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Saturday, March 3

AD MEMORIAM AETERNAM: «Alleanza per un nuovo Kosovo»

Una grande "LOBBY BUSHIANA" si è inventata il Kosovo!! Sorpresa! 

Mentre tra Belgrado, Pristina, Bruxelles, Tirana, Washington e Mosca è in corso il preparativo-scontro finale pro o contro l'indipendenza del Kosovo, ecco apparire sulla scena politica del Kosovo il signor Behgjet Pacoli, il proprietario della Mabetex, colui che - stando alla magistratura di Lugano - aiutò Boris Eltsin non solo a dotarsi di una sontuosa carta di credito appoggiata a una banca svizzera, ma - secondo la magistratura di Trento - fu il riciclatore di alcune decine di milioni di dollari per conto della «Famiglia» di Boris Eltsin , più specificamente della figlia di Pavel Borodin, ex capo dell'Amministrazione del Cremlino, nonché per la compravendita di alcuni aerei militari venduti da Rosvooruzhenie ad un paese latino-americano attraverso i servizi segreti dello stesso, e che fruttarono tangenti per altre decine di milioni di dollari. 

Siamo, come ben si vede, al centro di un vorticoso movimento di capitali mafiosi dalla Russia verso banche occidentali e offshore vari, tutti facenti capo ai vertici politici della Russia eltsiniana, passati tutti, di riffa o di raffa, attraverso il signor Pacoli, ex marito, tra le altre cose, della signora Anna Oxa.

Adesso Pacoli entra direttamente in politica, non senza essersi conquistato appalti perfino nella lontana Astana, capitale nuova di zecca del Kazakhstan di Nursultan Nazarbaev. Da cui, visti i precedenti, ci si può aspettare di veder uscire verso ignote destinazioni altre decine, centinaia, di milioni di dollari, riciclati per conto dell'altra «Famiglia» presidenziale asiatica.

Behgjet Pacoli è a suo modo un genio, uno che sa cogliere lo spirito dei tempi, uno che ambisce a far parte del superclan mondiale e probabilmente ci riuscirà. 

Ibrahim Rugova è in fin di vita e non è a lui che potrà essere affidato il futuro del Kosovo, una volta reso indipendente dalla Serbia. Gli unici leader kosovari disponibili sulla piazza sono rinomati assassini ed ex terroristi dell'UCK, alcuni perfino (formalmente) sotto inchiesta da parte del tribunale dell'Aja come Ramush Haradinaj

Impresentabili dunque perfino di fronte a una Europa disposta a chiudere entrambi gli occhi e le orecchie.

Qualcuno bisognerà trovare. E il «nostro» Pacolli è già pronto a fare il grande salto. Per intanto si è offerto di costruire - di tasca propria, i lavori già fervono - la nuova università americana di Pristina. Circa venti milioni di dollari. L'università americana di Pristina nascerà con i proventi dei furti perpetrati ai danni dei cittadini russi. 

Gli europei mandano in giro, a fare da mediatore, l'ex presidente finlandese Martti Ahtisaari; gli americani, oltre alla più grande base militare europea, si fanno costruire a Pristina, gratis, la loro università, quella con cui costruiranno i «quadri» della futura indipendenza kosovara. Osservare la differenza e la divisione dei compiti.

Non c'è da stupirsi dunque se le azioni di Pacoli sono in veloce crescita anche a Washington, visto che è là che si decide la sorte del Kosovo. Con i soldi guadagnati riciclando i denari che Eltsin rubava ai russi, il dinamico Behgjet ha messo in piedi una grande lobby negli USA, denominata «Alleanza per un nuovo Kosovo», che annovera tra i suoi sponsor l'ex segretario alla Difesa Frank Carlucci, presidente emerito del Gruppo Carlyle; Samuel Hoskinson, ex vice-capo del National Intelligence Council; la impresa di pressione politica Jefferson Waterman International, e alcuni analisti del Center for International Strategic Studies (CSIS) di Washington, il più rinomato dei quali è Janusz Bugajski, la cui provenienza est europea è resa evidente dal nome e cognome.

Le idee dell'«Alleanza per un nuovo Kosovo» sono state messe a punto alla fine del mese di novembre in una riunione tenutasi nel rinomato Metropolitan Club di Washington. Ne ha riferito qualche settimana fa il Financial Times. Si tratta di alcuni concetti semplici e chiari: se Belgrado cerca di resistere alla prospettiva di abbandonare definitivamente il Kosovo, bisognerà imporglielo senza perdere altro tempo. L'Europa recalcitrante dovrà essere opportunamente «spintonata». E si deve tenere conto anche che nemmeno a Washington tutti sono dello stesso avviso, per il momento.

L'essenziale, però, è far sapere che l'Amministrazione Bush ha rotto gl'indugi e si sta muovendo decisamente verso quella prospettiva. Per questo motivo diverse ambasciate est europee di paesi membri dell'Unione, e un nutrito gruppo di deputati del parlamento di Bruxelles, di eguale origine, sono in movimento per promuovere un'accelerazione della politica europea in quella stessa direzione.

Ahtisaari è premuto e preme a sua volta su Belgrado e sul presidente Boris Tadic perché accettino «l'inevitabile».

Nel frattempo si lavora sotto banco per trasformare l'«inevitabile» in realtà. Come dimostra la fuga ormai irrefrenabile dei serbi rimasti in Kosovo. Chi rimane rischia la vita.

La pulizia etnica alla rovescia - cioè degli albanesi contro i serbi - non ha sosta, mentre le forze europee che presidiano il territorio non fanno quali nulla per fermarla. 

Secondo i dati della stessa amministrazione ONU del Kosovo, il numero dei serbi che rimangono asserragliati in Kosovo, in enclaves sempre più ridotte nelle vicinanze della frontiera serba, è più che dimezzato rispetto alla situazione della fine del 1999.

