Showing posts sorted by relevance for query sarkozy. Sort by date Show all posts
Showing posts sorted by relevance for query sarkozy. Sort by date Show all posts

Saturday, July 28

1991-2011 FASCISMO-ECONOMICO OVVERO BUGIE E SANGUE

Guai se la denuncia del nazi-fascismo, risuonata nel 70° anniversario della liberazione di Auschwitz, servisse a depistare l’opinione pubblica dall’altro più pericoloso FASCISCMO quello ECONOMICO, fondato, principalmente, sulla menzogna che giustifica i peggiori atti, terminando in sistematiche aggressioni a POPOLI E CULTURE, AUTOCTONE, DEL MONDO INTERO

Per esempio la Jugoslavia, rasa al suolo dopo la decisione della Germania, assieme al Vaticano (1991) di riconoscere i separatisti, cattolici, sloveni e croati: inaccettabile, per la nascente EUROZONA, la sopravvivenza di un grande Stato, multi-etnico, come la JUGOSLAVIA  e, con l’economia interamente in mani pubbliche. 

Per esempio la Libia, di Muhamar Gheddafi, travolta dopo una sua  decisione di costituire una Banca Centrale africana con  un'unica moneta in oro, alternativa al dollaro. 

E avanti così, dalla Siria all’Ucraina, fino alle contorsioni terrificanti del cosiddetto ISIS, fondato sulle unità di guerriglia addestrate dall’Occidente in Libia contro Gheddafi, poi smistate in Siria contro Assad e quindi dirottate in Iraq. Possiamo chiamarlo come vogliamo, dice John Pilger, ma è sempre fascismo-economico


«Se gli Stati Uniti e i loro vassalli non avessero iniziato la loro guerra di aggressione in Iraq nel 2003, quasi un milione di persone oggi sarebbero vive, e lo Stato Islamico non ci avrebbe fatto assistere alle sue atrocità», scrive Pilger in una riflessione ripresa dal “Come Don Chisciotte”. 


Se gli USA avessero esitato, disse Obama, la città di Bengasi «avrebbe potuto subire un massacro che avrebbe macchiato la coscienza del mondo». Peccato che Bengasi non sia mai stata minacciata da nessuno: «Era un’invenzione delle milizie SCIITE-islamiche che stavano per essere sconfitte dalle forze governative libiche».

I nuovi “mostri” sono «la progenie del fascismo-economico moderno, svezzato dalle bombe, dai bagni di sangue e dalle menzogne, che sono il teatro surreale conosciuto col nome di “informazione”». Infatti, «come durante il fascismo-economico degli anni ‘30 e ‘40, le grandi menzogne vengono trasmesse con la precisione di un metronomo grazie agli onnipresenti, ripetitivi media e la loro velenosa censura per omissione». 

In Libia, nel 2011 la NATO ha effettuato 9.700 attacchi aerei, più di un terzo dei quali mirato ad obiettivi civili, con strage di bambini. Bombe all’uranio impoverito, sganciate su Misurata e Sirte, bombardate a tappeto. Il massacro di Ghedaffi in diretta mondiale, da parte degli uomini del DGSE, mischiati tra la folla, «è stato giustificato con la solita grande menzogna: Ghedaffi stava progettando il “genocidio” del suo popolo». Al posto della verità: Ghedaffi stava denunciando Nicholas Sarkozy per corruzione

L'insignificante Barak Obama, premio Nobel per la pace disse che se gli USA, non fossere intervenuti immadiatamente, la città di Bengasi «avrebbe potuto subire un massacro che avrebbe macchiato la coscienza del mondo» 

Paradossalmente, avvene un ALTRO tragico fatto:" il, prevedibile, massacro dell'ambasciatore statunitense Chris Stevens e della sua scorta a Bengazi sotto la totale INERZIA della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato. 

Peccato per il povero Stevens, ma Bengasi non è mai stata minacciata da nessuno: «Era una INFAME invenzione delle milizie islamiche sciite libiche che stavano per essere sopraffatte e sconfitte dalle forze governative tripolitane». Le milizie, aggiunge Pilger, dissero alla “Reuters” che ci sarebbe stato «un vero e proprio bagno di sangue, un massacro come quello accaduto in Ruanda». 

La menzogna, segnalata il 14 marzo 2011, ha fornito la prima scintilla all’inferno della NATO, definito da David Cameron come «intervento umanitario». Molti dei “ribelli” sciiti, segretamente armati e addestrati dalle SAS britanniche, sarebbero poi diventati ISIS, decapitatori di “infedeli”. 

In realtà, per Obama, Cameron e Sarkozy – scrive Pilger – il vero crimine di Gheddafi, come prima anticipato, fù l'imminente indipendenza economica della Libia dal franco francese e dal dollaro USA e la sua dichiarata intenzione di smettere di vendere in dollari USA le più grandi riserve di petrolio dell’Africa, minacciando così il petrodollaro, che è «un pilastro del potere imperiale MONDIALE DO CONTROLLO americano». 

«Era l’idea stessa ad essere intollerabile per gli Stati Uniti, che si preparavano ad “entrare” in Africa -gia nel 1999, corrompendo i governi africani con offerte di Clinton e Blair-collaborazione-militare».

Così, “liberata” la Libia, Obama «ha confiscato 30 miliardi di dollari dalla banca centrale libica, che Gheddafi aveva stanziato per la creazione di una banca centrale africana e per il dinaro africano, valuta basata sull’oro».

La “guerra umanitaria” contro la Libia aveva un modello vicino ai cuori liberali occidentali, soprattutto nei media, continua Pilger, ricordando che, nel 1999, Bill Clinton e Tony Blair inviarono la Nato a bombardare la Serbia, «perché, mentirono, affermando che i serbi stavano commettendo un “genocidio” contro l’etnia albanese della provincia secessionista del Kosovo»


Finiti i bombardamenti della NATO, con gran parte delle infrastrutture della Serbia in rovina – insieme a scuole, ospedali, monasteri e la televisione nazionale – le squadre internazionali di polizia scientifica scesero sul Kosovo per riesumare le prove del cosiddetto “olocausto”. L’FBI non riuscì a trovare una singola fossa comune e tornò a casa.

Il team spagnolo fece lo stesso, e chi li guidava dichiarò con rabbia che ci fu «una piroetta semantica delle macchine di propaganda di guerra». Un anno dopo, un tribunale delle Nazioni Unite sulla Jugoslavia svelò il conteggio finale dei morti: 2.788, cioè i combattenti su entrambi i lati, nonché i serbi e i rom uccisi dall'UCK. «Non c’era stato alcun genocidio.

L' "olocausto” jugoslavo è stato una menzogna».

