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Saturday, February 29

GIORNALISTI COMPRATI DA DECENNI

Il 13 gennaio 2017, è morto Udo Ulfkotte.A causa di un infarto cardiaco, apparentemente, sebbene l’immediata cremazione del corpo e l’assenza di un’autopsia non mancheranno di alimentare, proprio per lui che è sempre stato descritto come un teorico della cospirazione, gravi dubbi sulle reali cause della sua morte. 

Nato nel 1960 a Lippstadt in Vestfalia studiò diritto e scienze politiche all’Università di Friburgo dove ottenne il dottorato di ricerca con una dissertazione sulla politica americana e sovietica nel Medio Oriente

Nel 1986 entrò alla redazione della Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ) dove fu per anni corrispondente dall’estero ed acquisì una profonda conoscenza di decine di Paesi, specie in Medio Oriente. 

In quegli anni, così riferì lo stesso Udo Ulfkotte in un’intervista a Russia Today e nel suo recente libro dedicato al tema, egli partecipò a un diffuso sistema di corruttela dei giornalisti tedeschi,indotti da prebende e pressioni a diffondere notizie la cui finalità non era tanto quella di raccontare la verità, quanto quella…di Alessandro Fusillo

Saturday, July 28

1991-2011 FASCISMO-ECONOMICO OVVERO BUGIE E SANGUE

Guai se la denuncia del nazi-fascismo, risuonata nel 70° anniversario della liberazione di Auschwitz, servisse a depistare l’opinione pubblica dall’altro più pericoloso FASCISCMO quello ECONOMICO, fondato, principalmente, sulla menzogna che giustifica i peggiori atti, terminando in sistematiche aggressioni a POPOLI E CULTURE, AUTOCTONE, DEL MONDO INTERO

Per esempio la Jugoslavia, rasa al suolo dopo la decisione della Germania, assieme al Vaticano (1991) di riconoscere i separatisti, cattolici, sloveni e croati: inaccettabile, per la nascente EUROZONA, la sopravvivenza di un grande Stato, multi-etnico, come la JUGOSLAVIA  e, con l’economia interamente in mani pubbliche. 

Per esempio la Libia, di Muhamar Gheddafi, travolta dopo una sua  decisione di costituire una Banca Centrale africana con  un'unica moneta in oro, alternativa al dollaro. 

E avanti così, dalla Siria all’Ucraina, fino alle contorsioni terrificanti del cosiddetto ISIS, fondato sulle unità di guerriglia addestrate dall’Occidente in Libia contro Gheddafi, poi smistate in Siria contro Assad e quindi dirottate in Iraq. Possiamo chiamarlo come vogliamo, dice John Pilger, ma è sempre fascismo-economico


«Se gli Stati Uniti e i loro vassalli non avessero iniziato la loro guerra di aggressione in Iraq nel 2003, quasi un milione di persone oggi sarebbero vive, e lo Stato Islamico non ci avrebbe fatto assistere alle sue atrocità», scrive Pilger in una riflessione ripresa dal “Come Don Chisciotte”. 


Se gli USA avessero esitato, disse Obama, la città di Bengasi «avrebbe potuto subire un massacro che avrebbe macchiato la coscienza del mondo». Peccato che Bengasi non sia mai stata minacciata da nessuno: «Era un’invenzione delle milizie SCIITE-islamiche che stavano per essere sconfitte dalle forze governative libiche».

I nuovi “mostri” sono «la progenie del fascismo-economico moderno, svezzato dalle bombe, dai bagni di sangue e dalle menzogne, che sono il teatro surreale conosciuto col nome di “informazione”». Infatti, «come durante il fascismo-economico degli anni ‘30 e ‘40, le grandi menzogne vengono trasmesse con la precisione di un metronomo grazie agli onnipresenti, ripetitivi media e la loro velenosa censura per omissione». 

In Libia, nel 2011 la NATO ha effettuato 9.700 attacchi aerei, più di un terzo dei quali mirato ad obiettivi civili, con strage di bambini. Bombe all’uranio impoverito, sganciate su Misurata e Sirte, bombardate a tappeto. Il massacro di Ghedaffi in diretta mondiale, da parte degli uomini del DGSE, mischiati tra la folla, «è stato giustificato con la solita grande menzogna: Ghedaffi stava progettando il “genocidio” del suo popolo». Al posto della verità: Ghedaffi stava denunciando Nicholas Sarkozy per corruzione

L'insignificante Barak Obama, premio Nobel per la pace disse che se gli USA, non fossere intervenuti immadiatamente, la città di Bengasi «avrebbe potuto subire un massacro che avrebbe macchiato la coscienza del mondo» 

Paradossalmente, avvene un ALTRO tragico fatto:" il, prevedibile, massacro dell'ambasciatore statunitense Chris Stevens e della sua scorta a Bengazi sotto la totale INERZIA della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato. 

Peccato per il povero Stevens, ma Bengasi non è mai stata minacciata da nessuno: «Era una INFAME invenzione delle milizie islamiche sciite libiche che stavano per essere sopraffatte e sconfitte dalle forze governative tripolitane». Le milizie, aggiunge Pilger, dissero alla “Reuters” che ci sarebbe stato «un vero e proprio bagno di sangue, un massacro come quello accaduto in Ruanda». 

La menzogna, segnalata il 14 marzo 2011, ha fornito la prima scintilla all’inferno della NATO, definito da David Cameron come «intervento umanitario». Molti dei “ribelli” sciiti, segretamente armati e addestrati dalle SAS britanniche, sarebbero poi diventati ISIS, decapitatori di “infedeli”. 

In realtà, per Obama, Cameron e Sarkozy – scrive Pilger – il vero crimine di Gheddafi, come prima anticipato, fù l'imminente indipendenza economica della Libia dal franco francese e dal dollaro USA e la sua dichiarata intenzione di smettere di vendere in dollari USA le più grandi riserve di petrolio dell’Africa, minacciando così il petrodollaro, che è «un pilastro del potere imperiale MONDIALE DO CONTROLLO americano». 

«Era l’idea stessa ad essere intollerabile per gli Stati Uniti, che si preparavano ad “entrare” in Africa -gia nel 1999, corrompendo i governi africani con offerte di Clinton e Blair-collaborazione-militare».

Così, “liberata” la Libia, Obama «ha confiscato 30 miliardi di dollari dalla banca centrale libica, che Gheddafi aveva stanziato per la creazione di una banca centrale africana e per il dinaro africano, valuta basata sull’oro».

La “guerra umanitaria” contro la Libia aveva un modello vicino ai cuori liberali occidentali, soprattutto nei media, continua Pilger, ricordando che, nel 1999, Bill Clinton e Tony Blair inviarono la Nato a bombardare la Serbia, «perché, mentirono, affermando che i serbi stavano commettendo un “genocidio” contro l’etnia albanese della provincia secessionista del Kosovo»


Finiti i bombardamenti della NATO, con gran parte delle infrastrutture della Serbia in rovina – insieme a scuole, ospedali, monasteri e la televisione nazionale – le squadre internazionali di polizia scientifica scesero sul Kosovo per riesumare le prove del cosiddetto “olocausto”. L’FBI non riuscì a trovare una singola fossa comune e tornò a casa.

