedimenti che fanno orrore al magistero della Chiesa: i matrimoni gay, la fecondazione artificiale, il testamento biologico senza vincoli e, magari, per completare la festa laica, l'eutanasia. Se è questo che vuole Fanghiglia Cristiana, allora la linea Sciortino è perfetta, e lui, con i suoi scherzi da prete, può aspirare al soglio pontificio per la gioia dei cattocomunisti. Che c'erano anche prima dei berluscones.

Io e Cossiga, non solo lontani.

(di Adriana Faranda) Non so dire esattamente cosa mi unisse a lui. Credo sia stata la percezione limpida del dolore che si portava dentro, così diverso e così simile al mio. Politico controverso, Francesco Cossiga. Come i miei sentimenti per lui. Non ho scoperto mai chi era l'uomo. La sua storia e il suo ruolo, che ricopri fino alla fine, nei nostri incontri lo offuscarono sempre. E forse anch'io, la donna che aveva dismesso gli abiti rivoluzionari per l'anonimato di una vita normale, restai per lui nell'ignoto. In me, rispettava e cercava l'ex-combattente, che aveva impugnato le armi per abbattere quello Stato a cui lui aveva sacrificato tutto. Mentre io andavo in cerca della persona che si celava dietro il fumo dei lacrimogeni e dell'intransigente linea della fermezza. Non so dire esattamente cosa mi unisse a lui. Credo sia stata la percezione limpida del dolore che si portava dentro, così diverso e così simile al mio. Tutto il resto sembrava separarci. Lui, uomo d'ordine e delle istituzioni, deciso a difenderle a qualunque prezzo, profondamente conservatore al di là delle apparenze come si addice a un vero "gattosardo", fervido estimatore delle forze armate, forte delle sue certezze. Dall'altra parte io, un tempo convinta della necessità della violenza rivoluzionaria, da scagliare contro quel sistema che tanto orgogliosamente lui sosteneva e difendeva, forte soltanto dei miei poliedrici dubbi. Eravamo stati su trincee contrapposte, che si appellavano a una diversità radicale. Eppure, mio malgrado, vedevo tratti comuni. Io portatrice di un manicheismo un po' demodé, agganciato alle tradizionali opposizioni buono/cattivo, giusto ed ingiusto. Lui di un manicheismo "funzionale", obbediente/disobbediente, affidabile e sovversivo. L'illusione dell'etica IN ENTRAMBI i casi, due pesi e due misure. Con Macchiavelli, Cossiga mi diceva che le doti etiche nella lotta politica sono pure illusioni. Il dovere di chi governa è vincere e mantenere lo Stato, castigare in modo esemplare. E per un contestatore, un rivoluzionario? "Le norme morali assolute sono del tutto inoperanti. Il giudizio morale è condizionato, come il giudizio politico ,-dalle necessità inteme della lotta" scriveva Trotsky, sintetizzando un principio di quella stessa dottrina che lo avrebbe ucciso. Ragion di stato contro Ragione rivoluzionaria. Questo avvenne in quegli anni. E non soltanto nel caso del sequestro Moro, il cui prezzo terribile fu pagato con la moneta dell'angoscia. Era il clima di una stagione della storia, pervasa dall'ansia di rifondare e trasformare tutto, ma anche da un desiderio malcelato di distruzione e di morte. La lotta, così intesa, non avrebbe potuto che figliare spietatezza, disumanizzazione progressiva, demonizzazione. Cossiga aveva incarnato il nemico perfetto, l'incomunicabilità, la repressione militare, la brutalità del potere. Cosa eravamo stati noi per lui? Cosa quei movimenti che agitavano la società? Forse soltanto una minaccia densa di corpi senza volto, privi di storia, identità irrilevanti. Nemicità assoluta. Chiusi i canali del dialogo, tutto si trasformava in guerra, seguendo le sue leggi di crudeltà, trascinando con sé anche arruolati inconsapevoli. Quante domande avrei voluto ancora fargli. Perché aveva dato quelle disposizioni di sapore pasoliniano: "Se vedete operai, giratevi dall'altra parte, ma se vedete studenti, massacrateli senza pietà." Frutto del suo sentirsi " di sinistra, dalla parte dei lavoratori" o di una convergenza d'intenti col PCI, che Chiedeva con forza il nostro annientamento? Forse entrambe le cose. Sta di fatto che nelle fauci della guerra caddero anche quei ragazzi che al tempo nessuno comprese fino in fondo, e che ponevano questioni vitali come libertà, rivoluzione sessuale, comunicazione, nomadismo, rete orizzontale, tutte in seguito riconvertite come funzione di sviluppo e di riassestamento. L'ultima beffa COSSIGA se ne è andato con un'ultima beffa. Nessuna lettera, per la gente comune. Vorrei, come molti altri, che venissero portate alla luce le verità ancora coperte da un segreto di Stato senza alcun senso ormai. Ma credo anche che insistere oggi a inchiodare Francesco Cossiga a simbolo del male, sia ripercorrere la stessa logica che ci ha portati nel baratro. Siamo stati figli dei nostri tempi, io degli anni Sessanta, lui della guerra fredda, ciascuno con i suoi miti, le sue storture;i suoi errori ed orrori. Oggi, è un altro tempo. Dico senza imbarazzo che mi ha addolorata la sua morte, e che ho sempre provato rispetto per lui. Sia pure se le nostre strade, opposte e parallele, mi apparvero separate alla fine da un ultimo filo spinato, levato come uno schiaffo sull'ultima curva, coi suoi "consigli" su come contrastare l'onda. Provocazione o confessione pubblica? Non importa saperlo. Mi ferì l'insostenibile "naturalezza" con cui la porse. L'immagine che ne ebbi fu che, mentre io ero riuscita a saltare giù da un treno di guerra ancora in corsa, sia pure con imperdonabile ritardo, lui si mostrava ancora insediato al suo locomotore. Per questo credo che le invettive postume, gli insulti e gli esorcismi non-siano utili a nessuno. Forse molto meglio sarebbe scendere tutti giù da quel treno.