L’attacco NATO era stato fraudolento, insiste Pilger, spiegando che «dietro la menzogna, c’era una seria motivazione: la Jugoslavia era un’indipendente federazione multietnica, unica nel suo genere, che fungeva da ponte politico ed economico durante la guerra fredda».

Attenzione: «La maggior parte dei suoi servizi e della sua grande produzione era di proprietà pubblica. Questo non era accettabile in una Comunità Europea in piena espansione, in particolare per la nuova Germania unita, che aveva iniziato a spingersi ad Est per accaparrarsi il suo “mercato naturale” nelle province jugoslave di Croazia e Slovenia». 

Sicché, «prima che  gli europei si riunissero a Maastricht nel 1991 a presentare i loro piani per la disastrosa Euro-Zona, un accordo segreto era stato approvato: la Germania avrebbe riconosciuto la Croazia». Quindi, «il destino della Jugoslavia era segnato».

La solita macchina stritolatrice: «A Washington, gli Stati Uniti si assicurarono che alla sofferente Pilger-economia jugoslava fossero negati prestiti dalla Banca Mondiale, mentre la NATO, allora una quasi defunta reliquia della guerra fredda, fu reinventata, CON PRONTEZZAcome tutore dell’ordine imperiale».

Nel 1999, durante una conferenza sulla “pace” in Kosovo a Rambouillet, in Francia, i serbi furono sottoposti alle tattiche ipocrite dei sopracitati tutori. «L’accordo di Rambouillet comprendeva un allegato B segreto, che la delegazione statunitense inserì all’ultimo momento».

La clausola esigeva che tutta la Jugoslavia – un paese con ricordi amari dell’occupazione nazista – fosse messa sotto occupazione militare, e che fosse attuata una “economia di libero mercato” con la privatizzazione di tutti i beni appartenenti al governo.

«Nessuno Stato sovrano avrebbe potuto firmare una cosa del genere», osserva Pilger. «La punizione fu rapida; le bombe della Nato caddero su di un paese indifeso. La pietra miliare delle catastrofi era stata posata

Seguirono le catastrofi dell’Afghanistan, poi dell’Iraq, della Libia, della Siria, e adesso dell’Ucraina. Dal 1945, più di un terzo dei membri delle Nazioni Unite – 69 paesi – hanno subito alcune o tutte le seguenti situazioni per mano del moderno fascismo-economico

Sono stati invasi decine e decine di governi, i loro legali rappresentanti rovesciati, i loro movimenti popolari soppressi, i risultati delle elezioni sovvertiti, la loro gente bombardata e le loro economie spogliate di ogni protezione, le loro società sottoposte a un assedio paralizzante noto come “sanzioni”. Lo storico britannico Mark Curtis stima il numero di morti in milioni

«Come giustificazione, in ogni singolo caso una grande, immensa, sporca menzogna è stata raccontata dalla centrale del fascismo-economico-mondiale.»

Sunday, April 15

CHEMICAL ARMS (WEAPONS) THE TRUTH FROM 1918 TO 2018

Edward M. Spiers, professor of strategic studies at Leeds University, in England, explores both the myths and realities of chemical and biological warfare. Organized more or less
chronologically, Spiers recounts the evolution of chemical and biological weapons from the first mass uses of chemical weapons in World War I to the potential of modern biology to transform bioterrorism.

Spiers writes that chemical and biological weapons have probably been around as long as warfare itself. Ancient European, Indian, and Chinese history is replete with the use of poisonous snakes, insects, diseased animals, incendiaries, poison-tipped weapons, and poisoned water supplies in warfare. The first large-scale use of chemical weapons occurred in World War I, when the Germans discharged chlorine gas from cylinders at Ypres, Belgium, in 1915. 

Reported casualties from the gas ranged from 7,000 to 15,000 people, but after the initial surprise, the Allies were able to improvise protective measures. Within five months, the British were able to retaliate at the Battle of Loos, but they suffered 2,000 casualties to their own gas.

The failures of gas to break the enemy’s lines at Ypres, Loos, and other battles contributed to the legacy of gas warfare in World War I as a failure. However, Spiers argues, this legacy was largely shaped by postwar historians, because few participants shared that view. The use of gas actually increased over the course of the war. In addition to consequent casualties, gas negatively affected morale and considerably contributed to psychological and physical stress. Antigas defenses also made warfare more cumbersome, exacerbating logistical and communication challenges.

As evidence of the effectiveness of chemical weapons, real or imagined, Spiers writes that the Allies prohibited Germany from manufacturing and importing asphyxiating or poisonous
gases as part of the Treaty of Versailles that ended the war. Furthermore, in 1925, 44 nations signed the Geneva Protocol, which prohibited the use of chemical and biological weapons by international law and the “conscience and practice of nations.” Nonetheless, during the period between World Wars I and II, Britain considered but, for largely moral and political reasons, did not use chemical weapons in Egypt, Afghanistan, India, and Iraq.

Winston Churchill himself was “strongly in favour of using poisoned gas against uncivilised tribes,” Spiers writes. The eventual use of gas bombs by the Italians in Ethiopia in 1935–36, however, in direct contravention of the Ge ne va Protocol, reawakened Europe to the possibility of gas warfare. In Britain, more than 50 million “antigas” helmets had been distributed by the beginning of World War II. 

INHUMANE

A Kurdish woman carries photos of relatives killed in chemical weapons attacks ordered
Questions of efficacy aside, Spiers writes that a combination of other factors averted the use
of chemical weapons during the Second World War. Because of the industrial and economic
hardships engendered as a result of the First World War, German, French, and British
chemical production capacity was limited. Hitler personally disdained chemical weapons,
which had injured him during World War I

Moreover, early in World War II, Germany did not need to resort to chemical weapons, and the Allies could not risk using them near friendlycivilian populations. Eventually, Germany did test its V1 and V2 rockets with chemical warheads, although the nation was deterred from using them by fear of reprisal against its civilian population. 

By the end of the war, U.S. military-industrial might had produced the world’s largest stock of chemical weapons and the air power to deliver them. However, the development of the atomic bomb, and success on other fronts, made their use unnecessary.

Biological weapons were not used to a significant extent in either the First or Second World
Wars. Nonetheless, as Spiers describes, there were still chilling reminders of the potential
power of even crude biological weapons. After the Japanese surrender in 1945, six Japanese soldiers released hordes of plague-infested rats and 60 horses infected with glanders into the Chinese countryside, leaving Changchun and surrounding environs uninhabitable until the mid-1950s.

Nuclear weapons, of course, came to dominate deterrence strategies during the Cold War.
Nonetheless, the proliferation of a new class of chemical weapons, nerve agents such as
sarin [2-(fluoro-methylphosphoryl)oxypropane], touched off a new chemical arms race, Spiers writes. From 1954 to 1969, the U.S. also manufactured and stockpiled numerous antiplant and antipersonnel biological weapons.

