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Monday, May 25

5G TERREMOTO FINANZIARIO

Un report della Brookings Institution di Washington DC ripercorre i rapporti fra Italia e Cina. Il M5S ha rapporti organici con Pechino, e il suo alleato al governo, il PD, non fa niente per raddrizzare il tiro.  5G e Golden Power? Le leggi non bastano, l'ultima parola è della politica “Giocando con il fuoco”. 

Il titolo del nuovo report della Brookings Institution, prestigioso think tank di Washington DC, sulla politica italiana e le sue scelte internazionali, è già un programma. Il nuovo paper è un riflettore acceso dagli Stati Uniti sulla special relationship fra Italia e Cina. 

O meglio, fra questa politica italiana e la Cina, se è vero che mai come negli ultimi due anni, con i governi Conte 1 e bis, l’Italia si è avvicinata al Dragone. Il Movimento Cinque Stelle è un caso di scuola per il think tank. 

“Con il recente governo Cinque Stelle-Lega, i rapporti fra Italia e Cina sono diventati un punto di discordia fra i partner della coalizione”. “La richiesta dei Cinque Stelle di un approccio alternativo alla politica estera, soprattutto vis-à-vis Paesi come Cina e Russia, si è tinta di un forte euro-scetticismo e di un più lieve anti-americanismo”.

La passione cinese del Movimento, scrive la visiting fellow Giovanna De Maio, è rimasta intatta nel passaggio da un governo all’altro. Ed è stata suggellata da una scelta del ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Ovvero “trasferire le competenze per la promozione internazionale degli interessi delle aziende e dei brand italiani al ministero degli Affari Esteri”.

Il trasloco dell’ICE dal MISE alla Farnesina, così come la scelta di nominare capo di Gabinetto l’ex ambasciatore a Pechino Ettore Sequi, scrive Brookings, è “un segno che il M5S vuole un maggiore controllo sull’agenda economica italiana e assicurare continuità nell’apertura dell’Italia alla Cina”.

Se un merito si vuole proprio riconoscere alla posizione del M5S, è quello di essere chiara, inequivocabile. Lo stesso non si può proprio dire per i suoi partners di governo, il PD Nicola Zingaretti, l'IV di Matteo Renzi. 

Sul dossier cinese, al Nazareno, l’ambiguità regna sovrana. “Il PD, che ha sempre avuto una visione transatlantica della politica estera, è rimasto sostanzialmente in silenzio sul tema della Cina”.  “Il silenzio è probabilmente motivato dalla paura di destabilizzare ulteriormente un governo già precario”, sentenzia Brookings.

Un focus a parte è dedicato a una delle questioni più scottati dell’agenda di politica estera: la rete 5G

Quando si discute di 5G si parla di Sicurezza Nazionale, di Politica Estera e Difesa, di Politiche Industriali, di Politica Sanitaria, ecc... 

La rinascita dell'Italia passa anche da politiche tecnologiche lungimiranti capaci di coniugare le libertà politiche e civili con l'economia digitale più avanzata. Nessuno deve sottrarsi a questa sfida. L'analisi convincente di Mayer.

A differenza degli Stati Uniti e di altri Paesi democratici in Italia il processo di interazione tra Agenzie di Intelligence e decisori governativi è raramente oggetto di ricerca accademica e riflessione pubblica. 

Se non vogliamo che le disposizioni previste dalla Legge 124/2007 in materia di cultura della Sicurezza restino sulla carta non basta continuare con i road show lodevolmente promossi dal DIS nelle aule universitarie. 

Senza intaccare di un millimetro la massima segretezza e il massimo riserbo che devono caratterizzare l’intera attività del comparto, la fisiologica dialettica tra organismi di Intelligence e decisori politici è materia da approfondire anche nel nostro Paese come avviene in ogni democrazia matura.

Supponiamo che in sede CISR (Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica) il dossier tecnico sul 5G sia interpretato diversamente da diverse componenti dell’esecutivo

Per esempio la componente A non dà troppo peso alle preoccupazioni espresse in sede tecnica (in merito alla protezione dei dati) perché essa ritiene prioritario attuare integralmente il memorandum per la Via della Seta siglato dal governo Conte 1 (telecomunicazioni incluse). 

La componente B, invece, é più prudente. Essa auspica che il “CISR tecnico” previsto dalla legge 124/2007 svolga un supplemento di istruttoria. Si tratta di capire se i desideri espressi della componente A (Telecom/Via della Seta siano compatibili con quanto previsto in materia di sicurezza cibernetica nazionale e telecomunicazioni) nell’ambito dell’Alleanza atlantica. 

In uno scenario ipotetico come quello che ho appena descritto i profili tecnici e quelli politici sono nitidamente distinti. Gli organismi di Intelligence – giustamente gelosi delle loro prerogative – devono dire come stanno le cose fornendo ai politici il massimo dei supporti informativi; il decisore politicoil Governo – (e ovviamente la sua maggioranza parlamentare) devono decidere.

Il futuro del 5G in Italia non, infatti, è materia che può restare chiusa nelle segrete stanze. Non stiamo parlando di garanzie funzionali, di fondi riservati, di protezioni delle fonti, di classifiche di segretezza, di segreto di Stato, di servizi collegati, di operazioni Humint, Sigint o quant’altro.

Inaugurando la fase due il presidente Conte è stato molto netto: “L’Italia che vogliamo è più verde, digitale e inclusiva”. Bene più digitale, ma come? Il 5G ha implicazioni strategiche di lungo periodo per il sistema Paese come sottolineato più volte anche in sede COPASIR

È decisivo per il futuro del Sistema Italia, per la protezione del suo grande patrimonio scientifico, tecnologico e industriale; è altrettanto determinante per evitare che il totalitarismo digitale promosso dai regimi illiberali eroda i principi democratici del nostro ordinamento costituzionale. 

Se posso permettermi un suggerimento al presidente del Consiglio – più che preoccuparsi di concentrare nelle sue mani le competenze previste dalla Legge 124 – dovrebbe da un lato potenziare il ruolo del CISR, dall’altro “stanare” i leader dei partiti della sua stessa maggioranza.

È davvero strano che Vito Crimi, Nicola Zingaretti, Matteo Renzi, Roberto Speranza non abbiano - tutt'oggi - niente da dire su una materia così importante. 

E il discorso non può peraltro limitarsi alla maggioranza; il presidente ha recentemente dichiarato “con le opposizioni noi abbiamo il dovere di proporre, di confrontarci, di dialogare”. 

Sarebbe interessante sapere cosa Matteo Salvini pensa delle politiche digitali della Russia? 

O cosa Forza Italia pensa del Social Credit System cinese? 

La rinascita dell’Italia passa anche da politiche tecnologiche lungimiranti capaci di coniugare le libertà politiche e civili con l’economia digitale più avanzata. Nessuno deve sottrarsi a questa sfida.

Come è noto gli USA ritengono un rischio l’accesso al 5G di aziende cinesi vicine al PCC (Partito Comunista Cinese). In una parola, Huawei, il campione della telefonia mobile di Shenzen coinvolto in una guerra senza esclusione di colpi con l’amministrazione Trump.

In Italia, l’azienda di Ren Zhengfei ha una presenza solida, e consolidata negli anni. Il governo ha di molto rafforzato la struttura normativa preposta alla protezione della rete con il Perimetro di sicurezza nazionale cibernetica, ma non ha valutato, come invece richiesto dal governo USA, un’esclusione diretta di Huawei.

L’idea, peraltro condivisa da altri Paesi UE, è che i rischi possano essere “mitigati” con interventi ad hoc

Non convince la Brookings, che scrive: “La natura complessa di questa tecnologia rivoluzionaria rende difficile fornire qualsiasi garanzia sulla sicurezza, a causa del rischio di una backdoor, nascosta da Huawei, per aver accesso ai dati”. 

“L’assenza di una strategia di lungo periodo e una strategia cinese espone davvero l’Italia ai rischi di un boomerang economico”, spiega il think tank. 

