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Monday, May 25

5G TERREMOTO FINANZIARIO

Un report della Brookings Institution di Washington DC ripercorre i rapporti fra Italia e Cina. Il M5S ha rapporti organici con Pechino, e il suo alleato al governo, il PD, non fa niente per raddrizzare il tiro.  5G e Golden Power? Le leggi non bastano, l'ultima parola è della politica “Giocando con il fuoco”. 

Il titolo del nuovo report della Brookings Institution, prestigioso think tank di Washington DC, sulla politica italiana e le sue scelte internazionali, è già un programma. Il nuovo paper è un riflettore acceso dagli Stati Uniti sulla special relationship fra Italia e Cina. 

O meglio, fra questa politica italiana e la Cina, se è vero che mai come negli ultimi due anni, con i governi Conte 1 e bis, l’Italia si è avvicinata al Dragone. Il Movimento Cinque Stelle è un caso di scuola per il think tank. 

“Con il recente governo Cinque Stelle-Lega, i rapporti fra Italia e Cina sono diventati un punto di discordia fra i partner della coalizione”. “La richiesta dei Cinque Stelle di un approccio alternativo alla politica estera, soprattutto vis-à-vis Paesi come Cina e Russia, si è tinta di un forte euro-scetticismo e di un più lieve anti-americanismo”.

La passione cinese del Movimento, scrive la visiting fellow Giovanna De Maio, è rimasta intatta nel passaggio da un governo all’altro. Ed è stata suggellata da una scelta del ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Ovvero “trasferire le competenze per la promozione internazionale degli interessi delle aziende e dei brand italiani al ministero degli Affari Esteri”.

Il trasloco dell’ICE dal MISE alla Farnesina, così come la scelta di nominare capo di Gabinetto l’ex ambasciatore a Pechino Ettore Sequi, scrive Brookings, è “un segno che il M5S vuole un maggiore controllo sull’agenda economica italiana e assicurare continuità nell’apertura dell’Italia alla Cina”.

Se un merito si vuole proprio riconoscere alla posizione del M5S, è quello di essere chiara, inequivocabile. Lo stesso non si può proprio dire per i suoi partners di governo, il PD Nicola Zingaretti, l'IV di Matteo Renzi. 

Sul dossier cinese, al Nazareno, l’ambiguità regna sovrana. “Il PD, che ha sempre avuto una visione transatlantica della politica estera, è rimasto sostanzialmente in silenzio sul tema della Cina”.  “Il silenzio è probabilmente motivato dalla paura di destabilizzare ulteriormente un governo già precario”, sentenzia Brookings.

Un focus a parte è dedicato a una delle questioni più scottati dell’agenda di politica estera: la rete 5G

Quando si discute di 5G si parla di Sicurezza Nazionale, di Politica Estera e Difesa, di Politiche Industriali, di Politica Sanitaria, ecc... 

La rinascita dell'Italia passa anche da politiche tecnologiche lungimiranti capaci di coniugare le libertà politiche e civili con l'economia digitale più avanzata. Nessuno deve sottrarsi a questa sfida. L'analisi convincente di Mayer.

A differenza degli Stati Uniti e di altri Paesi democratici in Italia il processo di interazione tra Agenzie di Intelligence e decisori governativi è raramente oggetto di ricerca accademica e riflessione pubblica. 

Se non vogliamo che le disposizioni previste dalla Legge 124/2007 in materia di cultura della Sicurezza restino sulla carta non basta continuare con i road show lodevolmente promossi dal DIS nelle aule universitarie. 

Senza intaccare di un millimetro la massima segretezza e il massimo riserbo che devono caratterizzare l’intera attività del comparto, la fisiologica dialettica tra organismi di Intelligence e decisori politici è materia da approfondire anche nel nostro Paese come avviene in ogni democrazia matura.

Supponiamo che in sede CISR (Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica) il dossier tecnico sul 5G sia interpretato diversamente da diverse componenti dell’esecutivo

Per esempio la componente A non dà troppo peso alle preoccupazioni espresse in sede tecnica (in merito alla protezione dei dati) perché essa ritiene prioritario attuare integralmente il memorandum per la Via della Seta siglato dal governo Conte 1 (telecomunicazioni incluse). 

La componente B, invece, é più prudente. Essa auspica che il “CISR tecnico” previsto dalla legge 124/2007 svolga un supplemento di istruttoria. Si tratta di capire se i desideri espressi della componente A (Telecom/Via della Seta siano compatibili con quanto previsto in materia di sicurezza cibernetica nazionale e telecomunicazioni) nell’ambito dell’Alleanza atlantica. 

In uno scenario ipotetico come quello che ho appena descritto i profili tecnici e quelli politici sono nitidamente distinti. Gli organismi di Intelligence – giustamente gelosi delle loro prerogative – devono dire come stanno le cose fornendo ai politici il massimo dei supporti informativi; il decisore politicoil Governo – (e ovviamente la sua maggioranza parlamentare) devono decidere.

Il futuro del 5G in Italia non, infatti, è materia che può restare chiusa nelle segrete stanze. Non stiamo parlando di garanzie funzionali, di fondi riservati, di protezioni delle fonti, di classifiche di segretezza, di segreto di Stato, di servizi collegati, di operazioni Humint, Sigint o quant’altro.

Inaugurando la fase due il presidente Conte è stato molto netto: “L’Italia che vogliamo è più verde, digitale e inclusiva”. Bene più digitale, ma come? Il 5G ha implicazioni strategiche di lungo periodo per il sistema Paese come sottolineato più volte anche in sede COPASIR

È decisivo per il futuro del Sistema Italia, per la protezione del suo grande patrimonio scientifico, tecnologico e industriale; è altrettanto determinante per evitare che il totalitarismo digitale promosso dai regimi illiberali eroda i principi democratici del nostro ordinamento costituzionale. 

Se posso permettermi un suggerimento al presidente del Consiglio – più che preoccuparsi di concentrare nelle sue mani le competenze previste dalla Legge 124 – dovrebbe da un lato potenziare il ruolo del CISR, dall’altro “stanare” i leader dei partiti della sua stessa maggioranza.

È davvero strano che Vito Crimi, Nicola Zingaretti, Matteo Renzi, Roberto Speranza non abbiano - tutt'oggi - niente da dire su una materia così importante. 

E il discorso non può peraltro limitarsi alla maggioranza; il presidente ha recentemente dichiarato “con le opposizioni noi abbiamo il dovere di proporre, di confrontarci, di dialogare”. 

Sarebbe interessante sapere cosa Matteo Salvini pensa delle politiche digitali della Russia? 

O cosa Forza Italia pensa del Social Credit System cinese? 

La rinascita dell’Italia passa anche da politiche tecnologiche lungimiranti capaci di coniugare le libertà politiche e civili con l’economia digitale più avanzata. Nessuno deve sottrarsi a questa sfida.