Behjiet Pacoli è il "cacio sui maccheroni". Sarà bene prepararsi a vederlo apparire a Pristina in pompa magna, scortato dalle guardie del corpo del gruppo Carlyle.
 l Rito Scozzese Antico ed Accettato è uno dei Sovrani Ordini Iniziatici della Massoneria. Si articola in trentatré gradi, anche se di fatto non tutti i gradi vengono praticati. Il Rito Scozzese, come altri corpi rituali (Rito Simbolico Italiano, Rito di York, ecc.), costituisce un percorso di approfondimento della Massoneria, al di là dei primi tre gradi, detti simbolici (Apprendista, Compagno, Maestro). Per poter accedere al Rito Scozzese occorre quindi far parte dell'Ordine massonico, con il grado di Maestro. In Italia esistono vari Supremi Consigli del Rito Scozzese, associati alle varie obbedienze massoniche ma solamente il Rito Scozzese Antico e Accettato, aderente al Grande Oriente d'Italia e con sede a Piazza del Gesù in Roma è riconosciuto a livello internazionale dal Supreme Council, Scottish Rite (Southern Jurisdiction, USA), noto ai massoni di tutto il mondo come "Mother Supreme Council of the World", ovvero Supremo Consiglio Madre del Mondo. Alcune obbedienze massoniche (ad esempio il Grande Oriente d'Italia) ammettono vari corpi rituali, fra i quali appunto il Rito Scozzese, mentre altre (ad esempio la Gran Loggia d'Italia), pur prevedendo una separazione fra ordine e rito (uniti in questo caso al vertice), ammettono solo il Rito Scozzese; altre ancora, come il Supremo Consiglio d'Italia e San Marino (Acadèmia), comprendono in un'unica piramide tutti i trentatré gradi. L'attuale Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese aderente al Grande Oriente d'Italia è David Cerniglia, mentre quello del Rito Scozzese aderente alla Gran Loggia d'Italia è Luigi Pruneti.