Thursday, July 8

CHI ECCITA LA PIAZZA E CHI USA IL MANGANELLO

Dal "Il Riformista": Violenze in piazza, manganellate, il corteo degli aquilani scesi a Roma per contestare la gestione del post-terremoto che forza il blocco delle forze dell'ordine e Antonio Di Pietro che si candida a guidare la rivoluzione. «Dobbiamo organizzare la resistenza - ha detto ai manifestanti abruzzesi - perché la strada per la rivolta sociale è alle porte contro un governo sordo e cieco. Non c'è un settore della società che sia soddisfatto, tranne gli evasori e i malfattori». È un capo populista, che forza i toni e che a quindici anni da Tangentopoli si rigioca le sue carte di demagogo, aiutato - questo va detto e ridetto - da un governo sfibrato dalle divisioni, dalle guerre di successione, dalle incertezze programmatiche e agevolato in generale da una classe dirigente politica, civile, economica, burocratica del tutto inadeguata all'assunzione di responsabilità nei momenti cruciali. Di Pietro fa il suo gioco con il solito cinismo, sostenuto da speculatori politici di terzo e quart'ordine che prima o dopo saranno costretti a pentirsi di averne rinfocolato le ambizioni. Ieri un senatore dell'Italia dei valori, Stefano Pedica, in pieno slancio lazzaronesco ha issato la bandiera dell'Aquila nera e verde sul balcone del Senato. E i commessi che l'hanno ritirata sono stati fischiati dai manifestanti. In Parlamento un agitatore dipietrista, il deputato Francesco Barbato, ha attaccato briga con una deputata del Pdl, Barbara Saltamartini cui ha detto di non essere degna di sedere in Parlamento perché si deve occupare di «coccolare il presidente Berlusconi». m un clima di disfacimento, spappolameto istituzionale, insipienza collettiva è nata una rissa e Barbato è stato colpito da un pugno in faccia. È il riflesso dentro le istituzioni di quello che è successo in piazza. Con le forze dell'ordine che non hanno saputo reggere la tensione e haimo reagito con i manganelli. Il ministro dell'Interno Roberto Marcai, uno dei pochi in questi giorni che sembra avere la testa sulle spalle, ha chiesto chiarezza: «Voglio capire se ci sono responsabilità e da che parte». Sembra uno dei pochi a rendersi conto che la protesta contro Roma da parte dei terremotati non fa il gioco di nessuno, se non di Di Pietro, il quale rivolge la sua sfida alla maggioranza ma ancora prima alla sinistra istituzionale, al PD. Ieri Bersani, anche lui sceso in piazza con gli abruzzesi, è stato fischiato dal corteo.

