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Friday, September 14

Ecco i bersagli dei Droni dopo l'attacco a Bengasi.

Il patto tradito con il Cairo e Sana'a.  Non farà come Reagan e Clinton, la sua risposta avrà una parte visibile, di deterrenza e minaccia, e una parte clandestina dice il presidente americano Obama dopo l'uccisione in Libia dell'ambasciatore Cristopher Stevens. Che forma prenderà la reazione della Casa Bianca questa volta? Nel 1986 Ronald Reagan ordinò il bombardamento della Libia dopo l'attentato ordinato dal regime di Gheddafi a una discoteca tedesca frequentata da soldati americani. 

Nel 1998 Bill Clinton ordinò il bombardamento di sei campi di al Qaida in Afghanistan e di un sito in Sudan dopo gli attentati a due ambasciate in Africa. E' certo che oggi non sarà così rapida. La risposta di Obama avrà una parte visibile, di deterrenza e minaccia, e una parte clandestina. Due incrociatori sono stati spostati poco al largo delle coste africane e una forza di reazione rapida di duecento marine si sta occupando del rafforzamento della sicurezza attorno ai diplomatici americani. 

Le due navi da guerra, la Uss Laboon e la Uss McFaul, hanno missili Tomahawk che possono colpire con precisione bersagli sulla terraferma e offrono al Pentagono un'opzione in più. E' la stessa arma scelta da Clinton nel 1998. La parte clandestina è affidata al mezzo preferito dall'Amministrazione Obama, i droni. Il Pentagono ammette che le Cap, le perlustrazioni effettuate con gli aerei senza pilota, non sono mai cessate sulla Libia. Erano andate avanti con discrezione anche dopo la fine della guerra, di cui erano stati protagonisti parecchio rumorosi: 145 missioni di bombardamento, molto più che sulle aree tribali del Pakistan. 

Lo stesso Gheddafi è morto il 20 ottobre 2011 perché il suo convoglio in fuga da Sirte è stato bloccato da un drone: poi i ribelli lo raggiunsero e fecero il resto. Grazie a un accordo riservato con il governo di Tripoli, non hanno mai lasciato il paese. Ci sono informazioni - che per il momento non è possibile confermare - su operazioni di droni armati con missili già avvenute nell'est della Libia, dove la densità di gruppi estremisti è più alta. A maggio ci sono state misteriose esplosioni in alcuni campi nella zona di Dama, secondo una fonte della Cnn. E' la città considerata più pericolosa: da lì è partita la maggioranza dei volontari libici che sono andati a combattere in Iraq contro gli americani. 

Secondo un'altra fonte, un funzionario libico del governo, un comandante islamista sostiene che nello stesso periodo il suo campo è stato bombardato. Se è già successo, potrebbe succedere ancora, a maggior ragione adesso che i libici hanno dimostrato di non essere in grado di Il governo egiziano ha respinto la richiesta americana di mandare più marine a proteggere l'Ambasciata: "Facciamo noi" proteggere gli americani nel paese - martedì notte il comandante delle guardie libiche del Consolato ha indicato agli assalitori dove si erano nascosti gli americani sopravvissuti alla prima ondata di attacco. 

Fonti americane dicono alla Cnn che i droni stanno sorvolando l'area attorno a Bengasi in cerca di bersagli. Sulla lista dei sospetti ci sono le brigate Omar Abdul Rahman, che a giugno hanno attaccato anche l'ambasciatore inglese e gli uffici della Croce Rossa a Misurata. Noman Benotman, analista della Quilliam Foundation londinese e ex capo di al Qaida in Libia, è convinto che quanto è successo al Consolato sia collegato direttamente a un video diffuso tre giorni fa su Inter-net da Ayman al Zawahiri per l'undicesimo anniversario dell'll settembre in cui il capo di al Qaida conferma la morte di Abu Yahia al Libi. 

"Il suo sangue vi chiama, e vi spinge e vi incita a combattere e a uccidere". E' considerato un "via libera" all'esecuzione dell'attacco contro gli americani. All'inizio dell'estate le brigate hanno messo su Internet il video del primo attacco al Consolato di Bengasi, datato 5 giugno, una serie di esplosioni notturne inframezzate da spezzoni di Osama bin Laden e Zawahiri, tanto per chiarire la linea ideologica senza possibilità di equivoci. Nel video il gruppo afferma di avere lanciato l'attacco in risposta alla notizia della morte di al Libi, colpito da un drone in un'area tribale del Pakistan. 

Per questo motivo martedì le parole di Zawahiri sono suonate sospette, a tre mesi di distanza. Nel video si dice che l'attacco è stato lanciato in corrispondenza con i preparativi per l'arrivo di un funzionario di alto livello del dipartimento di stato. "La scelta di tempo - scrisse Benotman in un report a giugno - indica che il gruppo segue e raccoglie attivamente informazioni sulle attività diplomatiche nel paese". Chi finisce quindi nel mirino dei droni? Secondo i servizi di sicurezza libici tra Bengasi e Dama ci sono circa 20-30 jihadisti "hardcore" che potrebbero finire nella kill list della Casa Bianca. 

Due nomi. Uno è Abdulbasit Azuz, che è in collegamento diretto con Zawahiri ed è stato mandato da lui nel paese africano l'anno scorso, quando è scoppiata la rivolta contro il regime. Azuz è un veterano dei tempi dell'Afghanistan ed è stato anche a Belmarsh, la prigione di massima sicurezza britannica, dopo gli attentati del luglio 2005, perché l'Intelligence lo teneva d'occhio per la sua campagna di reclutamento di estremisti a Manchester. Il secondo nome è Sufian bin Qamu, conosciuto anche come Abu Faris al Libi, un ex detenuto di Guantanamo che ha un campo nascosto nella zona boscosa di dama, vicino alla costa del Mediterraneo.

 Quando il governo ha mandato nell'est del paese il gran mufti Sadiq al Gharayli per stringere un patto di non belligeranza fra Tripoli e i cinque comandanti delle brigate estremiste, Qamu è stato l'unico a rifutarsi di firmare, perché vuole avere la libertà - anche formale - di compiere attacchi. Anche Qamu, 53 anni, è stato in Afghanistan e Pakistan. In Libia il patto politico militare con l'America è stato tradito in modo disastroso e spettacolare. 

L'ambasciatore Christopher Stevens era il simbolo di quel patto, quasi un eroe nazionale libico: durante la guerra il regime di Gheddafi trasmetteva le sue telefonate con il Consiglio dei ribelli come prova delle interferenze straniere. L'America contava sul governo di Tripoli per la sicurezza in Libia - ora potrebbe prendere iniziative unilaterali. 

Non è il solo accordo che sta cedendo, alla prova delle proteste violente contro il film su Maometto C'è il patto politico militare ignorato dallo Yemen. Là le forze di sicurezza locali non hanno sbarrato la strada a cinquecento manifestanti che sono entrati con la violenza nell'Ambasciata nella capitale Sana'a - fortunatamente l'edificio è una fortezza costruita a settori concentrici e quelli hanno espugnato solo il primo, il più esterno, e non gli altri dove erano chiusi, pregando per il meglio, gli americani. 

Però a Washington si chiedono: è possibile che le stesse forze di sicurezza yementie che riescono a tenere lontane cinquemila manifestanti furiosi dalla casa dell'ex presidente Ali Abdullah Saleh non riescono a fermarli quando sono dieci volte meno (forse perché sono ancora agli ordini di Yahya Saleh, nipote dell'ex autocrate)? Con tutti i milioni di dollari che gli diamo ogni anno? 

E c'è - più importante di tutti - il patto militare politico con l'America ignorato dall'Egitto. Al Cairo le forze di sicurezza lo- cali non sono riuscite a fermare le proteste davanti all'Ambasciata americana anche se quasi ogni giorno disperdono con le brutte maniere quelle davanti all'ambasciata siriana, due isolati più in là. Di nuovo: con tutti i milioni di dollari che Washington dà ai generali ogni anno (1,3 miliardi, per la precisione), davvero finisce con la bandiera nera dei salatiti che sventola sul muro esterno? 

Ieri il governo del Cairo ha respinto la richiesta americana di mandare più marine a proteggere l'Ambasciata. "La protezione la garantiamo noi".

Thursday, September 13

BOOMERANG

Scene da rivoluzione islamica, in Libia ed Egitto. Nella notte scoppia l’insurrezione a Bengasi, contro il consolato statunitense. E il bilancio è drammatico: 4 morti, fra cui anche l’ambasciatore in Libia, Christopher Stevens, morto soffocato durante lo scontro, secondo il ministero dell’Interno libico.

Il giorno prima, al Cairo, proprio in occasione dell’11mo anniversario dell’11 settembre, una folla di islamici aveva attaccato l’ambasciata americana, strappato la bandiera e issato il vessillo nero della Jihad. In entrambi i casi si è trattato di manifestazioni violente, ben organizzate e condotte da uomini armati. Colpi di arma da fuoco sono stati esplosi al Cairo, durante l’assalto all’ambasciata. Fra gli organizzatori della “manifestazione” c’era anche il fratello di Al Zawahiri, l’ideologo di Al Qaeda.

A Bengasi è stata una vera e propria battaglia: lanciagranate, raffiche di mitra e lancio di bombe a mano dentro le finestre della sede diplomatica. In Libia la guerra civile è finita da quasi un anno, ma i gruppi islamici si tengono le armi. Gli assalitori dell’ambasciata sono stati organizzati da un gruppo autoproclamatosi “Sostenitori della legge coranica”.

L’uccisione di un ambasciatore statunitense all’estero è praticamente un atto di guerra. Che cosa ha causato tanta violenza? Come si è arrivati fino a questo punto? Secondo gli organizzatori delle proteste, la folla ha reagito spontaneamente alla pubblicazione, su YouTube di un “film” americano su Maometto.

Non si tratta di un vero e proprio film, ma di un video amatoriale, dall’umorismo amaro. Promosso da un egiziano copto espatriato negli Usa e prodotto da un certo Sam Bacile, il video è stato notato da pochi. Tranne che dagli integralisti islamici. Che hanno subito colto l’occasione per lanciare una nuova campagna globale contro la “blasfemia” occidentale, analoga a quella, a suo tempo, contro le vignette su Maometto.

Ma si tratta di vero furore religioso o è un pretesto? Molti elementi suggeriscono che si tratti solo di un pretesto. Perché le manifestazioni erano dirette contro le sedi diplomatiche americane e sono scattate proprio in occasione dell’anniversario dell’11 settembre.

È chiaro che si tratta di un esplicito avvertimento degli integralisti islamici agli Stati Uniti e ai nuovi governi locali sostenuti da Washington. In Egitto si tratta di un test importante per il presidente Mohammed Morsi, leader dei Fratelli Musulmani, ma finora relativamente pragmatico e vicino all’Occidente nella sua gestione della politica.

Il Cairo, proprio in questi giorni, sta negoziando con gli Usa un nuovo prestito da 1 miliardo di dollari. Gli integralisti più integralisti del presidente lo vogliono mettere alla prova, per vedere da che parte sta. In Libia è un test ancora più difficile per l’instabile governo democratico succeduto a Gheddafi.

L’ambasciatore ucciso, Christopher Stevens, era il rappresentante americano nel Consiglio Nazionale di Transizione, durante la rivoluzione contro Gheddafi. I fondamentalisti islamici libici hanno dimostrato, in modo estremo, di non essergli affatto grati. La palla passa ora agli Stati Uniti.

Sarà Washington a decidere che tipo di rapporti tenere con questi nuovi governi, nati da una Primavera Araba che Obama ha sempre apertamente sostenuto, in Libia anche con un (costoso) intervento militare.