Il team spagnolo fece lo stesso, e chi li guidava dichiarò con rabbia che ci fu «una piroetta semantica delle macchine di propaganda di guerra». Un anno dopo, un tribunale delle Nazioni Unite sulla Jugoslavia svelò il conteggio finale dei morti: 2.788, cioè i combattenti su entrambi i lati, nonché i serbi e i rom uccisi dall'UCK. «Non c’era stato alcun genocidio.

L' "olocausto” jugoslavo è stato una menzogna».

L’attacco NATO era stato fraudolento, insiste Pilger, spiegando che «dietro la menzogna, c’era una seria motivazione: la Jugoslavia era un’indipendente federazione multietnica, unica nel suo genere, che fungeva da ponte politico ed economico durante la guerra fredda».

Attenzione: «La maggior parte dei suoi servizi e della sua grande produzione era di proprietà pubblica. Questo non era accettabile in una Comunità Europea in piena espansione, in particolare per la nuova Germania unita, che aveva iniziato a spingersi ad Est per accaparrarsi il suo “mercato naturale” nelle province jugoslave di Croazia e Slovenia». 

Sicché, «prima che  gli europei si riunissero a Maastricht nel 1991 a presentare i loro piani per la disastrosa Euro-Zona, un accordo segreto era stato approvato: la Germania avrebbe riconosciuto la Croazia». Quindi, «il destino della Jugoslavia era segnato».

La solita macchina stritolatrice: «A Washington, gli Stati Uniti si assicurarono che alla sofferente Pilger-economia jugoslava fossero negati prestiti dalla Banca Mondiale, mentre la NATO, allora una quasi defunta reliquia della guerra fredda, fu reinventata, CON PRONTEZZAcome tutore dell’ordine imperiale».

Nel 1999, durante una conferenza sulla “pace” in Kosovo a Rambouillet, in Francia, i serbi furono sottoposti alle tattiche ipocrite dei sopracitati tutori. «L’accordo di Rambouillet comprendeva un allegato B segreto, che la delegazione statunitense inserì all’ultimo momento».

La clausola esigeva che tutta la Jugoslavia – un paese con ricordi amari dell’occupazione nazista – fosse messa sotto occupazione militare, e che fosse attuata una “economia di libero mercato” con la privatizzazione di tutti i beni appartenenti al governo.

«Nessuno Stato sovrano avrebbe potuto firmare una cosa del genere», osserva Pilger. «La punizione fu rapida; le bombe della Nato caddero su di un paese indifeso. La pietra miliare delle catastrofi era stata posata

Seguirono le catastrofi dell’Afghanistan, poi dell’Iraq, della Libia, della Siria, e adesso dell’Ucraina. Dal 1945, più di un terzo dei membri delle Nazioni Unite – 69 paesi – hanno subito alcune o tutte le seguenti situazioni per mano del moderno fascismo-economico

Sono stati invasi decine e decine di governi, i loro legali rappresentanti rovesciati, i loro movimenti popolari soppressi, i risultati delle elezioni sovvertiti, la loro gente bombardata e le loro economie spogliate di ogni protezione, le loro società sottoposte a un assedio paralizzante noto come “sanzioni”. Lo storico britannico Mark Curtis stima il numero di morti in milioni

«Come giustificazione, in ogni singolo caso una grande, immensa, sporca menzogna è stata raccontata dalla centrale del fascismo-economico-mondiale.»

Thursday, December 11

BARAK OBAMA: "THE REVENGE" FOR LOST ELECTIONS

A long-awaited Senate report condemning torture by the Central Intelligence Agency has not even been made public yet, but former President George W. Bush’s team has decided to link arms with former intelligence officials and challenge its conclusions.

The report is said to assert that the C.I.A. misled Mr. Bush and his White House about the nature, extent and results of brutal techniques like waterboarding, and some of his former administration officials privately suggested seizing on that to distance themselves from the controversial program, according to people involved in the discussion. But Mr. Bush and his closest advisers decided that “we’re going to want to stand behind these guys,” as one former official put it.

Mr. Bush made that clear in an interview broadcast on Sunday. “We’re fortunate to have men and women who work hard at the C.I.A. serving on our behalf,” he told CNN’s Candy Crowley. “These are patriots and whatever the report says, if it diminishes their contributions to our country, it is way off base.”

These are “really good people and we’re lucky as a nation to have them,” he said.

Former intelligence officials, seeking allies against the potentially damaging report, have privately reassured the Bush team in recent days that they did not deceive them and have lobbied the former president’s advisers to speak out publicly on their behalf. The defense of the program has been organized by former C.I.A. leaders like George J. Tenet and Gen. Michael V. Hayden, two former directors, and John E. McLaughlin, a former deputy C.I.A. director who also served as acting director.

“Once the release occurs, we’ll have things to say and will be making some documents available that bear on the case,” Mr. McLaughlin said Sunday. Although he could not discuss details because of a nondisclosure agreement, in general he said the report “uses information selectively, often distorts to make its points, and as I recall contains no recommendations.”

General Hayden added that the former C.I.A. team objected to the Senate’s characterization of their efforts. “We’re not here to defend torture,” he said by email on Sunday. “We’re here to defend history.”

General Hayden appeared earlier on Sunday on “Face the Nation” on CBS News to say that any assertion that the C.I.A. “lied to everyone about a program that wasn’t doing any good, that beggars the imagination.”

Jose A. Rodriguez Jr., who ran the C.I.A. interrogation program, said Sunday that critics now assailing the agency were pressing it after the attacks of Sept. 11, 2001, to do whatever it took to prevent a recurrence. “We did what we were asked to do, we did what we were assured was legal, and we know our actions were effective,” Mr. Rodriguez wrote in The Washington Post.

A Senate official, who asked not to be named before the release of the report, said Sunday that its authors were saving their response to General Hayden, Mr. Rodriguez and others until the report was public so that they could review the facts they gathered and let Americans make up their own minds.

According to those familiar with it, the 6,000-page report by the Senate Intelligence Committee takes a sharply critical view of the C.I.A.’s interrogation of terrorism suspects in the first years after the Sept. 11 attacks, questioning the efficacy of torture and revealing more details about the program. It also suggests C.I.A. officers in the field may have misled officials at headquarters.

Mr. Bush and his advisers have been largely quiet about the Senate report until now, and former intelligence officials worried whether the Bush team would defend them. Some former administration officials privately encouraged the president and his top advisers to use the report to disclaim responsibility for the interrogation program on the grounds that they were not kept fully informed.