Friday, May 7

LIASON DES INTELLIGENCE                                                            

Thursday, March 18

LA DIFFAMAZIONE

Gianni Letta al telefono non delinque, mormora cose incomprensibili o dice che "proverà a cercarlo". Ma la Repubblica lo sbatte in titoli mozz'orecchi come se avesse stuprato una tigre siberiana al parco. Gianni Letta è di vecchio stile andreottiano, se ne impippa, non replica, detesta le smentite, precisazioni, rettifiche. Il lavoro sporco e inutile di chiedere conto della diffamazione nei suoi confronti tocca a noi. Tempo addietro notammo un titolo di Repubblica in pagina interna, ma a tutta pagina: "Appalti, la rete di Letta". Il testo dell'articolo diceva che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il presidente operativo, aveva informato Guido Bertolaso, capo del servizio di Protezione civile e suo collega sottosegretario, di una procedura di infrazione a Bruxelles sui lavori del G8. Bertolaso gli aveva risposto che la cosa non riguardava gli appalti ma questioni ambientali, Letta aveva chiesto se il ministero dell'Ambiente fosse intervenuto a difesa, Bertolaso aveva detto che molti funzionar! dell'epoca di Alfonso Pecoraro Scanio, predecessore ulivista della Stefania Prestigiacomo, erano ostili al governo e non avevano alcuna voglia di difenderlo, cose così, normali, routine conversativa decente e legittima, ovviamente intercettata e pubblicata, tra sottosegretari cui risaliva la responsabilità di organizzare il G8. Il titolo doveva essere: "Letta al lavoro per il G8". Ma voi capite che "la rete di Letta" in fatto di appalti dava tutto un altro gusto alla notizia. Un gusto non troppo-sottilmente diffamatorio. Ci risiamo. Ieri la prima pagina di Repubblica tirava in ballo Letta con questo altro titolo: "Rai, nelle telefonate spunta Letta". Sapete che gli appalti come scandalo sono un po' giù di corda, fanno notizia soltanto i ripetuti arcigni dinieghi opposti alle richieste di scarcerazione degli indagati ne si intravedono per il momento malloppi, tangenti, manifestazioni di corruzione più concrete di varie raccomandazioni, familismi e altri gravi inestetismi di atmosfera consortile o combriccolare. Oggi, come sapete, si portano più gli scandali telecom e, novissimi, quelli nati dalle intercettazioni di Trani sulle pressioni del capo del governo nei confronti di un membro dell'Autorità delle comunicazioni. Berlusconi al telefono dovrebbe mettersi il bataglio che vorrébBe^métfére a Sàiitoro in televisione, ma è anche vero che la sua avversione al conduttore che manda in onda la sua vita privata e le moleste calunnie di uno Spatuzza, oltre che prevedibile e perfino giustificabile, era nota e stranota. Per rafforzare il pacco, ecco dunque spuntare Letta nei nastri che determinano e fissano reputazioni e buon nome di ciascuno nel salottone degli intercettati. L'articolo riferisce di Giancarlo Innocenzi, docile ma ineffettuale membro berlusconiano dell'Autorità, il quale, terrorizzato dai cicchetti brutali del Cav., si rivolge disperato a Letta e lo implora, "come ultima spiaggia", di chiamare Corrado Calabrò, presidente dell'Authority, e di indurlo a offrire a Mauro Masi, direttore generale della Rai, il destro istituzionale per bloccare gli eversori di Annozero (e gli insulti a lui stesso del capo). Le due prime risposte di Letta sono grugniti indecifrabili, probabilmente un "che due palle". Poi scatta un criminàlissimo: "Proverò a cercarlo". Non un: "Lo cercherò", che già non sarebbe da ergastolo, ma un: "Proverò a cercarlo", che per chi conosca il linguaggio di Letta vuoi dire abbastanza chiaramente: "Non mi rompere più con questa storia". Il titolo avrebbe dovuto essere, in un riquadrato a pagina cinque: "E Letta scansò il problema Innocenzi". Invece è: "Rai, nelle telefonate spunta Letta". Quello "spuntare" com'è promettente, radioso, albeggiante, originario, che gusto e retrogusto di imbroglio in incubazione lascia percepire al lettore, quanto è poco sottilmente diffamatorio. "Campagna di calunnie, spunta Ezio Mauro": ma vi sembrano titoli di un giornale serio? Qui sotto cerchiamo di capire quali possano essere le ragioni politiche di una simile scorrettezza, che smentisce tra l'altro un'epoca celebre di fair play del gruppo Espresso verso un Letta da sempre giustamente considerato collaboratore leale dell'Arcinemicp ma forte di un suo codice personale inappuntabile, e ambasciatore, e mediatore inviso piuttosto a qualcuno dei "suoi" che non a quelli dell'altra parte, sempre considerati interlocutori affidabili, che ricambiano, di un discorso pubblico e privato mai sospeso nonostante il teatro della discordia e le sue leggi spettacolari. Ma a parte la politica, c'è la questione della serietà professionale, o almeno della credibilità. Repubblica maneggia armi pesanti, non è un giornalino di attacco e basta, una feuille de chou costruita sulla diffamazione sistematica della gente di palazzo. Non abbiamo niente da eccepire quando si scatena, neil'ineandescènteatmosfera elettorale, per di più, sulle intercettazioni di Trani, che danno molto da pensare e fanno molto ridere. Ma se Letta avesse stuprato in un parco una tigre sibcriana, il titolo non avrebbe potuto essere più campeggiante, più duro, più linciatorio: "Stupri di animali, spunta il nome di Letta". Leggere poi nel pezzo che il sottosegretario stava giocando con il gatto di pezza di un nipotino sarebbe stato traumatico e anche risibile parecchio. O no? (Giuliano Ferrara-IL FOGLIO)