Tuesday, September 4

SIRIA CON EFFETTI SPECIALI

Nella guerra civile siriana, l'aviazione lealista sta giocando un ruolo centrale. Sul quotidiano Le Monde, l'ex capo di Stato maggiore dell'aeronautica francese, generale Jean Fleury, ricorda che Damasco allinea oggi 500 velivoli: squadre aeree che per numero di mezzi soverchiano le forze francesi del 50% e rappresentano una minaccia credibile, perché addestrate a combattere un'eventuale guerra contro Israele. Per il capo di Stato Maggiore interforze statunitense, Martin Demstrizione. Non sono certo graditi, nel Paese.

Il ministro dell'Informazione, sempre lui, li ha accusati ieri di «violare l'etica». Due volte: perché «violano la legge siriana entrando senza accredito» e perché «violano l'etica della professione, che impone di seguire un evento da tutte le parti, mentre loro riferiscono solo un lato della questione». E sarà pure. Ma che la situazione sul campo sia disastrosa, e che «i civili sono sempre più esposti a una violenza estrema», lo testimonia anche la Croce Rossa Internazionale.

Ieri il presidente del Comitato Internazionale, Peter Maurer, è arrivato in Siria per una visita di tre giorni: in agenda, incontri con Assad e altri alti dirigenti del governo. L'obiettivo è ottenere il via libera per un'azione umanitaria adeguata, in coordinamento con la Mezzaluna Rossa. Ma sinora il regime ha offerto solo esigui spazi di manovra. Anche l'inviato speciale di Onu e Lega Araba,lakdar Brahimi (il diplomatico che ha sostituto Kofi Annan) ha ammesso che la missione è a un punto di stallo: «Affronto questo compito con gli occhi aperti e nessuna illusione», ha detto. «Non posso dire che una missione sia impossibile, ma è quasi impossibile».

Il mondo si chiede per quanto tutto questo potrà continuare. psey, «la difesa aerea siriana è cinbque volte più sofisticata di quella ica, 10 volte superiore a quella della ex Jugoslavia e copre un quinto del territorio». Non va sottovalutato nemmeno l'altro atout delle forze aeree siriane: i velivoli a pilotaggio remoto (Uav, o droni).

I lealisti ne allineano molteplici, di fattura iraniana, come confermano le immagini finora disponibili: Pahpad, Mohajer 4, Ababil-2 e Mirsad-1, usati in passato anche da Hezbollah per violare lo spazio aereo israeliano. Teheran avrebbe fornito a Damasco perfino gli Ababil-3, capaci di trasportare 40 chili di esplosivo e di esser guidati da due sistemi: una telecamera, garanzia di una dozzina di chilometri di raggio, e un navigatore GPS, che estende il raggio d'azione a 120 chilometri.

Secondo alcune fonti, Damasco aveva una flotta di droni fin dall'inizio della rivolta. Molti Uav sarebbero stati copiati dai modelli iraniani, al Centro di ricerca scientifico siriano, sancta sanctorum delle tecnologie missilistiche nazionali. Ma è molto probabile che i Pasdaran iraniani abbiano fornito sistemi chiavi in mano al regime di Assad, come il Saeqeh, catturato il 15 agosto scorso ad Aleppo.

Gli uomini della Seconda divisione l'avevano appena lanciato per trasmettere le immagini alle stazioni terrestri, diffonderle alle truppe al suolo e permettere di aggiustare i tiri d'artiglieria. Base aerea di maggior traffico degli Uav è Hamah, nei pressi di Hama, fra le più attive del regime. Non è tutto, perché altri droni incrociano nei cieli siriani, garantendo informazioni d'intelligence non solo ai ribelli, ma anche ai simpatizzanti occidentali.

Il DIY è stato appena concepito dall'Esercito siriano libero, con una camera ottica. Se migliorato tecnologicamente, potrebbe volare e bombardare i lealisti con 50 chilogrammi di esplosivo. Non meno attivi sono gli americani, che impiegano in Siria un Global Hawk, un aereo spia U2 e molto probabilmente un Sentinel Rq-170, simile a quello abbattuto in Iran il 4 dicembre 2011.

Dalla base di Palmachim, gli Heron-1 del 200 squadrone israeliano sorvegliano invece i siti di armi chimiche siriane. Macchine dall'enorme successo commerciale, gli Heron-1 possono coprire distanze di oltre 3.000 chilometri e compiere missioni strategiche di ricognizione e sorveglianza. Nelle attività in Siria, sono affiancati da una costellazione di cinque satelliti e dai velivoli spia Super Kingair B200 Zufit.

Niente di nuovo, perché la storia militare racconta che i primi a impiegare Uav in teatro furono proprio gli israeliani. Nel 1982, Tel Aviv li utilizzò in Libano, per guidare i caccia-bombardieri sulle batterie missilistiche nemiche. Era la risposta all'installazione nella valle della Bekaa di basi siriane, equipaggiate con vettori e testate sovietiche.

Tuesday, August 28

DAMASCO - TEHERAN. IL BACIO MORTALE.

Bashar el Assad è convinto che vincerà la guerra civile contro l'opposizione armata. Ai giornali arabi nel fine settimana sono arrivate le confidenze dei collaboratori più vicini al presidente siriano: "E' certo che vincerà, che supererà questa crisi nazionale e che resterà al potere". Quante chance ha? Dal 18 luglio, quindi dal giorno in cui un attentato mai chiarito ha spazzato via i generali e i ministri al vertice del suo apparato di sicurezza, Assad ha intrapreso una spietata campagna di rimonta.

Ha bloccato l'offensiva dei ribelli nel nord attorno e dentro la città di Aleppo dando il via libera alle operazioni di bombardamento con i jet, mai osate prima per paura della reazione internazionale (la campagna NATO in Libia cominciò con la proposta di una "no fly zone", di una zona interdetta ai caccia del governo di Tripoli). Ha ignorato le defezioni del suo entourage politico, cosa resa più che mai facile dal fatto che i defezionisti, come il primo ministro Riyad Hijab e tre ministri, avevano cariche politiche di facciata, senza un potere reale.

Chi doveva staccarsi si è staccato. Ha recuperato il vicepresidente Farouk al Sharaa: dato in fuga verso la Giordania, scomparso per dieci giorni e riapparso do- menica — c'è chi sostiene sia stato intercettato e ora sia costretto a fare buon viso a cattivo gioco, perché di solito le defezioni sono smentite a stretto giro di posta nel giro di due-tre ore.

Assad sta seguendo e rispettando l'accordo di resistenza a oltranza stretto con Teheran e datato martedì 7 agosto, giorno della visita a Damasco di Said Jalili, capo del Consiglio di sicurezza iraniano (e anche negoziatore sul nucleare con le potenze occidentali). Jalili era stato il giorno prima anche a Beirut, in Libano, a parlare con i leader del movimento sciita Hezbollah, con lo steso obiettivo: compattare il fronte assadista e rassicurare i siriani sulla tenuta dell'impegno iraniano.

Ora l'esercito governativo sta sloggiando i ribelli dalla striscia urbana a sud di Damasco, quegli immensi sobborghi in prevalenza sunniti da dove salgono gli attacchi che hanno cancellato la vita dorata nella capitale. Il primo a cadere è stato Daraya, a soli cinque chilometri da Mezze, il quartiere elegante delle ambasciate nella capitale. Daraya era una sfida silenziosa al governo.

Fuori dal controllo del regime, si amministrava da solo, con spazzini e vigili urbani volontari, un giornale indipendente e la distribuzione nelle strade di volantini che invitavano a un futuro di riconciliazione fra le diverse confessioni religiose siriane. La stazione di polizia è stata saccheggiata e il municipio è chiuso. Inoltre Daraya confina con l'aeroporto militare, dove sono chiusi migliaia di prigionieri politici, parcheggiati gli elicotteri da combattimento e nel cui compound fortificato vivono numerosi ufficiali lealisti.

L'assalto contro i civili ha seguito lo stesso pattern di altre spedizioni punitive: il cordone di militari che sigilla l'area, il bombardamento indiscriminato sulle case, il rastrellamento e l'esecuzione, in questo caso di circa 300 persone. La TV di Stato addossa la responsabilità ai ribelli, definiti "terroristi", ma che interesse avrebbero avuto a compiere una strage in un'area sotto il loro controllo?

I giornalisti internazionali o qualsiasi altra fonte di verifica indipendente sono stati tenuti lontani dalla zona. La strage di Daraya prova al paese che Assad dispone ancora di una macchina di repressione funzionante e senza pietà. "Il popolo siriano non permetterà mai al complotto contro il paese di raggiungere i propri obiettivi ha dichiarato domenica il presidente.

Quello che ci sta succedendo oggi non è diretto soltanto contro di noi ma contro l'intera regione. La Siria è la pietra angolare, le potenze straniere prendono di mira noi per avere successo nell'intera regione". Poi ha specificato: "A ogni costo".

GOFFREDO BROGLIO E BRANKO ZIVKOVIC DOVE SONO?

"Vi ringrazio tanto per esservi preoccupati di me e della mia sicurezza, ma...". Robert Da Ponte, appena estradato dalla Germania dopo settimane di latitanza (e 350 milioni di euro che non si sa più dove siano), sorride nel carcere pratese della Dogaia dove ieri ha incontrato il giudice per le indagini preliminari Angelo Antonio Pezzuti per l'interrogatorio di rito.

Sorride, ringrazia ma, appunto, si trincera dietro il suo diritto di stare in silenzio: si avvale della facoltà di non rispondere, il faccendiere 63enne carico di segreti, e il gip Pezzutti dispone così il mantenimento della custodia cautelare in carcere.

Ad ascoltarlo c'era anche il PM Gianni Tei, che con il collega Giulio Monferini conduce l'inchiesta sulla finanziaria Rothsinvest, la società di Zurigo della quale Da Ponte era direttore e che per anni aveva abusivamente raccolto milioni di euro di circa 500 clienti italiani desiderosi di gonfi interessi sul capitale e, soprattutto, di riservatezza agli occhi del Fisco.

Da Ponte, americano, 64 anni, aveva creato in Italia una rete mai autorizzata di promotori finanziari che in circa dieci anni hanno raccolto i risparmi di centinaia, forse migliaia di clienti interessati a depositare il loro denaro in Svizzera, al riparo dal fisco italiano e con la promessa di incassare interessi intorno al 10% annuo.

Fra i collaboratori di Da Ponte c’erano anche personaggi legati a famiglie di camorra. Dopo la sua sparizione, alcuni di loro hanno temuto che potesse essere stato fatto fuori, forse da danarosi clienti dell’Est europeo (Montenegro??).

Da Ponte, difeso dagli avvocati Silvia Cocchi e Azzurra Tatti, è accusato di associazione a delinquere transnazionale finalizzata alla abusiva attività finanziaria e al riciclaggio internazionale.

Goffredo Broglio ??? Dov'é ??? In Montenegro ??? E Branko Zivkovic a Cetinje??? Questi due faccendieri che rapporti avevano con Vuk Boskovic, Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Presidente della Repubblica del Montenegro Filip Vujanovic, morto in un strano "incidente d'auto" (la Polizia indaga) pochi giorni prima che Robert da Ponte venisse arrestato assieme al suo vice Paolo Porisiensi ambedue residenti in Montenegro???

ARMI: FACCIAMO FINTA DI NON SAPERE.

Nel 2011 gli Stati Uniti, già primi esportatori di armi, ne hanno vendute per una cifra record di 66,3 miliardi di dollari, rispetto ai 21,4 miliardi del 2010.

Ancora non è scoppiata la guerra, e qualche solida speranza che non accada continua a esistere. Ma il nuovo, eventuale conflitto nel Golfo Persico attorno al nucleare iraniano è già un grande affare. Come da molti anni - e questa volta più che nel passato - i Paesi della regione moltiplicano i loro arsenali. Solo nel 2011 l'Arabia Saudita ha comprato armi americane per 33,4 miliardi di dollari.