Dai takeover ventilati delle aziende italiane agli investimenti diretti esteri, il rischio che la Cina approfitti delle maglie aperte dalla crisi economica è tutt’altro che remoto. 

“In assenza di una risposta imponente e coordinata a livello europeo, l’Italia si affiderà sempre più alla Cina per gli investimenti e altra assistenza economica”. È un pericolo, in assenza di condizioni che, per il momento, non esistono.

“Senza una supervisione sostanziale e una strategia previdente del governo per proteggere i settori strategici – ma soprattutto senza stabilità politica e un approccio alla Cina coerente nel tempo – l’Italia rischia di finire sommersa dalla potenza economica e tecnologica cinese”. 

Gli strumenti normativi di screening degli investimenti in Italia ci sono, e sono “robusti”, spiega il report. Ma l’ultima parola spetta comunque alla politica

A differenza degli USA, non esiste un meccanismo di screening indipendente come il CFIUS (Committe on Foreign investments of the USA). “Nonostante l’ampiamento della legge sullo screening, la decisione di applicare il “golden power” è alla fine una decisione politica”.

Monday, April 6

UNITED EUROPE WILL LOSING ITALIANS PEOPLE

Oil markets are facing a perfect storm. The scissors of supply and demand are moving against one another, generating increasing pain on the oil industry and the political and financial stability of oil-producing countries.

Global oil demand is dropping due to the recession induced by the COVID-19 shut down of economic activity and transport in the most industrialized countries. Goldman Sachs predicts that global demand could drop from 100 million barrels per day (mdb) in 2019 to nearly 80 mdb in 2020.[1] If confirmed, this would be single biggest demand shock since petroleum started its race to become the most important energy source in the world.

Meanwhile, global supply is increasing due to the “oil price war” triggered by the Saudi decision on 7 March to offer discounts and maximize production, increasing output to a record high of 12.3 mbd. The Saudi government had reacted to the refusal by Russia to contribute to a coordinated OPEC production cut of 1.5 mbd, thus shelving, for the moment, the OPEC Plus alliance than had been forged in 2016 precisely to prevent a continuous drop in oil prices

Figure 1 OPEC oil production and supply adjustments


Most analysts explain the ongoing Saudi-Russian oil war with their willingness to increase their respective market share to the detriment of US shale producers. A different, but authoritative interpretation of the Saudi strategy, comes from Bernard Haykel, a professor at Princeton University who is personally acquainted with Saudi crown-prince Mohammed bin Salman.

Professor Haykel maintains that the Saudi decision might actually be motivated by the long-term goal of maximizing oil rents while there still is a market for Saudi oil “because climate change has fueled a global push toward de-carbonization and renewable energy”.[2]

In the short-term, the Saudi leadership is probably seeking to bring Russia back in line with OPEC while at the same time punishing US shale producers which rely on higher oil prices for commercial viability. Yet, Riyadh is also pursuing a longer-term goal, which entails producing as much oil as possible for a world that will be less reliant on petroleum in the medium term.

There is an inherent contradiction between the two goals stated above and the need for Saudi Arabia to preserve a relatively high oil price in order to guarantee fiscal income for the state, thus providing adequate welfare to its citizens.

As a result of the twin supply and demand shocks, the price of US oil (West Texas Intermediate – WTI) has dropped below 20 dollars a barrel followed by wild oscillations. At this price, most US shale companies will not be profitable, (only 3 US shale companies have an average breakeven cost at 30 dollars), while certain qualities of US crude have been sold at negative prices.

The world’s most important crude benchmark (Brent), is below 30 dollars per barrel. With these prices, the political, social and economic turmoil already experienced by OPEC countries such as Venezuela, Libya, Algeria, Nigeria and Iran before the present crisis will become unbearable; while both Saudi Arabia (with a fiscal breakeven at 84 US dollars per barrel) and Russia (with its lower fiscal breakeven price at 48 US dollars) will face tremendous pressures.[3]

The present crisis holds numerous similarities with the oil “counter-shock” of 1985/86 (Figure 2).[4] At the time, global oil demand was declining due to the economic recession of the early 1980s, as well as to the introduction of efficiency measures and the shift to “alternative” energy sources (nuclear and natural gas) put in place by most OECD governments. Similarly to today, there was a problem of over-supply, due to the advent of new oil production, particularly from the British and Norwegian North Sea. Today, a large portion of new supply instead comes from the US shale industry, especially in the Permian Basin, that has increased US production from 5 mbd in 2008 to more than 12 mbd in 2019, giving rise to the so-called “shale revolution”.


Like today, Saudi Arabia was fed up of being forced to continuously cut production to defend the OPEC price and, in the Autumn of 1985, decided to discipline non-OPEC producers by offering discounts and maximizing production. Oil prices fell to nearly 10 dollars a barrel as a result, having a terrible impact on oil producers. US “independent” producers faced bankruptcy, and the cycle of oil industry “mega-mergers” began. OPEC countries entered a phase of political and economic turmoil: Saddam Hussein’s ill-conceived gamble to revive a bankrupted Iraq by invading neighbouring Kuwait in 1990 was only the most evident consequence of the “counter-shock”.


The first novelty is that we might now have reached “peak oil demand” due to a combination of cultural, financial and political shifts in the largest industrialized countries, combined with the ever-increasing pressures for “deglobalization”, heightened by the recent shock from the global pandemic.[5] While the price “counter-shock” of 1985/86 led to a massive expansion of global oil consumption that fuelled the neoliberal globalization of the 1990 and 2000s (global oil consumption increased from 60 mbd in 1985 to 100 mbd in 2019), it is unlikely that the price shock of 2020 will bring global oil demand back beyond the peak of 100 mbd. This will be especially true if state investment plans to counteract the COVID-19 induced recession will be also oriented toward boosting “green” technologies and infrastructures.

The other novelty is that most OPEC countries, and crucially the two countries that played a key role for the creation of OPEC, Venezuela and Saudi Arabia, are for different reasons shifting from a “political approach” to oil production, to a prevailingly “commercial approach”. The Venezuelan government has essentially lost control over its oil industry – which has been effectively privatized and controlled by foreign, mostly Russian, companies. Saudi Arabia has taken the unprecedented step to market 1.5 per cent of its national oil company Saudi Aramco, and as a result now needs to consistently produce dividends for its shareholders, even if at the expense of Saudi state finances.

The spread of this “commercial approach” by OPEC national oil companies will not allow for significant structural production cuts in a competitive environment. Nor will it allow for strong international cooperation with a focus on preserving oil rents for OPEC governments and protecting the availability of the natural resources for future generations. National companies will be struggling to defend their market share, and will thus offer discounts to their customers and demand fiscal incentives from their governments.

The combined pressures from the new “peak demand” scenario, together with the weakening of OPEC due to the commercial orientation of national oil companies, will basically wipe out whatever was left of a “structure” of the oil market that has become increasingly unstable since the 1970s. The race to the bottom of oil prices will wreak economic havoc on most oil-producing countries and regions of the world, including on US states such as Texas (where the oil industry represents 10 per cent of the GDP and directly employs 360,000 workers), and on high-cost OECD oil producers such as Canada.

Since the 1970s, OPEC has been the only international organization that, with moderate success, has attempted to control production and stabilize prices. It cannot, and will not, continue doing so any longer. It will not accept to rein in production while the rest of the world simply strives to pump out as much oil and gas as possible, be this from shale formations, from tar sands or from below the Arctic, with utter lack of environmental concerns. Oil production cuts will either be shared and coordinated with other world producers, or they will simply not happen.

John Maynard Keynes had repeatedly warned about the need for global management to stabilize the price of commodities.[6] The only precedent for global negotiations on energy prices has been the Conference for International Economic Cooperation (CIEC) held in Paris from 1975 to 1977. At the time, a select group of 27 participants from the OECD, OPEC and the “less developed countries” tried to discuss energy prices and development issues in parallel. The danger stemmed from soaring oil prices and the widespread fear of “running out of oil”. The exercise ended in failure because of the unwillingness of OPEC, then at the peak of its power, to discuss prices without relevant concessions by industrialized countries.