Come è noto gli USA ritengono un rischio l’accesso al 5G di aziende cinesi vicine al PCC (Partito Comunista Cinese). In una parola, Huawei, il campione della telefonia mobile di Shenzen coinvolto in una guerra senza esclusione di colpi con l’amministrazione Trump.

In Italia, l’azienda di Ren Zhengfei ha una presenza solida, e consolidata negli anni. Il governo ha di molto rafforzato la struttura normativa preposta alla protezione della rete con il Perimetro di sicurezza nazionale cibernetica, ma non ha valutato, come invece richiesto dal governo USA, un’esclusione diretta di Huawei.

L’idea, peraltro condivisa da altri Paesi UE, è che i rischi possano essere “mitigati” con interventi ad hoc

Non convince la Brookings, che scrive: “La natura complessa di questa tecnologia rivoluzionaria rende difficile fornire qualsiasi garanzia sulla sicurezza, a causa del rischio di una backdoor, nascosta da Huawei, per aver accesso ai dati”. 

“L’assenza di una strategia di lungo periodo e una strategia cinese espone davvero l’Italia ai rischi di un boomerang economico”, spiega il think tank. 

Dai takeover ventilati delle aziende italiane agli investimenti diretti esteri, il rischio che la Cina approfitti delle maglie aperte dalla crisi economica è tutt’altro che remoto. 

“In assenza di una risposta imponente e coordinata a livello europeo, l’Italia si affiderà sempre più alla Cina per gli investimenti e altra assistenza economica”. È un pericolo, in assenza di condizioni che, per il momento, non esistono.

“Senza una supervisione sostanziale e una strategia previdente del governo per proteggere i settori strategici – ma soprattutto senza stabilità politica e un approccio alla Cina coerente nel tempo – l’Italia rischia di finire sommersa dalla potenza economica e tecnologica cinese”. 

Gli strumenti normativi di screening degli investimenti in Italia ci sono, e sono “robusti”, spiega il report. Ma l’ultima parola spetta comunque alla politica

A differenza degli USA, non esiste un meccanismo di screening indipendente come il CFIUS (Committe on Foreign investments of the USA). “Nonostante l’ampiamento della legge sullo screening, la decisione di applicare il “golden power” è alla fine una decisione politica”.

Monday, April 6

EUROPE BYE BYE .THAT'S REALLY TOO MUCH FOR ALL OF US!

Europe losing Italy for COVIN-19? Furious at their plight being ignored and over resistance to coronabonds, Italians’ sense of betrayal deepens. Miles Johnson in Rome, Sam Fleming in Brussels and Guy Chazan in Berlin wrote.  Please use the sharing tools found via the share button at the top or side of articles.

A year ago Carlo Calenda ran in European parliamentary elections in Italy under the slogan “We are Europeans”, a rallying cry to defend his country’s place in the EU at a time of rising nationalism. Now even Mr Calenda, a 46-year-old former minister and Italian permanent representative to the EU, is experiencing a crisis of faith in an idea he has spent a lifetime fighting for. 

“This is an existential threat, I am not sure if we are going to make it,” he says. “You have to consider my party is one of the most pro-European parties in Italy and I now have members writing to me saying: ‘Why do we want to stay in the EU? It is useless.’” 

As Italy faces its most severe crisis since the second world war, with more than 15,000 deaths from coronavirus and its economy on course to suffer the deepest recession in its modern history, there is a rising feeling among even its pro-European elite that the country is being abandoned by its neighbours. 

As Italy faces its most severe crisis since the second world war, with more than 15,000 deaths from coronavirus and its economy on course to suffer the deepest recession in its modern history, there is a rising feeling among even its pro-European elite that the country is being abandoned by its neighbours. 

“A massive, massive shift is happening in Italy. You have thousands of pro-Europeans moving to this position,” says Mr Calenda, who leads the recently formed liberal Action party. 

Last month Sergio Mattarella Italy’s softly-spoken 78-year-old president, and the man its establishment has relied on to safeguard its constitution and international alliances, warned the future of Europe was at stake if its institutions did not show solidarity with their country. 

“I hope that everyone fully understands, before it is too late, the seriousness of the threat to Europe,” he said in an evening television address beamed into the homes of millions of Italians. Many in Rome now feel that unless bold action is taken by northern European countries, they risk Italy turning its back on the European project forever. 

There are already signs that Italian faith in the EU has been damaged. In a survey conducted last month by Tecnè, 67 per cent of respondents said they believed being part of the union was a disadvantage for their country, up from 47 per cent in November 2018.

Donald Tusk, the former European Council president, told the FT the situation today was much more worrying than during the euro crisis — both politically and economically. 

Southern European expectations of a rapid demonstration of solidarity from the rest of the EU early in the pandemic were not met, even if the bloc has subsequently ramped up its assistance including financial aid and equipment. 

“I hope everything can be fixed, but the loss of reputation is huge,” says Mr Tusk, who is now president of the European People’s party, the centre-right political alliance. “We must save Italy, Spain and the whole of Europe and not be afraid of extraordinary measures. This is a state of emergency.” 

Mr Tusk says the EU’s assistance for Italy and other hard-hit countries is vastly more substantial than that from China and Russia, but he warns that “in politics perception can be more important than fact”. 

In 2018 Italy became the first founding member to elect a government hostile to the EU, with Matteo Salvini, the anti-immigration League leader and then deputy prime minister of the coalition government, raging against “the Brussels bunker”. 

The following year that government fell, and Mr Salvini was banished to opposition, giving pro-Europeans hope that the nationalist threat had faded. But many believe bitterness felt from events over the past month could permanently alter the country’s politics in Mr Salvini’s favour.

“There was a feeling before that the political system had marginalised the anti-EU forces,” says Lorenzo Pregliasco, a pollster at YouTrend. “Now if pro-European party activists and politicians are no longer so sure how they feel, imagine what the voters think.”

Figure 1

At the core of the argument is a bitter divide over the extent to which euro area countries should be pursuing a far more unified economic response to the crisis. Finance ministers will meet on Tuesday to attempt to agree a package of measures aimed at marshalling greater Europe-wide fiscal firepower.

Italy is among the member states that are pushing for the euro area to be far more ambitious by collectively selling bonds to help fund the massive economic rebuilding efforts that lie ahead. 

The discussions mark just the latest iteration of a longstanding dispute over collective fiscal action that economists call debt mutualisation and which many see as the biggest missing element of the single currency. 

The EU does have a rescue fund called the European Stability Mechanism which countries can use. But despite assurances to the contrary from the ESM’s managing director, Klaus Regling, many Italians still fear lending from the institution would come with tough conditions attached and would stigmatise the country. It would feel to many that their country was being punished for a disaster that was outside of its control.

Roberto Gualtieri, Italy’s finance minister, has said that Italian gross domestic product is likely to fall by 6 per cent this year. Other economists believe this may be a conservative estimate. With the country entering the crisis with a debt-to-GDP ratio already at 136 per cent, there is a real threat that Italy’s debt reaches a level that brings into question its sustainability. 