Sono i sauditi a garantire il fenomenale successo commerciale dell'apparato militare industriale americano dell'anno scorso. Nel 2010 gli Stati Uniti avevano venduto nel mondo armi per 21,4 miliardi di dollari (31 nel 2009). Secondo uno studio del Congress Research Service, una sezione della Library Congress di Washington, le vendite del 2011 si sono triplicate: 66,3 miliardi.

Cioè tre quarti del mercato globale degli armamenti di quell'anno: 85,3 miliardi di dollari. Il secondo grande esportatore, la Russia, ne ha venduti per 4,8 miliardi. Silenziosamente e spesso violando gli embarghi delle Nazioni Unite, i cinesi stanno invece conquistando il mercato dell'Africa sub-sahariana, escluso il Sudafrica.

Le forniture americane coprono tre quarti (79%) del mercato globale In campo i cinesi.  In un decennio la produzione militare cinese è aumentata del 95%. Pechino è alla conquista del mercato nell'Africa subsahariana mocratica del Congo, Costa d'Avorio, Sudan, Somalia: sono almeno 16 i Paesi africani clienti dei cinesi il cui export militare è sotto la supervisione delle forze armate, l'Esercito popolare di liberazione.

Fra i 16 ci sono i sette Paesi africani sanzionati con embargo ONU. In un decennio la produzione militare cinese è aumentata del 95%. Ma quello africano è più un business politico che economico: le armi che si esportano sono di scarso valore. Nel Golfo è un'altra storia: politica, militare e assolutamente economica per gli americani. Più di 33 miliardi i sauditi; 4,4 gli Emirati arabi uniti; 1,4 l'Oman.

L'Arabia Saudita da sola ha garantito la metà delle vendite da record degli Stati Uniti, l'anno scorso. Fuori dal Medio Oriente, il resto lo hanno soprattutto comprato gli indiani e Taiwan.

A CENTCOM, il quartier generale centralizzato per il Grande Medio Oriente, creato dagli Stati Uniti dopo l'n settembre, da tempo si organizzano giochi di guerra nel Golfo. Immaginando che Israele bombardi i siti nucleari iraniani, gli americani e i loro alleati simulano varie opzioni nel tentativo di dare una risposta alla domanda fondamentale: "cosa accadrà dopo?".

Si presume che gli iraniani risponderanno con 4,8 miliardi di Al secondo posto Pur essendo il secondo fornitore al mondo la Russia è molto lontana dagli Stati Uniti, con il 6% delle vendite al mondo una controffensiva missilistica sui Paesi del Golfo e soprattutto sui campi petroliferi sauditi; che riempiano di mine lo stretto di Hormuz per bloccare le esportazioni di greggio; che spingano Hezbollah libanese e Hamas a Gaza a lanciare i loro razzi su Israele; che scatenino un'offensiva terroristica ovunque sia possibile.

La guerra civile siriana avrà un nuovo drammatico impulso: ma fino a che le armi batteriologiche del regime di Assad resteranno nei loro arsenali, il conflitto non richiede armamenti sofisticati, per i governativi come per gli oppositori. Se invece una guerra regionale scoppierà, sarà di aerei, missili e intelligence.

Più che di eserciti convenzionali, sarà un conflitto altamente tecnologico.

Questo spiega l'alto costo degli acquisti dei Paesi arabi del Golfo. I sauditi hanno comprato 80 caccia-bombardieri F-15 di ultimissima generazione, le tecnologie per rimodernare altri 70 F-15 più vecchi, elicotteri Apache e Black Hawk, missili. Gli Emirati hanno acquistato uno scudo missilistico antimissile da tre miliardi e mezzo di dollari; l'Oman 18 aerei F-16.

Nessuno vuole la guerra, ma per non sbagliare tutti si preparano all'ipotetico Armageddon.

Tuesday, August 21

Gli USA minacciano la Siria, aggirando l’ONU

La condizione principale alla quale Lahdar Brahimi si è assunto la missione di pacificatore in Siria è che i suoi sforzi siano sostenute dalle grandi potenze. Gli USA, a giudicare dai fatti, stanno tentando di convincere il rappresentante speciale che l’ONU ha già esaurito le sue possibilità di disinnescare la crisi siriana. È evidente la crisi negli sforzi pacificatori della comunità mondiale.

Le cose stanno andando in modo tale che gli Usa intendono fare un ulteriore colpo al prestigio dell’ONU per ciò che riguarda il superamento delle crisi,- dice Alexej Podtserob, esperto dell’Istituto di Orientalistica presso l’Accademia delle Scienze Russa:

Gli americani hanno usato più volte la forza militare aggirando le decisioni dell’ONU. Ricordiamo la loro invasione di Panama, Grenada, la loro aggressione contro la Jugoslavia, l’invasione dell’Iraq nel 2003. Quali conseguenze avrebbe un attacco alla Siria? La Siria non è assolutamente in grado di contrastare gli USA, ma i siriani si batteranno a morte. In questo senso ci sarebbe una guerra estremamente sanguinosa in Medio Oriente.

Dell’eventuale intervento in Siria ha avvertito anche Barak Obama. Lunedì egli ha dichiarato che per il momento non ha impartito l’ordine su un intervento ma ha minacciato di cambiare posizione nel caso Damasco messa in opera armi chimiche o biologiche. È una sfida alla comunità mondiale che possiede i meccanismi convenzionali per prevenire l’uso di armi di sterminio di massa.

Il fatto che questi meccanismi debbano essere messi in opera in contatto con Damasco, lo dimostra la crescente minaccia che mezzi di sterminio di massa in Siria possono finire nelle mani di Al-Qaeda. Anzi, la possono aiutare ad entrarne in possesso gli USA stessi che sostengono l’opposizione armata siriana che punta, in misura sempre maggiore, sulla guerriglia di “Al-Qaede”.

Gli americani dicono di non fornire assistenza militare ai rivoltosi, ma incoraggiano in questo senso l’Arabia Saudita e il Qatar. Se l’opposizione siriana punta sempre di più su “Al-Qaeda”, essa non può non aiutarla anche con armamenti, con informazione intelligence che riceve dall’esterno. Dice Boris Dolgov, analista del Centro Studi Arabi dell’Istituto di Orientalistica presso l’Accademia delle Scienze Russa:In Afganistan e nello Yemen gli Usa stanno combattendo contro “Al-Qaeda” che hanno proclamato nemico numero uno. Contestualmente vediamo un simile sostegno di “Al-Qaeda” in Siria.

Oggigiorno gli USA e i maggiori paesi della NATO stanno tentando di rovesciare, ad opera degli islamisti radicali, il regime scomodo in Siria per poi utilizzare queste forze radicali a loro scopi. Ma è uno sbaglio, per non dire un giocare con il fuoco, simile a quello in Afganistan.

Lunedì Mosca ha avvertito dell’inammissibilità di contrabbando di armi in Siria. In una nota del Ministero degli Esteri della Federazione Russa si legge, in particolare, che Libia, Turchia e Libano sono diventati canali di fornitura di armi verso l’opposizione siriana.

Monday, August 20

CROAZIA E SLOVENIA AI FERRI CORTI.

È un autunno caldissimo quello che si preannuncia per i rapporti bilaterali tra Slovenia e Croazia. E la posta in palio è molto, ma molto grande: l'ingresso di Zagabria nell'Unione europea.

Secondo fonti diplomatiche riportate dal quotidiano Jutranji List il premier sloveno Janez Jan a starebbe preparando una vera e propria offensiva d'ottobre. Lubiana, infatti, sta predisponendo tutto quanto serve per spostare il contenzioso bilaterale sulla Ljubljanska Banka su un piano europeo.

Risultato? Il veto all'adesione della Croazia all'Ue (data prevista il prossimo 1 luglio). Ma non basta. La Slovenia vuole mettere sul piatto della bilancia anche la restituzione ai cittadini sloveni dei beni di loro proprietà confiscati in Croazia dal passato regime titino.

Insomma, una sorta di beni abbandonati in salsa slovena. La vertenza, a volte la storia sa essere veramente beffarda, potrebbe aprire nuove porte alla storica questione relativa ai beni abbandonati dai profughi italiani. Zagabria finora non ha versato neppure un euro dei 35 milioni di dollari che dovrebbe restituire all'Italia quale erede degli obblighi provenienti dagli Accordi di Roma del 1981 tra Roma e l'allora Jugoslavia di Tito.

E la Farnesina ha tutt'altro che abbassato la saracinesca sulla annosa vicenda. La Slovenia poi, come unico membro dell'Unione europea proveniente dalla frantumazione della ex Jugoslavia, può vantare a oggi una grossa influenza circa le questioni che riguardano i Balcani occidentali, tra cui, per l'appunto, l'adesione della Croazia.

In più può contare, in sede comunitaria, di alcuni forti alleati quali la Svezia, l'Olanda e la Gran Bretagna storicamente molto severi nel percorso intrapreso da Zagabria nel suo avvicinamento all'Ue. Un banco di prova determinante per la Croazia sarà la relazione di controllo sul Paese ex jugoslavo chela Commissione europea riceverà a ottobre e relativo al percorso di standardizzazione di Zagabria alle normative comunitarie.

In quell'occasione (da qui l'offensiva di ottobre) Lubiana chiederebbe lo stop alla Croazia sostenendo che, nel caso della Ljubljanska Banka, essa ha violato gli obblighi relativi al capitolo quarto del Trattato di adesione, anche se questa sezione non è sotto il controllo della Commissione.

Se la Slovenia dovesse riuscire a influenzare gli esiti dell'operazione di monitoraggio della Commissione la Croazia si verrebbe a trovare in acque decisamente burrascose, dove tenere la rotta per raggiungere la data del 1 luglio 2013 diverrebbe molto complicato. Per gli olandesi, infatti, la data del 1 luglio è puramente teorica mentre la Germania non fa segreto che l'adesione potrebbe slittare a fine 2013.

Come reagirà Zagabria?

Secondo gli analisti la questione dovrebbe essere presa in mano dal premier Zoran Milutinovie il quale dovrebbe convincere il suo "collega" sloveno Jan a che la Croazia non vuole minacciare gli interessi della Slovenia. Il premier croato dovrebbe poi nominare un emissario speciale che si occupi dei rapporti con Lubiana e dell'opera di lobbing presso gli altri Paesi europei.

A questo proposito appare cruciale l'inontro che lo stesso Milanovic avrà il prossimo autunno con la cancelliera tedesca Anglea Merkel e il presidente francese Francois Hollande.

Ottenere l'appoggio di Parigi e Berlino costituirebbe un salvacondotto non da poco da esibire sul tavolo europeo. Ma a favore della Croazia potrebbe anche giocare la Commissione stessa la quale, sempre più alla ricerca di un nuovo ruolo politico e istituzionale all'interno di un'Europa fortemente in crisi di identità, non gradirebbe che la data del 1 luglio 2013 da lei stessa indicata venisse di fatto cancellata.

Friday, August 10

Primavera araba o autunno islamico?

Il dilemma s'impone in questa estate 2012 che vede alcune città siriane al centro di scontri violenti tra lealisti e ribelli. Chi crede, però, che la transizione, ovvero la fine del regime di Bashar Assad, sia un problema solo della Siria è in grave errore.

Altri fronti si aprono in Medio oriente e, in particolare, bisogna guardare con attenzione all'Arabia Saudita, vera polveriera in una regione già incandescente. «Sebbene nessuno metta l'Arabia Saudita all'ordine del giorno, il paese è il vero anello debole, anche se puntellato dall'estero per il suo fondamentale ruolo nell'OPEC, spiega Sergio Vento, ambasciatore italiano all'ONU dal 1999 al 2003 e poi ambasciatore a Washington fino al 2005.