This time is different. The risk and instability derive from peak oil demand, low prices and the need for stable prices in order to plan a speedy transition away from fossil fuels, while avoiding the political and economic collapse of oil-producing countries. A new “pro-rationing” effort must be undertaken at a global level, involving the US and other OECD members, OPEC and non-OPEC states such as Russia, Mexico and Brazil. Significantly, the “pro-rationing” conducted by the Texas Railroad Commission in the 1930s already served as the model for the founders of OPEC.

Whatever its format and however difficult it may be to change a “neoliberal” ideology that rules out state-led regulation of production, the time for a global dialogue on production levels and oil prices (and possibly on environments standards) has come. Deregulation of the energy market has to give way to a new era of regulation of the oil industry at both national and international levels.

The alternative will leave commercially-oriented oil companies, both national and international, free to engage in a destructive price war that will maximize environmental degradation and the squandering of natural resources. A destructive price-war will ultimately endanger decarbonization efforts (car-markers are already pressing governments to relax emissions standards), and will increase political and economic instability in OPEC countries, such as Saudi Arabia and Iran, that are key regional actors.

Giuliano Garavini teaches International History at Roma Tre University. He is the author of “The Rise and Fall of OPEC in the Twentieth Century” (Oxford University Press, 2019).

[1] Tsvetana Paraskova, “Goldman Sachs: Prepare for a Massive Oil Demand Shock”, in OilPrice.com, 26 March 2020, https://oilprice.com/Energy/Energy-General/Goldman-Sachs-Prepare-For-A-Massive-Oil-Demand-Shock.html.

[2] Bernard Haykel, “Saudi Arabia’s Radical New Oil Strategy”, in Project Syndicate, 23 March 2020, https://prosyn.org/LmBSCnq.

[3] Jack Farchy and Paul Wallace, “Petrostates Hammered by Oil Price Plunge and Pandemic’s Spread”, in Bloomberg, 28 March 2020, https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-03-28/petrostates-hammered-by-oil-price-plunge-and-pandemic-s-spread.

[4] Duccio Basosi, Giuliano Garavini and Massimiliano Trentin (eds), Counter-Shock. The Oil Counter-Revolution of the 1980s, London/New York, IB Tauris, 2018.

[5] The debate on “peak demand” has been raging since 2018. See Spencer Dale and Bassam Fattouh, “Peak Oil Demand and Long-Run Oil Prices”, in OIES Energy Insights, No. 25 (January 2018), https://www.oxfordenergy.org/?p=30822.

[6] See Robert W. Dimand and Mary Ann Dimand, “J.M. Keynes on Buffer Stocks and Commodity Price Stabilization”, in John Cunningham Wood (ed.), John Maynard Keynes. Critical Assessments, Second Series, Vol. VIII, London/New York, Routledge, 1994, p. 87.

Tuesday, March 31

COVIN 19 - 50.000 MORTI, E PIU', IN ITALIA,GRIDERANNO GIUSTIZIA

 
Le strade di Bergamo sono vuote. Come in tutt’Italia, le persone possono lasciare le proprie case solo per comprare cibo e medicine, o per andare al lavoro. Fabbriche, negozi e scuole sono chiusi. Non si sente più chiacchierare agli angoli delle strade o ai tavolini dei caffè. Ciò che si sente di continuo, senza sosta, sono le sirene.
 
Mentre l’attenzione dei vari Paesi del mondo si sposta sui propri centri di contagio, le sirene continuano a suonare. Come quelle che segnalavano i bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, molti sopravvissuti a questo conflitto ne ricorderanno le sirene. Risuonano più forte mentre si avvicinano, venute a raccogliere genitori e nonni, i custodi della memoria italiana.
 
I nipoti salutano dalle terrazze, mariti e mogli si siedono agli angoli di letti ormai vuoti. E poi le sirene ricominciano a suonare, affievolendosi quando le ambulanze si allontanano, dirette verso ospedali stipati di malati di coronavirus. “Ormai a Bergamo si sentono solo le sirene”, ha osservato Michela Travelli.
 
Il 7 marzo, suo padre, Claudio Travelli, 60 anni, guidava un camioncino che consegnava generi alimentari in tutto il Nord Italia. Il giorno seguente, ha iniziato ad avere febbre e sintomi influenzali. Sua moglie aveva avuto la febbre nei giorni precedenti, quindi ha chiamato il medico di base, che le ha detto di prendere una tachipirina e di riposare. Per gran parte del mese precedente, la classe dirigente italiana aveva mandato messaggi contraddittori sul virus.
 
 
Ma a Travelli la febbre non si è abbassata e le sue condizioni si sono fatte più preoccupanti. Venerdì 13 marzo ha sentito una pressione insopportabile al petto e ha iniziato ad avere conati di vomito. La febbre era altissima e la sua famiglia ha chiamato un’ambulanza. I soccorritori hanno rilevato bassi livelli di ossigeno nel suo sangue ma, seguendo le raccomandazioni degli ospedali di Bergamo, gli hanno consigliato di stare a casa. “Hanno detto: ‘abbiamo visto di peggio e gli ospedali sono come le trincee in una guerra’”, ha riferito la signora Travelli.
 
Un altro giorno in casa ha portato a un’altra notte di attacchi di tosse e febbre. Domenica, Travelli si è svegliato in lacrime, dicendo “Sono malato, non ce la faccio più”, ha ricordato sua figlia. Ha preso un’altra tachipirina, ma la febbre è salita a più di 39 e la sua pelle ha assunto un colore giallastro.
 
Questa volta, quando è arrivata l’ambulanza, le sue due figlie, entrambe indossando guanti e mascherina, hanno preparato una borsa con due pigiami, una bottiglia d’acqua, un caricabatterie e un cellulare. I livelli di ossigeno nel sangue del padre erano crollati.
 
I volontari della Croce Rossa si sono chinati su di lui mentre stava steso sul letto, sotto a un dipinto della Vergine Maria. L’hanno portato in ambulanza. Le sue nipoti, di tre e sei anni, l’hanno salutato dalla terrazza. Lui ha alzato lo sguardo verso di loro, verso i balconi da cui sventolavano bandiere italiane. Poi l’ambulanza se ne è andata e non si è sentito più nulla. “Solo la polizia e le sirene”, ha detto sua figlia. I soccorritori che si erano occupati di Travelli avevano iniziato presto quella mattina.
“Non possiamo essere noi gli untori”, ha detto Nadia Vallati, 41 anni, una volontaria della Croce Rossa che di giorno lavora all’ufficio delle imposte, riferendosi a coloro che venivano accusati di diffondere la peste nel diciassettesimo secolo. Dopo essersi disinfettati, Vallati e i suoi colleghi aspettano che suoni l’allarme nella loro sede. Non ci mette mai molto.
 
Indistinguibili l’uno dall’altro nei camici medici che indossano sopra alle loro tute rosse, i volontari sono entrati in casa di Travelli il 15 marzo trasportando delle bombole d’ossigeno. “Sempre con l’ossigeno”, ha detto Vallati.
 
Uno dei rischi principali per i malati di coronavirus è l’ipossiemia, il basso livello di ossigeno nel sangue. I livelli medi a condizioni normali sono di 95-100 e i medici si preoccupano quando il valore scende sotto i 90.
 
Vallati ha detto che le è già capitato di riscontrare in malati di coronavirus anche livelli intorno ai 50. Hanno le labbra blu. La punta delle loro dita diventa viola. Fanno respiri rapidi e superficiali e usano i muscoli dello stomaco per inspirare. I loro polmoni sono troppo deboli.
 
In molti degli appartamenti che gli operatori visitano, i pazienti sono aggrappati a piccole bombole di ossigeno, grandi circa come quelle per gasare l'acqua, che i familiari hanno procurato loro su ricetta del medico. Stanno nel letto accanto a loro. Mangiano con loro al tavolo della cucina. Guardano con loro, sul divano, i bollettini serali dei morti e dei contagiati italiani.
 