1. Esso si collega alle origini dell'Ordine Reale di Scozia creato dal re ROBERT BRUCE verso il 1314 con il gruppo dei Cavalieri Templari scampati ai massacri di Filippo il Bello, quando il loro gran maestro Jacques de Molay fu messo al rogo.
Nel secolo XIV l'élite dell’oligarchia britannica si raccolse nel VENERABILISSIMO ORDINE DI S. GIOVANNI DI GERUSALEMME, ramo britannico dell'antico Ordine dei Cavalieri di Malta, fondato nel 1070. L 'Ordine di S. Giovanni costituisce ancora oggi l’alta onorificenza britannica concessa a persone di gran merito verso la monarchia.
Nel 1717 la massoneria si ristrutturava a Londra su nuove basi e si diffondeva in Europa soprattutto nell'imminenza della Rivoluzione francese. Alla loggia madre d’Inghilterra erano stati iniziati Voltaire e gli illuministi che confluirono nell'Enciclopedismo. Anche gli Stati Uniti d'America nascevano all’insegna degli ideali massonici.  
2. LORD PALMERSTON e il suo ministro degli Esteri J. Russel erano imparentati con l'antica discendenza del re Robert Bruce, conte di Elgin, attraverso una serie di matrimoni che li tenevano legati al ramo più potente dell'Ordine di S. Giovanni. I suoi rapporti con il Rito Scozzese della massoneria erano quindi un'esigenza di famiglia, ed egli se ne servì ampiamente per le sue mire di imperialismo politico non meno che per l'espansionismo commerciale.
Lord Palmerston come primo ministro della Regina Vittoria d'Inghilterra e gran maestro del Rito Scozzese sapeva di poter contare su una forza politica di primo ordine appoggiandosi all'organizzazione massonica, e impegnò, MAZZINI, KOSSUTH e LEDRU ROLLIN nella sollevazione dell'Europa coi moti rivoluzionari del 1848. Emanazioni massoniche furono la Carboneria e l'Alta Vendita.
Sulla stessa linea rivoluzionaria l'ebreo BENJAMIN DISRAELI, sfuggito alla prigione per i debiti in grazia dell’aiuto dei Rothschild, lanciava in Inghilterra i Giovani Inglesi. In Russia l'ebreo ALEXANDER HERZEN dava vita a una organizzazione analoga che sarebbe stata in seguito capeggiata da MICHAIL BAKUNIN. In Cina il governo inglese poteva contare sull'organizzazione segreta della Triade, che controllava il traffico della droga.
3. Per avvalersi dell'apporto indispensabile della finanza ebraica, Lord Palmerston fondò l'Ordine di Sion, mantenuto finanziariamente coi contributi delle famiglie dell'aristocrazia sionista, le quali avevano stretti, rapporti con l’oligarchia britannica fin dai tempi della fondazione della Banca d'Inghilterra.
L'Ordine di Sion era controllato dalla Commissione Britannica dei Deputati, fondata fin dal 1763. Gli ebrei MOSES MONTEFIORE, (L’«ebreo favorito della Regina Vittoria»), BENJAMIN DISRAELI (che sarebbe poi diventato primo ministro inglese) e i ROTHSCHILD si accordarono a interferire nella politica americana, e nel 1843 fondarono il B'nai Brith, gran loggia del Rito Scozzese per gli ebrei residenti negli Stati Uniti. Il B'nai Brith ebbe quartiere generale al n. 456 di Grand Street a Manhattan, nella casa di Joseph Seligman, commerciante di tessuti. Seligman è un nome che si incontra ancora a Wall Street con quello dei sionisti contemporanei Belmont, Loeb, Schiff e Lazard.
Dall'Ordine di Sion si diramarono altre connessioni assai utili per la politica britannica, come i BRONFMAN, ebrei rumeni che si trasferirono in America al tempo della rivoluzione del 1887, dando origine a un'organizzazione che avrebbe avuto grande incidenza nel traffico della droga.
4. Disraeli e Montefiore diedero origine in Francia all'Alliance Israélite Universelle, che agiva in collaborazione con l’Ordine di Sion. Entrambe le formazioni furono dirette da ADOLPHE CREMIEUX.
A queste organizzazioni viene addebitato l'assassinio del presidente americano Abramo Lincoln (Kd 35s), quale operazione politica di Palmerston intesa a indebolire l'opposizione americana al dominio inglese. Gli interessi dei grossi commercianti di allora erano legati al traffico dei tessuti, che dava lavoro a Liverpool con quelle aberrazioni che divennero famose per lo sfruttamento delle donne e dei bambini, e al traffico della droga, operazione chiave di tutta l'economia inglese ai tempi di Lord Palmerston.
5. La funzione del B’nai Brith era di fungere da copertura a operazioni di spionaggio per conto dei Montefiore e dei Rothschild, operanti tramite le massonerie, gli Odd Fellows, e un altro ramo di rito scozzese chiamato Cavalieri del Cerchio d'Oro, che rappresentarono la scuola di addestramento per tutta la dirigenza politica e militare degli Stati Uniti.
Nell'ambito dei Cavalieri del Cerchio d'Oro si sviluppò la Setta dei Ku Klux Klan fondata da Judah Benjamin e Kuttner Baruch, finanziata dai Rothschild e Montefiore e guidata dal generale ALBERT PIKE, che con GIUSEPPE MAZZINI ideò il Palladismo americano come massoneria efficace per l'affermazione dell'imperialismo inglese.
Sulle orme dei commercianti di tessuti che avevano posizioni di primo piano nel B'nai Brith entrarono in scena negli Stati Uniti i Picciotti di Mazzini, che organizzarono la mafia (dal motto «Mazzini Autorizza Furti Incendi Attentati»?) a New Qrleans, New York e Palermo. In essa si distinse un certo Macheca che creò la banda degli Innocenti.
Alle dipendenze dei Seligman e di altri banchieri sionisti agli ordini del governo inglese, il generale Pike coi suoi tagliagola incappucciati - i Ku Klux Klan - e Macheca coi suoi Innocenti in mantello bianco e la croce di Malta scorrevano nelle terre del Sud America scatenando tale ondata di violenza da distruggere, pochi anni dopo l'assassinio di Lincoln, il programma di ricostruzione e di emancipazione degli schiavi messo a punto da Lincoln stesso.
Alla morte di Bacheca, linciato dalla folla che lo aveva strappato di prigione, la mafia si die
de all’attività commerciale creando la United Fruit , poi United Brands Company, che ancor oggi contrabbanda cocaina in molti paesi.
6. Alla scuola di Oxford, in Inghilterra, lo scozzesismo si fonde con la corrente socialista iniziata da Ruskin che confluì alla Round Table, al RIIA e agli ambienti della Trilaterale
Dalla Round Table al RIIA
1. Il 19 maggio 1919 il colonnello EDWARD MANDELL HOUSE, membro della massoneria illuminista e sinarchica dei Masters of Wisdom e della Round Table, invitava a pranzo un certo numero di delegati inglesi e americani, appartenenti come lui stesso alla Round Table e alla Conferenza della Pace.
Dalla parte americana c'era il rabbino Stephen Wise e altri che House stesso aveva collocato attorno al presidente degli Stati Uniti T.W. Wilson; dalla parte inglese House aveva chiamato un folto gruppo di altri membri della Round Table di tendenza socialista. C'erano anche J.M. KEYNES e R.H. TAWNEY, autori di opere che preconizzavano un nuovo ordine mondiale fondato sulla dottrina socialista (che in Keynes sembrò raggiungere l'espressione più pura). Entrambi intendevano stabilire una cooperazione con Mosca, e intorno ad essi gravitavano persone che ebbero parte importante nella promozione del socialismo anglo-americano: C. Rabinovitch, B. Shaw, B. Russel, S. Webb, H.G. Wells, ecc. Costoro appartenevano alla Fabian Society, che auspicava una federazione mondiale socialista incentrata nell'impero britannico. Shaw aveva proclamato in pubblico: «Noi siamo socialisti, e il partito russo è il nostro» (H. PEARSON Bernard Shaw, 1949).
Dall'incontro all'Hotel Majestic nacque l'idea di un organismo anglo americano per lo studio dei problemi internazionali, idea che si concretizzò nel British Institute of International Affaires, con sede a Londra, in quella stessa Chatham House dove risiedeva la Round Table. Su invito del re Giorgio V, l’istituzione prese il nome definitivo di The Royal Institute of International Affairs (RIIA, noto anche come Chatham House).
La branca americana dello stesso istituto prese il nome di Council of Foreign Relations (CFR).