But Mr. Bush and his inner circle rejected that suggestion. “Even if some officials privately believe they were not given all the facts, they feel it would be immoral and disloyal to throw the C.I.A. to the wolves at this point,” said one former official, who like others did not want to be identified speaking about the report before its release.

Another former official, who remains close to Mr. Bush, said the former president did not believe that the C.I.A. had misinformed him.

“The idea that George Tenet, John McLaughlin, Mike Hayden and Steve Kappes would knowingly mislead the president and the country is absurd,” the former official said. Mr. Kappes was another deputy C.I.A. director during the Bush era. “This was not a rogue program. And nobody in our administration is going to throw the C.I.A. over the side on this.”

The former officials said that neither Mr. Bush nor his advisers had been interviewed by the committee. William Burck, a former deputy White House counsel serving as a lawyer for Mr. Bush, was offered the opportunity to review the report on his behalf but only after it was written, at which point it was too late to offer meaningful input, former officials said. The offer at that point, they said, was declined.

The Senate official said the committee did not conduct interviews largely because of what was then a Justice Department criminal investigation, and said requests to coordinate interviews with the department had been rejected. But the official said the committee relied on transcripts of more than 100 previous interviews conducted by the C.I.A.’s inspector general.

The offer to Mr. Bush’s administration to review the report before its release was made by the Obama White House, not the committee, the official said, but the committee did not object other than to insist that whoever read it not disclose its contents before release.

The committee voted this year to release a declassified executive summary, and after months of negotiations over redactions, the committee’s chairwoman, Senator Dianne Feinstein, Democrat of California, had planned to finally make it public this week.

But Secretary of State John Kerry called Ms. Feinstein on Friday to warn that allies were concerned that its release could instigate violence and endanger Americans held captive by terrorist groups.

Critics of the program said the Senate should not postpone any longer. “Delaying release of the Senate report because of possible negative repercussions for national security is a red herring,” said Sarah Margon, the Washington director of Human Rights Watch. “Maintaining secrecy around a defunct torture program is the real liability as doing so denies us the right to debate what happened and make sure it is never repeated.”

Saturday, October 25

INVESTIGATION U.S. SENATE VS C.I.A. CONCERNING IRAQ

Contribute: Jonatham S. Landay, Ali Watkins and Marisa Taylor
McClatchy Washington BureauOctober 16, 2014 

READ HERE: "U.S. SENATE SELECT COMMITTEE ON INTELLIGENCE REPORT ON C.I.A. DETENTION AND INTERROGATION PROGRAM".

A soon-to-be released Senate report on the CIA doesn’t assess the responsibility of former President George W. Bush or his top aides for any of the abuses of the agency’s detention and interrogation program, avoiding a full public accounting of one of the darkest chapters of the war on terror.

“This report is not about the White House. It’s not about the president. It’s not about criminal liability. It’s about the CIA’s actions or inactions,” said a person familiar with the document, who asked not to be further identified because the executive summary – the only part to that will be made public – still is in the final stages of declassification.

The Senate Intelligence Committee report also didn’t examine the responsibility of top Bush administration lawyers in crafting the legal framework that permitted the CIA to use simulated drowning called waterboarding and other interrogation methods widely described as torture, McClatchy has learned.

“It does not look at the Bush administration’s lawyers to see if they were trying to literally do an end run around justice and the law,” the person said.

As a result, the $40 million, five-year inquiry passed up what may be the final opportunity to render an official verdict on the culpability of Bush, former Vice President Dick Cheney and other senior officials for the program, in which suspected terrorists were abducted, sent to secret overseas prisons, and subjected to the harsh interrogation techniques.

“If it’s the case that the report doesn’t really delve into the White House role, then that’s a pretty serious indictment of the report,” said Elizabeth Goitein, the co-director of the Brennan Center for Justice’s Liberty and National Security Program at the New York University Law School. “Ideally it should come to some sort of conclusions on whether there were legal violations and if so, who was responsible.”

At the same time, she said, the report still is critically important because it will give “the public facts even if it doesn’t come to these conclusions. The reason we have this factual accounting is not for prurient interest. It’s so we can avoid something like this ever happening again in the future.”

Several panel members have extolled the more than 6,000-page report as one of the most comprehensive examinations of an executive branch agency ever undertaken by Congress.

“There are more than 35,000 footnotes in the report,” Senate Intelligence Committee Chairwoman Dianne Feinstein, D-Calif., declared after the panel approved the final draft of the report in December 2012. “I believe it to be one of the most significant oversight efforts in the history of the United States Senate, and by far the most important oversight activity ever conducted by this committee.”

However, the Democratic-controlled committee apparently dropped a demand that the White House surrender some 9,400 documents related to the program, raising questions about Feinstein’s claim. The White House had refused to turn over the records for five years, citing “executive branch confidentiality interests.”

The specific details of the documents remain unknown. The CIA declined to comment. In a statement, Feinstein declined to discuss the report but said it was meticulous and the “definitive review of the program.”

The White House declined to comment on the contents of the committee’s report. “The president has made clear that the program that is the subject of the committee’s work is inconsistent with our values as a nation,” said national security spokeswoman Bernadette Meehan.

Meehan also said there were no updates on the documents the White House withheld from the panel’s review. “As we have discussed with the committee, during the course of the review, a small percentage of the total number of documents have been set aside because they raise executive branch confidentiality interests,” she said.

In voting in March 2009 to review the CIA’s Rendition, Detention and Interrogation Program, the committee tailored the guidelines to focus the inquiry solely on the CIA, including how the agency “created, operated, and maintained its detention and interrogation program.”

“As an oversight document the main premise is about whether Congress was accurately and appropriately informed by the CIA,” said the person familiar with the report, one of several knowledgable sources who spoke to McClatchy. “The report will show that the CIA did not provide accurate information, and in some cases provided misleading information.”

The narrow parameters of the inquiry apparently were structured to secure the support of the committee’s minority Republicans. But the Republicans withdrew only months into the inquiry, and several experts said that the parameters were sufficiently flexible to have allowed an examination of the roles Bush, Cheney and other top administration officials played in a top-secret program that could only have been ordered by the president.

“It doesn’t take much creativity to include senior Bush officials in the Senate Intelligence Committee’s jurisdiction,” said Kenneth Roth, executive director of Human Rights Watch. “It’s not hard to link an investigation into the CIA’s torture to the senior officials who authorized it. That’s not a stretch at all.”

It’s not as if there wasn’t evidence that Bush and his top national security lieutenants were directly involved in the program’s creation and operation.

The Senate Armed Services Committee concluded in a 2008 report on detainee mistreatment by the Defense Department that Bush opened the way in February 2002 by denying al Qaida and Taliban detainees the protection of an international ban against torture.

White House officials also participated in discussions and reviewed specific CIA interrogation techniques in 2002 and 2003, the public version of the Senate Armed Services Committee report concluded.

Several unofficial accounts published as far back as 2008 offered greater detail.