Saturday, March 6

DUE COSE CHE SO SUI GIORNALISTI

Augusto Minzolini per molti anni è stato considerato un eccellente cronista politico, rapido e informato. Apprezzato a destra e a sinistra, soprattutto a sinistra perché per lungo tempo si è pensato fosse progressista. Poi è diventato direttore del Tg1 (alcuni mesi fa) e chi prima lo aveva lodato adesso dice che è un servo, naturalmente di Berlusconi. Non importa se, con il nuovo direttore, il telegiornale più autorevole del Paese stia ottenendo indici di ascolto vertiginosi. È vero. Il successo non è un indice sicuro di bravura, però è meglio averlo. Ed è altrettanto vero che l'insuccesso non è un indice sicuro di incapacità, però sono buoni tutti di averlo. In ogni caso, se crediamo ancora che l'albero si giudichi dai frutti, quello di Minzolini non deve essere abbattuto ma innaffiato. Risulta invece che l' Ordine dei giornalisti stia già affilando la sega. Su proposta non so di chi, è stato avviato a carico di Augusto un procedimento disciplinare a causa di un titolo inesatto: «L'avvocato Mills assolto». Il titolo giusto sarebbe stato: «Prescritto il reato commesso dall'avvocato Milis». Chiunque capisce che il titolo pressappochistico, cioè tecnicamente sbagliato, è giornalisticamente più efficace perché comprensibile anche alla gente che non frequenta i tribunali, le procure e i procuratori. Il termine prescrizione infatti è chiaro nel suo significato soltanto agli addetti ai lavori. Mentre il termine assolto lo capiscono anche nei comuni con meno di duemila abitanti. Dato che la tivù è popolare per definizione (si rivoige alle masse) bene ha fatto Minzolini a usare la parola più accessibile, tanto più che se uno si giova della prescrizione oppure viene assolto è contento perché comunque non va in galera. Non solo, titolo a parte, il servizio specificava che di prescrizione si trattava e che Mills in ogni caso poteva tornarsene a casa a piede libero.