Queste istituzioni, che hanno una importanza fondamentale nella Politica anglo americana, si svilupparono quindi sul ceppo dell’ideologia socialista di Rouskin, fabiana e keynesiana, decisamente filocomunista; e sono al centro di diverse convergenze, quali lo scozzesismo massonico, che fa capo alla corona reale, l'alta finanza mondialista, sia anglo-americana, sia israelitica, e anche una notevole venatura di esoterismo, per via di ELENA BLAVATSKY, fondatrice della società teosofica, di ANNIE BESANT, e di altri apporti iniziatici che risalgono al tempo di Palmerston (BULWER LYTTON).
La Chatham House è il perno della politica inglese, e vi si decidono gli affari di maggior interesse riguardanti la sicurezza europea, il commercio Ovest-Est, il disarmo, il Medio Oriente, la Trilaterale , gli incontri Bilderberg, ecc. Allo stesso centro fanno capo lo scozzesismo, la grande stampa (The Economist, ecc.), le multinazionali, le banche, i centri, la ricerca scientifica, collegati al RIIA.
2. Il RIIA ha le sue versioni o collegamenti:
a) nel Commonwealt britannico, cioè
- in Canada: CIIA;            
- in Pakistan: PIIA;
- in Australia: AIIA;          
- in Terra Nuova;
- in Nuova Zelanda: NZIIA; 
- in Egitto;
- nel Sud Africa: SAIIA;     
- nel Niger;
- in India: ICWA;
b) nei paesi dell'Europa Occidentale, tramite il Centro di Studi di Politica Estera (CEPE):
- Francia: IFRI;                         
- Finlandia: FIIA;
- Belgio: IRRI;                           
- Svezia: UI;
- Germania: DGAP;                     
- Norvegia: NUPI;
- Austria;                                 
- Paesi Bassi;
- Svizzera;
- Iran;
- Italia: IAI (Istituto Affari Internazionali) e ISPI (Istituto per gli studi di Politica Internazionale)
C) in Asia,
- Cina Popolare: CPIFA;     
- Singapore: SIIA;
- Cina Nazionalista: IIR;     
- Vietnam: VCFR;
- Corea: KIIA;                 
- Israele: IISIA;
- Giappone: JITA;
d) nei paesi comunisti dell'Est:
- Unione Sovietica: Istituto d'Economie Mondiale et de Relations Internationales;     
- Bulgaria;
- Germania Orientale;        
- Yugoslavia;
- Romania;
- Ungheria;
- Polonia: PISM.
e) Una considerazione a parte meritano le istituzioni anglo-americane collegate al RIIA: Institute Atlantique, Brookings Institution, Pugwash, Institut International d'Analyse des Systemes Appliqués (IIASA), ecc.
3. Il distaccamento italiano del RIIA è l'Istituto Affari Internazionali (IAI), creato nel 1965 dalla Fondazione Olivetti, dall'Associazione di cultura politica Il Mulino e dal centro studi Nord-Sud su proposta del deputato Altiero Spinelli.
Così informa il Moncomble, che aggiunge le notizie seguenti, che riportiamo su sua responsabilità.
- Lo Spinelli è membro della Commissione della Comunità Europea, capo del Movimento Federalista Europeo dal 1945 al 1961; nel 1976 si presentò alle elezioni nella lista comunista. Il suo sinistrismo a tutti noto non impedì che gli fosse affidato un incarico che lo metteva al corrente di tutti i segreti della politica industriale e tecnologica dei nove paesi del Mercato Comune. E’ anche un Bilderberg (v. p. 46).
-  Ma il patrono dell'IAI è GIANNI AGNELLI, suo grande amico, che «in Italia rappresenta ciò che è Rockefeller negli Stati Uniti» (Le Figaro, 11 marzo 1974). Egli è capo della Fiat, un'industria che impegna 250.000 persone, e tramite l'Istituto Finanziario Industriale (IFI) si estende a industrie, banche, edizioni, giornali, non solo in Italia ma anche all'estero (Lancia, Ferrari, Magurus Deuz, Seat, Togliattigrad). In particolare controlla La Rinascente , le Edizioni Fabbri, La Stampa , il Corriere della Sera, L'Espresso, La Repubblica, vale a dire la stampa massonica italiana; ha pure partecipazioni al Play Boy, nella Cinzano, nel Club Mediterraneo (per un accordo con Edmond de Rothschild), nella Bantham Books, nei profumi Caron. Sua figlia Margherita ha sposato A. Elkann, presidente del concistoro israelita di Parigi.
E’ membro del partito repubblicano, attorno al quale ha convogliato la borghesia laica. Tramite L'Espresso provocò le dimissioni di Leone. Tramite Caracciolo acquistò la partecipazione al giornale comunista Paese Sera, Le sue idee filocomuniste sono note.
Legatissimo a David Rockefeller, di cui condivide il programma mondialista, egli pensa che l'Italia, tramite il Pci, deve diventare la prima testa di ponte nel processo di integrazione tra il comunismo e il capitalismo occidentale (LEVINSON C. Vodka-Cola, Vallecchi, Firenze 1978, pp. 336).
Giorgio Amendola scrive a suo riguardo su Newsweek: «La crisi mondiale, monetaria ed economica, è divenuta per l'Italia una crisi di produzione. Noi comunisti sappiamo che c'è una crisi vera, e non una manovra dell'imprenditore Agnelli... Non vogliamo la nazionalizzazione della Fiat: vogliamo aiutare Agnelli a risolvere i suoi problemi» (Le Monde, 18 ottobre 1974). Ciò fa dire a Viglione, presidente socialista della regione Piemonte: «Agnelli ci ha tenuti all'oscuro di tutto, secondo la sua abitudine; del resto, in assenza di una politica estera da parte del governo, è lui che in parte detta la politica estera italiana» (Valeurs Actuelles, 22 agosto 1977).
Le sue simpatie per il Pci sono in linea con gli intendimenti della Trilaterale.
-- Grande influsso sull’AII ha pure GUIDO CARLI, già governatore della Banca d'Italia, che ha entratura sia presso i dirigenti finanziari di Washington, sia presso quelli di Mosca; ha collaborato con Agnelli alla costruzione della Fiat di Togliattigrad. Si incontrava notoriamente con George Ball, consigliere di politica estera di Carter. Come Agnelli, è Bilderberg, membro della Trilaterale e dell'Istituto Atlantico
-- Altro uomo di primo piano dell’IAI è ARRIGO LEVI, già direttore de La Stampa e corrispondente a Mosca, e buon conoscitore dei problemi della politica Est-Ovest; lui pure Bilderberg e membro dell’Alleanza Atlantica.
Il Moncomble riporta il seguente elenco degli appartenenti all’IAI e all’Istituto Atlantico.
Tale appartenenza va valutata nel realismo dei ruoli assunti in seno alle stesse istituzioni, senza pregiudiziali negative di principio
-         Agnelli Giovanni, Trilaterale, Bilderberg, FIAT, Chase Manhattan Bank
-         Amato Giuliano
-         Benvenuto Giorgio, Uil
-         Carli Guido, B, A, Confindustria, Banca d’Italia
-         Colombo Furio, La Stampa
-         Cossiga Francesco, B, dc
-         Dini Lamberto
-         La Malfa Giorgio , T, B
-         Peccei Aurelio, B, A, Club di Roma
-         Prodi Romano
-         Saragat Giuseppe, psdi
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Con l'affermazione del Rito Scozzese Antico ed Accettato si giunge ad un nuovo sistema basato su 33 gradi di cui i primi tre non fanno parte del rito, ma dell'Ordine massonico:
  • 1.Apprendista
  • 2.Compagno
  • 3.Maestro
  • 4.Maestro Segreto
  • 5.Maestro Perfetto
  • 6.Segretario Intimo
  • 7.Prevosto e Giudice o Maestro Irlandese
  • 8.Intendente degli Edifici
  • 9.Cavaliere Eletto dei Nove
  • 10.Cavaliere Eletto dei Quindici
  • 11.Sublime Cavaliere Eletto
  • 12.Gran Maestro Architetto
  • 13.Compagno dell'Arco Reale di Enoch
  • 14.Grande Eletto Perfetto e Sublime Massone o Grande Scozzese della Volta Sacra
  • 15.Cavaliere d'Oriente o della Spada
  • 16.Principe di Gerusalemme, Gran Consigliere, Capo delle Logge Regolari
  • 17.Cavaliere d'Oriente e d'Occidente
  • 18.Sovrano Principe Rosa+Croce o Cavaliere dell'Aquila e del Pellicano
  • 19.Gran Pontefice o Sublime Scozzese detto della Gerusalemme Celeste
  • 20.Venerabile Gran Maestro di tutte le Logge regolari, Sovrano Principe della Massoneria o Maestro a vita
  • 21.Noachita o Cavaliere Prussiano
  • 22.Cavaliere dell'Ascia Reale o Principe del Libano
  • 23.Capo del Tabernacolo
  • 24.Principe del Tabernacolo
  • 25.Cavaliere del Serpente di Bronzo
  • 26.Scozzese Trinitario o Principe di Compassione
  • 27.Grande Commendatore del Tempio o Sovrano Commendatore del Tempio di Gerusalemme
  • 28.Cavaliere del Sole o Principe Adepto
  • 29.Grande Scozzese di Sant'Andrea di Scozia o Patriarca delle Crociate, Cavaliere del Sole, Gran Maestro della Luce
  • 30.Grande Eletto Cavaliere Kadosch o Cavaliere dell'Aquila Bianca e Nera
  • 31.Grande Ispettore Inquisitore Commendatore
  • 32.Sublime Principe del Real Segreto
  • 33.Sovrano Grande Ispettore Generale.