In March, with the virus already ripping through southern Europe, nine euro members led by France, Italy and Spain signed a joint letter pushing for so-called coronabonds — jointly issued debt backed by all euro countries including deep-pocketed Germany — to help pay for the recovery effort. 

The depth of divisions over the topic was exposed at a tough EU leaders’ video conference call in late March in which the Italian prime minister Giuseppe Conte and his allies pushed hard for the door to be opened to coronabonds. 

Mr Conte said the euro area’s bailout instruments had been developed for the last crisis and were ill-suited to the current symmetric shock hitting the entire continent. “What will we tell our citizens if Europe does not prove capable of a united, strong and cohesive reaction in the face of a symmetrical, unpredictable shock of this historical magnitude?” he asked.

Leaders eventually struck a compromise and issued a statement using vague language that effectively kicked deliberations in to Tuesday’s eurogroup meeting of finance ministers. 

But the truce did not last long. Ursula von der Leyen, the European Commission president and a former German defence minister, appeared to use dismissive language in an interview, describing coronabonds as a slogan and appearing to express sympathy with Germany’s concerns about the idea.

The language provoked immediate rebukes from Mr Conte and Mr Gualtieri, forcing the commission to issue a late-night statement that vowed to leave open all options that are compatible with the EU treaty. 

Ms.Von der Leyen’s shifting positions reflected in part sharp divisions among her commissioners as well as the EU as a whole over the idea of coronabonds. 

While the discussion over which financial instruments can be used to help Italy is technical, the tone of the debate has become emotionally charged in both southern Europe and in the north, where the Netherlands has sided with Germany in opposing coronabonds.

Mr Calenda last week took out a full-page advert in the German daily Frankfurter Allgemeine Zeitung, signed by himself and a number of leftwing mayors and governors from the regions worst-hit by the outbreak. 

In it they attacked the Dutch position as “an example of a lack of ethics and solidarity”, called the country a tax haven and compared German reluctance to support joint European debt with the partial cancellation of Nazi war debts by European countries including Italy after the second world war.

“Germany could never have paid it,” the letter said. “Your place is with the Europe of institutions, of values of freedom and solidarity. Not following small national egoisms.”

“They shouldn’t be using such emotional arguments,” says Eckhardt Rehberg, a German MP in Chancellor Angela Merkel’s Christian Democratic Union. “Every country should ask itself whether it bears some responsibility for the situation it is in. Look at Italy’s health system. You cannot blame all your difficulties on Europe and Germany. As a German politician, I find that unfair.

The current German-Italian tensions are part of a much longer dispute, stretching back to the eurozone sovereign debt crisis of 2010-12. 

Even back then, many in southern Europe saw eurobonds as a potential solution. But Ms Merkel was always opposed, saying in 2012 that there would be no such instruments “as long as I live”. For the chancellor and her CDU party, the EU treaties were sacrosanct: and they expressly forbade the mutualisation of debt. The rule was clear: states cannot finance each other.

Yet in the eurozone more broadly, her reputation suffered. Southerners increasingly saw her as Europe’s great disciplinarian. Posters appeared in Greece showing her with a Hitler moustache. She was depicted as a witch, a dominatrix or a wicked stepmother, and accused of trying to subjugate the whole continent.

In Italy the hostility to her was fanned by the media empire of then prime minister Silvio Berlusconi. Records of bugged phone calls emerged in which he referred to the chancellor in extremely disparaging terms. In August 2012 the newspaper Il Giornale, owned by Mr Berlusconi’s brother, had a front-page picture of Ms Merkel raising her hand in a vaguely fascist salute, accompanied by an article claiming Italy was “no longer in Europe, it is in the Fourth Reich”. 

The crisis has emboldened politicians on Italy’s right who sense the mood in the country is shifting against Brussels, as well as becoming more anti-German. 

“The EU has gone from doing absolutely nothing to some trying to profit from the difficulties we are facing,” says Giorgia Meloni, leader of the far-right Brothers of Italy, which has made significant gains in opinion polls to become the second most popular rightwing party after Mr Salvini’s League.

“There are people who are trying to use the virus to speculate. There is a game to weaken Italy and buy its strategic assets,” she told the FT. “While we are counting our dead, they are counting the risk of losing interest on their bonds.”

Claudio Borghi, a League MP who has led a ferocious campaign against Italy accepting money from the ESM — arguing it would be tantamount to a surrender of sovereignty — this week posted an Italian Fascist era poster with a smiling German soldier extending his hand. The text reads “Germany is truly your friend”. Mr Borghi wrote: “Time goes on, but the tactics are always the same.”

Franziska Brantner, a German Green MP, says the Italians she has spoken to see themselves as “a laboratory for corona”, adding: “They feel, Germany is just watching them and trying to learn from their experience. There is real bitterness among my pro-European friends in Italy. They’re saying what have we done to the Germans to make them treat us like this?”

Italy’s pro-Europeans are hoping that the mounting shock from the Covid-19 crisis will jolt recalcitrant northern European countries into making a large enough gesture of solidarity to repair the damage that has been done. 

In recent days opponents of collective fiscal action have been on the defensive as the sheer scale of the economic slump has become clearer. In the Netherlands, the government of prime minister Mark Rutte last Wednesday proposed a solidarity fund worth €20bn, with cash transfers set to go straight to the coffers of Rome and Madrid to fund emergency medical spending. 

His finance minister Wopke Hoekstra had been criticised in the south after he called on Brussels to investigate why some economies did not have fiscal buffers to see them through a crisis. Portugal’s prime minister António Costa called the remarks “repulsive”. 

Mr Rutte’s proposal would only fill a small part of the gap given the vertiginous public finance challenges facing Italy and Spain, but the very fact that a country that has traditionally been a vociferous opponent of any fiscal transfers between euro area members should make such a suggestion is indicative of the changing public mood. 

Bruno Le Maire, France’s finance minister, on Thursday laid out plans for an “exceptional and temporary” joint fund that would help countries kick-start their recoveries. This would issue bonds with the joint guarantee of all EU member states and be operated by the European Commission. 


For Mr Tusk there is now little time left for the EU’s richest nations to come forward with bold and positive initiatives and avoid instilling any sense of humiliation in countries that needed help. “People are suffering now — it is not a political game,” he says. “People have to feel that we are a real community and a real family in such a time.”

UNITED EUROPE WILL LOSING ITALIANS PEOPLE

Oil markets are facing a perfect storm. The scissors of supply and demand are moving against one another, generating increasing pain on the oil industry and the political and financial stability of oil-producing countries.

Global oil demand is dropping due to the recession induced by the COVID-19 shut down of economic activity and transport in the most industrialized countries. Goldman Sachs predicts that global demand could drop from 100 million barrels per day (mdb) in 2019 to nearly 80 mdb in 2020.[1] If confirmed, this would be single biggest demand shock since petroleum started its race to become the most important energy source in the world.