«Non dimentichiamo che il Sovrano saudita, Abdullah, è gravemente malato. Sultan bin Abdulaziz, che era l'erede al trono designato, è scomparso qualche mese fa, mentre nei giorni scorsi il figlio di Sultan, Bandar, è stato nominato capo dei Servizi di Intelligence', continua Vento.

Per l'Arabia, vero pilastro di tutte le petro-monarchie del Golfo, dunque, si prospetta una successione difficile, creando più di una preoccupazione visto il potenziale produttivo di petrolio.

Nei mercati delle materie prime, infatti, ogni situazione di incertezza viene sfruttata dalla speculazione per far volare i prezzi.

Come era successo a fine 2011 con la minacciata chiusura, da parte dell'Iran, dello stretto di Hormuz, il braccio di mare che separa Teheran dalla Penisola Musandam, nel territorio degli Emirati Arabi Uniti, e dove transita circa un quinto di tutto il petrolio prodotto nel mondo.

Intanto, nella vicina Siria la battaglia nelle grandi città sembra volgere a favore del regime di Assad.

"Il rais conta sul favore di gran parte della popolazione«, afferma Vento, «dei ceti abbienti di Damasco e di Aleppo, della minoranza cristiana, oltre ovviamente che degli aditi.

Le defezioni di esponenti politici che sono state molto amplificate dai media negli ultimi giorni, e l'attentato che aveva decapitato i vertici della sicurezza, vanno comunque inquadrati in una situazione tutt'altro che scontata».

Da non dimenticare che fino al 2011 la Siria era un paese che si stava sviluppando in modo dinamico e aveva soddisfatto le aspettative delle classi dirigenti siriane.

La resistenza è vivace, ancorché disunita nella parte civile e quella militare, ma vanta appoggi da parte dell'Arabia Saudita e della stessa Turchia, che vede profilarsi un ruolo regionale, magari anche legato a qualche nostalgia del passato turco-ottomano., argomenta l'ex ambasciatore italiano all'ONU.

Assad, tuttavia, è logorato e si parla sempre più insistentemente di successione che andrebbe, però, preparata in modo diverso da quella del post Saddam in Iraq. «Bisognerebbe avviare un dialogo con le classi dirigenti e parti dello stesso establishment dell'esercito siriano, prosegue Vento, così da assicurare una transizione equilibrata.

Ciò che non fu fatto nel 2003 in Iraq, quando la totale eliminazione del gruppo dirigente che faceva capo al partito Ba'th e a Saddam Hussein portò alla guerra civile, e tuttora, a distanza di quasi dieci anni, il paese è dilaniato da gravi attentati».

Obama-Romney: la guerra dei polls.

I democratici sbandierano i sondaggi in favore del presidente ma chi conosce i numeri sa che i segnali veri vanno distinti dai rumori di fondo. La pars cosiruens della campagna di Romney e la scelta del vice Roma. Il sondaggio elettorale citato con più voluttà dai giornali di tendenza democratica è quello di Reuters, che dà Barack Obama in vantaggio di sette punti percentuali sullo sfidante repubblicano, Mitt Romney.

Conservatori come Karl Rove, lo stratega elettorale di George W. Bush - uno che con la padronanza di numeri e cartine aveva previsto due vittorie repubblicane impossibili secondo le stesse fonti che oggi citano avidamente Reuters - preferiscono notare che l'istituto Gallup dà Obama avanti rispetto a Romney soltanto di un punto; i repubblicani più sfacciati svento- lano il sondaggio Rasmussen, che registra un sonoro 4 per cento dello sfidante.

Per sapere che i sondaggi vanno visti, scrutati, interpretati, ascoltati ma cum judicio bisogna leggere il libro che ha scritto il sondaggista più cool d'America, Nate Silver, un occhialuto ragazzo di Brooklyn drogato di numeri che nel 2008 - allora aveva trent'anni - ha predetto la vittoria di Obama stato per stato, distretto per distretto. Due anni più tardi il New York Times ha inglobato nella sua squadra lui e il suo blog di previsioni, FiveThirtyEight, mettendo a disposizione di Silver una falange di esperti di numeri elettorali.

Nel suo "The Signal and the Noise: Why So Many Predictions Fail, but Some Don't" Silver spiega come distinguere un "segnale" elettorale da un semplice rumore di fondo, di quelli che spostano opinioni in modo episodico e temporaneo, senza fornire indicazioni fondate. La teoria, qui, dice che la maggior parte delle previsioni che si fanno sono sbagliate, e servono strumenti più raffinati per elaborare i dati grezzi, indicazioni di comportamenti elettorali che diano prospettiva tridimensionale ai piatti risultati delle ricerche telefoniche.

Eppure va ricordato che nel 2000, durante il mese di agosto, i sondaggi davano Bush e Al Gore perfettamente appaiati, mentre nel 2004, sempre nello stesso mese, il presidente uscente era in vantaggio di un paio di punti su John Kerry, che pure nella narrazione popolare e mediatica doveva essere il vincitore certo. La freddezza dei numeri, insomma, va mitigata con il calore del ragionamento, cosa che Rove fa nella sua column sul Wall Street Journal, tanto per mettere qualche caveat allo sbrigliato entusiasmo da sondaggio pro Obama.

Per Rove il "sostanziale pareggio" fra i candidati è un vantaggio per Romney, perché "storicamente gli elettori indecisi tendono a sostenere lo sfidante soltanto quando le elezioni sono vicine". Le ultime settimane elettorali si sono distinte per una serie di spot e controspot che definire "negativi", come si usa in America, rasenta l'eufemismo. Suggerire una connessione fra il lavoro di Romney a Bain Capital e un'ammalata di cancro che muore perché il marito ha perso il lavoro, e dunque la copertura sanitaria a esso collegata, è imprudente almeno quanto spiegare che con il welfare di Obama "non c'è bisogno di lavorare".

I fact checker si sono scapicollati per capire quale degli spot prodotti dalle campagne dei candidati violasse di più la realtà dei fatti e gli uomini d'area obamiana hanno persino sconfinato nel genere trash con un videoclip in cui una ragazza svizzera come i conti in banca del capitalista Romney canta "Barbie Girl" degli Aqua, dimenticabile hit di fine anni Novanta.

Contemporaneamente il leader del Senato, Harry Reid, compassato barone del potere di Washington, s'è trasformato nella testa di ponte della battaglia sulle dichiarazioni dei redditi dello sfidante, richiesta che sta diventando più fatua e ossessiva di quella del certificato di nascita di Obama. Tutto questo, direbbe Silver, è parte del rumore di fondo. Più incisivamente, invece, va osservato che Romney ha iniziato a portare in giro per il paese il suo "piano per una middle class più forte", sintesi di una visione economica che originariamente era "condensata" in 59 inutilizzabili punti.

Mancano 17 giorni alla convention repubblicana di Tampa, e Romney ha bisogno di abbandonare il terreno degli attacchi all'avversario per muoversi con più disinvoltura in quello delle proposte, lasciando, come suggerisce Rove, che siano i Super Pac "informalmente" collegati al candidato a menare scudisciate contro l'Amministrazione. In questo senso va anche l'intervista che Romney ha dato a Bloomberg Businessweek, dove le durezze verso Obama non mancano, s'intende, ma il candidato insiste sulla pars construens: taglio della spesa, niente aumenti di tasse e incentivi alle imprese.

"Perché non Paul Ryan?" L'ultimo annuncio sul quale Romney può giocare per piegare i dati che lo danno in svantaggio (leggero o pesante che sia) è il primo in termini cronologici: la scelta del vicepresidente, ormai imminente. Il Wall Street Journal, giornale conservatore, si domanda perché il prescelto da Romney non potrebbe essere Paul Ryan, il capo dell'ufficio budget alla Camera, una delle "young guns" del partito repubblicano nonché l'incarnazione della visione economica che Romney sta già abbracciando. "Troppo rischioso, recita il ritornello della Beltway", scrive il WSJ, inquadrando l'obiezione più convenzionale.

Scegliere Ryan, grande mattatore della spesa pubblica, è una scelta più coraggio- sa rispetto alla placida continuità garantita da un Tim Pawlenty o un Rob Portman (anche se le scelte coraggiose a volte si pagano, come sa bene John McCain); se non altro permetterebbe al candidato di non far passare l'annuncio come un rumore di fondo che influenza i sondaggi per un giorno.

Missili, radar, carri armati. Golden share.

Da qui parte il governo per blindare i gioielli di Stato. E lo fa con il primo dei tre decreti attuativi della nuova golden share, che dovrebbe essere approvato oggi dal Consiglio dei ministri. Come anticipato ieri, il Cdm di oggi ha all'ordine del giorno l'approvazione del decreto della presidenza del Consiglio con cui si individuano gli asset del comparto della difesa che saranno coperti dalle norme antiscalata Il documento, messo a punto dal ministero guidato dall'ammiraglio Giampaolo Di Paola, non elenca le società per le quali sarà valida la golden share, ma macrosettori strettamente legati al mondo della difesa, dalla missilistica ai radar.

Perciò il decreto, pur proteggendo indirettamente Finmeccanica, non dovrebbe riguardane, come finora si pensava, le attività civili che il gruppo vuole cedere, da Avio ad Ansaldo Energia, da Breda a Sts. Ma se per il core business di Finmeccanica oggi si dovrebbe finalmente aprire l'ombrello antiscalata, rimangono ancora senza protezione i gruppi attivi nel settore delle comunicazioni e dell'energia, per i quali i decreti attuativi contenenti l'indicazione degli asset da proteggere non sono ancora stati approvati, anche se il termine della legge scade il prossimo 12 agosto.

Telecom Italia, per esempio, è attualmente scalabile senza che il governo possa muovere un dito nonostante il suo indubbio valore strategico. La situazione, paradossale e clamorosa al tempo stesso, e ancora più grave se si pensa al deprezzamento in borsa di tutte le blue chip, è dovuta al fatto che l'esecutivo non ha ancora emesso il decreto attuativo nel settore delle comunicazioni, che di fatto rende operativa la nuova legge sulla golden share, approvata lo scorso maggio e contenente i nuovi poteri di interdizione del ministero dell'Economia in caso di scalate ostili dall'estero.

E, come detto, di tempo per provvedere alla ricostituzione dello scudo anti-raider ne è rimasto davvero poco, visto che l'articolo 1 della legge approvata dal Parlamento, che sostituisce, abrogandola, la vecchia normativa già bocciata dalla Corte di Giustizia di Lussemburgo, dà ormai pochi giorni di tempo al governo. Si tratta infatti di decreti fondamentali che davvero renderanno impossibili scalate da oltreconfine indesiderate. In ballo ci sono un po' tutte le big, sia l'azienda guidata da Franco Bernabè sia le partecipate dello Stato, come Enel, Eni e Finmeccanica.

Di fatto però queste ultime sono più al riparo rispetto al colosso telefonico, perché il 30% è saldamente in mano pubblica (anche se non è escluso che il governo decida di vendere parte di quelle quote nel quadro dei prossimi programmi di cessioni). L'esecutivo deve quindi correre presto ai ripari per evitare shopping indesiderati. L'articolo 1 della legge sull'azione d'oro parla chiaro: senza altri provvedimenti il paracadute pubblico non c'è.

«Con uno o più decreti del presidente del Consiglio dei ministri, adottati su proposta del ministro della Difesa o del ministro dell'Interno, di concerto con il ministro dell'Economia e delle Finanze, il ministro degli Affari Esteri, il ministro dello Sviluppo Economico e, rispettivamente, con il ministro dell'Interno o con il ministro della Difesa, sono individuate le attività di rilevanza strategica per il sistema di difesa e sicurezza nazionale, ivi incluse le attività strategiche chiave», è scritto nel lungo preambolo della legge, che ha come finalità quella di estendere a ogni settore considerato strategico il potere di veto dell'esecutivo onde evitare casi clamorosi come quello di Parmalat.