Monday, January 23

LIBIA: Abdel Hafiz Ghoga si dimette.

Il numero due del Consiglio di transizione libico, Abdel Hafiz Ghoga si dimette. Lo ha annunciato egli stesso ad al Jazira. «Non voglio influenzare il Consiglio e mi dimetto nell'interesse della nazione», ha detto. Vice capo e portavoce del Cnt, Ghoga era entrato nel mirino delle proteste che sabato erano esplose a Bengasi di fronte alla sede dell'organismo che guida la Libia verso un nuovo sistema istituzionale e avevano sfiorato anche il capo del Cnt, Mustafa Abdel Jalil, colpito da diverse bottiglie di plastica. Ghoga, contestato anche ieri da circa 4.000 studenti della Università di Ghar Yunis, è considerato da loro un opportunista, una volta legato al regime di Muammar Gheddafi e poi riciclatosi in un ruolo di altissimo profilo nella nuova Libia.

È diventato bersaglio della rabbia studentesca dopo l'arresto di undici giovani che lo avevano contestato duramente la scorsa settimana. Il Consiglio è evidentemente intimorito dalla misura della protesta, che potrebbe, ha detto ieri Abdel Jalil, condurre il Paese in un «pozzo senza fondo». «Dietro queste proteste, si nasconde qualcosa di non buono. La gente non ci ha dato abbastanza tempo e il governo non ha sufficiente denaro. Io dico loro: dateci una chance, dateci almeno un paio di mesi», ha sottolineato Jalil, che ha accettato le dimissioni di Saleh El-Ghazal, sindaco nominato della città che fu l'epicentro della rivolta contro Gheddafi. Anch El-GHazal, che proprio da Jalil fu messo su quella poltrona, è stato duramente contestato ieri. Intanto è stata rinviata alla prossima settimana l'adozione della legge che dovrà disciplinare a giugno l'elezione dell'assemblea costituente, mentre l'adozione di un 10% di quote rosa sarà abbandonata.

«La legge elettorale doveva essere annunciata oggi, ma alcuni articoli devono essere rivisti. La legge sarà adottata il 28 gennaio», ha affermato Abderrazak al-Aradi, membro del Consiglio nazionale di transizione. Un altro membro del Cnt, Fathi Baja, ha indicato da parte sua che il rinvio sarebbe di «qualche giorno». L'adozione della legge slitta per valutare i consigli e i suggerimenti delle organizzazioni della società civile e di esperti, dopo che alcuni articoli del progetto di legge pubblicati online sono stati contestati, come quello che riservava il 10% dei seggi dell'assemblea alle donne.

Friday, December 16

CINA :44 miliardi di dollari tra il 2005 e il 2010 all' AFRICA. La Banca Mondiale 11,4 miliardi. Crescono i malumori dinanzi alla presenza sempre più massiccia del Dragone nel continente nero.

"Potremmo anche vincere la guerra contro le malattie che devastano il Continente. Ma stiamo perdendo la battaglia per i cuori e le menti dell'Africa». E il senatore americano Chris Coons a sintetizzare l'inquietudine americana sull'avanzata cinese in Africa. Un nervosismo che ha spinto il segretario di Stato, Hillary Clinton ad alzare i toni e a parlare apertamente di un nuovo «colonialismo». Il quadro - quello della "gara" in cui sono impegnati Usa e Cina per l'influenza sul continente africano - non ammette sfumature.

I primi arretrano, la seconda avanza. Di più, dilaga. Pechino ha superato Washington come principale partner commerciale dell'Africa già nel 2009. L'anno successivo gli scambi tra Cina e Africa sono volati a quota 127 miliardi di dollari, contro i 113 miliardi a cui si sono fermati gli Stati Uniti. Ma c'è un altro campo sul quale la Cina sta sbancando. E quello degli investimenti. Secondo un rapporto dell'Asia Society, Pechino ha polverizzato gli investimenti della Banca mondiale. Se nel 2010 l'organismo internazionale ha elargito ai Paesi africani prestiti per 11,4 miliardi di dollari, la Cina ha prestato al solo Ghana 13 miliardi.

Una presenza, quella del Dragone, sempre più tangibile. Lo slancio cinese in Africa si traduce in strade, stadi, uffici pubblici, inan parte dei costruiti con materiale manodopera cinese. Oltre naturalmente a una necessità vitale per Pechino: la caccia a quelle risorse sui cui poggia la galoppante economia asiatica. Secondo un rapporto della Renaissance Capital, «il petrolio rappresenta oggi il 60% del totale delle esportazioni dell'Africa verso la Cina». Forti di riserve in valuta estera che hanno sfondato quota 3mila miliardi di dollari, i cinesi investono.

La Heritage Foundation, un think-tank americano, stima che tra il 2005 e il 2010 circa il 14 per cento degli investimenti cinesi all'estero ha trovato la strada per l'Africa sub-sahariana. A quanto ammonta 1 impegno cinese? Secondo la Heritage Foundation, gli investimenti cinesi sono stati pari a 44 miliardi di dollari tra il 2005 e il 2010. Per il ministero cinese del Commercio, il Paese conta più di 1600 aziende dispiegate in Africa, che coprono oltre 183% del continente.