Cheney and Defense Secretary Donald Rumsfeld relentlessly pressured interrogators to subject detainees to harsh interrogation methods in part to find evidence of cooperation between al Qaida and the late Iraqi dictator Saddam Hussein, McClatchy reported in April 2009. Such evidence, which was non-existent, would have substantiated one of Bush’s main arguments for invading Iraq in 2003.

Other accounts described how Cheney, Rumsfeld, National Security Adviser Condoleezza Rice, Attorney General John Ashcroft, and Secretary of State Colin Powell approved specific harsh interrogation techniques. George Tenet, then the CIA director, also reportedly updated them on the results.

“Why are we talking about this in the White House? History will not judge this kindly,” Ashcroft said after one of dozens of meetings on the program, ABC News reported in April 2008 in a story about the White House’s direct oversight of interrogations.

News reports also chronicled the involvement of top White House and Justice Department officials in fashioning a legal rationale giving Bush the authority to override U.S. and international laws prohibiting torture. They also helped craft opinions that effectively legalized the CIA’s use of waterboarding, wall-slamming and sleep deprivation.

Even so, the executive summary of the Senate Intelligence Committee’s report doesn’t examine the responsibility of Bush and his top advisers for abuses committed while the program was in operation from 2002 to 2006, according to several people familiar with the 500-page document.

Their comments are bolstered by the report’s 20 main conclusions, which do not point to any wrongdoing outside of the CIA. Instead, the conclusions only mention the White House once, asserting that the CIA impeded effective White House oversight and decision-making.

“The report does not put responsibility with the White House,” said a second person familiar with the panel’s report. The conclusions, published by McClatchy in April, paint a picture of an intelligence agency that concocted and implemented the program on its own and sought to evade any oversight.

The report primarily focused on discerning whether the use of the harsh interrogation techniques gained valuable intelligence, concluding that they did not. The CIA has rejected that finding, contending that use of the techniques produced vital information.

The executive summary of the report condenses the narratives of 20 detainee cases.

In one instance, McClatchy learned, the Bush administration claimed that the waterboarding of Khalid Sheikh Mohammed, the 9/11 mastermind, led to the foiling of a terror plot against Los Angeles’ Library Tower. The study, however, concludes that that information could have been learned without using the harsh interrogatiom techniques on Mohammad, who was waterboarded 183 times.

The scope of the committee’s work was hamstrung by concerns that the investigation would be an open-ended political witch hunt.

“This issue has unfortunately become so politicized that this report might have been attacked as a political document if it had” delved into the White House, said Goitein. “That’s not the ideal outcome, but it’s an understandable calculus in my mind.”

Along with being handicapped by the political considerations, the panel confronted two prior Justice Department investigations that declined to assign criminal liability to any officials involved in the program. One probe was conducted under the Bush administration and the second under President Barack Obama.

Moreover, Obama opposed any further inquiry. Although he signed an executive order banning waterboarding and other enhanced interrogation techniques soon after taking office, he also ruled out future prosecutions of those who participated in the program.

The extent of the Obama’s fury over the panel’s study was revealed in a memoir by former CIA Director Leon Panetta that was released this month. The president, he wrote, was livid that the CIA agreed in 2009 to give the committee access to millions of the agency’s highly classified documents.

“The president wants to know who the f--- authorized this release to the committees,” Panetta recalled then-White House Chief of Staff Rahm Emanuel shouting at him. “I have a president with his hair on fire and I want to know what the f--- you did to f--- this up so bad!”

The Senate Intelligence Committee’s investigation has been mired in controversy. Earlier this year, the agency was forced to admit it had improperly monitored the computers panel staff had used to construct the study. Meanwhile, the agency accused staff of removing classified information from a secure CIA facility without authorization. Both incidents resulted in warring criminal referrals to the Justice Department, which declined in July to further investigate.

The tensions over the investigation have continued to hold up the public release of the executive summary, which now has been delayed for nearly two years since the panel approved the final draft in December 2012.

The executive branch originally requested that 15 percent of the summary be redacted. McClatchy has learned that negotiations have reportedly progressed so that now roughly 5 percent will be blacked out of the summary’s public version, but there is no set date on when it will be released.

Contact: Email: jlanday@mcclatchydc.com; Twitter: @JonathanLanday. Email: mtaylor@mcclatchydc.com; Twitter: @marisaataylor. Email: awatkins@mcclatchydc.com; Twitter: @AliMarieWatkins.



Friday, March 7

REPORT: TERRORIST FRONT GROW UP

TERRORIST FRONT AL-NUSRA GROW UP

A Saudi Interior Ministry statement said King Abdullah approved the findings of a committee entrusted with identifying extremist groups referred to in a royal decree earlier last month. The decree punishes those who fight in conflicts outside the kingdom or join extremist groups or support them.

The king's decree followed the kingdom enacting a sweeping new counterterrorism law that targets virtually any criticism of the government. The Muslim Brotherhood has been targeted by many Gulf nations since the July 3 military overthrow of Islamist President Mohammed Morsi in Egypt, himself a Brotherhood member. Saudi Arabia has banned Brotherhood books from the ongoing Riyadh book fair and withdrew its ambassador from Qatar, a Brotherhood supporter, along with Bahrain and the United Arab Emirates.

Today's statement, carried by the official Saudi Press Agency, identified the other terrorist groups named as al-Qaida's branches in Yemen and Iraq, the Syrian al-Nusra Front, Saudi Hezbollah and Yemen's Shiite Hawthis. It said the law would apply to all the groups and organizations identified by the United Nations Security Council or international bodies as terrorists or violent groups. It said the law also would be applied to any Saudi citizen or a foreigner residing in the kingdom for propagating atheism or pledging allegiance to anyone other than the kingdom's leaders.

The counterterrorism law bans meetings of the groups inside or outside of the kingdom and covers comments made online or to media outlets. The unprecedented and harsh prison terms seem aimed at stemming the flow of Saudi fighters going to Syria, Yemen or Iraq. The Syrian civil war is believed to have drawn hundreds of young Saudis, worrying some in the kingdom that fighters could return radicalized and turn their weapons on the monarchy.

Influential Saudi clerics who follow the kingdom's ultraconservative religious Wahhabi doctrine encouraged youths to fight in the war and view it as a struggle between Syria's Sunni majority and President Bashar Assad's Alawite, Shiite-backed minority.

Saudi officials and some clerics have spoken out against young Saudis joining the war. However, the Saudi government backs some rebel opposition groups in Syria with weapons and aid. The new law is also believed to reflect pressure from the U.S., which wants to see Assad's overthrow but is alarmed by the rising influence of hard-line foreign jihadists — many of them linked to al-Qaida — among the rebels. 

U.S. President Barack Obama is scheduled to fly to Saudi Arabia and meet King Abdullah this month.