Nonostante ciò, l'Ordine dei giornalisti «processerà» il responsabile della testata al quale auguriamo di farla franca. Intanto però la notizia del procedimento disciplinare è stata diffusa e se anche tale procedimento si concludesse con l'archiviazione, il danno di immagine per Augusto non sarebbe risarcito. Pazienza. Così va il mondo dei giornali, notoriamente dominato dal conformismo di sinistra e ostile pregiudizialmente a chiunque non sia alleato con la maggioranza degli scribi. I quali, per dirne un'altra, non hanno mai criticato Gianni Riotta (predecessore di Minzolini) per i suoi innumerevoli editoriali recitati in video, anzi, lo hanno sempre lodato non solo perché abile, ma anche perché classificato progressista. L'attuale direttore, viceversa, ogni qualvolta apre bocca per dire la sua, siccome è stato nominato con Berlusconi a Palazzo Chigi, subisce attacchi furibondi da colleghi e politici molti dei quali hanno addirittura chiesto il suo licenziamento, trascurando il particolare che gli ascolti del Tg1 sono da record. Perfino il sindacato dei tigì si è mobilitato contro Minzolini dicendo che vigilerà sul suo lavoro. Peccato che su 160 giornalisti circa della redazione, oltre novanta si siano di fatto schierati a favore del direttore e contro i rappresentanti dei redattori. È la dimostrazione che non tutti sono disposti a portare il cervello all'ammasso.

Rimane un'amarezza: i giornalisti di qualsiasi testata, a differenza di ogni altra categoria, continuano ad avere un solo sindacato, come usava nella defunta Unione Sovietica. Se non paghi la tessera sei fuori e non hai un'alternativa. Finché le cose staranno così, nessuna speranza di strappare alla sinistra l'egemonia. Vogliamo almeno provare a fondare un sindacato di colore diverso dal rosso? Coraggio, chi è d'accordo batta un colpo. Di già che siamo in tema di giornali, segnalo un episodio curioso. Ieri in prima pagina ho scritto dodici righe su Luca Telese, conduttore di Tetrìs, programma televisivo della «7», non per dirgli che è fazioso (questo lo vedono tutti) ma per osservare che una discussione sulla "par condicio" con quattro giornalisti di sinistra su sei è un po' sbilanciata. E poiché l'imputato della serata era Berlusconi, tanto per cambiare, ricordavo a Telese che ha lavorato dieci anni, ovviamente retribuito, per il Giornale. Quindi? Se per Berlusconi lavoriamo noi, siamo servi. Se ci lavora lui, è un professionista serio che non vende l'anima a nessuno. Ridicolo. Ancor più ridicolo che Telese mi abbia risposto. Una lettera di oltre sessanta righe piene (computerizzate) contro la mia di dodici, in cui la cosa più esatta è che nel 1956 io sarei stato comunista, come si evince dalla mia autobiografia. Uno. Non ho mai compilato un' autobiografia. Due. Nel 1956 avevo tredici anni. E tra il Pci e il Psi scelsi il secondo perché, contrariamente al primo, era un partito democratico. Se Telese desidera che pubblichi la sua missiva, la riduca non dico a dodici righe, ma almeno a venti. Altrimenti mi telefoni che facciamo prima. Al suo programma non parteciperò mai. Costo troppo. Anche Gad Lemer mi ha scritto avvertendo che la puntata del suo Infedele, annullata lunedì scorso, andrà in onda lunedì prossimo. Con gli stessi ospiti già annunciati, il che dimostrerebbe che lui ha la schiena diritta. In realtà non ho mai dubitato che lui sia diritto, altrimenti di fronte alla soppressione della trasmissione (poi solo rinviata) si sarebbe dimesso. E avrebbe fatto male. Oggi un posto è un posto, anche se del 4 per cento. Vittorio Feltri

Sunday, January 31

Ennio Remondino al Capitol Multisala. Non mancate!