Tra i più cospicui investimenti realizzati in terra africana spiccano il pacchetto da 8 miliardi di euro nel petrolio nigeriano, i 6,2 miliardi per la costruzione ferroviaria in Algeria, i 5,6 miliardi sborsati dalla Commercial Bank of China per l'acquisto di una quota del 20% nella sudafricana Standard Bank e i 5 miliardi di euro investiti in infrastrutture petrolifere in Niger. Ma non solo luci. La presenza cinese continua a generare malumori. L'Economist ha censito i guasti provocati all'invadenza di Pechino. L'accaparramento delle risorse africane. La corruzione dilagante. La ricchezza prodotta che ricade solo in minima parte sugli africani e che invece prende il volo verso il Dragone.

Lavori troppo spesso affidati solo alle compagnie cinesi. Ed eseguiti male. Qualche esempio? Un ospedale costruito a Luanda, capitale dell'Angola, è stato chiuso solo dopo pochi mesi dall'inaugurazione in pompa magna. Il motivo? Cedimento strutturale. I cinesi hanno costruito una strada che collega Lusaka a Chirundu,130 chilometri a sud-est della capitale. Peccato sia stata letteralmente spazzata via dalle piogge.

Un rapporto, quello tra Cina e Africa, sempre più stretto. Il volume degli scambi tre le due economie —, che rappresenta il 10,4% del totale degli scambi del continente — è oggi più di 10 volte le dimensioni che aveva nel 2000, passando da II miliardi di dollari a 129 miliardi. Si prevede che entro il 2015 il commercio cinoafricano possa salire a fino a 400 miliardi l'anno. I principali partner commerciali del Dragone sono il Sud Africa (25%), la Nigeria (11%), lo Zambia (9%), l'Algeria (8%) e il Sudan (6%). Uno dei capitoli più «sensibili »è quello del petrolio.

Nel 2009, il 30% delle importazioni di petrolio della Cina proveniva dal continente africano, principalmente dall'Angola (15,8%), Sudan (6%) e Libia (3,1 %Alcuni commentatori ricordano che gli investimenti cinesi hanno un «lato oscuro», «il fatto che — come ha scritto Chris Alden del "China in Africa Project" — i soldi restano in Cina, l'attenzione è concentrata sui progetti e non sull'effetto degli investimenti sull economia locale. Spesso il denaro rimane all'interno dei circoli legati al progetto».

BOOOM !!! Sì all'aumento UNICREDIT!!! Arriva il sostegno libico!!!

Tempismo perfetto. Mentre i soci di Unicredit, riuniti in assemblea straordinaria, votano il via libera all'aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro, arriva la notizia: il governo sblocca i fondi libici, Tripoli potrà partecipare all'operazione. E sebbene in Unicredit ci si prepari a subire cambi nell'azionariato e l'ad Federico Ghizzoni ribadisca come il gruppo sia «disponibile all'ingresso di nuovi soci in forma amichevole», il supporto di Tripoli è un segnale confortante nell'assemblea di ieri «destinata - come dice il presidente Dieter Rampl - a costituire un punto fermo nella storia del nostro istituto».

La banca centrale libica, che ha il 4,9% della banca, apporterà dunque all'operazione 875 milioni. E pure la Libyan investment authority, il fondo sovrano col suo ulteriore 2,6%, sarebbe pronta a fare la sua parte ma, come osserva Ghizzoni, «essendo un fondo deve aspettare il prezzo per decidere». Quest'ultimo sarà fissato in un cda nella prima settimana di gennaio, per un'operazione che dovrebbe svolgersi «presumibilmente tra la metà di febbraio e metà marzo». L'aumento (oltre ai 7,5 miliardi ne è stato approvato anche uno gratuito per nominali 2,5 miliardi per la ristrutturazione dei cashes) passa col voto favorevole del 98% del capitale presente, non senza che tra i soci storici emergano i distinguo. Tra chi, come la fondazione Banco di Sicilia si astiene e chi, come CariVerona, vota a favore per «senso di responsabilità», rispondendo al «patto d'onore» evocato da Rampl.

Chiedendo però agli organi sociali «una severa riflessione -come spiega il rappresentante scaligero - su tutte le cause interne ed esterne che hanno portato alla decisione odierna». Ghizzoni fa due conti, oltre ai libici confida che «Allianz abbia intenzione di partecipare all'aumento, come la maggior parte dei soci storici». Di fronte ai soci l'ad spiega la necessità dell'aumento «anche al fine di difenderci dalle agenzie di rating». Il coefficiente di capitale primario supererà il 9% già nel 2012. Un livello quindi «ben al di sopra» anche di quello Ghizzoni chiama «il rischio Eba».

Insomma questo sarà «l'aumento definitivo» per avviare il gruppo su un sentiero di crescita. Anche dopo gli interventi nei dossier Fon-sai, Risanamento, As Roma, Ghizzoni tiene a specificare che Unicredit «non è una banca salva-gruppi in crisi». Pur senza escludere possibili «criticità nel portafoglio crediti in futuro», attualmente «non ci sono particolari casi di salvataggio». Ghizzoni conferma l'assenza del dividendo relativo al 2011 a un'assemblea che approva anche la possibilità di distribuire la cedola in azioni. Deciso anche il raggruppamento di azioni ordinarie e di risparmio, in ragione di una nuova azione ogni dieci. Chiedono a Ghizzoni se resterà alla guida della banca. «L'intenzione di rimanere c'è - risponde - poi dipende dai soci...».

FROM IRAQ WITH SHAME

Fallito l'accodo con Baghdad per restare, il presidente incassa con cautela i vantaggi d'immagine.Ieri il presidente americano, Ba-rack Obama, assieme alla moglie Michelle è andato a Fort Bragg nel North Carolina, la base dell'esercito americano che fa da casa ai reparti migliori, paracadutisti e forze speciali, per pronunciare un discorso sulla fine della presenza militare in Iraq. "Welcome home, welcome home, welcome home", ha detto ai soldati, che stanno lasciando il paese al ritmo di 500 ogni giorno e da 170 mila ora sono rimasti in circa 5.000.