Meanwhile in Qatar, outspoken Egyptian cleric Youssef el-Qaradawi did not deliver his usual sermon on Friday. The reasons for his absence were not made immediately public. His past sermons, in which he publicly criticized the UAE and other Gulf countries for their support of Egypt's new government in its crackdown on the Brotherhood, led to outrage among Qatar's neighbors who saw the comments as an attack on their sovereignty.

Thursday, August 8

AL-QAEDA REPLACING ASSAD. U.S. DIRTY GAMES.

Acting CIA Director Michael Morell

Speaking to The Wall Street Journal, CIA Deputy Director Michael Morell said the prospect of the Syrian government being replaced by al-Qaeda his biggest worry.

The second-in-command of the Central Intelligence Agency (CIA) says that the toppling of Bashar Assad’s regime in Syria is the largest threat to United States National Security and may help al-Qaeda acquire chemical weapons.

And with al-Qaeda close to the action, Morell warned that they could pounce on the opportunity to gain Assad’s equipment. 

Morell’s statement is especially surprising considering America’s official position on the Syrian civil war. US President Barack Obama and his officials have repeatedly called Assad a "dictator" who is responsible for more than 92,000 lives lost in a bloody conflict between government forces and rebels - some of whom are openly affiliated with al-Qaeda.  

Should the current regime collapse without a stable government to step up to the plate, Morell said the warheads being held by Assad may end up in the hands of America’s adversaries.

The US remains embarked on a plan that would aid Syrian rebels by way of supplying them with arms. With al-Qaeda extremists entwined in that same war against Assad, however, one wrong turn could cause the US to accidentally equip its most feared enemy.

According to Morell, the Syrian government's weapons "are going to be up for grabs and up for sale" if Assad is ousted. Unless the US has a plan of attack ready for that moment, munitions and warheads currently controlled by Assad could end up in the hands of just about anyone.

With al-Qaeda increasing the scope of its operation in Syria, the US could have a whole new front in its war on terror. The terrorist attacks of September 11, 2001 brought American troops to Afghanistan and Pakistan, and later to Iraq. In the decade-plus since, the US has launched drones over locales like Yemen and Somalia to take a stab at diminishing al-Qaeda’s presence. As hostilities increase in Syria, a new adversary could worsen the current situation. 
Given what the US has reported about the current Syrian government, al-Qaeda stands to collect all sorts of goodies if they can grab hold of Assad’s goods as well. The White House has insisted that Assad deployed chemical weapons on citizens during the civil war, and the opposition and government have both relied on whatever weapons they can collect in order to fight off their foes. That hostile environment is increasingly being populated by al-Qaeda extremists, and Morell says that’s not good for US security.

Notes: "Al-Qaeda has had its own victory as well. The dispersal of al-Qaeda is their victory... I don't remember a time when there have been so many National Security issues on the front burner as there are today, Michael Morell said".

Tuesday, August 6

AL-QAEDA'S LOCAL "FRANCHISES" ON THE WORLD

Somalia Harakat al-Shabaab. Offshoot of the Islamic Courts Union, which splintered after defeat in 2006 by the Somali transitional federal government. Describes itself as waging jihad against "enemies of Islam". Has kidnapped and killed foreign aid workers. Designated as a terrorist organisation by western governments. Of special concern to UK security services along with Nigeria's Boko Haram movement.

North Africa Al-Qaida in the Islamic Maghreb (Aqim). Formed when the Algerian Salafist Group for Preaching and Combat merged with al-Qaida in 2007. Active in Algeria, Mali, Niger, Mauritania and Libya. Involved in kidnappings and bombings. The In Amenas gas plant in the Algerian Sahara was seized by an AQIM faction in January.

Iraq Islamic State of Iraq. Al-Qaida branch established in 2006. Responsible for the deaths of thousands of Iraqis. By last year had reportedly doubled strength to about 2,500. Involved in recent spate of sectarian bombings. Hundreds of members freed in mass breakout from Abu Ghraib prison near Baghdad last month.
Syria Jabhat al-Nusra. Founded in 2012. Announced merger with al-Qaida in Iraq. But leader Abu Mohammad al-Golani affirmed allegiance to Ayman al-Zawahiri. Devoted to fighting regime of President Bashar al-Assad. Not known to have been involved in attacks outside Syria. Western governments fear growth of jihadist extremism because of the crisis.

Exactly what danger is posed to US, British and French interests in Yemen is not public knowledge. But it comes as no surprise that the poorest country in the Arab world and the home of al-Qaida's most active local "franchise" is the apparent focus of the international terrorist alert that has led to the closure of western embassies across the Middle East.

Al-Qaida in the Arabian Peninsula (AQAP) emerged in Yemen in 2007 after the organisation's effective defeat in neighbouring Saudi Arabia. It is the regular target of US drone strikes. Little is known about the links between it and al-Qaida central in Pakistan. But it is sustained by local factors including wild terrain, economic misery, tribal divisions and the weakness of the Yemeni state, battered by the Arab spring and the threat from secessionist movements.

AQAP is led by Nasser al-Wahayshi, a charismatic Yemeni jihadist who has created "a unified and cohesive militant organisation that has been involved not only in several transnational terrorist attacks but also in fighting an insurgency that has succeeded in capturing and controlling large areas of territory", according to Stratfor, an international security consultancy.

In recent weeks Wahayshi, 36, has reportedly been appointed to a senior al-Qaida position by Ayman al-Zawahiri, Osama bin Laden's Egyptian successor. Wahayshi, who was Bin Laden's private secretary in Afghanistan, fled to Iran in 2001 and was extradited to Yemen in 2003. In 2006 he escaped from a prison in Sana'a in a mass breakout that did much to invigorate the country's violent extremists.

The group has been under heavy pressure over the past 18 months. Its fighters have been pushed back to desert hideouts from much of the territory they captured in southern Yemen. Despite these setbacks, they have continued publishing an English‑language online magazine called Inspire, a magnet for jihadists from Pakistan to Mali.

AQAP is monitored by Saudi intelligence as well as the CIA and MI6, which both have liaison officers in Sana'a and Riyadh. The Nigerian underwear bomber, Umar Farouk Abdulmutallab, who tried to blow up a flight from Amsterdam to Detroit in 2009, was radicalised in Yemen while claiming to be there studying Arabic. Earlier that year the group tried to assassinate the Saudi security chief, Prince Muhammad bin Nayef, with a bomb concealed on the attacker's body.

AQAP regularly attacks Yemeni security and intelligence officers, with more than 60 killed in the past two years, according to the country's interior ministry.

It was revealed in February that the CIA was secretly using an airbase in Saudi Arabia to conduct its drone assassination campaign in Yemen. Diplomatic cables released by WikiLeaks had earlier exposed the scale of US covert involvement.

Last week the Yemeni president, Abd Rabbuh Mansour Hadi, met Barack Obama in Washington. The two leaders "reaffirmed their commitment to a strong counter-terrorism partnership, discussing a range of efforts to counter the threat to both countries posed by al-Qaida in the Arabian Peninsula", the White House said.