Meanwhile, global supply is increasing due to the “oil price war” triggered by the Saudi decision on 7 March to offer discounts and maximize production, increasing output to a record high of 12.3 mbd. The Saudi government had reacted to the refusal by Russia to contribute to a coordinated OPEC production cut of 1.5 mbd, thus shelving, for the moment, the OPEC Plus alliance than had been forged in 2016 precisely to prevent a continuous drop in oil prices

Figure 1 OPEC oil production and supply adjustments


Most analysts explain the ongoing Saudi-Russian oil war with their willingness to increase their respective market share to the detriment of US shale producers. A different, but authoritative interpretation of the Saudi strategy, comes from Bernard Haykel, a professor at Princeton University who is personally acquainted with Saudi crown-prince Mohammed bin Salman.

Professor Haykel maintains that the Saudi decision might actually be motivated by the long-term goal of maximizing oil rents while there still is a market for Saudi oil “because climate change has fueled a global push toward de-carbonization and renewable energy”.[2]

In the short-term, the Saudi leadership is probably seeking to bring Russia back in line with OPEC while at the same time punishing US shale producers which rely on higher oil prices for commercial viability. Yet, Riyadh is also pursuing a longer-term goal, which entails producing as much oil as possible for a world that will be less reliant on petroleum in the medium term.

There is an inherent contradiction between the two goals stated above and the need for Saudi Arabia to preserve a relatively high oil price in order to guarantee fiscal income for the state, thus providing adequate welfare to its citizens.

As a result of the twin supply and demand shocks, the price of US oil (West Texas Intermediate – WTI) has dropped below 20 dollars a barrel followed by wild oscillations. At this price, most US shale companies will not be profitable, (only 3 US shale companies have an average breakeven cost at 30 dollars), while certain qualities of US crude have been sold at negative prices.

The world’s most important crude benchmark (Brent), is below 30 dollars per barrel. With these prices, the political, social and economic turmoil already experienced by OPEC countries such as Venezuela, Libya, Algeria, Nigeria and Iran before the present crisis will become unbearable; while both Saudi Arabia (with a fiscal breakeven at 84 US dollars per barrel) and Russia (with its lower fiscal breakeven price at 48 US dollars) will face tremendous pressures.[3]

The present crisis holds numerous similarities with the oil “counter-shock” of 1985/86 (Figure 2).[4] At the time, global oil demand was declining due to the economic recession of the early 1980s, as well as to the introduction of efficiency measures and the shift to “alternative” energy sources (nuclear and natural gas) put in place by most OECD governments. Similarly to today, there was a problem of over-supply, due to the advent of new oil production, particularly from the British and Norwegian North Sea. Today, a large portion of new supply instead comes from the US shale industry, especially in the Permian Basin, that has increased US production from 5 mbd in 2008 to more than 12 mbd in 2019, giving rise to the so-called “shale revolution”.


Like today, Saudi Arabia was fed up of being forced to continuously cut production to defend the OPEC price and, in the Autumn of 1985, decided to discipline non-OPEC producers by offering discounts and maximizing production. Oil prices fell to nearly 10 dollars a barrel as a result, having a terrible impact on oil producers. US “independent” producers faced bankruptcy, and the cycle of oil industry “mega-mergers” began. OPEC countries entered a phase of political and economic turmoil: Saddam Hussein’s ill-conceived gamble to revive a bankrupted Iraq by invading neighbouring Kuwait in 1990 was only the most evident consequence of the “counter-shock”.


The first novelty is that we might now have reached “peak oil demand” due to a combination of cultural, financial and political shifts in the largest industrialized countries, combined with the ever-increasing pressures for “deglobalization”, heightened by the recent shock from the global pandemic.[5] While the price “counter-shock” of 1985/86 led to a massive expansion of global oil consumption that fuelled the neoliberal globalization of the 1990 and 2000s (global oil consumption increased from 60 mbd in 1985 to 100 mbd in 2019), it is unlikely that the price shock of 2020 will bring global oil demand back beyond the peak of 100 mbd. This will be especially true if state investment plans to counteract the COVID-19 induced recession will be also oriented toward boosting “green” technologies and infrastructures.

The other novelty is that most OPEC countries, and crucially the two countries that played a key role for the creation of OPEC, Venezuela and Saudi Arabia, are for different reasons shifting from a “political approach” to oil production, to a prevailingly “commercial approach”. The Venezuelan government has essentially lost control over its oil industry – which has been effectively privatized and controlled by foreign, mostly Russian, companies. Saudi Arabia has taken the unprecedented step to market 1.5 per cent of its national oil company Saudi Aramco, and as a result now needs to consistently produce dividends for its shareholders, even if at the expense of Saudi state finances.

The spread of this “commercial approach” by OPEC national oil companies will not allow for significant structural production cuts in a competitive environment. Nor will it allow for strong international cooperation with a focus on preserving oil rents for OPEC governments and protecting the availability of the natural resources for future generations. National companies will be struggling to defend their market share, and will thus offer discounts to their customers and demand fiscal incentives from their governments.

The combined pressures from the new “peak demand” scenario, together with the weakening of OPEC due to the commercial orientation of national oil companies, will basically wipe out whatever was left of a “structure” of the oil market that has become increasingly unstable since the 1970s. The race to the bottom of oil prices will wreak economic havoc on most oil-producing countries and regions of the world, including on US states such as Texas (where the oil industry represents 10 per cent of the GDP and directly employs 360,000 workers), and on high-cost OECD oil producers such as Canada.

Since the 1970s, OPEC has been the only international organization that, with moderate success, has attempted to control production and stabilize prices. It cannot, and will not, continue doing so any longer. It will not accept to rein in production while the rest of the world simply strives to pump out as much oil and gas as possible, be this from shale formations, from tar sands or from below the Arctic, with utter lack of environmental concerns. Oil production cuts will either be shared and coordinated with other world producers, or they will simply not happen.

John Maynard Keynes had repeatedly warned about the need for global management to stabilize the price of commodities.[6] The only precedent for global negotiations on energy prices has been the Conference for International Economic Cooperation (CIEC) held in Paris from 1975 to 1977. At the time, a select group of 27 participants from the OECD, OPEC and the “less developed countries” tried to discuss energy prices and development issues in parallel. The danger stemmed from soaring oil prices and the widespread fear of “running out of oil”. The exercise ended in failure because of the unwillingness of OPEC, then at the peak of its power, to discuss prices without relevant concessions by industrialized countries.

This time is different. The risk and instability derive from peak oil demand, low prices and the need for stable prices in order to plan a speedy transition away from fossil fuels, while avoiding the political and economic collapse of oil-producing countries. A new “pro-rationing” effort must be undertaken at a global level, involving the US and other OECD members, OPEC and non-OPEC states such as Russia, Mexico and Brazil. Significantly, the “pro-rationing” conducted by the Texas Railroad Commission in the 1930s already served as the model for the founders of OPEC.