Nelle basi ancora attive si cominciano a servire razioni fredde da campo perché i pasti caldi non ci sono più — anche le cucine stanno chiudendo, una dopo l'altra — e Camp Victory, la colossale area fortificata a Baghdad attorno a cui ruotava tutto l'apparato militare americano e che contiene i palazzi di marmo e i laghi artificiali che un tempo furono di Saddam Hussein, è stato riconsegnato all'esercito iracheno. Obama non ha parlato di "Mission accomplished", missione compiuta, la due parole del maggio 2003 a cui il predecessore George W. Bush fu poi impiccato per tutta la durata della guerra, ma ha detto che i risultati sono "straordinari".

Ha ricordato i sacrifici americani e il successo del "surge", la decisione di mandare più soldati in Iraq che nel 2007 quasi portò a zero le vittime della carneficina quotidiana e che offri protezione ai primi passi politici del nuovo governo di Baghdad. Obama, da senatore, votò contro il "surge" e il ritiro — una delle promesse vincenti durante la campagna elettorale nel 2008 — segue l'esatto calendario fissato tre anni fa dall'Amministrazione Bush, anche se nessuno se ne ricorda più.

A dire il vero, Obama ha anche tentato con tutte le sue forze di restare in Iraq con almeno 19 mila soldati, perché Washington ha investito troppi uomini, troppi mezzi e troppi soldi per rinunciare a cuor leggero a basi cosi importanti nel cuore del medio oriente, vicino all'Iran e al Golfo e sulla via d'accesso all'Asia (per esempio gli aerei americani che volano in Afghanistan fanno — facevano — scalo in Iraq).

Ma l'accordo politico con il governo di Baghdad per garantire la permanenza dei soldati è crollato quando ormai sembrava cosa fatta: è uno dei fallimenti silenziosi della Casa Bianca. Tanto vale, allora, incassare i vantaggi d'immagine in vista delle elezioni del prossimo novembre: da qui la sensazione che la celebrazione del disimpegno americano dall'Iraq si stia allungando, ma anche il senso di cautela che si percepisce a ogni discorso. Il candidato repubblicano Mitt Romney ha definito il discorso di Obama "straordinariamente debole e timido".

L'Amministrazione conosce i rischi del disimpegno: i sunniti ora si sentono abbandonati in balia dello strapotere sciita, il governo è tentato dall'autoritarismo — arresti arbitrari, prigioni segrete, gli iraniani si fanno sotto con offerte allettanti di collaborazione ma è chiaro che puntano a comprare l'anima del paese per farne un'altra Siria. L'ex ambasciatore a Baghdad, Ryan Crocker, nel 2008 disse che "i fatti per cui ricorderemo la guerra in Iraq devono ancora accadere".

Si riferiva al rischio di una ripresa della guerra. Per ora, il paese è però stabile e sta facendo bene con l'eco- nomia: nel mondo arabo si parla di Baghdad come di una nuova mecca delle imprese, "vai lì se vuoi diventare milionario in dollari, è una nazione riaperta dopo trent'anni di chiusura e guerre e ora ci sono chance infinite".

Wednesday, December 14

GAMAL ABDEL NASSER 1964



Larger than life. What a disgrace the current Arab regimes are. But Nasser would have found himself swining from a rope like Saddam if it were not for the fact that he had the backing of the Soviet Union.

Il presidente della Federal Reserve ha esaurito le cartucce.