Thursday, July 4

OBAMA DILETTANTE CON LA "PRIMAVERA ARABA".

Ieri il Dipartimento di Stato americano ha rifiutato di definire “colpo di stato” quanto stava accadendo in Egitto e ha ribadito di considerare Morsi il legittimo presidente: è una questione semantica con conseguenze importanti, perché se riconoscesse il golpe Washington dovrebbe interrompere gli aiuti militari giganteschi (un miliardo e trecento milioni di dollari ogni anno) che le assicurano un qualche tipo di leva sull’Egitto. 

Il cambio di potere al Cairo è un colpo per l’Amministrazione Obama, che nel giro di due anni è riuscita nel miracolo negativo di essere sempre dalla parte sbagliata, pur facendo giravolte pragmatiche: alleata prima di Hosni Mubarak e poi dei suoi nemici, i Fratelli musulmani. Entrambe le parti sono state sconfitte dalla piazza, che infatti ora è densa di sentimenti antiamericani. 

“Fuck Patterson!”, dicevano alcuni cartelli in mezzo alla folla, dedicati all’ambasciatrice Anne Patterson.  Lei è una diplomatica esperta – prima dell’Egitto è stata ambasciatrice in un Paese ancora più difficile, il Pakistan – ma ha commesso l’errore di tessere un’alleanza funzionale con i Fratelli musulmani. Il mese scorso si è incontrata con Khaiter al Shater, il ricchissimo businessman dei Fratelli, “e non in ambasciata, è andata nell’ufficio di lui” si lamentano in piazza, a sottolineare il sospetto di complotto. 

Più di tutto, bruciano le parole con cui Patterson ha dismesso queste proteste di piazza, sbagliando spettacolarmente la previsione. “Il mio governo e io siamo profondamente scettici su queste manifestazioni e non crediamo che raggiungeranno il loro scopo”. Al contrario di altri ambasciatori americani nei paesi arabi, Patterson ha accesso immediato ai livelli più alti dell’Amministrazione, e proprio per la sua esperienza in Pakistan aveva tentato l’accordo con il gruppo islamista. 

Wednesday, July 3

LA CIA E L'ESECUTIVO DI OBAMA VISTI DA McCLATCHY

I documenti del governo presi in visione da McClatchy mostrano che alcune Agenzie d'Intelligence stanno usando questo margine per perseguire la divulgazione non autorizzata di qualsiasi informazione, non solo di materiale classificato. Mostrano anche come milioni di dipendenti federali e contractor debbano tenere d’occhio “persone o comportamenti ad alto rischio” tra i colleghi e possano incorrere in sanzioni, anche a livello criminale, per non averli denunciati. Le fughe di notizie ai media sono equiparate allo spionaggio. “Tenetelo a mente… provocare fughe di notizie equivale ad aiutare i nemici degli Stati Uniti”, dice un documento di strategia del dipartimento della Difesa ottenuto da McClatchy.

Tutto questo prima che un ex contractor dell’Intelligence americana rivelasse le intercettazioni segrete dei telefoni dei cittadini americani, l’Amministrazione Obama stava promuovendo una stretta repressiva a livello governativo sulle minacce alla sicurezza, spingendo gli impiegati federali a controllare da vicino i loro colleghi ed esortando i manager a punire quanti evitano di fare rapporto sui sospetti. L’iniziativa senza precedenti di Obama, conosciuta come “Insider Threat Program”, impressiona per la sua portata. 

Il programma ha ricevuto scarsa attenzione pubblica anche se si estende ben oltre le Agenzie legate alla Sicurezza Nazionale, e interessa la maggior parte dei dipartimenti federali e delle agenzie a livello nazionale, compresi i Peace Corps, la Social Security Administration e i dipartimenti dell’Istruzione e dell’Agricoltura. Il programma si concentra sulle fughe di materiale classificato, ma la definizione jolly di “minacce interne” dà alle agenzie margine per perseguire e criminalizzare un’ampia gamma di comportamenti.

Ci si aspetta che l’Amministrazione Obama affretti l’implementazione del programma, con il governo alle prese con il trafugamento di documenti "top secret" da parte di Edward Snowden, l’ex contractor dell’Agenzia Nazionale per la Sicurezza che ha rivelato il programma segreto di raccolta dati delle telefonate degli americani. Il caso è solo l’ultimo di una serie che il governo condanna come tradimenti da parte di “trusted insider” che hanno danneggiato la Sicurezza Nazionale. 

“Le fughe di notizie legate alla Sicurezza Nazionale possono mettere in pericolo la popolazione”, ha detto Obama il 16 maggio difendendo le indagini criminali sui leak. “Possono mettere a rischio uomini e donne in uniforme che io ho mandato sul campo di battaglia, possono mettere a rischio i nostri uomini dell’Intelligence, che si trovano in molte situazioni pericolose e facilmente compromettibili… Perciò non mi scuserò e non penso che gli americani si aspettino che il loro comandante in capo non sia preoccupato per le informazioni che possono compromettere le operazioni militari”.

Come parte dell’iniziativa, Obama ha ordinato una maggiore protezione per i whistleblower che usano i canali istituzionali per fare rapporto su sprechi pubblici, frodi e abusi, ma questo non è incoraggiante secondo alcuni esperti di sicurezza nazionale e funzionari, in carica e non, dell’Amministrazione, preoccupati che l’Insider Threat Program non solo scoraggi le fughe di notizie, ma abbia anche gravi conseguenze sul diritto del pubblico di sapere e sulla Sicurezza Nazionale. Secondo questi esperti il programma potrebbe rendere più facile per il governo soffocare il flusso di informazioni non classificate e potenzialmente vitali per il pubblico, e al tempo stesso creare un ambiente di lavoro tossico, avvelenato da sospetti infondati e da false investigazioni. 

Alcune agenzie non legate all’Intelligence stanno già spingendo i propri impiegati a tenere d’occhio nei colleghi alcuni “indicatori” come stress, divorzi o problemi finanziari. “Era solo una questione di tempo prima che il Dipartimento dell’Agricoltura iniziasse a implementare politiche del tipo ‘Ehi, lasciamo che la gente spii i propri amici’”, dice Kel McClanahan, un avvocato di Washington specializzato in leggi sulla Sicurezza Nazionale. “Sto aspettando il momento in cui per denunciare un amico ti daranno 50 dollari”.

Le strategie contro la fuga di notizie del dipartimento della Difesa ottenute da McClatchy parlano di una politica di tolleranza zero. I responsabili della Sicurezza “devono” rimproverare o revocare le autorizzazioni di sicurezza – una punizione capace di stroncare una carriera – dei lavoratori che compiano una sola infrazione grave o più violazioni minori “come un’inevitabile azione personale negativa”. I dipendenti devono costituirsi e denunciare gli altri quando falliscono nel denunciare delle infrazioni. “Penalizzare gli sbagli evidenti nel denunciare infrazioni nella sicurezza e violazioni, compresa l’assenza di autodenuncia”, dice il piano strategico.