Whatever its format and however difficult it may be to change a “neoliberal” ideology that rules out state-led regulation of production, the time for a global dialogue on production levels and oil prices (and possibly on environments standards) has come. Deregulation of the energy market has to give way to a new era of regulation of the oil industry at both national and international levels.

The alternative will leave commercially-oriented oil companies, both national and international, free to engage in a destructive price war that will maximize environmental degradation and the squandering of natural resources. A destructive price-war will ultimately endanger decarbonization efforts (car-markers are already pressing governments to relax emissions standards), and will increase political and economic instability in OPEC countries, such as Saudi Arabia and Iran, that are key regional actors.

Giuliano Garavini teaches International History at Roma Tre University. He is the author of “The Rise and Fall of OPEC in the Twentieth Century” (Oxford University Press, 2019).

[1] Tsvetana Paraskova, “Goldman Sachs: Prepare for a Massive Oil Demand Shock”, in OilPrice.com, 26 March 2020, https://oilprice.com/Energy/Energy-General/Goldman-Sachs-Prepare-For-A-Massive-Oil-Demand-Shock.html.

[2] Bernard Haykel, “Saudi Arabia’s Radical New Oil Strategy”, in Project Syndicate, 23 March 2020, https://prosyn.org/LmBSCnq.

[3] Jack Farchy and Paul Wallace, “Petrostates Hammered by Oil Price Plunge and Pandemic’s Spread”, in Bloomberg, 28 March 2020, https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-03-28/petrostates-hammered-by-oil-price-plunge-and-pandemic-s-spread.

[4] Duccio Basosi, Giuliano Garavini and Massimiliano Trentin (eds), Counter-Shock. The Oil Counter-Revolution of the 1980s, London/New York, IB Tauris, 2018.

[5] The debate on “peak demand” has been raging since 2018. See Spencer Dale and Bassam Fattouh, “Peak Oil Demand and Long-Run Oil Prices”, in OIES Energy Insights, No. 25 (January 2018), https://www.oxfordenergy.org/?p=30822.

[6] See Robert W. Dimand and Mary Ann Dimand, “J.M. Keynes on Buffer Stocks and Commodity Price Stabilization”, in John Cunningham Wood (ed.), John Maynard Keynes. Critical Assessments, Second Series, Vol. VIII, London/New York, Routledge, 1994, p. 87.

Saturday, March 21

COVID19- ROTTURA DI COGLIONI:" MEDIA, PROF E POLITICI"


La "pandemia" del COVID-19 è principalmente progettata per potenziare l'élite al potere MONDIALE e promuovere la sua portata AUTORITARIA-REPRESSIVA. Lo strumento principale è l'innata paura umana della morte e di questa paura è  notevolmente strumentalizzata e amplificata dai media di propaganda corporativa bancaria.


Il tasso di mortalità del COVID-19 finora è RIDICOLO RISPETTO ALLE MORTI PRECEDENTI DELLE PANDEMIE DELL'ULTIMO SECOLO, anche se il governo e i suoi media-vassalli, promettono che il numero dei morti aumenterà precipitosamente e che l'unica opzione sia quella di "appiattire la curva" imponendo mandati mega-autoritari, inclusa l'imposizione della legge marziale, come è ora -UNICO CASO IN EUROPA!
Lo stato ha il monopolio della coercizione. Prossimamente, della violenza. Fino ad ora ha dimostrato -come sempre e ripetutamente nel corso della storia- che il suo primo riflesso durante qualsiasi crisi, vuoi virale o inventata, è quella di richiedere l'obbedienza delle masse oppure ne subiranno le conseguenze: arresto, multe, incarcerazione, persino, la morte per ISOLAMENTO CHIUSI IN CASA PER MESI ANCORA A VENIRE


Per il governo di peones, è inammissibile andare in giro e vivere la nostra vita normalmente ma con profonde precauzioni prodotte dalla intelligenza. Paure che in questi giorni circolano anche nel resto del mondo. Persino in alcuni Stati dell' Europa Occidentale, altri bastioni della mentalità liberale che presto cadrà!

Oltre a promuovere il governo autoritario, lo stato italiano e i suoi VERI PROPRIETARI, i banchieri e le società transnazionali e multiproduttive, sono determinati a abbattere un'economia già malata dagli anni "80 grazie a Carlo Azeglio Ciampi e al divorzio tra Banca d'Italia e Ministero del Tesoro, perdendo 30.000 miliardi di lire in Borsa -in un giorno-. 


Infine, IL DISTRUTTORE DELLA SANITA' PUBBLICA ITALIANA con cui l’Osservatorio Gimbe ha calcolato in 37 i miliardi di de-finanziamento al Sistema Sanitario Nazionale. Responsabilità che hanno nomi e cognomi: dalla lettera di Draghi-Trichet all’avvento del famigerato Andrea Monti (Goldman und Sachs) e poi altri governi d'incapaci -fino a questo surreale governo Frankstein; nessuno CAPACE DI INVERTIRE LA TENDENZA DEL SUICIDIO DELLA SANITA' PUBBLICA ITALIANA.  

In questo modo, ora, I BANCHIERI E I LORO PULCINI possono riconfigurare le economie MONDIALI e infine stabilire un piano "globalista" per un governo mondiale centralizzato (ricerca di  "governance globale"). 

Questo piano dall'alto verso il basso viene venduto dai media come uno sforzo del governiccolo di terroni affinchè per realizzare sistemi di pace, sicurezza, giustizia, economia, debiti e mediazione globale, CI INDUCONO A CREDERE CHE STANNO SALVANDO L'ITALIA  DAL COVIN-19. AL CONTRARIO, SIAMO NOI CHE DOVREMMO SALVARCI DA LORO E, COSI I NOSTRI FIGLI, I NOSTRI NIPOTI.... DALLE ZANNE MILLENARIE DI BANCHE DI USURAI! 

Ricordo le osservazioni di Henry Kissinger a seguito delle precedenti epidemie/pandemie in CINA. Questo criminale di guerra davanti ai suoi Bancari sionisti FACENTI PARTE delle famiglie Rothschild, Rockefeller, Goldman, Saacks, SAI Agnelli, Metzler, Morgan, Paul Singer et cetera et cetera; dichiarò che: in caso di una bella crisi appropriata, il popolo correrà dallo stato e gli chiederà urlando di esserne protetto. Sempre più spesso, come bambini indifesi, si aspettano e chiedono allo stato non solo di proteggerli, ma anche di donargli ogni sorta di prelibatezze gratuite a spese degli altri coglioni.

Questo è il modo REALE con cui alcuni milioni di italiani guardano unicamente al loro governo di peones transfughi del fu M5S e del fu PD, Giuseppi come un papà benefico e magnificente nei congiuntivi si prenderà cura di tutti i loro bisogni -senza più fare un cazzo e aspettando istruzioni da Macron e Merkel.