Il 15 marzo, Vallati ha messo la sua mano, avvolta da due strati di lattice blu, sul petto di Teresina Coria, 88 anni, mentre le veniva misurato il livello di ossigeno nel sangue. Il giorno seguente Antonio Amato, nonostante i suoi 40 anni, stava seduto sulla sua poltrona e stringeva la sua bombola di ossigeno mentre i suoi bambini, che non poteva stringere per paura di contagiarli, lo salutavano dall’altro lato della stanza.

Un sabato, Vallati si è trovata nella stanza di un uomo di 90 anni. Ha chiesto alle sue nipoti se il nonno avesse avuto contatti con qualcuno positivo al coronavirus. Sì, hanno detto, con suo figlio, loro padre, che era morto il mercoledì. La loro nonna, le hanno detto, era stata portata via venerdì ed era in condizioni critiche.
 
Non piangevano, ha detto, perché “non avevano più lacrime”. Durante un altro turno in Val Seriana, duramente colpita dall’infezione, Vallati ha raccontato di aver portato via una donna di circa 80 anni. Suo marito, con cui era sposata da decenni, ha chiesto di darle un bacio per salutarla. Ma Vallati gliel’ha negato, perché il rischio di contagio era troppo alto. La donna ha raccontato che mentre i volontari portavano via sua moglie, l’uomo è entrato in un’altra stanza e ha chiuso la porta dietro di sé.
 
I casi sospetti vengono portati in ospedale, ma gli ospedali stessi non sono più luoghi sicuri. A Bergamo il primo caso di coronavirus è stato diagnosticato nell’ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano Lombardo.
 
 
Il sindaco Gori ha spiegato come i contagi abbiano devastato la sua città e portato al limite uno dei sistemi sanitari più ricchi e sofisticati in Europa. I medici stimano che 70.000 persone nella provincia abbiano il virus. Bergamo ha dovuto far trasportare 400 corpi in altre province, regioni e Paesi perché i posti erano esauriti. “Se devo identificare una scintilla,” ha detto, “è l’ospedale”.
 
Quando arriva un’ambulanza, i soccorritori procedono con estrema cautela. Solo uno dei tre, il responsabile della squadra, accompagna il paziente all’interno. Se il paziente è pesante, qualcun altro lo aiuta. Lo scorso fine settimana, un gruppo di dottori dell’ospedale di Bergamo ha scritto in una rivista di medicina associata con il New England Journal of Medicine, “stiamo apprendendo che gli ospedali possono essere i primi vettori di Covid-19”, visto che “sono così densamente popolati da pazienti infetti e facilitano la trasmissione a pazienti non infetti”.
 
Le ambulanze e il personale addetto vengono infettati, hanno scritto, ma questi possono non mostrare sintomi e diffondere ulteriormente il virus. Per questo i medici hanno chiesto di evitare di portare i pazienti in ospedale salvo in casi di estrema necessità.
 
Ma Vallati ha detto che per i casi più gravi non hanno avuto scelta. Gli autori dell’articolo lavorano all’ospedale Papa Giovanni XXIII a Bergamo, dove la squadra di Vallati ha trasportato molti dei malati.
 
Il Dottor Ivano Riva, un anestesista, ha spiegato che l’ospedale accoglieva circa 60 nuovi malati di coronavirus al giorno. Ha detto che vengono sottoposti a un test, ma a questo punto l’evidenza clinica - la tosse, i bassi livelli di ossigeno, la febbre - è un indicatore migliore, soprattutto perché il 30% dei test ha prodotto dei falsi negativi.
 
 
Il Dottor Riva ha spiegato che delle 101 persone che compongono lo staff medico del suo ospedale, 26 erano a casa con il virus. “È una situazione che nessuno ha mai visto, penso in nessun altro Paese al mondo”, ha detto.
 
Se le persone non stanno a casa, ha detto, “il sistema cederà”.
 
I suoi colleghi hanno scritto nell'articolo che i letti in terapia intensiva sono riservati ai malati di coronavirus con “una possibilità ragionevole di sopravvivere”. I pazienti più anziani, hanno scritto, “non vengono rianimati e muoiono da soli”.
 
Travelli è finito al vicino ospedale Humanitas Gavazzeni, dove, dopo un falso negativo, è risultato positivo al virus. È ancora vivo.
 
“Papi sei stato fortunato perché hai trovato un letto - ora devi combattere, combattere, combattere”, gli ha detto sua figlia Michela in una telefonata, l’ultima prima che gli mettessero un casco per aiutarlo a respirare. “Era spaventato”, ha detto. “Credeva di essere sul punto di morire”.

Intanto, la signora Travelli ha aggiunto di essere stata messa in quarantena e che aveva perso il senso del gusto, un disturbo frequente tra le persone che pur non mostrando sintomi sono state a stretto contatto con il virus. Così tante persone stanno morendo, così velocemente, che le camere mortuarie dell’ospedale e gli addetti delle pompe funebri non riescono a reggere il ritmo. “Trasportiamo i morti dalla mattina alla sera, uno dopo l’altro, costantemente,” ha detto Vanda Piccioli, che dirige una delle ultime agenzie di pompe funebri rimaste aperte. Altre hanno chiuso dopo che i loro direttori si sono ammalati, alcuni finendo anche in terapia intensiva. “In genere onoriamo i defunti. Ora è come una guerra e noi ne raccogliamo le vittime”.
 
 
Ha spiegato che il suo staff trasporta 60 corpi infetti al giorno, dall’ospedale Papa Giovanni e quello di Alzano, dalle cliniche, dalle case di riposo e dagli appartamenti. “È difficile per noi trovare guanti e maschere”, ha detto. “Siamo una categoria nell’ombra”.
 
Piccioli ha aggiunto che all’inizio cercavano di restituire gli effetti personali dei defunti, raccolti in sacchetti di plastica, ai loro cari. Una scatola di biscotti. Una tazza. Un pigiama. Delle ciabatte. Ma adesso semplicemente non hanno tempo. Le chiamate alla Croce Rossa non si sono ancora fermate.
 
Il 19 marzo, Vallati e i suoi colleghi sono entrati nell'appartamento di Maddalena Peracchi, 74 anni, a Gazzaniga. Aveva finito l’ossigeno. Sua figlia Cinzia Cagnoni, 43 anni, che vive nell’appartamento di sotto, aveva ordinato una nuova bombola che sarebbe arrivata lunedì, ma i volontari della Croce Rossa le hanno detto che non avrebbe resistito così a lungo.
 
“Eravamo un po’ agitati perché sapevano che quella potrebbe essere stata l’ultima volta che ci vedevamo”, ha detto Cagnoni. “È come mandare qualcuno a morire da solo”.
 
Lei, sua sorella e suo padre nascondevano un’espressione coraggiosa sotto le mascherine, ha raccontato. “Ce la puoi fare”, hanno rassicurato la madre. “Ti aspetteremo, ci sono ancora così tante cose che dobbiamo fare con te. Combatti”.
 
I volontari hanno portato Peracchi all’ambulanza. Una delle sue figlie ha suggerito ai nipoti sconvolti di salutarla a voce più alta. “Ho pensato a un migliaio di cose”, ha ricordato Cagnoni. “Non abbandonarmi. Signore aiutaci. Signore salva mia madre”. La porta dell’ambulanza si è chiusa. Le sirene hanno iniziato a suonare, come fanno “a tutte le ore del giorno”, ha detto Cagnoni.
 
L’ambulanza è arrivata al Pesenti Fenaroli di Alzano Lombardo, dove a Peracchi è stato diagnosticato il coronavirus e una polmonite a entrambi i polmoni. Il giovedì sera, sua figlia ha riferito che stava “appesa a un filo.”
 