In Vietnam, the U.S. faced criticism, both at home and abroad, for its use of riot-control agents (to clear tunnels, for example), defoliants, and chemical weapons to kill crops and render soils infertile. In 1967 alone, the U.S. defoliated 1.5 million acres of vegetation and destroyed 220,000 acres of crops in Vietnam. In 1969, the Nixon Administration announced the end of the U.S. biological weapons program, in part, Spiers argues, to blunt criticism for its use of herbicides and riot control agents in Vietnam.

In the meantime, Spiers writes, the Soviets were developing the world’s most advanced chemical and biological weapons program.

During the Cold War, Iran and Iraq also waged a devastating war (1980–88) that again witnessed the mass by former Iraqi president Saddam Hussein.

Credit: Newscom use of chemical weapons. The Iraq Survey Group (ISG) later confirmed that the Iraqis had used some 1,800 tons of mustard agent, 140 tons of tabun (ethyl Ndimethyl phosphoramido cyanidate), and 600 tons of sarin. 

Iraq estimated these attacks resulted in more than 30,000 Iranian casualties (compared with the 500,000 to 1 million estimated total Iranian casualties). As Spiers notes, although the number of casualties from chemical weapons may have been small on a relative basis, the psychological impact was significant. Iraq’s ballistic missiles, and the fear of their potential to deliver chemical warheads to Iranian cities, played a role in Iran’s accepting the United Nations-brokered truce in 1988. Iraqi chemical weapons also helped to suppress the internal Kurdish rebellion, killing and injuring thousands of Kurds and leading to the flight of 65,000 others to Turkey in 1988, Spiers writes.

By the 1990 invasion of Kuwait, Iraq had significantly restocked and improved its chemical weapons capabilities. U.S. Central Commander Gen. H. Norman Schwarzkopf originally planned for 10,000 to 20,000 chemical weapons casualties, but Iraq never resorted to chemical weapons. The George H. W. Bush Administration had already decided not to respond with nuclear or chemical weapons if coalition forces were attacked with chemical weapons, but they deliberately conveyed the opposite impression.

Iraqi Ambassador to the U.S. Tariq Aziz later commented that the Iraqis understood that the use of chemical weapons might very well provoke the use of nuclear weapons against Baghdad by the U.S. Although Iraq’s SCUD missile attacks against Israel, Saudi Arabia, and Bahrain inflicted minimal physical damage, the specter of chemical warheads inflicted great psychological damage. Spiers quotes Schwarzkopf: “The biggest concern was a chemical warhead threat. … Each time they launched … the question was, is this going to be a chemical missile. That was what you were concerned about.” 

Their unique ability to engender such fears, of course, is precisely what makes chemical and biological weapons appealing to terrorists. As Spiers astutely notes, “terrorists can choose when, where, and how to attack their targets, they can avoid many of the uncertainties that have bedeviled the military use of chemical and biological weapons. By maximizing the element of surprise, they can attack targets with low or non-existent levels of protection; by careful choice of target environment, especially an enclosed facility, they need not wait upon optimum meteorological conditions; by attacking highly vulnerable areas, they may use a less than optimal mode of delivery; and by making a chemical or biological assault, they may expect to capture media attention and cause widespread panic.”

Although chemical weapons have been used much more frequently, Spiers notes that on a per-mass basis, biological weapons are more lethal than chemical weapons. As advances in production technologies can simultaneously result in increased yields in smaller, harder-todetect facilities, the potential utility of biological weapons to terrorists will become even more significant. 


In the most well-known example of biological terrorism to date, in October 2001, just after the 9/11 attacks, anthrax-tainted letters began appearing in the U.S. Despite fears of another international attack, the strain was identified as having come from a domestic source, the Army research facility at Fort Detrick, Md. Letters were received in Florida, New York, Connecticut, and Washington, D.C., including a Senate office building. As Spiers described it, “massive panic and chaos” erupted, and Congress and the Supreme Court were closed for several days, although only 22 cases of anthrax actually resulted, including just five fatalities.


One of the most sobering developments outlined in the book is the application and
proliferation of emergent molecular biology techniques to the production of biological
weapons. Through the use of genetic engineering, new or modified organisms of greater
virulence, antibiotic resistance, and environmental stability may be produced. 

In one notable example foreshadowing the utility of biotechnology to weapons production, the Soviets developed the host bacterium Yersinia pseudotuberculosis, which through genetic engineering could also produce the myelin toxin. Infected animals developed both the tuberculosis-like symptoms caused by the bacteria and the paralysis induced by the myelin toxin. One former Soviet scientist recalled that after a briefing on the results, “the room was absolutely silent. We all recognized the implications of what the scientists had achieved. A new class of weapon had been found.”

Additional topics in this comprehensive book include the various international attempts at chemical and biological weapons disarmament, deterrence, and nonproliferation, including the 1993 Chemical Weapons Convention; the sarin attacks on the Japanese subways in the mid-1990s; the use of chemical warfare in developing-world conflicts; and the embarrassing failures of American and British intelligence regarding Iraqi chemical weapons that led to the second Gulf War. 

For those of us interested in the potential impacts of chemistry and biology on humankind, Spiers’s book is a thoroughly documented, no-nonsense (often to the point of being dry) review of the malevolent potential of our science.

Read also here
and here
here

Friday, September 18

"ABUSUS NON TOLLIT USUS" L'ABUSO NON ANNULLA L'USO.

“La priorità oggi è la necessaria tattica militare e diplomatica contro la deframmentazione di tante guerre fratricide e le relative tragedie che esse, ovviamente, comportano. Oggi, è una forzata e raccapricciate migrazione di certi popoli del medio oriente.

Tutta altro fatto è la migrazione di popolazioni dal centro e nord Africa via: "Tripolitania-Sicilia". Ovvero un vero è proprio mercato di schiavi (caratteristica degli arabi sin dal 18° secolo in Africa, verso gli Stati Uniti d'America).

Per sospendere errori di strategie politico militari occidentali, Vladimir Putin sintetizza così la posizione russa cominciando dalla Siria, e dal suo sostegno a Bashar el Assad. 

Per spiegare la posizione degli Stati Uniti, invece, non possono bastare due righe, nemmeno a un grande comunicatore come Barack Obama, perché la strategia americana in medio oriente è molto più complessa e da loro resa "tragica dal 2011" con le "primavere arabe". 

Talmente contorta la politica estera americana che, in verità, il presidente americano sta trovando grandi difficoltà a spiegarla perfino in patria. 

C’è la ferma volontà di fare fuori Assad: è un crudele dittatore, è amico di Mosca (alla quale concede l’utilizzo della base navale di Tartus), è sciita alawita e filo iraniano e pertanto inviso agli Stati sunniti, Arabia Saudita in testa, storico alleato statunitense. 