Quello Strauss che credeva che il mondo avesse bisogno di una classe illuminata di sovrani modellata sulla Repubblica di Platone. 

Shadia Drury, professore di teoria politica all'Università della Regina nel Saskatchewan, scrisse durante il regno dei neo-con dei Bush: Gli antichi filosofi che Strauss amava di più credevano che le masse non lavate non fossero le più adatte a non conoscere la verità né la libertà, e che dare loro un benessere piccolo o sublime; sarebbe come lanciare perle davanti ai maiali. 

Contrariamente ai moderni pensatori politici, gli antichi negavano l'esistenza di un diritto naturale alla libertà. Gli esseri umani non sono nati né per essere liberi, né per essere uguali. La condizione umana naturale, sostenevano, NON E' QUELLA DELLA LIBERTA', MA QUELLA DELLA SUBORDINAZIONE!! Credo, proprio, vedendo quest'Italia ferita, che Strauss avesse proprio ragione nel pensarlo.

QUESTO E' IL FINE DELLA CRISI MONDIALE CHIAMATA "PANDEMIA DEL COVIN-19"; CIOE', COME SUBORDINARSI AGLI STATI-BANCHIERI, DA PARTE DI UNO O PIU' POPOLI PER FARSI PERSEGUIRE DA NUOVI DIKTAT AUTORITARI, SENZA PIU' DOMANDE, LAMENTELE O RESISTENZE DEL CAZZO!!



Fonti:
.-Soros Plays Both Ends in Syria Refugee Chaos - 31 December 2015
.-About That ISIS Plan to Attack Munich… - 4 January 2016
.-Do We Need the Fed? - 21 December 2015
.-Obama Administration Fights To Withhold Over 2,000 Photos Of Alleged US Torture and Abuse - 18 December 2015
.-Enough Already! It’s Time To Send The Despicable House Of Saud To The Dustbin Of History - 6 January 2016

Wednesday, March 11

PANDEMIA CAPIAMOLA VERAMENTE E SENZA BUGIE!

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), in modo specifico per l’influenza, ha individuato una serie di requisiti necessari perché si verifichi una pandemia. In primo luogo deve emergere un virus geneticamente diverso in modo significativo dai virus che circolano nella popolazione umana e per il quale, quindi, la maggior parte della popolazione non ha immunità. 


Da sempre (?) l’OMS tiene sotto controllo l’emergere di epidemie nel mondo: già nel 1947 (un anno dopo la sua fondazione) aveva creato un servizio di informazione epidemiologica via telex. Tuttavia, negli ultimi anni le cose sono cambiate. In particolare, le International health regulations (IHR) del 2005, entrate in vigore nel 2007, hanno radicalmente modificato i requisiti per le notifiche internazionali. 

A questo scopo l’OMS ogni giorno raccoglie informazioni da fonti diverse: servizi sanitari nazionali, uffici regionali, organizzazioni non governative, università, ospedali, ma anche stampa, radio, televisione, Internet. Quindi non solo informazioni ufficiali, ma anche quelli che gli anglosassoni chiamano rumours, ovvero chiacchiere

Mentre in precedenza gli Stati membri avevano l’obbligo di notificare all’OMS in modo automatico i casi di colera, peste e febbre gialla, da quel momento in poi la notifica parte quando nel territorio di uno Stato viene identificato un evento che può costituire un’emergenza per la salute pubblica di rilevanza internazionale, chiamato anche PHEIC (Public Health Emergency of International Concern). 


A questo punto comincia un processo di verifica al termine del quale parte la diffusione dell’informazione e l’organizzazione della risposta: l’OMS offre un sostegno alle autorità sanitarie della nazione colpita attraverso il GOARN (Global Outbreak Alert and Response Network), una rete alla quale aderiscono le maggiori istituzioni scientifiche e sanitarie del mondo. 

Le capacità di intervento del GOARN vanno dall’invio di team per le indagini epidemiologiche e l’assistenza medica alla fornitura di strutture per le diagnosi di laboratorio o la raccolta dei campioni biologici.

Le malattie epidemiche e pandemiche emergenti e riemergenti costituiscono una seria minaccia alla salute, tanto che il 12° programma generale di lavoro dell’OMS (2014-19) pone come uno dei cinque obiettivi strategici la riduzione di mortalità, morbidità e disagi sociali dovuti alle epidemie attraverso la prevenzione, la preparazione, la risposta e le attività di recupero. 

Prendiamo ora in esame alcuni dei principali eventi di questo inizio secolo che costituiscono o potrebbero costituire potenziali emergenze per la salute pubblica mondiale:




L’influenza s. fu causata dal virus a RNA H1N1.
L'influenza spagnola, altrimenti conosciuta come virus dell'influenza H1N1, questa tragica epidemia, fu una pandemia influenzale, insolitamente mortale, deflagrò tra il 1918 e il 1920 uccise un minimo di 50 milioni di persone: Prima delle tre pandemie che coinvolsero la maggior parte del mondo durante l'ultimo secolo.

Questa epidemia fu portata dai soldati che ritornavano dal fronte del 15-18. Molti di essi, scampati alle granate nemiche, morirono di influenza già al fronte, a guerra quasi finita. Oltre cinquanta milioni di morti "dimenticati".

All’inizio l’influenza virale H1N1 non sembrava destare molta preoccupazione: «Cette maladie a fait son apparition aussi chez-nous, mais sous une forme assez bénigne et peu allarmante. Quelques jours de fièvre et voilà tout» scriveva l’11 ottobre Le Pays d’Aoste e si augurava che «les premiers froids en balayeront les derniers vestiges». Invece la epidemia colpiva solo e soprattutto giovani adulti precedentemente sani. 


 Si stima che un terzo della popolazione mondiale fu colpito dall’infezione durante la pandemia del 1918–1919. La malattia fu eccezionalmente severa, con una letalità maggiore del 2,5% e circa 50 milioni di decessi, alcuni ipotizzano fino a 100 milioni.

Tre focolai di influenza (pandemia) in tutto il mondo si sono verificati nel 20 ° secolo: nel 1918, 1957 e 1968. Questi ultimi 2 erano nell'era della virologia moderna e caratterizzati in modo più completo. Tutti e 3 sono stati identificati in modo informale dai loro presunti siti di origine rispettivamente come influenza spagnola, asiatica e di Hong Kong. Ora sono noti per rappresentare 3 diversi sottotipi antigenici del virus dell'influenza A: H1N1, H2N2 e H3N2, rispettivamente. 

Non classificate come vere pandemie sono 3 notevoli epidemie: una pseudo-pandemia nel 1947 con bassi tassi di mortalità, un'epidemia nel 1977 che fu una pandemia nei bambini e un'epidemia abortiva di influenza suina nel 1976 che si temeva avesse un potenziale pandemico. 