L’Amministrazione Obama stava già perseguendo un numero senza precedenti di casi di fughe di notizie, e alcuni al Congresso – alla lunga i più prolifici rivelatori di segreti – vedono di buon occhio le restrizioni all’accesso dei giornalisti alle agenzie federali, che rendono i funzionari statali riluttanti anche a mettere a disposizione del pubblico documenti non classificati.

Il programma, che in parte si serve di profili comportamentali, potrebbe inoltre scoraggiare il pensiero creativo e incentivare un pensiero di gruppo conformista tipo quello che ha provocato la valutazione errata da parte della CIA secondo cui l’Iraq stava nascondendo armi di distruzione di massa, valutazione che ha provocato l’invasione del 2003. “Il vero pericolo è che il lavoro del governo viene standardizzato secondo un denominatore comune banalizzante”, avverte Ilana Greenstein, un’ex agente della CIA che dice di aver lasciato l’agenzia di Intelligence dopo essere stata falsamente accusata di essere un pericolo per la Sicurezza Nazionale. 

“Non ci sono persone che decidono di parlare quando le cose vanno male. Non ci sono persone che guardano alle cose in modo differente e che sono disposte a lottare per le proprie idee. Quello che ottieni sono persone fedeli alla linea definita, e questo è molto pericoloso per la sicurezza nazionale”.

Obama ha lanciato l’Insider Threat Program nell’ottobre 2011 dopo che il soldato Bradley Manning aveva scaricato centinaia di migliaia di documenti da una rete di computer protetti e li aveva mandati a Wikileaks. Questi fatti erano stati preceduti dall’uccisione, nel 2009, di 13 persone a Fort Hood, Texas, da parte del maggiore Nidal Hasan, un attacco che le autorità federali non erano riuscite a prevenire benché stessero monitorando le email che Hasan spediva a un religioso islamico legato ad al Qaida.

Una rassegna interna realizzata dopo le fughe di notizie di Manning ha trovato “grosse disparità” nelle capacità dell’Intelligence statunitense di individuare minacce per la sicurezza e ha sancito la necessità di migliorare in tutti i campi. L’ordine esecutivo di Obama formalizza pratiche che le agenzie di intelligence hanno seguito per anni per rilevare minacce alla sicurezza e le estende alle agenzie che non sono coinvolte in politiche di sicurezza nazionale ma che possono avere accesso a network classificati.

Ci sono, comunque, alcuni problemi con il programma. Anche se questo limita severamente l’uso di memorie rimovibili su reti classificate, Snowden, l’ex contractor della NSA che ha rivelato le operazioni di raccolta dati delle chiamate telefoniche, ha usato una chiavetta USB per trafugare il materiale che ha poi passato a due giornali. “Niente di quello che è stato fatto negli ultimi due anni ha fermato Snowden, e questo getta un’ombra su tutta l’operazione”, dice Steven Aftergood, direttore dell’agenzia no profit American Scientists’ Project on Government Secrecy. “Qualsiasi cosa abbiano fatto appare inadeguata”.

La storia degli Stati Uniti è piena di casi in cui le agenzie federali non riescono a interpretare gli indizi di funzionari fidati e uomini dell’esercito che rubano segreti. La CIA, per esempio, non è riuscita per qualche tempo a scoprire Aldrich Ames, un alto ufficiale che è stato una delle più prolifiche spie sovietiche nella storia statunitense, nonostante la macchina della verità, i frequenti stati di ubriachezza e una ricchezza improvvisa e inspiegabile. Fermare una spia o un informatore diventa sempre più difficile, dato che il governo continua ad accumulare informazioni in database smisurati e ha aumentato il numero delle persone (ormai 5 milioni) a cui è consentito l’accesso al materiale riservato. 

I funzionari governativi dichiarano che il programma può aiutare le Agenzie a sventare un’ampia gamma di minacce, specialmente nel caso in cui gli impiegati siano addestrati a riconoscere il comportamento che identifica potenziali rischi per la sicurezza. “Se questo viene fatto nel modo corretto, un’organizzazione può arrivare a  una persona che abbia questioni personali o problemi che, se non affrontati, potrebbero portare tale individuo alla violenza, alle minacce o allo spionaggio molto prima che possa raggiungere quel punto”, ha dichiarato un ufficiale del Pentagono, che ha richiesto di rimanere anonimo.

Stando a quel che si dice, Manning subì una reprimenda per aver postato messaggi su YouTube che descrivevano gli interni di una sede segreta dell’intelligence dove lavorava. Esibiva anche un comportamento che avrebbe potuto dare dei segnali ai suoi superiori sul fatto che egli rappresentava un rischio per la sicurezza, riportano alcuni funzionari. Jonathan Pollard, ex analista dell’intelligence della marina americana condannato all’ergastolo nel 1987 per aver spiato Israele, non fu investigato anche se fallì ai test della macchina della verità e mentì ai suoi supervisori. 

Fu preso solo dopo che un collega lo vide uscire da una sede top secret con documenti riservati. “Se chi è addetto al monitoraggio delle minacce interne – avvocati, funzionari della Sicurezza e psicologi – può capire che un individuo ha problemi di denaro o registra un calo nella performance lavorativa, e che tale persona sta iniziando un percorso che lo porterà a essere una minaccia interna, i superiori lo possono avvicinare cercando di rimuovere lo stress, prima che tale individuo diventi una minaccia per l’intera organizzazione”, ha dichiarato il funzionario del Pentagono. 

Il programma, comunque, fornisce alle Agenzie una tale ampiezza nel delineare le loro risposte alle minacce interne che qualcuno ritenuto un rischio da un’agenzia può essere definito privo di rischi da un’altra. Persino all’interno della stessa Agenzia, l’impiegato scontento per uno può diventare la minaccia alla sicurezza nazionale per qualcun altro. A novembre Obama ha approvato gli “standard minimi” che conferiscono a dipartimenti e agenzie considerevole libertà nello sviluppo di programmi contro le minacce interne, portando a un potenziale guazzabuglio di interpretazioni. 

Questi standard sono strutturati non solo per eradicare le gole profonde, ma anche quelle persone che possono essere portate ad “atti violenti contro il governo o la nazione” e al “potenziale spionaggio”. Il Pentagono ha deciso che la sua definizione ampia di minaccia interna è quella di un impiegato con autorizzazione che “intenzionalmente o non intenzionalmente” danneggia “gli interessi di sicurezza nazionale” attraverso “la divulgazione non autorizzata, la modifica di dati, lo spionaggio, il terrorismo, o azioni cinetiche che portino alla perdita o alla degradazione di risorse o capacità”. 

