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Tuesday, December 27

LUIGI DURAND DE LA PENNE

Luigi Durand de La Penne con Edoardo Bo
S.Barbara, Accademia Navale, 1983.
Con fare leggero, un Signore, alto ed elegante mi si avvicinò e mi chiese con garbo, quale fosse il suo posto assegnato. Non riconoscendolo subito gli chiesi il nome, lui, con un fil di voce rauca rispose: "sono Durand de La Penne". 

Mi sono immobilizzato nel piu' bel saluto che abbia mai fatto nella mia vita. Ci misi qualche secondo in più a dargli l'informazione richiesta, solo per l'emozione.

E pensare che presenziavano alla cerimonia, anche arroganti politici come Giovanni Spadolini, stretto tra agenti dei Servizi e relativo sciame di leccaculo. Che meraviglia vedere il Comandante in disparte, volare alto come un mitico Eroe.

Saturday, November 29

TITO

La pace durerà cent'anni, ma dobbiamo esser pronti a entrare in guerra domani.
Josip Broz Tito (1892 – 1980) Leader mondiale e Uomo di Stato.

Libro consigliato.

Thursday, November 19

Il dovere di una memoria per l'agente Antonio Annarumma

La vita di Antonio Annarumma, secondo gli storici la prima vittima degli anni di piombo, ucciso il 19 novembre di quarant'anni fa all'età di ventuno, l'aveva già scritta Pier Paolo Pasolini nella primavera del Sessantotto: «I poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano... Conosco assai bene il loro modo di essere stati bambini e ragazzi, le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui, a causa della miseria, che non da autorità». Si riferiva agli agenti di Valle Giulia, presi d'assalto dagli studenti di Architettura, ma la storia era la stessa: ragazzi venuti soprattutto dal Sud ed entrati in polizia per sruggire alla fame, servitori dello Stato per dovere, ma anche per bisogno. Antonio Annarumma chiuse gli occhi dopo qualche ora di agonia in un giorno in cui la Milano novembrina era più fosca e triste del solito, attraversata quel mattino da tré cortei, uno di marxisti-leninisti, uno di studenti e un terzo di anarchici. La tensione era alta, la miccia sempre accesa, la paura anche. Bastò un nulla perché la guerra divampasse e le armi erano a portata di mano: i tubi Innocenti strappati da una impalcatura furono branditi come lance. Fu una di queste a infrangere il cranio e la vita del ragazzo Annarumma, Guardia di Pubblica sicurezza, salito a Milano da Monteforte Irpino, provincia di Avelline, per guadagnarsi il pane, e inviato nella guerriglia a scortare il corteo dei marxistiteninisti. La prima vittima degli anni di piombo, ricorda dunque la conta dei morti, e oggi - va detto - u primo dei dimenticati. Impunito il delitto, oscure le dinamiche, cancellati il nome e il volto, dell'agente Antonio come dei tanti altri che da quel giorno uno per uno si immolarono al loro senso del dovere e a quel tozzo di pane per cui avevano lasciato la terra. Figli di contadini come lui o di operai, lasciati soli da una società - mass media in testa - che da vittime li trasformava in carnefici, «senza più amicizia col mondo», (ancora parole di Pasolini), «separati, esclusi in una esclusione che non ha uguali; umiliati dalla perdita della qualità di uomini per quella di poliziotti». U tutto «per una quarantina di mille lire al mese». Dall'altra parte della barricata c'erano i falsi eroi, travestiti da "giustizieri" come Cesare Battisti, per il quale il primo si all'estradizione dal Brasile arriva proprio in questo anniversario, dopo anni di fughe, impunità e colpevoli coperture. Lo aspettava afpaese, il contadino Cannine Annarumma, sempre in ansia per quel figlio lontano, unico maschio tra due sorelle. L'ultima volta lo aveva visto ripartire di domenica per quel Nord dal cielo sempre più di piombo «e il mercoledì già non e era più», hanno ricordato il 9 maggio di quest'anno Carmelina e Gelsomina, tornate a prendersi la medaglia d'oro dopo quarant'anni, nella Giornata della Memoria dedicata alle vittime delle stragi e del terrorismo. Una memoria incredibilmente corta, se oggi nulla o poco più resta del turbamento che scosse Milano e l'Italia quando il giovane morì. È svanito nel tempo il sentore che qualcosa era definitivamente cambiato, che con quel morto assassinato in una giornata di proteste contro il caro-affitti nulla sarebbe più stato uguale. Si è persa anche l'eco dei trecentomila che sfilarono al suo funerale, sotto gli occhi attoniti di papa Cannine, salito al Nord per riprendersi quel figlio ceduto allo Stato. «Io simpatizzavo con i poliziotti. Perché i poliziotti sono figli dei poveri», scriveva in quei mesi Pasolini agli «studenti figli di papa» che, caldi di benessere e case comode, sognavano la rivoluzione e la combattevano contro quei ragazzi, della loro stessa età ma di estrazione ben diversa. All'epoca era già tanto e Pasolini la pagò cara, oggi, quarant'anni dopo, abbiamo almeno il dovere di una memoria che ricordi ai giovani, nelle case e nelle scuole, il nostro debito: democrazia e convivenza civile non nascono dal nulla, sono frutto di chi per mantenerle ha dato la vita. Senza retorica, perchè era il suo dovere. (LUCIA BELLASPIGA)