Le principali epidemie di influenza non mostrano periodicità o pattern prevedibili e differiscono tutte l'una dall'altra. Le prove suggeriscono che le vere pandemie con cambiamenti nei sottotipi di emoagglutinina derivano dal riassortimento genetico con i virus dell'influenza A animale.I morti furono più di 200 milioni.Negli anni trenta furono isolati virus influenzali dai maiali e dagli uomini che, attraverso studi siero-epidemiologici furono messi in relazione con il virus della pandemia del 1918. 

Si è visto che i discendenti di questo virus circolano ancora oggi nei maiali.

Forse hanno continuato a circolare anche tra gli esseri umani, causando epidemie stagionali fino agli anni ’50, quando si fece strada il nuovo ceppo pandemico A/H2N2 che diede luogo all’Asiatica del 1957.

Da allora virus simili all’ A/H1N1 continuarono a circolare in modo endemico o epidemico negli uomini e nei maiali, ma senza avere la stessa patogenicità del virus del 1918.

Dal 1995, a partire da materiale autoptico conservato, furono isolati e sequenziati frammenti di RNA virale del virus della pandemia del 1918, fino ad arrivare a descrivere la completa sequenza genomica di un virus e quella parziale di altri 4. Il virus del 1918 è probabilmente l’antenato dei 4 ceppi umani e suini A/H1N1 e A/H3N2, e del virus A/H2N2 estinto.

Questi dati suggeriscono che il virus del 1918 era interamente nuovo per l’umanità e quindi, non era frutto di un processo di riassortimento a partire da ceppi già circolanti, come successe poi nel 1957 e nel 1968. Era un virus simile a quelli dell’influenza aviaria, originatosi da un ospite rimasto sconosciuto.


La curva della mortalità per età dell’influenza, che conosciamo per un arco di tempo di circa 150 anni. ha sempre avuto una forma ad U, con mortalità più elevata tra i molto giovani e gli anziani. Invece la curva della mortalità del 1918 è stata a W incompleta, simile cioè alla forma ad U, ma con in più un picco di mortalità nelle età centrali tra gli adulti tra 25 e 44 anni.

I tassi di mortalità per influenza e polmonite tra 15 e 44 anni, ad esempio furono più di 20 volte maggiori di quelli degli anni precedenti e quasi metà delle morti furono tra i giovani adulti di 20–40 anni, un fenomeno unico nella storia conosciuta. Il 99% dei decessi furono a carico delle persone con meno di 65 anni, cosa che non si è più ripetuta, né nel 1957 e neppure nel 1968. I fattori demografici non sono in grado di spiegare questo andamento.


I virus imparentati a quello del 1918 non diedero più segnali di sé fino al 1977, quando il virus del sottotipo H1N1 riemerse negli Stati Uniti causando un’epidemia importante nell’uomo.

Dopo aver causato un primo focolaio in America Settentrionale ad aprile 2009, un nuovo virus influenzale ha cominciato a diffondersi rapidamente nel mondo, finché a giugno dello stesso anno l’OMS ha dichiarato che si trattava di una p. influenzale. 

L’evento non si era più verificato dal 1968, anno dell’influenza di Hong Kong. 

Nel 2009 la p. di influenza H1N1 è stata dichiarata un PHEIC, così come il riemergere di casi di poliomielite in alcuni Paesi asiatici, del Medio Oriente e dell’Africa centrale nel 2014 e, nello stesso anno, l’epidemia di Ebola in Africa occidentale.

Il virus del 2009 (A/H1N1pdm09) non era mai stato identificato come causa di infezioni negli esseri umani. Le analisi genetiche hanno mostrato che ha la sua origine nei virus influenzali che colpiscono gli animali e che non ha relazioni con altri virus H1N1 che circolavano in precedenza.

La p. del 2009 si è mostrata meno pericolosa delle antecedenti. 

Tuttavia, le prime stime sulla mortalità diffuse dall’OMS nel 2010, contando i casi confermati dai laboratori (circa 16.000 morti), si sono rivelate troppo ottimistiche. 

Uno studio del 2013 valuta che la mortalità per problemi respiratori dovuta alla p. influenzale del 2009 sia stata circa 10 volte più alta: un numero di morti che va da 123.000 a 203.000

Inoltre, benché la mortalità sia simile a quella dell’influenza stagionale, è decisamente più alta tra le persone al di sotto dei 65 anni: tra il 62 e l’85% delle morti ha riguardato persone al di sotto di quella età, contro il 19% dell’influenza stagionale. Questo vuol dire che si sono persi molti più anni di vita (Simonsen, Spreeuwenberg, Lustig et al. 2013).

MERS-CoV. – Nel 2012 in Arabia Saudita è stata identificata una nuova malattia virale che colpisce le vie respiratorie e che può essere anche molto grave. Poiché i casi sono tutti collegati ai Paesi della penisola arabica, la malattia è stata battezzata MERS (Middle East Respiratory Syndrome) e il coronavirus che ne è la causa è il MERS-CoV. I coronavirus sono abbastanza comuni e normalmente causano malattie piuttosto lievi delle alte vie respiratorie, come il raffreddore, ma nel 2002 in Cina è apparso un nuovo coronavirus dalle caratteristiche particolari: causa una malattia molto grave chiamata SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome) che, tra il 2002 e il 2003, ha colpito 8.098 persone in 25 Paesi uccidendone 774.

Anche il MERS-CoV è degno di attenzione: la malattia che causa, i cui sintomi sono tosse, febbre e respiro affannoso, fino a metà gennaio 2015 ha colpito 955 persone e ne ha uccise 351, circa il 30%. I dati disponibili suggeriscono che i dromedari rappresentino la fonte d’infezione (diretta o indiretta) di molti casi umani (Al-Tawfiq, Memish 2014).

La trasmissione interumana appare invece limitata. Il passaggio del virus avviene prevalentemente attraverso goccioline di saliva o per contato diretto; sembra tuttavia plausibile anche la trasmissione per via aerea in quanto tracce di RNA (RiboNucleic Acid) virale sono state rilevate nell’aria di una stalla di dromedari colpiti dal virus. Le misure di prevenzione e controllo sono difficili da mettere in atto perché spesso non è possibile identificare i pazienti in modo precoce: infatti, i sintomi iniziali di questa malattia si possono confondere con quelli di altre patologie respiratorie.

Influenza H7N9 e H5N1. – Un’altra malattia che deve essere tenuta sotto controllo è l’influenza aviaria. Ci sono due virus rischiosi per l’uomo: H7N9 e H5N1. Il primo nel 2013 in Cina è stato individuato per la prima volta negli esseri umani, in pazienti che avevano avuto contatti con i polli. Da allora e fino a gennaio 2015 sono stati riportati 347 casi con un tasso di mortalità del 21%. 