Per quanto riguarda le reti di energia, trasporti e comunicazioni, è poi il successivo articolo a demandare ad altri regolamenti del ministero dello Sviluppo l'individuazione «degli impianti di rilevanza strategica per l'interesse nazionale». I poteri «speciali» del Tesoro possono «essere esercitati in caso di minaccia di grave pregiudizio per gli interessi essenziali della difesa e della sicurezza nazionale».

In particolare la golden share, una volta entrata davvero in vigore, permetterà all'esecutivo italiano «l'imposizione di specifiche condizioni relative alla sicurezza» di approvvigionamenti, informazioni, trasferimenti tecnologici. Il Tesoro potrà opporre il veto all'acquisto, a qualsiasi titolo, «di partecipazioni in un'impresa ritenuta strategica da parte di un soggetto diverso dallo Stato italiano».

Thursday, August 9

FRATELLI, ANZI, FRATELLASTRI, IO VI BOMBARDO.

II presidente egiziano Morsi lancia gli elicotteri contro gli islamisti nel Sinai e licenzia il capo dei Servizi Segreti. Sospeso a mezz'aria tra la visione dell'islam e il pragmatismo politico, il presidente egiziano espressione dei Fratelli musulmani, Mohammed Morsi, ora è costretto a gettarsi in fretta verso il pragmatismo, persino di stampo militare.

Ieri ha licenziato il capo dell'Intelligence, il generale Murad Muwafi, per non avere impedito la strage di 16 militari egiziani in una base del nord del Sinai, vicino al confine con Israele, domenica sera. In realtà Muwafi era uno dei pezzi certamente funzionanti dell'establishment - è in collegamento diretto con il governo israeliano, che lo considera una controparte affidabile nella lotta al terrorismo.

Il generale si è difeso dicendo che lui aveva chiesto che fosse chiuso il valico con Gaza, ma il presidente Morsi si era opposto perché la nuova libertà di circolazione con la Striscia è uno dei pochi, se non il solo, segno tangibile dell'arrivo dei Fratelli musulmani al potere. Muwafi sostiene anche che i servizi egiziani erano stati avvertiti in anticipo dagli israeliani, ma che hanno commesso un errore di valutazione: pensavano che i terroristi non avrebbero attaccato durante l'iftar, l'ora della rottura del digiuno durante il mese sacro del Ramadan.

Lunedì il governo presieduto da Morsi ha ordinato un'operazione antiterrorismo dell'esercito nel Sinai. All'alba di ieri quattro elicotteri Apache di fabbricazione americana hanno sparato razzi - un bombardamento egiziano nel Sinai, non succedeva dal 1973, dalla guerra dello Yom Kippur, ma allora i bersagli erano i soldati israeliani - contro un gruppo di case a Sheikh Zuwaid e contro tre fuoristrada in fuga e hanno ucciso 26 persone - così dice la tv di stato, ma non ci sono verifiche indipendenti (alcuni beduini smentiscono).

Martedì notte gli uomini del gruppo terrorista erano entrati di nuovo in azione e avevano sparato contro sette checkpoint e contro una fabbrica di cemento di proprietà dell'esercito. Ieri avrebbero risposto al fuoco degli elicotteri sparando alcuni missili terra aria - da mesi si parla del traffico di questo tipo di arma dalla Libia post rivoluzionaria verso Gaza.

L'operazione egiziana è avvenuta in piena zona demilitarizzata grazie al consenso totale di Israele, secondo il meccanismo previsto negli accordi di pace di Camp David: il Cairo deve chiedere ogni mese il rinnovo di un'autorizzazione a Gerusalemme per muovere mezzi e soldati nell'area. Lunedì, il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, ha detto che l'accordo di pace non è di certo un ostacolo per eventuali operazioni antiterrorismo egiziane nel Sinai.

Il presidente egiziano non si è presentato ai funerali dei soldati, temeva contestazioni anti Hamas. Finora gli egiziani non avevano mai sfruttato così a fondo le chance concesse dal trattato, ma ieri il vice primo ministro e ministro dell'Intelligence di Gerusalemme, Dan Meridor, ha ribadito che il governo israeliano non obbietterà se gli egiziani decidessero di impiegare forze pesanti per lanciare operazioni antiterrorismo della zona.

Ora però gli egiziani tentano di sfruttare l'occasione per spremere qualche vantaggio dall'aggressione terrorista e hanno chiesto di rivedere e allargare i termini dell'accordo di pace. Martedì al Cairo c'è stato il funerale dei sedici soldati. Il presidente Morsi ha commesso forse l'errore più grave del suo mandato finora e non si è fatto vedere, anche se il cronista della tv di stato, leggendo un foglio in diretta davanti alle telecamere, ha detto che era presente.

Morsi era spaventato da quanto è accaduto al suo vice, Hi-sham Qandil, che poche ore prima era dovuto fuggire di corsa dalla moschea di al Rashdan, dove rendeva omaggio ai caduti, senza nemmeno il tempo di rimettersi le scarpe, circondato da una folla inferocita. Qandil non è un Fratello musulmano ma è considerato ideologicamente vicino.

Morsi è andato all'ospedale a visitare i militari feriti e ha fatto dire al suo portavoce che "le misure di sicurezza necessarie per la sua presenza avrebbero aggiunto tensione e impedito alla gente di partecipare". Al funerale il rappresentante del partito salafita, Nader Bakr, è stato assalito e lo stesso è successo all'ex candidato presidenziale Abdel Fotouh, un tempo appartenente ai Fratelli musulmani. I partiti islamici sono considerati responsabili per la vicinanza a Hamas, che controlla Gaza e gli estremisti nell'area.

"Il sangue dei nostri martiri cade sui Fratelli musulmani e su Hamas", diceva un cartello tenuto alto tra la folla che assisteva al corteo funebre. Ieri il pragmatismo e l'opportunismo tattico dei Fratelli ha prevalso in un lampo sull'ideologia. Intanto, dietro il corteo funebre, avvolto nella bandiera nazionale, l'unico membro del governo presente era il ministro Mohamed Tantawi, capo dei generali.

PRIMAVERA ISLAMICA...MA CHI CI HA CREDUTO?

In Tunisia la sabbia sta alzando il suo velo sulla libertà delle donne. Un vento che era atteso e che l’Occidente, accecato dalle sue difficoltà economiche e sociali, non ha fatto nulla per deviare o per rallentare. Anzi, ci ha messo del suo.

La Tunisia vive oggi il momento più difficile che la sua storia abbia mai conosciuto. Una crisi economica devastante, un declino sociale e umano mai visto, orde di salafiti che imperversano sulle strade picchiando e umiliando le donne colpevoli di non velarsi, aggressioni, come Abdelfattah Mourou, colpito alla testa con un bicchiere perché difendeva un moderato contro gli estremisti. Un paese al collasso totale.

Al quale il gruppo estremista che la governa vuol dare il colpo di grazia, eliminando alla radice l’uguaglianza fra uomo e donna, conquista delle tunisine dal 1956. «Lo stato assicura la protezione dei diritti della donna, sotto il principio della complementarità con l’uomo in seno alla famiglia, e in qualità di associata all’uomo nello sviluppo della patria».

Ecco il testo che verrà inserito e messo ai voti dell’Assemblea assieme alle altre riforme costituzionali. Complementarietà, non uguaglianza. Un termine che sa tanto di matematica e non di diritti umani. Una presa in giro clamorosa, che rende bene l’idea di come l’Occidente si sia fatto gabbare con tutte le scarpe da questi integralisti, che per portare a termine il colpo gobbo hanno fatto accordi anche con il diavolo.

Che notoriamente, dopo l’11 settembre per questi signori albergava al di là dell’Atlantico. Uno schiaffo, una mannaiata senza pietà a diritti che ormai erano acquisiti, in una delle legislazioni più avanzate non solo del mondo arabo ma anche dell’Occidente, per quanto riguarda alcuni aspetti. E tutti lì a chiedersi da dove spunti fuori questa così bizzarra intenzione da parte degli islamisti.

Ovvio, chi non sa o ha sempre avallato l’arrivo della primavera islamica e dell’inverno oscurantista oggi non può comprendere cosa accade in quei luoghi. E anche se volesse, darebbe sempre una visione distorta di ciò che vede. L’estremismo in affari con i soldi sporchi del petrolio ha scelto la prima vittima sacrificale: le donne, che come sempre sono fattore simbolico e sintomatico in queste vicende.

Svilite, umiliate e rese al rango di complementi rispetto all’uomo. Ecco come l’integralismo tratta il suo incubo peggiore, le donne, che non vorrebbe vedere nemmeno con un niqab addosso e che tenta, sebbene a piccoli passi per non far troppo rumore, di sotterrare allo strato più basso della condizione sociale.

Ma alle associazioni pseudo-femministe cosa interessa se le donne tunisine sono già sul piede di guerra perché non vogliono tornare in catene? Cosa interessa loro se la sponda sud del Mediterraneo diventa un cimitero di donne? Nulla, probabilmente, visto che le loro degne rappresentanti in politica votarono contro la legge sull’infibulazione.

Cosa sarà mai l’essere un complemento di fronte ai tanti problemi della vita, come la propria carriera o il perdere una serata al salotto buono radical chic? Ringraziando il cielo le donne tunisine non hanno bisogno di voi e lotteranno ancora una volta con il solo sostegno dei moderati e degli intellettuali, perché per loro, sia qui che lì non ci siete mai state. Anzi, avete remato loro contro quando serviva una mano per non affondare.

Wednesday, August 8

CURDI: NESSUNO CI PROVOCHI...

La rivoluzione in Siria accende il fuoco sotto la questione curda. Alla fine di luglio il governo del presidente Bashar el Assad ha ceduto il controllo del nord est del paese alla minoranza curdo-siriana, creando di fatto una seconda enclave indipendente dopo quella presente nel nord dell'Iraq. Il commentatore turco Mehmet Ali Birand dice - ed è uno ascoltato con attenzione sui media nazionali - che sta per materializzarsi uno dei peggiori incubi per la Turchia, "un megastato curdo" appena oltre la frontiera sudorientale del paese.

I tre milioni di curdi siriani hanno preso il controllo delle città vicino al confine, Efrin, Kobani e Derik, dopo che i soldati di Assad sono stati richiamati a combattere verso le zone più centrali e strategiche, come Aleppo e la capitale Damasco. Al comando c'è ora una coalizione di partiti curdi dominata dal Partito dell'Unione democratica (PYD), direttamente affiliato ai ribelli del PKK in guerra contro il governo di Ankara.

Bandiere del PKK sono state issate su alcuni ex edifici governativi passati in mano ai curdi. Il modello è il Kurdistan iracheno nato dalle guerre americane contro il dittatore Saddam Hussein, che gode di una forte autonomia rispetto al governo centrale di Baghdad: di recente i curdi iracheni hanno cominciato a impedire all'esercito l'accesso al nord del paese e negoziano in autonomia i contratti petroliferi con le imprese straniere, tanto che ieri hanno minacciato di interrompere la produzione alla mezzanotte del 31 agosto se Baghdad non restituirà un miliardo e mezzo di dollari in pagamenti che loro considerano di proprietà del nord.

A rafforzare l'impressione di una nuova, possibile entità in ascesa nel medio oriente è l'intervento del leader dei curdi iracheni, Massoud Barzani, che 1'11 luglio ha riunito le sparse fazioni siriane alcune stavano con i ribelli, altre dalla parte del governo di Damasco a Irbil, in Iraq, e ha compiuto un miracolo unificante (e molto provvisorio).

Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan reagisce con furia, promettendo un intervento militare in territorio siriano per colpire le basi dei curdi affiliati al PKK, come già succede in territorio iracheno. "E' un nostro diritto indiscutibile", ha detto. "Non lasceremo che i terroristi aprano nuovi campi nella Siria del nord e diventino una minaccia contro di noi. Nessuno ci provochi".

In realtà i curdi in Siria godono di una relativa impunità perché per ora i turchi non possono mettere piede nel territorio di Damasco per una spedizione punitiva senza rischiare di scatenare una guerra (la Turchia arma i ribelli che lottano contro Assad). Il leader del partito curdo siriano PYD, Mohammed Saleh Muslim, risponde a Erdogan: "La Turchia non c'entra nulla con i curdi siriani", ha detto oieri in una telefonata a Reuters da Qamishli, in Siria, "la protezione del mio popolo, della mia regione, delle mie città: questi sono miei diritti, nessuno può negarceli e questo è quello che facciamo.

Non c'è bisogno che la Turchia si preoccupi e minacci". La settimana scorsa, consapevole che gli annunci militari per ora cadono nel vuoto, il ministro degli Esteri turco, il topigno e ubiquo Ahmet Davutoglu, si è presentato a sorpresa a Irbil, in Iraq, per un incontro con le fazioni curde che governano l'enclave "liberata" in Siria. Mancavano però i rappresentanti del PYD, considerati troppo vicini al PKK per partecipare.

La missione di Davutoglu era fare capire con chiarezza che la creazione di una nuova entità curda in Siria non sarebbe stata tollerata. La reazione dei presenti è stata glaciale. Appena la Siria ha ceduto terreno ai curdi, il PKK, sentendo il vento a favore, ha lanciato un'offensiva militare contro Semdinli, una città turca nell'area di Haqqari vicino al confine con Iraq e Iran. Invece che i soliti attacchi mordi e fuggi, i guerriglieri assediano la città e si sono trincerati.

Da due settimane sono in corso scontri violentissimi che hanno fatto 115 morti. Sabato il PKK ha attaccato a Cukarca per creare un altro fronte. L'esercito turco sta reagendo con durezza, anche con i bombardieri, ma non è possibile sapere molto di più perché l'intera area è stata isolata.

"Non guardate a quello che succede ad Aleppo, guardate Haqqari", dicono i guerriglieri del PKK, che puntano a fare passare un messaggio-chiave: la lotta tra la nostra volontà di autodeterminazione e la volontà di repressione turca è come quella in Siria tra i ribelli e il governo Assad.

Manaf Tlass è il disertore più famoso di Siria

Nelle dynasty siriane è bene seguire quel che fanno le donne. Vale anche per Manaf Tlass, leader autocandidato per l'opposizione al regime. La mondanità di sua sorella a Parigi svela il piano saudita per il dopo Tlass è diventato oggetto di una strategia contro Assad più grande di lui. Intrecci sauditi e qatarioti Il regime siriano sta collassando dall'interno, il premier riesce a scappare sotto gli occhi degli sgherri del presidente Assad, e sì che era un sorvegliato speciale, e il rais compare in TV, "Ripulirò il paese dai terroristi", l'ennesima finzione a mascherare una repressione senza fine: l'esercito del regime perde pezzi e la sua ferocia resta immutata.

Ma le crepe sono diventate così visibili che tutti, dai russi agli americani agli iraniani, hanno piani pronti per il post Assad. Ce li hanno anche i paesi della regione, quelli che hanno finanziato l'opposizione sul terreno, quelli che li hanno armati, la faccia "leading" del "behind" americano: il Qatar e il regno saudita soprattutto. Le loro strategie non coincidono, ma c'è un'importante convergenza da sottolineare, e si chiama Manaf Tlass. Manaf Tlass è il disertore più famoso di Siria: era il migliore amico di Assad (a dire il vero nasceva come amico del fratello grande di Bashar, il prediletto di papà Basil, che avrebbe dovuto prendere il potere se non fosse morto in un incidente sulla strada per l'aeroporto mentre guidava la sua Mercedes) ma all'inizio di luglio ha deciso di passare dalla parte dei ribelli, inorridito dagli scempi del regime.

Sunnita, l'aria da playboy, la passione per i sigari e per le vacanze in Costa Azzurra, figlio di uno dei più stretti collaboratori del padre di Bashar, Manaf è scappato a Parigi, dove si stava preparando il grande piano saudita-siriano, in salsa francese. Nelle dynasty siriane c'è un elemento ricorrente: il potere delle donne. La first lady siriana Asma è la rappresentante glamour e terrificante della femminilità che si macchia di sangue senza rinunciare ai tacchi alti, ma si sa che nella famiglia Assad la regina-regista è la sorella di Bashar, Bushra.

Anche per i Tlass il perno è una sorella, la sorella maggiore di Manaf, Nahida, la prima a lasciare Rastan, nella regione di Homs, per andare a Parigi, negli anni Ottanta. Se c'è una persona generalmente odiata, in Siria e dintorni, è lei: Nahida Tlass. Ogni ricostruzione che la riguarda è antipatizzante, forse perché rappresenta il tipico esule che fa la bella vita a Parigi e da li pretende di cambiare la Siria, come accade con l'altra grande dinastia sunnita siriana, molto presente a Parigi, quella dei Khaddam (nel 2005, nel mezzo di un mai compreso golpe di palazzo, il vicepresidente siriano Abdel Halim Khaddam scappò a Parigi, creando una frattura nella già fratturata famiglia Assad).

Nahida Tlass ha 53 anni, è nata ad Aleppo ma ha passato molto tempo nelle terre di famiglia a Ra-stan, si sa che è diventata ricca grazie agli affari di suo marito, un siriano-saudita diventato milionario vendendo armi francesi alla casa reale saudita (pare che prendesse una commissione pari al 7 per cento, e che tutti lo sapessero, ma è una voce che di recente ha messo in giro la tv di Hezbollah, che detesta i Tlass). Il marito è morto presto e la vedova si è buttata nella mondanità parigina.

Libération pubblicò uno scoop durante la presidenza Mitterrand sulla relazione tra Nahida e l'allora ministro degli Esteri Roland Dumas, conosciuto come "l'amico degli arabi", che di recente ha intentato causa contro l'ex presidente Nicolas Sarkozy accusandolo di crimini contro l'umanità per la campagna di Libia. Nahida e Dumas finirono in uno scandalo per i finanziamenti che lei — pare — aveva dato alla campagna elettorale di lui, con Dumas che gridava al complotto americano-sionista a suo danno.

Quella storia finì, ma Nahida rimase ben salda nei salotti di Parigi, pure se lo stesso Monde l'ha definita "una delle persone più ambigue" di questi salotti siriano-francesi. Pare che le feste a casa sua per anni siano state le più sfarzose della capitale, e che l'ex premier Dominique de Villepin abbia festeggiato i suoi cinquant'anni con al tavolo la bella Nahida.

Tutti ricordano soprattutto le grandi donazioni che la signora elargiva con generosità a musei e organizzazioni culturali della città. A un certo punto della vita di Nahida le ricostruzioni si fanno complottarde e vaghissime: soltanto i media medio- rientali che parteggiano per il regime siriano danno ampio spazio alle cronache amo- rose di Nahida con "il sionista" Franz-Olivier Giesbert.

Ma la vita privata di Nahida non è così importante: importante è che da Parigi la sorella di Manaf abbia aiutato a tessere la trama che oggi porta al grande piano saudita che vuole Manaf Tlass come leader dell'opposizione al regime di Assad. Oggi Manaf è a Riad e la casa reale saudita controlla ogni sua dichiarazione. Ha parlato soltanto due volte e soltanto a media sauditi, dicendo: "Proverò e cercherò di dare tutto il mio aiuto per unire il popolo siriano fuori e dentro la Siria in modo che si possa creare una roadmap per uscire dalla crisi, che ci sia o no un posto per me".

Ma sul suo futuro non c'è chiarezza, per due ragioni: la prima è che è piuttosto difficile che i ribelli possano davvero fidarsi del migliore amico di Assad (un suo zio è ancora a Damasco, al servizio del regime). La seconda è che probabilmente l'intesa su Tlass da parte di sauditi e qatarioti non è più tanto salda: al Jazeera, braccio media-tico di Doha, ha smesso di caldeggiare la candidatura di Manaf come leader dell'opposizione.

Potrebbe essere una ripicca contro al Arabiya, saudita, che ha avuto Tlass come ospite d'eccezione, ma è più facile che il Qatar abbia altri piani. Quali siano non si sa, ma anche nella famiglia dell'emiro qatariota Hamad Bin Khalifa al Thani è buona regola seguire quel che fanno le donne di casa (che sono tantissime, difficile stare dietro a tutte: tre mogli e tredici figlie). Le loro mosse, dall'amicizia con Asma raffreddatasi in tempi ben più ridotti rispetto alla presa di coscienza occidentale fino al gelo su Tlass, sono parecchio rivelatrici.

Friday, August 3

Perché Oriano Cantani e Domenico Tedeschi sono stati rapiti e rilasciati in poco tempo nello scenario di guerra siriano?

La Siria non ha mai spiccato come meta amena, e ormai da mesi si sono rinnovate le insofferenze verso il regime di Bashar al Assad, che sta operando una repressione violenta. In questo quadro davvero funesto, Ansaldo energia (azienda della galassia Finmeccanica) esprime «soddisfazione e partecipa al sollievo delle famiglie», soprattutto ringrazia il ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant'Agata .....

E così l'Italia scopre che, nella zona di Damasco, lo scorso 18 luglio erano scomparsi (poiché rapiti) Oriano Cantani (64 anni) e Domenico Tedeschi (36 anni): secondo le agenzie di stampa «due tecnici italiani dipendenti di due ditte subappaltatrici di Ansaldo Energia». La versione ufficiale recita che «erano impegnati nella costruzione di una centrale termoelettrica a Damasco». Sarà vero? L'unico dato incontestabile è che, appena scesi dall'aereo che li ha riportati a Roma, sia Cantani che Tedeschi sono apparsi in buone condizioni di salute.

Ad attenderli nello scalo romano di Ciampino era presente Claudio Taffuri, capo dell'unità di crisi della Farnesina. Avvicinati dai numerosi cronisti e cameramen presenti all'aeroporto, i due italiani hanno risposto in modo poco esaustivo alle tante domande sul loro rapimento. «Ancora oggi non siamo riusciti a capire chi ci abbia rapito, ma abbiamo saputo che a liberarci è stato l'Esercito siriano», ha spiegato Oriano Cantani, peraltro l'unico dei due che ha rilasciato dichiarazioni. «La nostra liberazione è andata bene, è stata una cosa tranquilla, non abbiamo avuto altri problemi», ha aggiunto il tecnico genovese.

E, sulle modalità con cui si è svolta l'operazione, sempre Cantari ha detto «è difficile poter dire com'è avvenuta, onestamente non lo so' neanche io". Tanti aspetti non quadrano. Entrambi i tecnici lavorano per ditte appaltatrici di Ansaldo: ma che tipo di contratto d'appalto spinge certe aziende a mandare tecnici in zone calde, per non dire di guerra? Il primo appuntamento al loro arrivo è stato in procura (sono stati sentiti per due ore ciascuno): e poi il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo ed il sostituto Francesco Scavo, titolari del procedimento sulla sparizione dei due italiani in Siria, hanno segretato i verbali.

Quindi qualcosa d'importante l'-hanno riferita agli inquirenti. Ma per la stampa è solo trapelato che «i due italiani hanno dichiarato di essere stati trattati bene». Poi c'è il no comment di Ansaldo Energia sulla notizia della liberazione dei due tecnici: soprattutto l'azienda s'era rifiuta più volte di dare notizie alla stampa sul rapimento dei due tecnici, mantenendo il più stretto riserbo sul sequestro. Anche le generalità di Cantari e Tedeschi sono state nascoste fino a quando le agenzie non hanno diffuso la notizia della liberazione.