La signora Peracchi è una donna di profonda fede cattolica, ha spiegato sua figlia, che ha avuto anche lei la febbre la notte in cui l’ambulanza ha portato via sua madre e da allora è in quarantena.
 
La figlia ha raccontato che a sua mamma faceva soffrire l’idea che, se le cose fossero andate male, “non potremo fare un funerale”.
 
Per contenere il virus, tutte le celebrazioni civili e religiose, tra cui i funerali, sono state vietate in Italia. Il cimitero di Bergamo è chiuso. Le bare accumulate attendono in una sorta di ingorgo di essere portate ai crematori del nord-Italia.
 
Le autorità hanno vietato alle famiglie di cambiare gli abiti dei morti e hanno chiesto che i corpi vengano cremati con il pigiama o i camici che le vittime indossavano al momento del decesso. I cadaveri devono essere avvolti in un ulteriore involucro o coperti con un tessuto disinfettante. I coperchi delle bare, che in genere devono rimanere aperti fino alla consegna di un formale certificato di morte, ora possono essere chiusi, ma devono comunque attendere prima di essere sigillati. Spesso i corpi rimangono per giorni nelle case, dato che le scale e le stanze soffocanti sono diventate particolarmente pericolose per lo staff delle imprese funebri.
 
“Cerchiamo di evitarlo”, ha detto Piccioli, la direttrice dell’agenzia di pompe funebri, riguardo le visite a casa. Nelle case di riposo è molto più facile perché si può arrivare con cinque o sei bare, riempirle e caricarle direttamente nelle macchine. “So che è terribile da dire”, ha detto.
 
Attraverso una rete di sacerdoti locali, Piccioli aiuta a organizzare veloci preghiere, invece che veri e propri funerali, per i defunti e per le famiglie che non sono in quarantena.
 
È stato il caso di Teresina Gregis, seppellita al cimitero di Alzano Lombardo il 21 marzo dopo che era morta a casa. I soccorritori avevano detto alla sua famiglia che non c’era spazio negli ospedali. Solo un piccolo gruppo ha potuto piangerla, a causa delle restrizioni.
 
Hanno detto alla famiglia “Tutti i letti sono pieni”, ha raccontato la nuora della donna, Romina Mologni, 34. Dato che lei aveva 75 anni, “hanno dato la priorità ad altri che erano più giovani”.
 
Nelle sue ultime settimane a casa, la sua famiglia ha fatto di tutto per trovarle delle bombole di ossigeno, cercandole in tutta la provincia mentre la donna stava seduta di fronte al suo giardino e alle girandole che adorava.
 
Quando è morta, tutti i negozi di fiori erano chiusi a causa dell’ordinanza. Mologni allora ha portato al cimitero una delle girandole che sua figlia aveva regalato alla nonna. “Le piaceva quella”.

Wednesday, March 11

PANDEMIA CAPIAMOLA VERAMENTE E SENZA BUGIE!

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), in modo specifico per l’influenza, ha individuato una serie di requisiti necessari perché si verifichi una pandemia. In primo luogo deve emergere un virus geneticamente diverso in modo significativo dai virus che circolano nella popolazione umana e per il quale, quindi, la maggior parte della popolazione non ha immunità. 


Da sempre (?) l’OMS tiene sotto controllo l’emergere di epidemie nel mondo: già nel 1947 (un anno dopo la sua fondazione) aveva creato un servizio di informazione epidemiologica via telex. Tuttavia, negli ultimi anni le cose sono cambiate. In particolare, le International health regulations (IHR) del 2005, entrate in vigore nel 2007, hanno radicalmente modificato i requisiti per le notifiche internazionali. 

A questo scopo l’OMS ogni giorno raccoglie informazioni da fonti diverse: servizi sanitari nazionali, uffici regionali, organizzazioni non governative, università, ospedali, ma anche stampa, radio, televisione, Internet. Quindi non solo informazioni ufficiali, ma anche quelli che gli anglosassoni chiamano rumours, ovvero chiacchiere

Mentre in precedenza gli Stati membri avevano l’obbligo di notificare all’OMS in modo automatico i casi di colera, peste e febbre gialla, da quel momento in poi la notifica parte quando nel territorio di uno Stato viene identificato un evento che può costituire un’emergenza per la salute pubblica di rilevanza internazionale, chiamato anche PHEIC (Public Health Emergency of International Concern). 


A questo punto comincia un processo di verifica al termine del quale parte la diffusione dell’informazione e l’organizzazione della risposta: l’OMS offre un sostegno alle autorità sanitarie della nazione colpita attraverso il GOARN (Global Outbreak Alert and Response Network), una rete alla quale aderiscono le maggiori istituzioni scientifiche e sanitarie del mondo. 

Le capacità di intervento del GOARN vanno dall’invio di team per le indagini epidemiologiche e l’assistenza medica alla fornitura di strutture per le diagnosi di laboratorio o la raccolta dei campioni biologici.

Le malattie epidemiche e pandemiche emergenti e riemergenti costituiscono una seria minaccia alla salute, tanto che il 12° programma generale di lavoro dell’OMS (2014-19) pone come uno dei cinque obiettivi strategici la riduzione di mortalità, morbidità e disagi sociali dovuti alle epidemie attraverso la prevenzione, la preparazione, la risposta e le attività di recupero. 

Prendiamo ora in esame alcuni dei principali eventi di questo inizio secolo che costituiscono o potrebbero costituire potenziali emergenze per la salute pubblica mondiale:




L’influenza s. fu causata dal virus a RNA H1N1.
L'influenza spagnola, altrimenti conosciuta come virus dell'influenza H1N1, questa tragica epidemia, fu una pandemia influenzale, insolitamente mortale, deflagrò tra il 1918 e il 1920 uccise un minimo di 50 milioni di persone: Prima delle tre pandemie che coinvolsero la maggior parte del mondo durante l'ultimo secolo.

Questa epidemia fu portata dai soldati che ritornavano dal fronte del 15-18. Molti di essi, scampati alle granate nemiche, morirono di influenza già al fronte, a guerra quasi finita. Oltre cinquanta milioni di morti "dimenticati".

All’inizio l’influenza virale H1N1 non sembrava destare molta preoccupazione: «Cette maladie a fait son apparition aussi chez-nous, mais sous une forme assez bénigne et peu allarmante. Quelques jours de fièvre et voilà tout» scriveva l’11 ottobre Le Pays d’Aoste e si augurava che «les premiers froids en balayeront les derniers vestiges». Invece la epidemia colpiva solo e soprattutto giovani adulti precedentemente sani. 


 Si stima che un terzo della popolazione mondiale fu colpito dall’infezione durante la pandemia del 1918–1919. La malattia fu eccezionalmente severa, con una letalità maggiore del 2,5% e circa 50 milioni di decessi, alcuni ipotizzano fino a 100 milioni.

Tre focolai di influenza (pandemia) in tutto il mondo si sono verificati nel 20 ° secolo: nel 1918, 1957 e 1968. Questi ultimi 2 erano nell'era della virologia moderna e caratterizzati in modo più completo. Tutti e 3 sono stati identificati in modo informale dai loro presunti siti di origine rispettivamente come influenza spagnola, asiatica e di Hong Kong. Ora sono noti per rappresentare 3 diversi sottotipi antigenici del virus dell'influenza A: H1N1, H2N2 e H3N2, rispettivamente. 

Non classificate come vere pandemie sono 3 notevoli epidemie: una pseudo-pandemia nel 1947 con bassi tassi di mortalità, un'epidemia nel 1977 che fu una pandemia nei bambini e un'epidemia abortiva di influenza suina nel 1976 che si temeva avesse un potenziale pandemico. 

Le principali epidemie di influenza non mostrano periodicità o pattern prevedibili e differiscono tutte l'una dall'altra. Le prove suggeriscono che le vere pandemie con cambiamenti nei sottotipi di emoagglutinina derivano dal riassortimento genetico con i virus dell'influenza A animale.I morti furono più di 200 milioni.Negli anni trenta furono isolati virus influenzali dai maiali e dagli uomini che, attraverso studi siero-epidemiologici furono messi in relazione con il virus della pandemia del 1918. 