Il problema è che nel gioco del “nemico del mio nemico”, gli Stati Uniti rischiano di ritrovarsi per amici i tagliagole dello Stato islamico. Perché il tentativo di sostituire Assad con il vento fresco delle primavere arabe è fallito miseramente e oggi, sul campo, il califfato è l’unico vero antagonista del regime siriano. 

Così, mentre la Casa Bianca cerca il bandolo della matassa, la coalizione internazionale contro lo Stato islamico si limita a timidi e inefficaci bombardamenti, rivolti per lo più a sostenere gli alleati curdi o a fermare l’avanzata dello Stato islamico verso Baghdad

Nel frattempo continuano ad arrivare allo Stato islamico soldi, armi, uomini e mezzi, in modo più o meno clandestino, senza che nessuno cerchi il modo per impedirlo. 

Mentre a Washington tentano di trovare un piano B, in tipico stile americano, lo Stato islamico conquista terreno in Siria e Iraq, è arrivato in Egitto e controlla diverse città della Libia. 

Gli Stati Uniti d'America, la Francia e l'Inghileterra forse hanno compreso che il medio oriente e il nord Africa non si pacificano con più di 20.000 incursione aeree (Droni e . 

Quindi, è’ necessaria una azione militare a vasto raggio e serve una strategia comune  con le altre nazioni che stanno combattendo la nostra stessa guerra. 

Sono argomentazioni che l’Italia può portare in seno all’Unione Europea e in seno alle Nazioni Unite, anche grazie al peso che dovrebbe avere Federica Mogherini (la cui nomina ha comportato, per l’Italia, dover sostenere le folli sanzioni contro la Russia). 

Ciò che l’Italia non può permettersi, invece, è tirarsi fuori dalla partita, nascondere la testa sotto la sabbia invocando la “necessità di una soluzione politica” e sperare che altri facciano tutto il lavoro al posto nostro. Non si arriva in questo modo alla soluzione al problema dell’esodo biblico che sta investendo tutta l’Europa. 

Nell'incontro tra François Hollande e Matteo Renzi, Parigi ha confermato il suo impegno militare, mentre il nostro paese è dall'intervento in Libia nel 2011 che non utilizza la forza. Tra Italia e Francia ci sono alcune differenze. La Francia è in guerra. 

Parigi ha confermato il suo impegno militare contro lo Stato islamico estendendo il raggio di azione dell’armée de l’air alla Siria. Si tratta di una decisione che illustra la continuità con la politica precedente, ma che rivela anche un’evoluzione della posizione francese. 

Dopo la decolonizzazione, la Francia non ha mai smesso di utilizzare l’approccio militare, spesso per assicurare una certa stabilità ad alcune zone dell’Africa. Dal 2011 in poi, Parigi è impegnata in un interventismo attivo che nel caso della Libia assomigliava al regime change americano

L’operazione in Libia è stata ben capita, in Italia, ma troppo tardi. I veri motivi realisti della Francia erano ben lontanti dalla polica internazionale e garanzia dei Diritti Umani(gli interessi erano della Total e personali di Nicholas Sarkozy). 

Ma è l’intervento nel Mali iniziato nel 2013 e poi trasformato in un dispositivo permanente di controllo militare della zona sub-sahariana che rappresenta lo spartiacque. 

La Francia percepisce un rischio di destabilizzazione regionale che si unisce alla potenziale crescita di gruppi terroristi, e questo mix pericoloso suscita un’azione francese con il sostengo statunitense ma quasi senza aiuti europei. 

Questo deciso impegno militare francese rinsalda l’alleanza fra le Intelligence di Parigi, Londra e Washington, come dimostra l’integrazione delle forze armate nei vari teatri di operazione. 

Seguendo questa logica, sembrava inutile limitarsi ad intervenire in Iraq: l’intervento francese in Siria rappresenta anche il modo per la Francia di superare la sua impasse interna – soprattutto sul tema dell’immigrazione – e di testimoniare, anche a se stesso, che esiste e intende giocare un ruolo “positivo”. 

La posizione italiana è diversa. La partecipazione all’intervento in Libia nel 2011 è stata sofferta. Da quel momento l’Italia non ha più contribuito a nuove missioni militari, dovendo poi fare i conti con la delicatezza degli equilibri di coalizione al suo interno ma anche con la crisi delle risorse per l’apparato militare. 

Per l’Italia, la Libia del 2011 è diventato un “contro esempio” e si temono gli effetti non controllabili di interventi che possono coinvolgere equilibri locali, anche se la stabilità è sinonimo di dittatura. 

L’Italia ha una posizione diplomatica che sembra piuttosto attenta: non chiudere i canali con Mosca, considerata fondamentale sullo scacchiere mediorientale, riconoscere e sostenere con forza il regime dell’Egitto

Però oggi l’Italia non sembra in grado di raccogliere i frutti di questa saggia diplomazia, mentre l’Egitto compra caccia Rafale e navi Orizzonte dai francesi e Parigi si trova a fianco delle forze russe dispiegate in Siria a sostengo di Bashar el Assad. La Francia si dimostra in grado di procurare sicurezza militare ai suoi alleati e clienti, ed è questa capacità che viene in qualche modo comprata.

Entrambi i paesi hanno le loro buone ragioni. Certamente stanno percorrendo vie diverse, per quanto parallele. La via italiana sembra concentrata sul riformismo interno, avendo accantonato qualsiasi uso della forza militare in un contesto internazionale. 

La via francese è decisamente interventista con una forte capacità di uso dello strumento militare. Tutto questo va bene, a patto che l’Italia non abbia bisogno di chiedere aiuto ai suoi partner per partecipare a uno sforzo di stabilizzazione militare della Libia

In tal caso non si potrebbe fare a meno dei francesi, già presenti in Niger. Esistono alcuni scenari nei quali le traiettorie fra Parigi e Roma si incrociano: magari ci si potrebbe pensare già adesso.

Wednesday, September 16

LA FINE DELLA JUGOSLAVIA SARA' LA FINE DELL'EUROPA

Fummo presenti nel 1999, durante una conferenza sulla “pace” a Rambouillet, in Francia, i serbi furono sottoposti alle tattiche ipocrite da parte di Washington. Il presidente era Bill Clinton. Lo stesso Clinton della fellatio con la stagista Monika Lewinsky. Lo scandalo ebbe, stupefacenti, ripercussioni mondiali. 

Accusato, di impeachment per falsa testimonianza e ostruzione della giustizia, venne salvato a fine 1998 dai suoi avversari politici: tutti i senatori repubblicani (John McCain in primis). Perche? 

Nel corso della sua testimonianza di fronte al Grand Jury del 17 agosto 1998 Bill Clinton  -dopo avere mentito, più volte, alla nazione negando ogni addebito-  ammise, candidamente, dopo mesi, di avere avuto una "relazione fisica impropria" con la stagista. 