remondinoSabato 6 febbraio, alle ore 17 al Capitol Multisala di Roma il giornalista Ennio Remondino presenta il suo ultimo libro:
"  Niente di vero sul fronte occidentale":




Scritto da Chiara Mora

“Faccio il giornalista da un bel po’ e non mi era mai passato per la testa di occuparmi di qualcos’altro chenon fosse la notizia. Il giornalismo è un mestiere di grinta e d’ambizione. Straordinario, quando sei lasciato libero di farlo.” Questo l’incipit del libro di Ennio Remondino, noto giornalista Rai, “Niente di vero sul fronte occidentale” edito dalla casa editrice Rubbettino di Catanzaro. Il suo è un amore viscerale per il suo lavoro, che vissuto dall’interno ha assunto spesso spigolosità con le quali non è stato difficile scontrarsi. In questo libro si toglie qualche sassolino dalla scarpa. Nei suoi quasi quarant’anni trascorsi a raccontarci cose accadeva attorno a noi dice di aver “scoperto la bugia, la guerra e i cantori della politica” e sostiene di aver risposto con questo libro alla necessità di svelare più di qualche inganno: la guerra spesso è la strada che intraprende la politica quando si accorge di essere inconsistente e fragile. Molte, nella Storia, le bugie raccontate per giustificare comandanti e scontri armati. Per renderli leggenda, o semplicemente più digeribili. Ciononostante il nostro giornalista non si piega, e prossimo alla pensione, afferma ancora con coraggio la sua volontà di fare giornalismo dalla parte del cittadino. Ma chi è davvero Ennio Remondino? “Giornalista da troppo tempo, inizia nella carta stampata e resiste da trenta interminabili anni in Rai. Genovese, e qualche volta in trasmissione si sente. Metà della sua vita professionale dedicata al giornalismo investigativo, diventa reporter di guerra per esilio. Dopo tante Br, stragi, mafia, trame spionistiche, inciampa sui rapporti tra Cia e P2 ed “ottiene” il licenziamento dell’allora direttore del Tg1 Nuccio Fava, la cacciata del capo redattore Roberto Morrione e la sua destinazione all’estero. Si vanta dell’intervista alle “Br” (Curcio, Moretti, Balzerani), con l’annuncio del superamento della lotta armata e l’illusione (allora si sparava ancora) di aver salvato qualche vita. Ha imparato il siciliano dal suo amico Tommaso Buscetta per arrivare alla sola intervista mai realizzata al boss Tano Badalamenti. Di Licio Gelli, George Bush, Francesco Cossiga e Giulio Andreotti (inchiesta CIA-P2) non ama sentir parlare. Ha amato invece la Sarajevo dei 4 anni d’assedio giocando al bersaglio e ha trescato con tutto il resto dei macelli balcanici, con qualche occasionale tradimento verso Iraq, Afghanistan, Palestina e Libano. Odia la guerra ma le guerre e i casini sembra amino lui. Corrispondente estero da più di dieci anni, è stato responsabile degli uffici Rai a Belgrado per sette anni (con l’aggiunta di un anno di imperio anche su Gerusalemme e Il Cairo), due anni di esilio a Berlino, da tre anni gestisce da Istanbul i territori dell’ex Impero Ottomano. Candidato a chiacchiere per qualche direzione da decenni, non sarà mai direttore perché in Rai non sono del tutto matti. S’è inventato la favola del “giornalismo di strada” ed è costretto anche in età decisamente adulta a battere ancora i marciapiedi della notizia. Dice di aver accumulato un mucchio di ferie ed un sacco di “vaffanculo” a sua disposizione. Chi lo conosce e non è suo amico, se può lo evita. I telespettatori, dopo esserselo sorbito a reti unificate per i tre mesi di bombardamenti Nato sulla Jugoslavia a colazione, pranzo e cena, se lo sono scordati da tempo. Il telegiornalismo attuale farà volentieri a meno di lui, amen.” Così si racconta lo stesso Remondino, uno degli ultimi titani dell’informazione? Ci auguriamo davvero di no.