Si è visto che i discendenti di questo virus circolano ancora oggi nei maiali.

Forse hanno continuato a circolare anche tra gli esseri umani, causando epidemie stagionali fino agli anni ’50, quando si fece strada il nuovo ceppo pandemico A/H2N2 che diede luogo all’Asiatica del 1957.

Da allora virus simili all’ A/H1N1 continuarono a circolare in modo endemico o epidemico negli uomini e nei maiali, ma senza avere la stessa patogenicità del virus del 1918.

Dal 1995, a partire da materiale autoptico conservato, furono isolati e sequenziati frammenti di RNA virale del virus della pandemia del 1918, fino ad arrivare a descrivere la completa sequenza genomica di un virus e quella parziale di altri 4. Il virus del 1918 è probabilmente l’antenato dei 4 ceppi umani e suini A/H1N1 e A/H3N2, e del virus A/H2N2 estinto.

Questi dati suggeriscono che il virus del 1918 era interamente nuovo per l’umanità e quindi, non era frutto di un processo di riassortimento a partire da ceppi già circolanti, come successe poi nel 1957 e nel 1968. Era un virus simile a quelli dell’influenza aviaria, originatosi da un ospite rimasto sconosciuto.


La curva della mortalità per età dell’influenza, che conosciamo per un arco di tempo di circa 150 anni. ha sempre avuto una forma ad U, con mortalità più elevata tra i molto giovani e gli anziani. Invece la curva della mortalità del 1918 è stata a W incompleta, simile cioè alla forma ad U, ma con in più un picco di mortalità nelle età centrali tra gli adulti tra 25 e 44 anni.

I tassi di mortalità per influenza e polmonite tra 15 e 44 anni, ad esempio furono più di 20 volte maggiori di quelli degli anni precedenti e quasi metà delle morti furono tra i giovani adulti di 20–40 anni, un fenomeno unico nella storia conosciuta. Il 99% dei decessi furono a carico delle persone con meno di 65 anni, cosa che non si è più ripetuta, né nel 1957 e neppure nel 1968. I fattori demografici non sono in grado di spiegare questo andamento.


I virus imparentati a quello del 1918 non diedero più segnali di sé fino al 1977, quando il virus del sottotipo H1N1 riemerse negli Stati Uniti causando un’epidemia importante nell’uomo.

Dopo aver causato un primo focolaio in America Settentrionale ad aprile 2009, un nuovo virus influenzale ha cominciato a diffondersi rapidamente nel mondo, finché a giugno dello stesso anno l’OMS ha dichiarato che si trattava di una p. influenzale. 

L’evento non si era più verificato dal 1968, anno dell’influenza di Hong Kong. 

Nel 2009 la p. di influenza H1N1 è stata dichiarata un PHEIC, così come il riemergere di casi di poliomielite in alcuni Paesi asiatici, del Medio Oriente e dell’Africa centrale nel 2014 e, nello stesso anno, l’epidemia di Ebola in Africa occidentale.

Il virus del 2009 (A/H1N1pdm09) non era mai stato identificato come causa di infezioni negli esseri umani. Le analisi genetiche hanno mostrato che ha la sua origine nei virus influenzali che colpiscono gli animali e che non ha relazioni con altri virus H1N1 che circolavano in precedenza.

La p. del 2009 si è mostrata meno pericolosa delle antecedenti. 

Tuttavia, le prime stime sulla mortalità diffuse dall’OMS nel 2010, contando i casi confermati dai laboratori (circa 16.000 morti), si sono rivelate troppo ottimistiche. 

Uno studio del 2013 valuta che la mortalità per problemi respiratori dovuta alla p. influenzale del 2009 sia stata circa 10 volte più alta: un numero di morti che va da 123.000 a 203.000

Inoltre, benché la mortalità sia simile a quella dell’influenza stagionale, è decisamente più alta tra le persone al di sotto dei 65 anni: tra il 62 e l’85% delle morti ha riguardato persone al di sotto di quella età, contro il 19% dell’influenza stagionale. Questo vuol dire che si sono persi molti più anni di vita (Simonsen, Spreeuwenberg, Lustig et al. 2013).

MERS-CoV. – Nel 2012 in Arabia Saudita è stata identificata una nuova malattia virale che colpisce le vie respiratorie e che può essere anche molto grave. Poiché i casi sono tutti collegati ai Paesi della penisola arabica, la malattia è stata battezzata MERS (Middle East Respiratory Syndrome) e il coronavirus che ne è la causa è il MERS-CoV. I coronavirus sono abbastanza comuni e normalmente causano malattie piuttosto lievi delle alte vie respiratorie, come il raffreddore, ma nel 2002 in Cina è apparso un nuovo coronavirus dalle caratteristiche particolari: causa una malattia molto grave chiamata SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome) che, tra il 2002 e il 2003, ha colpito 8.098 persone in 25 Paesi uccidendone 774.

Anche il MERS-CoV è degno di attenzione: la malattia che causa, i cui sintomi sono tosse, febbre e respiro affannoso, fino a metà gennaio 2015 ha colpito 955 persone e ne ha uccise 351, circa il 30%. I dati disponibili suggeriscono che i dromedari rappresentino la fonte d’infezione (diretta o indiretta) di molti casi umani (Al-Tawfiq, Memish 2014).

La trasmissione interumana appare invece limitata. Il passaggio del virus avviene prevalentemente attraverso goccioline di saliva o per contato diretto; sembra tuttavia plausibile anche la trasmissione per via aerea in quanto tracce di RNA (RiboNucleic Acid) virale sono state rilevate nell’aria di una stalla di dromedari colpiti dal virus. Le misure di prevenzione e controllo sono difficili da mettere in atto perché spesso non è possibile identificare i pazienti in modo precoce: infatti, i sintomi iniziali di questa malattia si possono confondere con quelli di altre patologie respiratorie.

Influenza H7N9 e H5N1. – Un’altra malattia che deve essere tenuta sotto controllo è l’influenza aviaria. Ci sono due virus rischiosi per l’uomo: H7N9 e H5N1. Il primo nel 2013 in Cina è stato individuato per la prima volta negli esseri umani, in pazienti che avevano avuto contatti con i polli. Da allora e fino a gennaio 2015 sono stati riportati 347 casi con un tasso di mortalità del 21%. 

Fino al 2015 non è stata confermata una trasmissione da persona a persona che possa considerarsi efficiente. L’altro virus, H5N1, è apparso per la prima volta nel 1997 e ha un tasso di mortalità ancora più alto: 59% (Bartlett 2014). La differenza principale tra i due virus è che mentre l’infezione causata da H5N1 risulta fatale in tempi rapidi negli uccelli, quella causata da H7N9 è normalmente asintomatica in questi animali. Questo vuol dire che H7N9 ha un reservoir (serbatoio) stabile e silente che è molto difficile da trovare ed eliminare.

Media e pandemie. – Le epidemie e le p. più recenti hanno messo in evidenza il ruolo determinante dei media nella comunicazione e nella gestione del rischio. Da un lato, come abbiamo visto, grazie ai rumours i media sono una delle fonti che contribuiscono a identificare un evento rischioso per la salute pubblica. Dall’altro lato, sono anche il canale di diffusione delle notizie alla popolazione quando c’è un’emergenza per la salute pubblica.

Oggi i social media e le informazioni scambiate su Internet si stanno sostituendo ai media tradizionali e si sta pensando di utilizzarli come opportunità per migliorare la sorveglianza degli eventi epidemici (Velasco, Tumacha, Denecke et al., 2014). 

In particolare, sta nascendo un nuovo settore di ricerca chiamato digital epidemiology che è un approccio interdisciplinare tra scienza, tecnologia e salute pubblica. Già esistono esempi di cosa può produrre questo approccio: un sistema per identificare le comunità con un maggior rischio di alta incidenza di influenza basato sull’analisi delle attitudini nei confronti della vaccinazione rilevate da Twitter (Costello 2015).