Venne assolto dal Congresso. Ma il prezzo che dovette pagare era di iniziare una guerra in Jugoslavia.  

Ecco che, immediatamente, le carte in tavola -tra USA e Jugoslavia- furono cinicamente e velocemente stravolte. 

«L’accordo di Rambouillet comprendeva un "allegato B segreto", che la delegazione statunitense inserì all’ultimo momento». 

La clausola, in esso scritta, esigeva che tutta la Jugoslavia – un paese con ricordi amari dell’occupazione nazista – fosse messa sotto occupazione militare, e che fosse attuata una “economia di libero mercatocon la privatizzazione degli immensi beni appartenenti al governo jugoslavo


"La punizione fu rapida; le bombe della NATO caddero su di un paese indifeso". La pietra miliare delle catastrofi era stata posata. 

Negli anni successivi, seguirono le catastrofi dell’Afghanistan, poi dell’Iraq, della Libia, della Siria, dell’Ucraina, dello Yemen, della Somalia e di tanti altri paesi. 

Dal 1945, più di un terzo dei membri delle Nazioni Unite 69 paesi hanno subito alcune o tutte le seguenti situazioni per manus militari americana

Questi popoli sono stati invasi, i loro governi rovesciati, i loro movimenti popolari soppressi, i risultati delle elezioni sovvertiti, la loro gente ombardata e le loro economie spogliate di ogni protezione, le loro società sottoposte a un assedio paralizzante noto come “sanzioni”

Lo storico britannico Mark Curtis stima il numero di morti in milioni. «Come giustificazione, in ogni singolo caso una grande menzogna è stata raccontata». 

Guai se la denuncia del nazi-fascismo, risuonata nel 70° anniversario della liberazione di Auschwitz, serve a depistare l’opinione pubblica dall’altro fascismo, il “nostro”, fondato sulla menzogna che giustifica le peggiori, sistematiche aggressioni. 

Per esempio la Libia di Gheddafi, travolta dopo la decisione di costituire una banca africana e una moneta alternativa al dollaro. E la Jugoslavia, rasa al suolo dopo la decisione della Germania di riconoscere i separatisti croati e sloveni.

Vergognoso. Inaccettabile. Ipocrita. Doloroso avere visto un grande Stato, multientico, come la Jugoslavia, circuito e manipolato da geopolitiche e luridi interessi materiali. 

E avanti così, sino salla Siria alla Ucraina di oggi. 

Rimanendo attoniti per le contorsioni terrificanti del cosiddetto ISIS, fondato, invero, su unità di terroristi addestrati dall’Occidente in Libia contro Gheddafi, poi smistate in Siria contro Assad e quindi, nuovamente, ri-dirottate in Iraq. 

Tutto questo possiamo chiamarlo come vogliamo, ma è, e reasta puro imperialismo fascista. E’ il “nostro” fascismo europeo e statunitense, quotidiano. «Iniziare sempre una guerra di aggressione al fine di imbottire banche e multinazionali di soldoni».

Nel 1946 i giudici del tribunale di Norimberga, dissero:«non è soltanto un crimine internazionale, ma è il crimine internazionale supremo». Se i nazisti non avessero invaso l’Europa, Auschwitz e l’Olocausto non sarebbero mai accaduti. Che ne dite della accomunanza con, solo per ultimo, l'Iraq, l'Afghanistan, la Somalia, l'Egitto, lo Yemen, la Ucraina, la Siria e la Libia?

«Se gli Stati Uniti e i loro vassalli non avessero iniziato la loro guerra di aggressione in Iraq nel 2003, quasi un milione di persone oggi sarebbero vive, e lo Stato islamico, o ISIS, non ci avrebbe in balìa delle sue atrocità». 

I nuovi “mostri” sono «la progenie del fascismo moderno, svezzato dalle bombe, dai bagni di sangue e dalle menzogne, che sono il teatro surreale conosciuto col nome di “informazione”»

Infatti, «come durante il fascismo degli anni ‘30 e ‘40, le grandi menzogne vengono trasmesse con la precisione di un metronomo grazie agli onnipresenti, ripetitivi media e la loro velenosa censura per omissione». 

Non dimentichiamo che in Libia, nel 2011 la NATO a stelle e strice, ha effettuato 9.700 attacchi, più di un terzo dei quali mirato ad obiettivi civili, con strage di bambini. Bombe all’uranio impoverito, Misurata e Sirte bombardate a tappeto, come accaduto nel 1999 in Jugoslavia. 

L’omicidio di Gheddafi «è stato giustificato con la solita grande menzogna: stava progettando il “genocidio” del suo popolo». Se gli USA avessero esitato, disse Obama, la città di Bengasi «avrebbe potuto subire un massacro che avrebbe macchiato la coscienza del mondo». 

Peccato che Bengasi (vedi Chris Stevens) non sia mai stata minacciata da nessuno: «Era un’invenzione delle milizie islamiche che stavano per essere sconfitte dalle forze governative libiche». 

Le milizie, dissero alla “Reuters” che ci sarebbe stato «un vero e proprio bagno di sangue, un massacro come quello accaduto in Ruanda». La menzogna, segnalata il 14 marzo 2011, ha fornito la prima scintilla all'inferno della NATO, definito da David Cameron come «intervento umanitario». 

Molti dei “ribelli”, segretamente armati e addestrati dalle SAS britanniche, sarebbero poi diventati ISIS, i famosi decapitatori di “infedeli”. 

«Per Obama, Cameron e Sarkozy, il vero crimine di Muhammar Gheddafi era l’indipendenza economica della Libia e la sua dichiarata intenzione di smettere di vendere in dollari USA le più grandi riserve di petrolio dell’Africa», minacciando così il petro-dollaro, che è «un pilastro del potere imperiale americano». 

Gheddafi aveva tentato con audacia di introdurre una moneta comune in Africa, basata sull’oro, e voleva creare una banca tutta africana per promuovere l’unione economica tra i paesi poveri ma dotati di risorse pregiate. 

«Era l’idea stessa ad essere intollerabile per gli Stati Uniti, che si preparavano ad “entrare” in Africa corrompendo i governi africani con offerte di Clinton e Blair di collaborazione militare». 

Così, “liberata” la Libia, Obama «ha confiscato 30 miliardi di dollari dalla banca centrale libica, che Gheddafi aveva stanziato per la creazione di una banca centrale africana e per il dinaro africano, valuta basata sull’oro». 

La “guerra umanitaria” contro la Libia aveva un modello vicino ai cuori liberali occidentali, soprattutto nei media, ricordando che, nel 1999, Bill Clinton e Tony Blair inviarono la NATO a bombardare la Jugoslavia, «perché, mentirono, i serbi stavano commettendo un “genocidio” contro l’etnia albanese della provincia secessionista del Kosovo». 