Saturday, October 3

UN VERO EROE: GIOVANNI PALATUCCI



Medaglia d'oro al merito civile - nastrino per uniforme ordinaria
Medaglia d'oro al merito civile

Il 15 maggio 1995 lo Stato italiano gli ha conferito la Medaglia d'oro al merito civile con la seguente motivazione: «Funzionario di Polizia, reggente la Questura di Fiume, si prodigava in aiuto di migliaia di ebrei e di cittadini perseguitati, riuscendo ad impedirne l'arresto e la deportazione. Fedele all'impegno assunto e pur consapevole dei gravissimi rischi personali continuava, malgrado l'occupazione tedesca e le incalzanti incursioni dei partigiani slavi, la propria opera di dirigente, di patriota e di cristiano, fino all'arresto da parte della Gestapo e alla sua deportazione in un campo di sterminio, ove sacrificava la giovane vita.»

Svolto nel 1930 il servizio militare come allievo ufficiale di complemento a Moncalieri, iscritto al Partito Nazionale Fascista, nel 1932 consegue la laurea in giurisprudenza a Torino. Nel 1936 giura come volontario vice commissario di Pubblica Sicurezza. Nel 1937 viene trasferito alla Questura di Fiume come responsabile dell'Ufficio Stranieri e poi come Commissario e Questore reggente.

Nella sua posizione ha modo di conoscere l'effetto che le leggi razziali hanno avuto sulla popolazione ebraica. In questo contesto, cerca di fare quello che la sua posizione gli permette e in una lettera ai genitori scrive: «Ho la possibilità di fare un po' di bene, e i beneficiati da me sono assai riconoscenti. Nel complesso riscontro molte simpatie. Di me non ho altro di speciale da comunicare».

Potendo aiutare gli ebrei a salvarsi dalle persecuzioni, si rifiutò di lasciare il suo posto anche di fronte a quella che sarebbe stata una promozione a Caserta. Nel marzo del 1939 un primo contingente di 800 ebrei che sarebbe dovuto essere consegnato alla Gestapo, venne fatto rifugiare nel Vescovado di Abbazia grazie alla tempestività con cui Palatucci avvisò il gruppo del pericolo che lo minacciava.

Un calcolo approssimativo ha stimato in circa 5.000 il numero di persone aiutate - da Giovanni Palatucci- a salvarsi, durante tutta la sua permanenza a Fiume.

Quando nel novembre del 1943 Fiume entrò a far parte della Adriatisches Kustenland, il comando della città passò al capitano delle SS Hoepener. Pur avvisato del pericolo che correva lui stesso, decise di rimanere al suo posto, far scomparire gli archivi e salvare più persone possibili.

Contattati i partigiani italiani, cercò di coordinare una soluzione post bellica. Le spie tedesche però diedero informazioni sulla sua attività. Per mettere ulteriormente i bastoni tra le ruote dell'ingranaggio nazista, vietò il rilascio di certificati alle autorità naziste se non su esplicita autorizzazione, così da poter aver notizia anticipata dei rastrellamenti e poterne dar avviso.


Il 13 settembre 1944 Palatucci venne arrestato dal tenente colonnello Kappler delle SS e tradotto nel carcere di Trieste. Il 22 ottobre viene trasferito nel campo di sterminio di Dachau dove morì pochi giorni prima della Liberazione a soli 36 anni.
 
È venerato col titolo di Servo di Dio dalla Chiesa Cattolica.
Nel 1990 lo Yad Vashem israeliano lo giudica "Giusto tra le nazioni". (ESTRATTO PARZIALMENTE DA WIKIPEDIA)

Sunday, September 20

UN EROE "D'ORO": CARMELO BORG PISANI.

« Malta non è inglese che per usurpazione ed io non sono suddito britannico che per effetto di questa usurpazione. La mia vera Patria è l’Italia. È dunque per lei che devo combattere »

« Non mi spiace di morire, ma sono amareggiato per la mancata invasione di Malta da parte dell’Italia»
(Carmelo Borg Pisani prima della condanna a morte il 28 novembre 1942)  VEDI

Wednesday, August 12

THE DEATH OF GREAT HERO.

(PUBBLICATO DA: POST CARD FROM HELL)
INTERVISTA TRADOTTA IN ITALIANO

COMMANDER AHMED SHAH MASSUD



460119 Commander Ahmed Shah Massud



460794 October 2000, praying with his aides



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460818 Octoberber 2000, while being ferried across Kotcha river, in north Afghanistan



460810 October 2000, with Commander Qazi Qabir in Darqad, Northern Afghanistan



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460816 October 2000, Kwaja Bahuddin. On the back seat, Mr. Hossain Anwari, one of Massud's aides.