In una fredda mattinata di novembre, sulla pista di una base dell'esercito americano nel Texas Occidentale, il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke ha accolto i soldati di ritorno dall'ultima missione in Iraq, dicendo loro che in realtà erano arrivati in un altro campo di battaglia. «So che per molti», ha detto nel discorso tenuto a Fort Bliss, «è come se la recessione non fosse mai finita». Bernanke, che ieri ha compiuto 58 anni, è stato nominato presidente della Fed da George W. Bush nel 2005, subentrando ad Alan Greenspan. Il suo secondo mandato quadriennale scade a gennaio 2014 e gli rimangono quindi due anni per completare il lavoro. Molti pensano infatti che non abbia intenzione di accettare un terzo mandato. I repubblicani hanno promesso di pensionarlo, mentre uno dei loro candidati alle presidenziali, Newt Gingrich, ha detto che lo vuole licenziare. Dopo dieci anni vissuti a Washington, di cui sei come presidente della Fed, le opinioni su Bernanke sono contrastanti. Sotto la sua presidenza, e anche prima, la Fed non è stata in grado di prevedere la crisi finanziaria. Una volta esplosa, Bemanke ha cercato di attenuarne l'impatto, nel tentativo di evitare il ripetersi della Grande Depressione e ha svolto un ruolo fondamentale nel delineare le basi per una ripresa, finora senza risultati soddisfacenti. Guardando al futuro, Bernanke vuole assicurare una base più solida all'economia statunitense, con un minore tasso di disoccupazione e un'inflazione stabile. Vuole inoltre rendere più trasparente il processo decisionale della Fed. Bemanke è alle prese con problemi che non sono sotto il controllo della Fed, come lo stallo del Congresso sulle politiche di bilancio, il moribondo mercato immobiliare e la crisi del debito europeo. Durante la settimana del Ringraziamento, Bernanke si è destreggiato tra una serie di conferenze telefoniche organizzate in fretta e furia con i principali banchieri centrali sul tema dei problemi dei mercati finanziari europei. Le banche europee avevano infatti difficoltà a ottenere prestiti in dollari a breve scadenza. Il governatore della Bank of England, Mervyn King, si è rivolto a Bernanke e ai suoi colleghi di Canada, Giappone, Svizzera e Bce per discutere dell'aggravamento della situazione. Così è stato raggiunto un accordo per l'ampliamento di un programma che facilita la disponibilità dei prestiti in dollari della Fed alle banche centrali estere. All'annuncio del programma, il 30 novembre scorso, i mercati sono saliti. King si è messo in evidenza come catalizzatore del gruppo di coordinamento dei banchieri centrali presso la Banca dei Regolamenti Internazionali, con sede a Basilea, in Svizzera. Molti di questi banchieri fanno parte dello stesso gruppo di intellettuali laureati in economia. Bernanke e il presidente della Bce, Mario Draghi, hanno studiato al Massachusetts Institute of Technology, dove King e il presidente della Fed hanno anche insegnato. Nelle recenti conversazioni con Draghi, Bernanke ha sollecitato il numero uno della Bce a rispondere in maniera aggressiva alla crisi europea, così come aveva fatto con il suo predecessore Jean-Claude Trichet. Bernanke ha inoltre analizzato con Draghi i numerosi programmi avviati dalla Fed nel corso della crisi del 2008, nell'eventualità di un aggravamento della crisi europea. Con regolarità, Bernanke chiede al Congresso di sviluppare migliori politiche di bilancio in quanto teme che il deficit di lungo termine abbia fatto precipitare nell'incertezza molte imprese e famiglie, che sono quindi meno motivate a spendere e investire. Bernanke ha chiesto un piano di budget che tenga a freno il deficit federale a un ritmo tale da non consentire all'aumento delle tasse e ai tagli delle spese di frenare la ripresa nel breve termine. Una proposta che non ha avuto riscontri. «Non so davvero cos' altro gli si potrebbe chiedere di fare», ha detto Henry Paulson, ex ministro del Tesoro Usa e fedele alleato durante la crisi. I colleghi di Bernanke sono espliciti riguardo alla crescente frustrazione che regna all'interno della Fed a causa dell' incapacità della Casa Bianca e del Congresso di decidere le politiche fiscali. «Bisogna essere dei marziani per credere che andremo incontro alla piena occupazione, a meno che le autorità fiscali non si attivino congiuntamente», ha detto Richard Fisher, presidente della Fed di Dallas. Per affrontare il problema del mercato immobiliare, Bemanke ha istituito una task force all'interno della Fed, che il settembre scorso ha chiesto al regolatore di Fannie Mae e Freddie Mac di cercare di semplificare i rifinanziamenti dei mutui, suggerendo provvedimenti che sono poi stati attuati a ottobre. Una questione molto più importante per la Fed riguarda se tornare o meno sul mercati dei titoli garantiti dai mutui. Nel corso della crisi finanziaria e nelle prime fasi della ripresa, la Fed ha acquistato oltre 1.000 miliardi di dollari di debiti ipotecari per far abbassare i tassi sui mutuo. Con il mercato immobiliare ancora debole, alcuni dirigenti della banca centrale vogliono fare nuovi acquisti. Ma la Fed è divisa. Molti pensano che non siano rimaste molte altre opzioni per sostenere la crescita. Altri temono invece l'inflazione, qualora la Fed forzasse la mano. Alcuni esponenti della banca centrale prevedono che se gli investitori sanno quanto a lungo la Fed abbia intenzione di mantenere i tassi d'interesse eccezionalmente bassi, faranno ulteriormente abbassare i tassi a lungo termine, stimolando gli investimenti, le spese e le assunzioni. La Fed si è orientata in questa direzione lo scorso agosto, quando ha affermato di non aspettarsi un rialzo dei tassi almeno fino a metà del 2013. Ber-nanke si sta impegnando da molto tempo affinché la Fed adotti un obiettivo d'inflazione di circa il 2%. È probabile che ciò richieda una spiegazione più approfondita del punto di vista della Fed sulla disoccupazione, che a novembre era all' 8,6%. Molti esponenti della banca centrale ritengono che senza inflazione il tasso di disoccupazione possa scendere al 5% o al 6%. L'operato di Bernanke provoca molta insoddisfazione. Secondo Ron Paul, candidato repubblicano del Texas alle elezioni presidenziali, se la Fed volesse rinnovare il suo programma di acquisto dei bond, dovrebbe poterlo fare solo rispettando alcune limitazioni imposte dal Congresso. Gli oppositori sostengono che la presidenza di Bemanke verrà ricordata per i suoi errori, come l'eccessiva immissione di liquidità all'interno del sistema prima e dopo la crisi. «Andremo incontro all'inflazione, è solo questione di conoscere le tempistiche», ha detto Allan Meltzer, storico dell'economia presso la Carnegie Mellon's Tepper School of Business. Paulson è invece un sostenitore di Bemanke e sostiene che il presidente della Fed passerà alla storia per aver scongiurato la depressione. Riguardo all'inflazione, Bemanke nega la presenza di problemi. Il tasso è rimasto al di sopra del 2% nel corso della sua presidenza. «L'ambito nel quale non abbiamo raggiunti buoni risultati è ovviamente la disoccupazione», ha detto Bernanke in una conferenza a novembre. «Le critiche basate sui timori di inflazione non sembrano essere molto fondate, almeno finora». Bemanke ha cercato di stabilire rapporti più distesi con un Congresso scosso dal pubblico sdegno per la crisi e al ruolo che vi ha giocato la Fed. Durante i primi otto mesi dell'anno, ha incontrato o ha parlato per telefono con gli esponenti del Congresso per ben 28 volte. Tuttavia, ha totalmente perso la fiducia dei repubblicani. «Volcker mi invitava a colazione», ha ricordato Paul. «Alla fine delle sue audizioni conversavo con Greenspan. Ma credo non avere nemmeno mai stretto la mano a Bemanke». Da quando nel 2006 è subentrato a Greenspan alla guida della Fed, Bemanke ha cercato di renderla un'istituzione maggiormente basata sul consenso piuttosto che sulla figura del presidente. La cosa, a volte, ha generato confusione, con gli esponenti del direttivo che si trovavano in disaccordo sulle decisioni da prendere. Bernanke ha detto chiaramente di voler mantenere questo approccio. Dopo dieci anni al servizio del governo, sa di poter diventare molto ricco alla fine del suo mandato. I suoi principali asset finanziari consistono nei fondi pensione Tiaa-Cref provenienti dai suoi anni di insegnamento alle università di Princeton e Stanford, che sono valutati tra 1 e 2 milioni di dollari. Bemanke guadagna anche con i diritti d'autore sui libri che ha scritto. Alla Fed, alcuni dei suoi più stretti alleati, come l'ex vice presidente Donald Kohn, si è ritirato l'anno scorso. Gli amici dell'ex professore di economia raccontano che Bemanke non si fa molto vedere in pubblico, tranne che alle partite di baseball dei Washington Nationals, ed è estraneo alla vita mondana della capitale.