L’ambasciatore americano David Scheffer affermò che «circa 225.000 uomini di etnia albanese di età compresa tra i 14 e i 59 anni potrebbero già essere stati uccisi». Sia Clinton che Blair evocarono l’Olocausto e «lo spirito della Seconda Guerra Mondiale». 

L’eroico alleato dell’Occidente era l’UCK, Esercito di Liberazione del Kosovo, "famosa organizzazione criminale combattuta sin dai tempi del Maresciallo Tito". 

Finiti i bombardamenti della NATO, con gran parte delle infrastrutture della Serbia in rovina  insieme a scuole, ospedali, monasteri e la televisione nazionale, le squadre internazionali di Polizia scientifica scesero sul Kosovo per riesumare le prove del cosiddetto “olocausto”. 

L’FBI non riuscì a trovare una singola fossa comune e tornò a casa. Il team spagnolo fece lo stesso, e chi li guidava dichiarò con rabbia che ci fu «una piroetta semantica delle macchine di propaganda di guerra». 

Un anno dopo, un Tribunale delle Nazioni Unite sulla Jugoslavia svelò il conteggio finale dei morti: 2.788, cioè i combattenti su entrambi i lati, nonché i serbi e i rom uccisi dallUCK. «Non c’era stato alcun genocidio

"L’olocausto" era una menzogna». 

La nuova Germania unita, aveva iniziato a spingersi ad est per accaparrarsi il suo "mercato naturale nelle province jugoslave di Croazia e Slovenia". 

Sicché, «prima che  gli europei si riunissero a Maastricht nel 1991 a presentare i loro piani per la disastrosa Eurozona, un accordo segreto era stato approvato: la Germania avrebbe riconosciuto la Croazia e la Slovenia». Quindi, «il destino della Jugoslavia era segnato». 

La solita macchina stritolatrice: «A Washington, gli Stati Uniti si assicurarono che alla sofferente economia jugoslava fossero negati prestiti dalla Banca Mondiale, mentre la NATO, allora una quasi defunta reliquia della guerra fredda, fu reinventata come tutore dell’ordine imperiale». 

Ed oggi,  è più pericolosa che mai. Perchè la NATO niente altro è: che gli USA camuffati da Europa.

Tuesday, August 25

PUTIN A HOLLAND: "O MI DAI LE NAVI O I SOLDI.

La Francia aveva proposto di restituire a Mosca circa 785 milioni di euro. Proposta avvenuta durante l'incontro a Yerevan tra il presidente russo Vladimir Putin e il capo di Stato francese Francois Hollande". Risposta di Putin:"o mi dai le navi oppure mi paghi tutti i danni".

Al Cremlino questa proposta proprio non è piaciuta, in quanto stimano che "i costi e le perdite" subiti dalla Federazione Russa a causa della rottura del contratto, ammontino a 1,163 miliardi di euro

In base alle clausole contrattuali, il termine ultimo che ammetteva il ritardo della consegna delle Mistral per condizioni di Force Majeure (evitando il pagamento di penali), è scaduto il 16 maggio 2015.

La scorsa settimana, il Canard Enchaîné ha smascherato in prima pagina il presidente francese François Hollande e i suoi ministri, che erano rimasti nel vago sugli effetti collaterali della rottura del contratto di vendita delle due portaelicotteri della classe "Mistral" alla Russia dopo il peggioramento delle relazioni tra i due paesi a causa della guerra in Ucraina. 

In un dossier corrosivo, il magazine  ha enumerato tutte le spese extra che la Francia sarà costretta a sostenere in ragione degli impegni presi al momento della firma (era il gennaio del 2011 e all’Eliseo c’era Sarkozy).Nonché le conseguenze nefaste dello strappo in termini di posti di lavoro. 

Come se non bastasse il grave danno economico, secondo i calcoli del settimanale, l’Esagono sborserà 2,4 miliardi di euro, pari al doppio rispetto a quanto pagato inizialmente da Mosca.

Fatto più grave, se fosse vero, è la beffa della documentazione tecnica (Progetto esecutivo) per la costruzione delle due portaelicotteri. 

Progetto con più di 150.000 pagine che la Francia aveva trasmesso alla Russia nel quadro del trasferimento di tecnologia previsto dal contratto, ma che ora stanno rendendo felici soltanto gli ingegneri del Cremlino, pronti a utilizzarle per fabbricare le loro versioni di Mistral.

Secondo quanto riportato dal sito Breizh-Info, i soldi del maxi rimborso (Mosca beneficerà della forte svalutazione dell’autunno 2014, ottenendo 25 miliardi di rubli in più rispetto ai 40 sborsati nel 2011)verranno versati nelle casse del Ministero della Marina russa per sviluppare nuovi progetti che rappresenteranno “una risposta russa al blocco-vendita delle due BPC Mistral”.

Avvalendosi del know-how francese, saranno insomma costruite delle nuove navi della classe "Mistral" made in Russia, con un Putin che già si gode lo “scippo” a Parigi.

François Hollande, nel frattempo,  spera di liberarsi delle due portaelicotteri, la Vladivostok e la Sébastopol, il prima possibile (Egitto e Arabia Saudita sono i principali soggetti interessati).

Attualmente, secondo quanto riportato da Breizh-Info, sono due i progetti in corso per creare un equivalente russo alle Mistral. 

Il primo, ha l’obiettivo di creare entro il 2030 una flotta di portaerei della classe "2300E Shtorm" a propulsione nucleare (85.000 tonnellate, 70 velivoli imbarcati) o tradizionale (65.000 tonnellate, 55 velivoli imbarcati). Il tutto, in seguito alla modernizzazione dei cantieri navali di Severodvinsk

Il secondo, che è il più importante tra i due progetti anche perché si farà in tempi più rapidi, riguarda la costruzione di una flotta di portaelicotteri sul modello delle Mistral (e quindi con il supporto della precisissima documentazione tecnica francese giunta a Mosca dopo la firma del contratto nel 2011). 

Battezzato “Lavina-Priboï” (Valanga-marea), il progetto doterà la Russia di navi che potranno imbarcare fino a 8 elicotteri, 60 blindati e 500 militari. Secondo l’alto comando russo, le portaelicotteri saranno protette da sistemi di difesa di nuova generazione e la loro costruzione potrebbe già iniziare nel 2016 a San Pietroburgo. 

Sullo sfondo dei silenzi dell’Eliseo, delle dichiarazione fumose del ministro della Difesa, Jean-Yves Le Drian, e della battaglia delle cifre che ha spinto due deputati dei Républicains, Philippe Meunier e Philippe Vitel, a creare una Commissione d’Inchiesta sui costi reali della mancata consegna delle due navi della discordia, si apre dunque un altro capitolo imbarazzante della saga rocambolesca delle navi Mistral, che conferma quanto i grandi vincitori siano i russi. Altro che “buon accordo”, come aveva dichiarato Hollande.