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The following pictures were taken along the so-called "new road" from Kabul to Charikar / Jabal-Seraj , just south of Bagram air base. During the morning the Taleban had pushed hard, launching an offensive with rockets and Sukhoi bomber airstrikes (photo). So, in the afternoon, Commander Massud joined his first-line troops to boost their morale, after they had suffered severe casualties.



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A Message to the People of the United States of America
Posted by qazi@afghan-web.com the Wednesday, September 12 2001 @ 15:49:24 MEST

October 8, 1998

From Ahmad Shah Massoud Defence Minister, Islamic State of Afghanistan

Through the United States SenateCommittee on Foreign Relations

Hearing on Events in Afghanistan


In the name of God

Mr. Chairman, honorable representatives of the people of the United States of America,

I send this message to you today on behalf of the freedom and peace-loving people of Afghanistan, the Mujahedeen freedom fighters who resisted and defeated Soviet communism, the men and women who are still resisting oppression and foreign hegemony and, in the name of more than one and a half million Afghan martyrs who sacrificed their lives to uphold some of the same values and ideals shared by most Americans and Afghans alike. This is a crucial and unique moment in the history of Afghanistan and the world, a time when Afghanistan has crossed yet another threshold and is entering a new stage of struggle and resistance for its survival as a free nation and independent state.
I have spent the past 20 years, most of my youth and adult life, alongside my compatriots, at the service of the Afghan nation, fighting an uphill battle to preserve our freedom, independence, right to self-determination and dignity. Afghans fought for God and country, sometime alone, at other times with the support of the international community. Against all odds, we, meaning the free world and Afghans, halted and checkmated Soviet expansionism a decade ago. But the embattled people of my country did not savor the fruits of victory. Instead they were thrust in a whirlwind of foreign intrigue, deception, great-gamesmanship and internal strife. Our country and our noble people were brutalized, the victims of misplaced greed, hegemonic designs and ignorance. We Afghans erred too. Our shortcomings were as a result of political innocence, inexperience, vulnerability, victimization, bickering and inflated egos. But by no means does this justify what some of our so-called Cold War allies did to undermine this just victory and unleash their diabolical plans to destroy and subjugate Afghanistan.

Today, the world clearly sees and feels the results of such misguided and evil deeds. South-Central Asia is in turmoil, some countries on the brink of war. Illegal drug production, terrorist activities and planning are on the rise. Ethnic and religiously-motivated mass murders and forced displacements are taking place, and the most basic human and women’s rights are shamelessly violated. The country has gradually been occupied by fanatics, extremists, terrorists, mercenaries, drug Mafias and professional murderers. One faction, the Taliban, which by no means rightly represents Islam, Afghanistan or our centuries-old cultural heritage, has with direct foreign assistance exacerbated this explosive situation. They are unyielding and unwilling to talk or reach a compromise with any other Afghan side.

Unfortunately, this dark accomplishment could not have materialized without the direct support and involvement of influential governmental and non-governmental circles in Pakistan. Aside from receiving military logistics, fuel and arms from Pakistan, our intelligence reports indicate that more than 28,000 Pakistani citizens, including paramilitary personnel and military advisers are part of the Taliban occupation forces in various parts of Afghanistan. We currently hold more than 500 Pakistani citizens including military personnel in our POW camps. Three major concerns - namely terrorism, drugs and human rights - originate from Taliban-held areas but are instigated from Pakistan, thus forming the inter-connecting angles of an evil triangle. For many Afghans, regardless of ethnicity or religion, Afghanistan, for the second time in one decade, is once again an occupied country.

Let me correct a few fallacies that are propagated by Taliban backers and their lobbies around the world. This situation over the short and long-run, even in case of total control by the Taliban, will not be to anyone’s interest. It will not result in stability, peace and prosperity in the region. The people of Afghanistan will not accept such a repressive regime. Regional countries will never feel secure and safe. Resistance will not end in Afghanistan, but will take on a new national dimension, encompassing all Afghan ethnic and social strata.

The goal is clear. Afghans want to regain their right to self-determination through a democratic or traditional mechanism acceptable to our people. No one group, faction or individual has the right to dictate or impose its will by force or proxy on others. But first, the obstacles have to be overcome, the war has to end, just peace established and a transitional administration set up to move us toward a representative government.

We are willing to move toward this noble goal. We consider this as part of our duty to defend humanity against the scourge of intolerance, violence and fanaticism. But the international community and the democracies of the world should not waste any valuable time, and instead play their critical role to assist in any way possible the valiant people of Afghanistan overcome the obstacles that exist on the path to freedom, peace, stability and prosperity. Effective pressure should be exerted on those countries who stand against the aspirations of the people of Afghanistan. I urge you to engage in constructive and substantive discussions with our representatives and all Afghans who can and want to be part of a broad consensus for peace and freedom for Afghanistan.

With all due respect and my best wishes for the government and people of the United States,

Ahmad Shah Massoud.