“Si potrebbe argomentare che lo stupro di personale militare rappresenti una minaccia interna. Nessuno ha un’idea precisa dell’aspetto che questa minaccia interna dovrebbe avere”, rivela il funzionario del Pentagono, spiegando che all’interno del dipartimento della Difesa “ci sono un sacco di capi, ognuno con la loro agenda, ma nessuno con un po’ di leadership.” l dipartimento dell’Istruzione, nel frattempo, informa i dipendenti che collaboratori che attraversano “certe esperienze di vita… possono trasformarsi da fidati utenti a minacce interne”. Tali esperienze, spiega il dipartimento in un manuale di addestramento al computer, includono “stress, divorzio, problemi finanziari” o “frustrazione nei confronti dei colleghi o dell’organizzazione”. 

Un tutorial online intitolato “Tradimento per principianti” (“Treason 101”) insegna ai dipendenti del dipartimento dell’Agricoltura e dell’Amministrazione nazionale oceanica e atmosferica a riconoscere il profilo psicologico delle spie. Un pamphlet online del dipartimento della Sicurezza e della Difesa elenca una lunga lista di comportamenti sospetti “riferibili”, incluso lavorare oltre le normali ore di lavoro. Mentre ammette che non tutti i comportamenti “identificano una spia in mezzo a noi,” il pamphlet aggiunge che “ogni situazione necessità di essere esaminata per determinare se i segreti della nostra nazione sono a rischio”.

Il dipartimento della Difesa, tradizionalmente fonte primaria di rivelazioni ai media, sta ancora preparando il suo programma, ma ha fatto numerosi passi in tal senso. Questi includono la creazione di un’unità che ricontrolla i report delle news ogni giorno per verificare se vi siano notizie trapelate riguardo informazioni riservate della difesa, e l’implementazione di nuovi corsi di formazione per insegnare ai dipendenti come riconoscere i rischi per la sicurezza, inclusi comportamenti “ad alto rischio” e “distruttivi” fra colleghi, secondo documenti del dipartimento della Difesa rivisti da McClatchy. 

“Tutto questo ha a che vedere con i profili delle persone, il loro approccio al lavoro, la loro interazione con la direzione. Sono disponibili? Guardano "Salon.com" o "The Onion" durante la pausa pranzo? E’ come con le ‘Stepford Wives’”, dice un secondo funzionario senior del Pentagono, riferendosi alle pubblicazioni online e al film del 1975 sulle casalinghe roboticamente docili. Il funzionario ha dichiarato di voler restare anonimo per evitare di essere punito per aver criticato il programma. 

L’enfasi su certi comportamenti ha ricordato a Greenstein l’orientamento del suo impiegato nei confronti della CIA, quando le fu detto di sospettare di collaboratori poco felici. “Se qualcuno aveva la giornata storta, il messaggio era di stare in guardia nei loro confronti”, racconta. Alcune agenzie federali stanno inoltre cercando di proteggere un range più ampio di informazioni. 

L’esercito ordina al suo personale di riportare rivelazioni non autorizzate di informazioni riservate, incluse quelle relative a sedi, attività e personale militare. I Peace Corps, che stanno implementando il loro programma, “prendono molto seriamente l’obbligo di proteggere le informazioni sensibili,” dice un’email da parte di un funzionario dei Peace Corps che ha insistito per mantenere l’anonimato senza però spiegarne i motivi. 

Garantire discrezione diffusa è pericoloso, hanno avvisato alcuni esperti e funzionari, mentre le agenzie federali sono già propense ad aumentare ancora gli sforzi nel controllare il flusso delle informazioni. L’Amministrazione Bush ha presumibilmente cercato di mettere sotto silenzio due esperti di cambiamento climatico del precedente governo per non permettere loro di parlare pubblicamente dei pericoli del riscaldamento globale. Più recentemente, la FDA (Food & Drug Administration) ha giustificato il monitoraggio delle email personali dei suoi scienziati e dottori come metodo per trovare fughe di informazioni non riservate. 

Ma R. Scott Oswald, un avvocato di Washington dell’Employment Law Group, ha definito l’Amministrazione di Obama “amica dei whistleblower”, dicendo che segna una distinzione fra i whistleblower che usano i sistemi interni per denunciare comportamenti scorretti, e gli informatori, che rendono pubbliche le informazioni riservate in modo illegale. Ci sono numerosi casi, comunque, di impiegati governativi che dicono di essere stati costretti a rendere pubbliche tali informazioni perché hanno sofferto ritorsioni dopo aver cercato di lamentarsi di sprechi, frodi e abusi attraverso i canali interni o al Congresso. 

Thomas Drake, un ex funzionario senior della NSA, è stato incriminato nel 2010 ai sensi dell’Espionage Act dopo che aveva rivelato milioni di dollari di sprechi a un giornalista. Aveva cercato per anni di mettere in guardia i suoi superiori e il Congresso. Alla fine le accuse contro di lui sono state fatte cadere.

Il Pentagono, nel frattempo, ha rifiutato di spiegare come il suo programma contro le minacce interne gestirebbe una fuga di notizie ai media come i Pentagon Papers, una storia top secret sul coinvolgimento degli Stati Uniti in Vietnam che ha dimostrato come diverse amministrazioni abbiano ingannato il pubblico e il Congresso sulla guerra. “Il pericolo è che supervisori e manager usino i profili ‘Impiegati Scontenti’ e ‘Minacce Interne’ per perseguire legittimi whistleblower”, dice il secondo funzionario del Pentagono. “L’ordine esecutivo dice che non puoi infrangere le leggi sui whistleblower. Ma tutto ciò che le riguarda è attinente la ritorsione. Questo non significa che non li si possa individuare prima che tale ritorsione abbia luogo”.

Greenstein ha detto di essere diventata obiettivo di indagine da parte dei funzionari della sicurezza dopo aver sollevato le accuse di cattiva gestione delle operazioni della CIA a Baghdad. Ma non ha mai rivelato le denunce, che includevano l’accusa al suo capo della sicurezza di aver cancellato i dettagli riguardanti i rischi per la sicurezza dai cables. Si affidò invece ai processi interni dell’Agenzia per fare le sue accuse. La CIA, in ogni caso, cercò di far aprire al dipartimento di Giustizia un caso contro la Greenstein, dopo che durante un test al poligrafo dichiarò che stava scrivendo un libro, cosa permessa nell’agenzia a patto che superi la revisione pre-pubblicazione. 

La CIA pretese poi di vedere i suoi personal computer. Quando li ebbe indietro mesi dopo, tutto quello che aveva scritto era stato cancellato. “Mi percepivano chiaramente come una minaccia interna”, ha detto Greenstein, che da allora ha riscritto il suo libro e ha ricevuto il permesso della CIA di pubblicarne una parte. “Dicendo ‘Ho un problema con questo posto e voglio renderlo migliore’, sono stata instantaneamente trasformata in una minaccia interna”, ha spiegato. La CIA si è rifiutata di commentare.