Per completare l’opera, il Canard Enchaîné ha pubblicato la confessione di un generale dell’Esercito francese, Bernard Norlain, che ha sbugiardato il ministro delle Finanze Michel Sapin. Il ministro, aveva smentito i calcoli del settimanale . 

"La fattura è molto più elevata rispetto a quanto annunciato dal governo, ossia 785 milioni, ammette Bernard Norlain". Se si tiene conto di tutte le spese indotte, sarà almeno di due volte superiore rispetto alle stime ufficiali”.

Quanto costerà a Parigi il mancato adempimento del contratto? Il settimanale francese "Le Point" riferisce che la rottura dell'accordo prevede un costo di 5 miliardi di euro.

Il costruttore navale francese, DCNS, perderà profitti attesi pari ad 1 miliardo e 200 milioni di euro, non guadagneranno 890 milioni di euro gli altri fornitori coinvolti nella realizzazione della commessa. 

Aggiungiamoci anche l'ormeggio e la manutenzione delle due portaelicotteri , sino ad oggi, i quali costi generano spese mensili di circa 5 milioni di euro

A questo si aggiungono le penali per la rottura del contratto e i danni causati alla parte russa.

Thursday, August 20

LIBIA: "DA TUTTO L'OCCIDENTE BUGIE, SOLO BUGIE."

La combinazione della filosofia del cazzo di Barak Hussein Obama, cioè la tattica militare del "leading from behind", e del nazi-fanatismo -pro domo sua- di quel cazzone di Nicholas Sarkozy, produssero tra il 2011 e il 2012, con sette lunghi mesi di bombardamenti e di blocco navale, un disastro colossale di cui, in questi ultimi anni, stiamo pagando e subendo tutte le pericolose conseguenze

Al confronto della Libia, la guerra in Iraq è stata coronata da pieno successo

Tutto cominciò con la bugia sui diecimila massacrati da Gheddafi, propalata -ai deficienti globali- da Al Jazeera e rilanciata da tutto il sistema tribale dei media occidentali.

La bugia sulla primavera araba, che Gheddafi al potere avrebbe conculcato con una spietata repressione; la bugia su Benghazi oggetto di un assedio, vigilia di strage; e infine la bugia ideologica più grande:"quella secondo cui l’Occidente e l’Europa possono spingere forze sane all’autodeterminazione nazionale senza un duro, costoso e drammatico lavoro di "State building"

E poi dicono che la guerra di Bush, Cheney e Rumsfeld all'Iraq è stata generata dalla menzogna

Al Cairo vi è stato pochi giorni fa, un vertice della Lega araba, destinatario di una richiesta di aiuto da parte del governo riconosciuto di Tobruk. 

L’Egitto di Al Sisi è l’unico paese che fin qui abbia cercato di agire in solitario al di fuori dei confini del vaniloquio, con il bombardamento delle postazioni dello Stato Islamico, ma sulla possibilità che in sede di Lega araba si trovi una qualsiasi soluzione operativa e vincente lo scetticismo è quasi unanime. 

Prosegue la missione diplomatica di un alto funzionario delle Nazioni Unite, Bernardino Leon, per escogitare una soluzione politica in grado di ribaltare lo scenario di guerra e di disfacimento dello stato libico, e anche qui lo scetticismo, nonostante l’accordo siglato in Marocco a luglio da alcune delle fazioni impegnate nella guerra civile e tribale, è molto alto. 

Con argomenti razionali e sensati, Sergio Romano ieri proponeva che l’Italia assuma un ruolo di guida per una presenza militare di peace keeping o enforcing in Libia, sotto copertura ONU e con l’avallo americano ed europeo. 

Sarebbe una buona cosa, forse anche doverosa, ma ce ne sono le condizioni politiche

L’impressione, in Italia, è che il vuoto libico di potere, di legittimazione e di autorità, come sempre accompagnato da un drastico abbassamento degli standard umanitari convenzionali, non sia colmabile con un intreccio di diplomazia e la prospettiva di una blanda deterrenza che incuta rispetto e magari anche timore ai miliziani oggi padroni del paese.

In aggiunta, nutre questo vaniloquio il pregiudizio contro l’uso della forza e lo state building politico-militare

Il Washington Post ha pubblicato una ricostruzione del fallimento dei piani dell’Amministrazione americana in Libia dopo la morte di Gheddafi. Come spiega la giornalista Missy Ryan che ha scritto l’articolo, il presidente Barack Obama aveva scelto proprio la Libia come una “priorità personale” per mostrare la capacità (sua e) dell’America di ricostruire un paese dopo un intervento militare , e quindi per marcare la differenza con le due guerre volute dal suo predecessore in Iraq e in Afghanistan.

La Libia doveva essere un caso modello: prima intervento militare leggero, soltanto con aerei e logistica, poi stabilizzazione del paese, a partire dall’economia e dalla politica

Su Obama incombe però una maledizione: i suoi tentativi di creare alleati locali e di farsi amici duraturi nei paesi arabi nascono storti e finiscono male, con una serie di finali che variano dalla delusione reciproca all’irrilevanza al disastro. 

Con l’Iran invece no, Obama è riuscito a raggiungere il grande obiettivo che ha puntato per tutto il doppio mandato, il patto sull’armamento atomico, ma l’Iran non è un paese arabo  e Israele?

Per almeno un anno dopo la morte di Gheddafi i diplomatici americani mandati in Libia si concentrano su dossier e temi civili, e non sulla sicurezza militare

La morte dell’ambasciatore Chris Stevens nell’attacco a Bengasi del settembre 2012 è uno choc e cambia tutto: l’Amministrazione  evacua la maggior parte dei suoi uomini, e quando li fa tornare impone regole di sicurezza che li limitano fortemente e in pratica gli impediscono di fare il loro mestiere, stare in contatto con i libici

Nella prima metà del 2013 la Casa Bianca trova nuova speranza in Ali Zeidan, il presidente libico, laico, ex esule in Europa con padronanza delle lingue occidentali, ex attivista dei diritti umani: con lui, durante un incontro in un club di golf nell’Irlanda del nord, si decide di fondare un nuovo esercito libico che dovrà pensare alla sicurezza del paese con il nome di Forza multifunzione GPF (General Purpose Force).

I circa ventimila uomini della GPF devono in teoria prendere il posto dell’esercito gheddafiano, che ancora paga lo stipendio a 112 mila soldati, ma che in realtà non riuscirebbe a mobilitarne più di cinquemila. 

Come accade con tutte le forze militari arabe e alleate dell’America che l’Amministrazione tenta di creare, anche la GPF diventa presto qualcosa a metà tra la farsa e il disastro. 