E forse un calo d'attenzione, da parte di Ansaldo e diplomazia, ha permesso che l'opinione pubblica italiana sapesse della missione segreta di Cantari e Tedeschi. Ma c'è dietro solo una storia di centrali elettriche o anche dell'altro? I due vengono descritti come «tecnici abituato a viaggiare e lavorare in paesi difficili, soprattutto del Medio Oriente e dell'Africa».

E Domenico Tedeschi commenta sul proprio profilo Facebook: »Quando mi accadrà di lavorare in un posto che non abbia questo aspetto?», quindi pubblica sul social network una foto che raffigura un'area desertica: il tecnico barese indica tra le lingue conosciute l'arabo (oltre all'inglese e al francese) e su Facebook ha messo in bella mostra la frase: «Morirò quando non riuscirò più ad imparare niente, quindi per quel che ne so sono immortale».

Un senso d'onnipotenza che sempre abbiamo riscontrato nei militari in missione, e quasi mai nei tecnici specializzati. Sul profilo Facebook di Tedeschi compaiono anche video e fotografie, realizzati nei giorni precedenti alla scomparsa, mostrano la capitale siriana e altri luoghi, palazzi semidistrutti, effetti dei combattimenti nella capitale, zone di confronto tra ribelli ed esercito lealista.

Altre foto mostrano Tedeschi fino al giugno 2011 in Egitto, sempre per lavoro: ma in Egitto infuriava la "primavera islamica" proprio quando il tecnico era lì per lavoro. Poi, prima di essere rimpatriati, i due tecnici sono comparsi alla tv di stato siriana, che ha annunciato che «sono rapiti da terroristi e liberati dall'esercito governativo».

Ed è ancora più fitto il giallo sulla vera identità dei sequestratori: in assenza di fonti indipendenti, è difficile verificare se sia stata opera dei ribelli o dei lealisti di Bashar al As-sad. Secondo l'emittente siriana, i tecnici sarebbero stati prelevati da un «gruppo terroristico armato di 15 persone nei pressi del cantiere di Deir Ali e poi liberati dalle truppe regolari durante la controffensiva lanciata ai ribelli nei sobborghi della capitale». Anche la notizia del rapimento dei due italiani è avvolta dal mistero.

Trapelata non più di due settimane fa, e con una telefonata a Il Secolo XIX: un testimone oculare e anonimo aveva denunciato la loro scomparsa, mentre era diretto con i due verso l'aeroporto di Damasco (per lasciare la Siria) s'è visto rapire Cantani e Tedeschi sotto gli occhi. E poi perché l'anonimo avverte Il Secolo XIX, quotidiano genovese, città madre del gruppo Ansaldo e non l'Ansa o altri quotidiani italiani?

Anche perché i due rapiti vengono definiti «dipendenti di ditte fornitrici Ansaldo Energia» e non contrattualizzati con Ansaldo. Soprattutto, si legge sull'Ansa che «Cantani, 64 anni di origine venete, è residente a Pon-zone, provincia di Alessandria, dove è proprietario di un negozio di ferramenta». E sempre sull'Ansa che «Tedeschi, nato a Monopoli e residente a Roma è abituato a lavorare in paesi difficili, e posta immagini di aree di di guerra», di paesi con governi in crisi.

Il dubbio, nonché il quadro, che potrebbe forse forviare l'opinione pubblica è che Cantari e Tedeschi possano oggi lavorare per Ansaldo e domani per Finmeccanica come per Oto Melara. Forse non sarà questo il caso, ma generalmente le aziende italiane d'armamenti, energia e sistemi strategici reclutano "società di contractor": imprese esterne che forniscono proprio all'Ansaldo consulenze o servizi specialistici assimilabili alla tipologia militare per via del paese extraeuropeo dove vengono inviati i tecnici.

Servizi e consulenze che non coprono, come l'uomo di strada potrebbe erroneamente pensare, i lavori solitamente svolti da polizia e militari ma, sempre più spesso, garantiscono «servizi energetici e di collegamento satellitare nelle situazioni di conflitto a bassa intensità», come recita il contratto più in uso nei Cmp (acronimo di "compagnia militare").

Perché Oriano Cantani e Domenico Tedeschi sono stati rapiti e rilasciati in poco tempo nello scenario di guerra siriano? Generalmente le aziende italiane d'armamenti, energia e sistemi strategici reclutano "società di contractor": imprese esterne che forniscono proprio all'Ansaldo consulenze o servizi specialistici assimilabili alla tipologia militare per via del paese extraeuropeo dove vengono inviati i tecnici.

Servizi e consulenze che non coprono, come l'uomo di strada potrebbe erroneamente pensare, i lavori solitamente svolti da polizia e militari ma, sempre più spesso, garantiscono «servizi energetici e di collegamento satellitare nelle situazioni di conflitto a bassa intensità»

Thursday, July 26

UOMINI CHE SI DIVERTONO. ALTRI CHE SOFFRONO.

Ieri sera, durante e dopo una tediosa cena non potei non confrontare, tra i commensali, il livello statico dell'"essere umano". L'ormai arcano dire: "apparire ed essere". Uomini futili. Uomini veri. Gli uomini futili che spaziano nel nulla delle loro illusioni oniriche sulla vita. 

All'opposto, Uomini coraggiosi che entrano, vivono e muoiono nel teatro delle tragedie umane, affinchè gli uomini futili possano continuare la loro logorroica prosopopea nel dire...nulla.

Massimiliano Latorre e Salvatore Girone: "Uomini. Patrioti. Veri." I nostri amati Marò.

Non posso non pensare al gioco perverso e titanico in cui grandi Potenze hanno mutilitato all'Italia sia la Dignità che la Professionalità. Mettendo fuori gioco, in un colpo solo,  la nostra industria militare da importanti commesse all' India; dove l'Italia (FINMECCANICA) avrebbe, sicuramente, dato ben fastidio.

Ecco come creare "il caso dei Marò". Mi spiego meglio.

Grazie al coraggio mostrato da quel centinaio di marinai della "Fregata Grecale" della Marina Militare italiana, rimasti a terra nel porto di Colombo (Sri Lanka) in aiuto alla popolazione locale esposta a un "possibile Tzunami" dopo il terremoto dell' 11 aprile 2012 nell'oceano indiano. 

Fu in quel periodo che venimmo a sapere, da una fonte dell' Intellingence di quel Paese, di alcuni risvolti decisamente strabilianti inerenti alcuni fatti, inediti, sulla vicenda dei nostri due Marò (detenuti ancora oggi a Kerala con l'accusa di omicidio).

I vostri Marò, sostenne la fonte, sono completamente innocenti e non c'entrano nulla con l'uccisione dei pescatori indiani della St. Antony.

La storia è tutt'altra e ben nota tra gli uomini di mare dello Sri Lanka. Gli stessi che quotidianamente, hanno a che fare e si scontrano con i pescherecci indiani dediti alla "pesca di frodo" sconfinando nelle nostre acque territoriali.

Ed è ciò che avrebbe fatto anche l'equipaggio del peschereccio St. Antony, nei giorni precedenti quel tragico 15 febbraio 2012 avventurandosi, scientemente, dove sapevano di poter essere attaccati e depredati da altri pescatori loro connazionali o di nazionalità diversa.

D'altro canto i dati su una simile realtà parlano chiaro. Centinaia e centinaia sono i pescatori indiani rimasti uccisi durante le loro incursioni in acque cingalesi sfidando la sorte e la dura repressione della pesca di frodo, soprattutto, di quella a strascico lungo, da parte delle Autorità dello Sri Lanka costrette a sopportare ogni anno, danni per milioni di dollari.

Di contro nulla viene fatto dal governo di Kerala, sotto la pressione delle potenti associazioni che rappresentano quasi due milioni e mezzo di pescatori indiani, per impedire le scorrerie banditesche e lo scempio sin qui descritti.

Solitamente, quando muore qualcuno dei loro pescatori, si limitano ad addossare la responsabilità alla marina militare cingalese o agli equipaggi dei pescherecci dello Sri Lanka e, comunque, a non indagare nel contesto della ultradecennale e sanguinosa faìda interna ai gruppi criminali che controllano capillarmente la pesca di frodo.

Ci sarebbe stata, dunque, una vendetta tra gruppi criminali all'origine dello scontro a fuoco che ha coinvolto il St. Antony. L'equipaggio indiano è stato attaccato e depredato del pescato in una delle aree più frequentate e pericolose dell'oceano Indiano.

Alcuni pescatori cingalesi raccontano di avere assistito alla scena e sono quasi certi che l'imbarcazione avvistata dalla nave italiana, con a bordo i Marò, potesse essere proprio quella degli assassini tra l'altro armati di tutto punto. 

Gli stessi, a quanto sembra, che avrebbero "imbeccato la polizia indiana" per coprire le proprie responsabilità.

Ecco il magma criminale che starebbe tentando di risucchiare le vite innocenti di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, con accuse infamanti di omicidio e associazione a delinquere.

Da qui il suggerimento discreto e quasi imbarazzato della fonte dell'Intelligence cingalese:"in una situazione del genere è un suicidio usare il solo il guanto della diplomazia (Staffan De Mistura floscio, Giulio Terzi di S'ant'Agata -addolorata per lui- più floscio dell'altro e infine il Potente "Ammiraglio Di Paola" -nonchè ministro della Difesa- tre volte più floscio degli altri due emeriti compari messi assieme).

Da subito bisognava sporcarsi le mani affidando ai vostri Servizi d'Intelligence italiani, il compito di infiltrarsi nei scomodi e pericolosi ambienti dove risiedono persone e testimoni a conoscenza di come "REALMENTE" si sono svolti i fatti.

A partire dai pescatori cingalesi che non hanno dimenticato il gesto coraggioso dell'aiuto dei marinai militari italiani della "Fregata Grecale". 
E mai lo dimenticheranno.

Ebbene, durante la cena soporifera dei bla bla bla....sopra descritta, non potevo non riferirmi ad un mondo reale fatto di piccoli e grandi Eroi che nessuno conosce, sul proscenìo dei media bavosi di notizie scandalistiche.

A questi giornalai (non giornalisti) non interessa assolutamente scrivere o fotografare gli Uomini che servono la Patrìa da lontano, in silenzio. Sacrificio sublime che permette a tutti noi di vivere tranquilli. 

I giornalai, continuano a scarabocchiare sulle loro riviste, quotidiani e straparlando in TV, delirando su intrighi sessuali e puttanate pilatesche inerenti il "grande circo prostitutivo" di troie-troioni-economico-politico-domestico.

Cosa questa, che il cannibalismo mediatico saprà bene trasformare in "realtà". Cioè, in un immenso ed effimero mondo fatto di "illusioni e sogni", al quale tutti i nostri connazionali risponderanno, alimentando in massa scandali di ogni tipo, sdraiati comodamente, in spiagge o navigando da quel d'Ibiza all'Egeo e, comunque, in un Mediterraneo strapieno di guerre e tragici genocidi. E oltre. Non vedendo e sentendo, assolutamente nulla.

Thursday, June 21

ISRAELE E IL MURO. QUANTI MURI NEL MONDO.

Dalla barriera al confine giordano, bastione difensivo verso il mondo islamico, allo speciale recinto attorno a Eilat. E poi i villaggi sotto il tiro di Hezbollah protetti dal "muro della calma" . Secondo Ehud Barak è l'unico modo per far sì che Israele resti una "villa nella giungla".