Nella percezione del pubblico, tuttavia, non sempre i media svolgono il loro ruolo in modo ineccepibile. Uno studio pubblicato in Svizzera ha analizzato come il pubblico dei non esperti ha recepito il comportamento di quanti, a vario titolo, sono stati coinvolti nella p. influenzale del 2009. 

Ne è uscito un quadro drammatizzato dove si muovono eroi (medici, ricercatori) e vittime (i Paesi poveri), mentre i media sono i cattivi che generano allarme o che sono marionette al servizio di interessi forti e industrie farmaceutiche (Wagner-Egger, Bangerter, Gilles et al. 2011). Infatti, un’accusa che spesso viene mossa ai media è quella di esagerare il rischio di un’epidemia contribuendo così a creare malintesi. Ma si è visto che spesso i media hanno avuto un’influenza positiva sulla percezione della malattia da parte della popolazione, facilitando gli interventi di prevenzione (Riva, Benedetti, Cesana 2014).

Un problema da tenere presente è che il termine epidemia viene utilizzato in due accezioni diverse dagli esperti e dai non esperti. Per i secondi il termine di solito implica un pericolo per la popolazione e un grande numero di vittime, non così per gli epidemiologi, come abbiamo visto. Questa discrepanza contribuisce a creare confusione e può diventare un problema nella comunicazione del rischio. 

L’obiettivo fondamentale infatti è evitare la paura, ma non sempre la comunicazione degli esperti riesce a raggiungerlo: il «New York Times», inondato negli ultimi mesi del 2014 da domande dei lettori su come ci si contagia con Ebola, sostiene che gli esperti spesso sono poco chiari e usano termini ambigui, come per es. l’espressione fluidi corporei, utilizzata senza specificare a quali fluidi è legato il rischio di contagio (Altman 2014).

C’è poi un problema di fondo: ogni nuova minaccia alla salute è accompagnata da incertezze che riguardano in particolare la comprensione di che cos’è la malattia e di quali sono i rischi di trasmissione. L’ammissione dell’incertezza però spesso dà luogo alla sensazione terrorizzante che le autorità sanitarie non sappiano quello che stanno facendo (Rosenbaum 2015). L’equilibrio tra la necessità di essere trasparenti anche su ciò che si ignora e la necessità di trasmettere indicazioni con autorevolezza è difficile da raggiungere e le strategie per ottenerlo meritano un’attenta riflessione da parte dei diversi attori coinvolti.

Bibliografia: Pubblicato da Treccani- P. Wagner-Egger, A. Bangerter, I. Gilles et al., Lay perceptions of collectives at the outbreak of the H1N1 epidemic: heroes, villains and victims, «Public understanding of science», 2011, 20, 4, pp. 461-76; L. Simonsen, P. Spreeuwenberg, R. Lustig et al., Global mortality estimates for the 2009 influenza pandemic from the GLaMOR project: a modeling study, «PLoS medicine», 2013, 10, 11:e1001558; J.A. Al-Tawfiq, Z.A. Memish, Middle East respiratory syndrome coronavirus: epidemiology and disease control measures, «Infection and drug resistance», 2014, 7, pp. 281-87; T.R. Frieden, I. Damon, B.P. Bell et al., Ebola 2014. New challenges, new global response and responsibility, «The New England journal of medicine», 2014, 371, 13, pp. 1177-80; E.C. Hayden, The Ebola questions, «Nature», 2014, 514, 7524, pp. 554-57; M.L. McNairy, W.M. El-Sadr, Antiretroviral therapy for the prevention of HIV transmission: what will it take?«Clinical infectious diseases», 2014, 58, 7, pp. 1003-1111; M.A. Riva, M. Benedetti, G. Cesana, Pandemic fear and literature: observations from Jack London’s The scarlet plague, «Emerging infectious diseases», 2014, 20, 10, pp. 1753-57; UNAIDS (United Nations AIDS), The gap report, Genève 2014; E. Velasco, A.T. Tumacha, K. Denecke et al., Social media and Internet-based data in global systems for public health surveillance: a systematic review, «The Milbank quarterly», 2014, 92, 1, pp. 7-33; L. Rosenbaum, Communicating uncertainty. Ebola, public health, and the scientific process, «The New England journal of medicine», 2015, 372, 1, pp. 7-9. Webgrafia: L.K. Altman, Epidemic of confusion. Like AIDS before it, Ebola isn’t explained clearly by officials, «The New York Times», 10 nov. 2014, http://www.nytimes. com/2014/11/11/health/ likeaids-before-it-ebola-isnt-explained-clearly-byofficials. html?_r=0; J.G. Bartlett, An epidemic of epidemics, «Medscape infectious diseases», 2014, http://www.medscape.com/viewarticle/821073;Graphic: as Ebola’s death toll rises, remembering history’s worst epidemics, «National geographic», 25 ott.2014, http://news. nationalgeographic.com/news/2014/10/ 141025-ebola-epidemic-perspective-historypandemic/; V. Costello, Researchers changing the way we respond to epidemics with Wikipedia and Twitter, «PLoS blogs», 29 genn. 2015, http://blogs.plos.org/blog/2015/01/29/researchers-changing-wayrespond-epidemics-wikipedia-twitt/. Tutte le pagine web si intendono visitate per l’ultima volta il 6 agosto 2015.

Saturday, February 29

GIORNALISTI COMPRATI DA DECENNI

Il 13 gennaio 2017, è morto Udo Ulfkotte.A causa di un infarto cardiaco, apparentemente, sebbene l’immediata cremazione del corpo e l’assenza di un’autopsia non mancheranno di alimentare, proprio per lui che è sempre stato descritto come un teorico della cospirazione, gravi dubbi sulle reali cause della sua morte. 

Nato nel 1960 a Lippstadt in Vestfalia studiò diritto e scienze politiche all’Università di Friburgo dove ottenne il dottorato di ricerca con una dissertazione sulla politica americana e sovietica nel Medio Oriente

Nel 1986 entrò alla redazione della Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ) dove fu per anni corrispondente dall’estero ed acquisì una profonda conoscenza di decine di Paesi, specie in Medio Oriente. 

In quegli anni, così riferì lo stesso Udo Ulfkotte in un’intervista a Russia Today e nel suo recente libro dedicato al tema, egli partecipò a un diffuso sistema di corruttela dei giornalisti tedeschi,indotti da prebende e pressioni a diffondere notizie la cui finalità non era tanto quella di raccontare la verità, quanto quella…di Alessandro Fusillo

Saturday, July 28

1991-2011 FASCISMO-ECONOMICO OVVERO BUGIE E SANGUE

Guai se la denuncia del nazi-fascismo, risuonata nel 70° anniversario della liberazione di Auschwitz, servisse a depistare l’opinione pubblica dall’altro più pericoloso FASCISCMO quello ECONOMICO, fondato, principalmente, sulla menzogna che giustifica i peggiori atti, terminando in sistematiche aggressioni a POPOLI E CULTURE, AUTOCTONE, DEL MONDO INTERO

Per esempio la Jugoslavia, rasa al suolo dopo la decisione della Germania, assieme al Vaticano (1991) di riconoscere i separatisti, cattolici, sloveni e croati: inaccettabile, per la nascente EUROZONA, la sopravvivenza di un grande Stato, multi-etnico, come la JUGOSLAVIA  e, con l’economia interamente in mani pubbliche. 

Per esempio la Libia, di Muhamar Gheddafi, travolta dopo una sua  decisione di costituire una Banca Centrale africana con  un'unica moneta in oro, alternativa al dollaro. 