Fino al 2015 non è stata confermata una trasmissione da persona a persona che possa considerarsi efficiente. L’altro virus, H5N1, è apparso per la prima volta nel 1997 e ha un tasso di mortalità ancora più alto: 59% (Bartlett 2014). La differenza principale tra i due virus è che mentre l’infezione causata da H5N1 risulta fatale in tempi rapidi negli uccelli, quella causata da H7N9 è normalmente asintomatica in questi animali. Questo vuol dire che H7N9 ha un reservoir (serbatoio) stabile e silente che è molto difficile da trovare ed eliminare.

Media e pandemie. – Le epidemie e le p. più recenti hanno messo in evidenza il ruolo determinante dei media nella comunicazione e nella gestione del rischio. Da un lato, come abbiamo visto, grazie ai rumours i media sono una delle fonti che contribuiscono a identificare un evento rischioso per la salute pubblica. Dall’altro lato, sono anche il canale di diffusione delle notizie alla popolazione quando c’è un’emergenza per la salute pubblica.

Oggi i social media e le informazioni scambiate su Internet si stanno sostituendo ai media tradizionali e si sta pensando di utilizzarli come opportunità per migliorare la sorveglianza degli eventi epidemici (Velasco, Tumacha, Denecke et al., 2014). 

In particolare, sta nascendo un nuovo settore di ricerca chiamato digital epidemiology che è un approccio interdisciplinare tra scienza, tecnologia e salute pubblica. Già esistono esempi di cosa può produrre questo approccio: un sistema per identificare le comunità con un maggior rischio di alta incidenza di influenza basato sull’analisi delle attitudini nei confronti della vaccinazione rilevate da Twitter (Costello 2015).

Nella percezione del pubblico, tuttavia, non sempre i media svolgono il loro ruolo in modo ineccepibile. Uno studio pubblicato in Svizzera ha analizzato come il pubblico dei non esperti ha recepito il comportamento di quanti, a vario titolo, sono stati coinvolti nella p. influenzale del 2009. 

Ne è uscito un quadro drammatizzato dove si muovono eroi (medici, ricercatori) e vittime (i Paesi poveri), mentre i media sono i cattivi che generano allarme o che sono marionette al servizio di interessi forti e industrie farmaceutiche (Wagner-Egger, Bangerter, Gilles et al. 2011). Infatti, un’accusa che spesso viene mossa ai media è quella di esagerare il rischio di un’epidemia contribuendo così a creare malintesi. Ma si è visto che spesso i media hanno avuto un’influenza positiva sulla percezione della malattia da parte della popolazione, facilitando gli interventi di prevenzione (Riva, Benedetti, Cesana 2014).

Un problema da tenere presente è che il termine epidemia viene utilizzato in due accezioni diverse dagli esperti e dai non esperti. Per i secondi il termine di solito implica un pericolo per la popolazione e un grande numero di vittime, non così per gli epidemiologi, come abbiamo visto. Questa discrepanza contribuisce a creare confusione e può diventare un problema nella comunicazione del rischio. 

L’obiettivo fondamentale infatti è evitare la paura, ma non sempre la comunicazione degli esperti riesce a raggiungerlo: il «New York Times», inondato negli ultimi mesi del 2014 da domande dei lettori su come ci si contagia con Ebola, sostiene che gli esperti spesso sono poco chiari e usano termini ambigui, come per es. l’espressione fluidi corporei, utilizzata senza specificare a quali fluidi è legato il rischio di contagio (Altman 2014).

C’è poi un problema di fondo: ogni nuova minaccia alla salute è accompagnata da incertezze che riguardano in particolare la comprensione di che cos’è la malattia e di quali sono i rischi di trasmissione. L’ammissione dell’incertezza però spesso dà luogo alla sensazione terrorizzante che le autorità sanitarie non sappiano quello che stanno facendo (Rosenbaum 2015). L’equilibrio tra la necessità di essere trasparenti anche su ciò che si ignora e la necessità di trasmettere indicazioni con autorevolezza è difficile da raggiungere e le strategie per ottenerlo meritano un’attenta riflessione da parte dei diversi attori coinvolti.

Bibliografia: Pubblicato da Treccani- P. Wagner-Egger, A. Bangerter, I. Gilles et al., Lay perceptions of collectives at the outbreak of the H1N1 epidemic: heroes, villains and victims, «Public understanding of science», 2011, 20, 4, pp. 461-76; L. Simonsen, P. Spreeuwenberg, R. Lustig et al., Global mortality estimates for the 2009 influenza pandemic from the GLaMOR project: a modeling study, «PLoS medicine», 2013, 10, 11:e1001558; J.A. Al-Tawfiq, Z.A. Memish, Middle East respiratory syndrome coronavirus: epidemiology and disease control measures, «Infection and drug resistance», 2014, 7, pp. 281-87; T.R. Frieden, I. Damon, B.P. Bell et al., Ebola 2014. New challenges, new global response and responsibility, «The New England journal of medicine», 2014, 371, 13, pp. 1177-80; E.C. Hayden, The Ebola questions, «Nature», 2014, 514, 7524, pp. 554-57; M.L. McNairy, W.M. El-Sadr, Antiretroviral therapy for the prevention of HIV transmission: what will it take?«Clinical infectious diseases», 2014, 58, 7, pp. 1003-1111; M.A. Riva, M. Benedetti, G. Cesana, Pandemic fear and literature: observations from Jack London’s The scarlet plague, «Emerging infectious diseases», 2014, 20, 10, pp. 1753-57; UNAIDS (United Nations AIDS), The gap report, Genève 2014; E. Velasco, A.T. Tumacha, K. Denecke et al., Social media and Internet-based data in global systems for public health surveillance: a systematic review, «The Milbank quarterly», 2014, 92, 1, pp. 7-33; L. Rosenbaum, Communicating uncertainty. Ebola, public health, and the scientific process, «The New England journal of medicine», 2015, 372, 1, pp. 7-9. Webgrafia: L.K. Altman, Epidemic of confusion. Like AIDS before it, Ebola isn’t explained clearly by officials, «The New York Times», 10 nov. 2014, http://www.nytimes. com/2014/11/11/health/ likeaids-before-it-ebola-isnt-explained-clearly-byofficials. html?_r=0; J.G. Bartlett, An epidemic of epidemics, «Medscape infectious diseases», 2014, http://www.medscape.com/viewarticle/821073;Graphic: as Ebola’s death toll rises, remembering history’s worst epidemics, «National geographic», 25 ott.2014, http://news. nationalgeographic.com/news/2014/10/ 141025-ebola-epidemic-perspective-historypandemic/; V. Costello, Researchers changing the way we respond to epidemics with Wikipedia and Twitter, «PLoS blogs», 29 genn. 2015, http://blogs.plos.org/blog/2015/01/29/researchers-changing-wayrespond-epidemics-wikipedia-twitt/. Tutte le pagine web si intendono visitate per l’ultima volta il 6 agosto 2015.