La mappa del pianeta è punteggiata di "muri" e barriere, cinquanta per l'esattezza: gli Stati Uniti ne hanno innalzato uno al confine con il Messico; l'India ha recintato i confini con il Kashmir e il Bangladesh; fra la Corea del nord e del sud c'è la barriera più fortificata del pianeta; gli sceicchi arabi hanno sigillato il confine con il più povero Oman; Cipro è divisa dai muri, come Belfast.

Eppure soltanto Israele, a breve, vedrà fortificati tutti i propri confini. Alcuni lo paragonano, con una certa enfasi, al Vallo di Adriano, l'imponente confine dell'Impero romano in Britannia, la monumentale difesa contro le incursioni delle tribù celtiche e un punto d'appoggio per le forze militari.

Altri evocano la linea Maginot, il gigantesco complesso di fortificazioni realizzato dal governo francese a protezione dei confini fra la Prima e la Seconda guerra mondiale. Entro la fine dell'anno tutti i confini israeliani, oltre mille chilometri, saranno protetti da muri, fence, barriere, protezioni fisiche.

L'ultimo, da annuncio del primo ministro Benjamin Netanyahu, è una barriera al confine con la Giordania. L'idea di sigillarre i confini dello stato ebraico è una vecchia idea di Netanyahu, che risale addirittura al 1994, quando l'allora primo ministro Yitzhak Rabin la definì un "joke", uno scherzo.

Nell'annunciare il nuovo tracciato di barriera protettiva nel sud, Netanyahu ha detto: "Oggi è possibile passare a piedi dall'Africa fino a Tel Aviv, cosa che non potrebbe avvenire invece per chi fosse diretto a Parigi o Madrid".

La dottrina Netanyahu, riassumibile nella formula "buoni recinti fanno buoni vicini", è che di fronte alla sollevazione islamista che sta travolgendo il mondo arabo, al fallimento del processo negoziale con i palestinesi e al tramontare del vecchio sogno laburista di un "nuovo medio oriente", Israele debba investire preventivamente nella propria difesa.

Netanyahu paventa che prima o poi Ha-mas riuscirà ad abbattere anche il regime hashemita in Giordania. Da qui la necessità di una barriera israeliana sul confine giordano, oltre il quale c'è, lontano, l'Iran. Anche se dovesse nascere uno stato palestinese demilitarizzato, Israele intende tenere la valle del Giordano, bastione difensivo verso il mondo islamico.

Anche il ministro della Difesa, Ehud Barak, teo- rizza l'impiego massiccio dei recinti, grazie ai quali Israele potrà restare quello che è: "Una villa nella giungla". Lo stato ebraico sta costruendo una enorme barriera di 240 chilometri al confine con l'Egitto, destinata a proteggere il sud del paese da terroristi, immigrati illegali, beduini, trafficanti di armi.

Il confine sud, che va da Gaza sul Mediterraneo fino a Eilat sul mar Rosso, è l'incubo strategico per Israele. Senza la barriera in co- struzione, i soldati israeliani dovrebbero vigilare su una frontiera di sabbia impossibile da controllare, un deserto dove solo i beduini riescono a sopravvivere e a muoversi fra piccole oasi.

La caduta del regime di Hosni Mubarak e la conseguente perdita di controllo egiziano sul Sinai hanno accelerato i lavori di costruzione. Ogni giorno decine di ruspe e caterpillar lavorano febbrilmente in cinquanta cantieri lungo il confine. Mille i lavorato- ri impiegati quotidianamente. La struttura verrà completata entro il 2012.

Enormi palloni aerostatici armati di telecamere e sensori sono stati sparsi lungo il confine. Anche l'unico territorio rimasto aperto nei confini di Israele, che corre nel deserto di Arava e arriva a Eilat, sarà presto chiuso. Un progetto speciale riguarda proprio la città israeliana sul mar Rosso, meta preferita da turisti e vacanzieri ma anche teatro di attentati e attacchi terroristici negli anni passati.

Si parla di una cortina d'acciaio e di cemento lunga tredici chilometri e che isolerà la città. I lavori si avvalgono di tecnologia statunitense all'avanguardia. Per fermare gli ingressi dall'estremo sud del paese, affacciato sull'Africa, Israele pensa a un'opera non diversa dagli ostacoli frapposti ai clandestini a ridosso di faglie come quella fra Stati Uniti e Messico o fra Spagna e Marocco.

Gerusalemme ha iniziato a costruire barriere nel 1967, subito dopo la vittoria della Guerra dei sei giorni, quando nella valle di Beit Shean eresse un confine artificiale per prevenire infiltrazioni dalla valle del Giordano. Nel 1994 fu l'allora primo ministro Yitzhak Rabin a volere la barriera al confine con la Striscia di Gaza, che Israele negli anni ha più volte fortificato.

La struttura di quaranta chilo- metri ha reso "sterile", sicuro, il territorio che lambisce la regione nelle mani di Ha-mas. Ci sono soltanto quattro punti di accesso: Erez, Karni, Kisufim e Sufa. Parte della barriera è stata distrutta dai palestinesi nella Seconda intifada e ricostruita dall'esercito israeliano. Su ordine di Netanyahu l'esercito ha appena inaugurato il nuovo muro a ridosso di Metulla, la città israeliana abbracciata al confine libanese dove negli anni Settanta i sicari di Yasser Arafat entravano per ammazzare studenti e turisti ebrei.

E' da qui che nel 2000 l'allora premier Barak si è ritirato entro i confini misurati dall'Onu. Metulla è a un tiro dai razzi di Hezbollah, ma pare di essere in un sobborgo di San Diego. La città è troppo vicina alle rampe di lancio dei missili perché venga colpita, ma durante la guerra del 2006 a Metulla un terzo della popolazione fuggì via. verso le città a sud. Si temevano assalti ai civili. Il nuovo muro è noto anche come quello "della calma".

Siamo nei pressi della "Porta di Fatima", luogo simbolo della resistenza di Hezbollah. La barriera è lunga due chilometri e alta dieci metri. Il cuscinetto nel Golan E' in programmazione anche una barriera di quindici chilometri nel Golan, il confine strappato al regime di Damasco, mentre l'esercito sta rinnovando il confine con la Siria, mai rinnovato dal 1975.

Procede spedita la costruzione della barriera difensiva che corre dentro ai territori conquistati da Israele nel 1967. Settecento chilometri di cui soltanto trenta costruiti con il cemento. Quello che i militanti filopalestinesi chiamano "wall", muro, che per l'Onu è "barrier", barriera, ma che per Israele è semplicemente "fence", recinto, ha letteralmente interrotto il flusso di kamikaze palestinesi dentro alle città israeliane.

Il progetto, approvato nel 2002 dal governo di Ariel Sharon, si articola in lunghi tratti di reticolati alternati da muri di cemento alti tre metri, con telecamere e avanzati sistemi di allarme elettronico per impedire infiltrazioni di terroristi nello stato ebraico. I tratti in muratura hanno lo scopo di impedire il fuoco di armi leggere contro alcuni centri abitati dal territorio cisgiordano. Lungo la barriera c'è una complicata rete di varchi e di postazioni difensive.

"Occorre circondarli con una catena di zone-cuscinetto", ha detto il premier Benjamin Netanyahu, che sta potenziando il fence nei territori. "Dobbiamo erigere barriere nella Valle del Giordano e nel deserto di Giudea (Cisgiordania meridionale), tenerli lontani dall'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv e dalle arterie che conducono a Gerusalemme".

Non tutti però sono innamorati del progetto difensivo di Netanyahu. Alex Fishman, l'esperto militare del maggiore quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, ha parlato di una "malattia mentale nazionale", la nuova ghettizzazione, ovvero la vecchia tentazione ebraica di rinchiudersi dietro ad alte mura, che può portare al "definitivo disimpegno di Israele dal medio oriente".

O per dirla con uno dei padri dello stato, Ylgal Allon, "nessun paese moderno può circondarsi di mura". Critiche sincere, ma al mondo soltanto Israele è letteralmente strangolato da gruppi terroristici e stati canaglia pronti a far saltare in aria i suoi civili. Questi recinti ci dicono più di ogni altra cosa dell'assedio esistenziale dello stato ebraico.

Wednesday, June 20

TRAFFICO DI ARMI A FAVORE DI ASSAD.

Portavano armi alla Siria, ma si sono trovati all'improvviso senza assicurazione. Cosi, come un qualunque Al Capone del mare fermato non per la strage di San Valentino ma per irregolarità burocratiche, i marinai del cargo russo MV ALAED, intercettati al largo della Scozia, sono stati costretti a invertire la rotta per tornare verso il porto di Kaliningrad da cui erano partiti diretti a Tartus.

A bordo, secondo la compagnia assicurativa londinese Standard Club, emittente della polizza di viaggio, ospitavano elicotteri da guerra MI25, anche noti come carri armati volanti, implacabili, anche se non più nuovissimi, dispensatori di morte. «Abbiamo saputo che il mercantile Alaed trasportava armi destinate alla Siria. Abbiamo avvisato l'armatore che la sua nave cessava automaticamente di essere assicurata. Ci sono clausole ben precise contro qualunque tipo di trasporto illegale», ha spiegato la Standard Club.

Le informazioni sarebbero arrivate nella sede della compagnia, a Essex Street, dopo essere partite da Washington per transitare poi da Downing Street. La CIA e l'MI6 si sarebbero scambiati notizie sul carico della Alaed e sarebbero stati gli americani a segnalare a Londra l'origine dei documenti assicurativi. A quel punto il ministero degli Esteri avrebbe avvisato la Standard Club che in considerazione delle sanzioni Ue alla Siria anche la compagnia di assicurazione avrebbe potuto essere considerata colpevole della violazione dell'embargo.

«Abbiamo agito in autonomia, senza subire alcun genere di pressione», ha garantito Standard Club. A meno di un'ora dalla diffusione della notizia il ministro degli esteri William Hague si è presentato alla House of Commons. «Il 14 giugno avevo chiarito con Mosca che ogni rifornimento militare doveva cessare. Sono felice di dire che la nave sta tornando indietro, apparentemente verso la Russia».

Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo, aveva negato il 13 giugno che Mosca stesse illegittimamente rifornendo la Siria di armi. «Abbiamo affermato più volte che la Russia non difende l'attuale regime di Damasco e non ha alcun motivo politico, economico o di altro genere per cominciare a farlo». Ma poi aveva aggiunto.

«Un immediato rovesciamento di Assad, contrario alle aspirazioni di un considerabile segmento della società siriana che ancora si affida al regime per la propria sicurezza e benessere, farebbe precipitare la Siria in una lunga e sanguinosa guerra civile». Una visione neutrale espressa nelle ore in cui la Alaed salpava da Kaliningrad.

DIO LI CREA....EPPOI LI METTE TUTTI ASSIEME.

Francesco Paolo Fulci, l'arte della politica in un libro di famiglia. 

Il primo a entrare in Parlamento, nel 1882, fu Ludovico. Poi toccò a Nicolò e Luigi fino a Sebastiano, eletto alla Camera nelle fila del Partito Liberale agli inizi degli anni '70. 

Tutti esponenti della stessa famiglia messinese, i FULCI, nella cui storia, per dirla con il presidente della Camera Gianfranco Fini, si può leggere d'impegno della borghesia laica e liberale per la coesione culturale e civile della nostra società». 
  
Ora i discorsi parlamentari dei Fulci Francesco Paolo Fulci e Gianfranco Fini alla presentazione del libro nella sala della Lupa sono raccolti in un volume, presentato ieri nella sala della Lupa di Montecitorio: accanto a Fini, erano presenti il ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant'Agata blablabla..., lo storico Giovanni Sabatucci, il giornalista Piero Ostellino e Francesco Paolo Fulci, figlio di Sebastiano, ex direttore del SISDE, ex ambasciatore e per molti anni ex rappresentante dell'Italia all'ONU ex.... ex....