E avanti così, dalla Siria all’Ucraina, fino alle contorsioni terrificanti del cosiddetto ISIS, fondato sulle unità di guerriglia addestrate dall’Occidente in Libia contro Gheddafi, poi smistate in Siria contro Assad e quindi dirottate in Iraq. Possiamo chiamarlo come vogliamo, dice John Pilger, ma è sempre fascismo-economico


«Se gli Stati Uniti e i loro vassalli non avessero iniziato la loro guerra di aggressione in Iraq nel 2003, quasi un milione di persone oggi sarebbero vive, e lo Stato Islamico non ci avrebbe fatto assistere alle sue atrocità», scrive Pilger in una riflessione ripresa dal “Come Don Chisciotte”. 


Se gli USA avessero esitato, disse Obama, la città di Bengasi «avrebbe potuto subire un massacro che avrebbe macchiato la coscienza del mondo». Peccato che Bengasi non sia mai stata minacciata da nessuno: «Era un’invenzione delle milizie SCIITE-islamiche che stavano per essere sconfitte dalle forze governative libiche».

I nuovi “mostri” sono «la progenie del fascismo-economico moderno, svezzato dalle bombe, dai bagni di sangue e dalle menzogne, che sono il teatro surreale conosciuto col nome di “informazione”». Infatti, «come durante il fascismo-economico degli anni ‘30 e ‘40, le grandi menzogne vengono trasmesse con la precisione di un metronomo grazie agli onnipresenti, ripetitivi media e la loro velenosa censura per omissione». 

In Libia, nel 2011 la NATO ha effettuato 9.700 attacchi aerei, più di un terzo dei quali mirato ad obiettivi civili, con strage di bambini. Bombe all’uranio impoverito, sganciate su Misurata e Sirte, bombardate a tappeto. Il massacro di Ghedaffi in diretta mondiale, da parte degli uomini del DGSE, mischiati tra la folla, «è stato giustificato con la solita grande menzogna: Ghedaffi stava progettando il “genocidio” del suo popolo». Al posto della verità: Ghedaffi stava denunciando Nicholas Sarkozy per corruzione

L'insignificante Barak Obama, premio Nobel per la pace disse che se gli USA, non fossere intervenuti immadiatamente, la città di Bengasi «avrebbe potuto subire un massacro che avrebbe macchiato la coscienza del mondo» 

Paradossalmente, avvene un ALTRO tragico fatto:" il, prevedibile, massacro dell'ambasciatore statunitense Chris Stevens e della sua scorta a Bengazi sotto la totale INERZIA della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato. 

Peccato per il povero Stevens, ma Bengasi non è mai stata minacciata da nessuno: «Era una INFAME invenzione delle milizie islamiche sciite libiche che stavano per essere sopraffatte e sconfitte dalle forze governative tripolitane». Le milizie, aggiunge Pilger, dissero alla “Reuters” che ci sarebbe stato «un vero e proprio bagno di sangue, un massacro come quello accaduto in Ruanda». 

La menzogna, segnalata il 14 marzo 2011, ha fornito la prima scintilla all’inferno della NATO, definito da David Cameron come «intervento umanitario». Molti dei “ribelli” sciiti, segretamente armati e addestrati dalle SAS britanniche, sarebbero poi diventati ISIS, decapitatori di “infedeli”. 

In realtà, per Obama, Cameron e Sarkozy – scrive Pilger – il vero crimine di Gheddafi, come prima anticipato, fù l'imminente indipendenza economica della Libia dal franco francese e dal dollaro USA e la sua dichiarata intenzione di smettere di vendere in dollari USA le più grandi riserve di petrolio dell’Africa, minacciando così il petrodollaro, che è «un pilastro del potere imperiale MONDIALE DO CONTROLLO americano». 

«Era l’idea stessa ad essere intollerabile per gli Stati Uniti, che si preparavano ad “entrare” in Africa -gia nel 1999, corrompendo i governi africani con offerte di Clinton e Blair-collaborazione-militare».

Così, “liberata” la Libia, Obama «ha confiscato 30 miliardi di dollari dalla banca centrale libica, che Gheddafi aveva stanziato per la creazione di una banca centrale africana e per il dinaro africano, valuta basata sull’oro».

La “guerra umanitaria” contro la Libia aveva un modello vicino ai cuori liberali occidentali, soprattutto nei media, continua Pilger, ricordando che, nel 1999, Bill Clinton e Tony Blair inviarono la Nato a bombardare la Serbia, «perché, mentirono, affermando che i serbi stavano commettendo un “genocidio” contro l’etnia albanese della provincia secessionista del Kosovo»


Finiti i bombardamenti della NATO, con gran parte delle infrastrutture della Serbia in rovina – insieme a scuole, ospedali, monasteri e la televisione nazionale – le squadre internazionali di polizia scientifica scesero sul Kosovo per riesumare le prove del cosiddetto “olocausto”. L’FBI non riuscì a trovare una singola fossa comune e tornò a casa.

Il team spagnolo fece lo stesso, e chi li guidava dichiarò con rabbia che ci fu «una piroetta semantica delle macchine di propaganda di guerra». Un anno dopo, un tribunale delle Nazioni Unite sulla Jugoslavia svelò il conteggio finale dei morti: 2.788, cioè i combattenti su entrambi i lati, nonché i serbi e i rom uccisi dall'UCK. «Non c’era stato alcun genocidio.

L' "olocausto” jugoslavo è stato una menzogna».

L’attacco NATO era stato fraudolento, insiste Pilger, spiegando che «dietro la menzogna, c’era una seria motivazione: la Jugoslavia era un’indipendente federazione multietnica, unica nel suo genere, che fungeva da ponte politico ed economico durante la guerra fredda».

Attenzione: «La maggior parte dei suoi servizi e della sua grande produzione era di proprietà pubblica. Questo non era accettabile in una Comunità Europea in piena espansione, in particolare per la nuova Germania unita, che aveva iniziato a spingersi ad Est per accaparrarsi il suo “mercato naturale” nelle province jugoslave di Croazia e Slovenia». 

Sicché, «prima che  gli europei si riunissero a Maastricht nel 1991 a presentare i loro piani per la disastrosa Euro-Zona, un accordo segreto era stato approvato: la Germania avrebbe riconosciuto la Croazia». Quindi, «il destino della Jugoslavia era segnato».

La solita macchina stritolatrice: «A Washington, gli Stati Uniti si assicurarono che alla sofferente Pilger-economia jugoslava fossero negati prestiti dalla Banca Mondiale, mentre la NATO, allora una quasi defunta reliquia della guerra fredda, fu reinventata, CON PRONTEZZAcome tutore dell’ordine imperiale».

Nel 1999, durante una conferenza sulla “pace” in Kosovo a Rambouillet, in Francia, i serbi furono sottoposti alle tattiche ipocrite dei sopracitati tutori. «L’accordo di Rambouillet comprendeva un allegato B segreto, che la delegazione statunitense inserì all’ultimo momento».

La clausola esigeva che tutta la Jugoslavia – un paese con ricordi amari dell’occupazione nazista – fosse messa sotto occupazione militare, e che fosse attuata una “economia di libero mercato” con la privatizzazione di tutti i beni appartenenti al governo.

«Nessuno Stato sovrano avrebbe potuto firmare una cosa del genere», osserva Pilger. «La punizione fu rapida; le bombe della Nato caddero su di un paese indifeso. La pietra miliare delle catastrofi era stata posata

Seguirono le catastrofi dell’Afghanistan, poi dell’Iraq, della Libia, della Siria, e adesso dell’Ucraina. Dal 1945, più di un terzo dei membri delle Nazioni Unite – 69 paesi – hanno subito alcune o tutte le seguenti situazioni per mano del moderno fascismo-economico

Sono stati invasi decine e decine di governi, i loro legali rappresentanti rovesciati, i loro movimenti popolari soppressi, i risultati delle elezioni sovvertiti, la loro gente bombardata e le loro economie spogliate di ogni protezione, le loro società sottoposte a un assedio paralizzante noto come “sanzioni”. Lo storico britannico Mark Curtis stima il numero di morti in milioni

«Come giustificazione, in ogni singolo caso una grande, immensa, sporca menzogna è stata raccontata dalla centrale del fascismo-economico-mondiale.»