I libici non vogliono arruolarsi, perché le milizie pagano di più e sono meno disciplinate. I paesi che si occupano dell’addestramento sono Stati Uniti, Gran Bretagna, Turchia e Italia. 

Gli Stati Uniti parlano molto di mandare addestratori militari in Libia, ma poi non lo fanno perché considerano la missione troppo rischiosa

Metà delle reclute libiche spedite in Turchia lascia il corso perché la vita in caserma è troppo rigorosa. Delle 300 reclute libiche mandate in Inghilterra, un terzo lascia, altri chiedono asilo politico. Le restanti sono mandate in blocco a casa, dopo  una sequenza orripilante di stupri a danno di ragazze inglesi che rischiano di mettere in serio imbarazzo il governo. 

Le uniche a non mollare sono le reclute mandate ad addestrarsi in Italia: il Washington Post spiega che gli italiani hanno ceduto alle richieste dei libici su alloggi e vitto per rendere più comoda la loro permanenza. 

Non mancano problemi con le reclute anche in Italia: alcune, selezionate per un corso di sub grazie al sistema ultranepotistico libico, si presentano agli istruttori pur senza saper nuotare e sono rispedite indietro.

Come non bastasse, il programma finisce sotto il controllo del vice ministro della Difesa di Zeidan, che si chiama Khalid Sharif. Islamista, tenuto in carcere dagli americani in Afghanistan per due anni

Sotto di lui, il programma è considerato come una cospirazione anti islamica. 

Tuesday, August 18


Non prendiamoci per il culo. Nel 2011 Nicholas Sarkozy e soci ci hanno organizzato questa bomba umanitaria. Non è migrazione verso l'occidente, per clandestina che sia. Anche aerei italiani bombardarono la Libia

Questa è una vera invasione dell' Europa. Questo che sta accadendo in Libia dal 2011, oggi può essere disinnescato soltanto da una occupazione militare del Paese guidata da una "willing coalition" e da apparati di guerra consistenti.

Ovviamente, con l’uso di truppe di terra, e da un "surge", da un incremento progressivo della capacità di stroncare gli insurgents e i jihadisti. Ma, sarà troppo tardi.

E con questa messa in scena, inizierà la grande farsa dell'occupazione e della spartizione.

Friday, May 1

E' L'ITALIA CHE AFFONDA... NON SOLO I BARCONI

Quando scoppiò il caso del barcone rovesciato, tutti i leader hanno fatto la loro «dichiarazione-pisciatina», quella di Salvini, banale come tutte le altre, è diventato il vero oggetto del contendere. 

Giornali, talk show, radio, TV, dopo una rapida sintesi del fatto e la commozione di circostanza (sono fantastici, osservateli con la loro bocca a culo di gallina fingere sentimenti alti), hanno seppellito i morti e la politica sull'immigrazione in fondo al mare, e hanno cominciato ad accanirsi contro la felpa di Salvini. 

Lui ha risposto con lo stesso stile intellettualmente scurrile degli altri. Berlusconi, alla disperata ricerca di uscire dal suo, immagino, insopportabile cerchio magico, si è candidato a un non meglio precisato ruolo di Commissario. 

Federica Mogherini, che Commissaria, oltretutto pure «Alta», è già, ha avuto un'intuizione geniale, ben sintetizzata dal tipico linguaggio della Leopolda: «Dobbiamo andare alla radice del problema». 

Ha chiuso, la Mogherini, sbeffeggiando un «eurodeputato», neppure degno di avere un nome, sul termine «blocco navale». 

Stante il loro carattere fumantino, non si erano capiti. Renzi si riferiva a quelli «offensivi» (tipo Spartani-Porto di Atene dopo la battaglia di Egospotami ovvero tipo Usa-Cuba per i missili sovietici), Salvini a quelli «difensivi» (tipo Australia-immigrati indonesiani).

Non essendo né un esperto di immigrazione come Saviano, né un politico puro come Renzi, Berlusconi, Salvini, provo a studiare il problema secondo i protocolli del management: analizzare, decidere, implementare.

Chi è il Nemico? Si possono e si debbono impiegare alcuni vettori di forza, come già facciamo in alto mare, per salvare vite umane e bloccare qualche scafista. 

Si possono concepire operazioni coperte affidate a forze speciali, come facemmo vent’anni fa in Albania, quando gli incursori del COMSUBIN affondarono nottetempo decine di gommoni della morte nei porti di partenza, con il consenso del governo locale e senza che il nostro si affrettasse a comunicarlo. 

Si può financo pensare di bombardare i barconi prima che si riempiano di potenziali vittime. 

Ma sono cose che prima si fanno, poi eventualmente si annunciano.

Facile, l'organizzazione criminale dei mercanti di schiavi ma pure gli Stati, costieri (e no), che lo permettono. Qui emerge l'originalità del modello di business dei mercanti di schiavi. 

Quelli dei secoli scorsi erano degli imprenditori "arabi" che razziavano nella foresta negri (allora si diceva così), li caricavano di forza sui velieri, li vendevano FOB porto americano, venivano pagati dai proprietari terrieri americani, francesi, olandesi, etc etc, solo alla consegna, e con un severo controllo di qualità (i mercanti di schiavi avevano interesse a presentarli in forma). 

Diversi anni fa, alcuni analisti della nostra Intelligence militare, alla ricerca della “soluzione finale” di un problema che allora cominciava ad affacciarsi sui media, ne proposero una davvero finale: "l’Italia e l’Occidente dovevano impegnarsi perché l’Africa sub-sahariana restasse in povertà assoluta – Quarto Mondo, non Terzo – perché solo la mancanza del denaro necessario ad affrontare il viaggio della speranza attraverso deserti e mari ci garantiva del fatto che nessuno ci avrebbe provato. 

Per fortuna il documento filtrò oltre le maglie del segreto e fu opportunamente cestinatoMa è bene non dimenticarsene, per capire a quali nequizie può giungere la nostra ossessione securitaria, rivelatrice d’una radicata insicurezza. 

Oggi, quelli, curiosamente sono pagati proprio dagli schiavi, e lo sono anticipatamente, trattarli bene è un optional, idem che muoiano. Come dice Mogherini, la «radice» è lì. 

Le leadership italiane ed europee devono smetterla di chiacchierare e di palleggiarsi le responsabilità fra di loro, devono scegliere una strategia e procedere con la sua «execution».

«Immigrati e Rifugiati sono la stessa cosa o no?»  Questa domanda è dirimente per definire una strategia, ci vuole una scelta politica chiara e netta. Secondo le élite del Paese (Saviano è il loro mentore) sì, secondo il popolo bue no. 

Certo, il governo è sotto pressione. È scattata la sindrome del “bisogna fare qualcosa”, contro la quale lo stesso Obama – teorico (non sempre pratico) del don’t do stupid things – ha messo in guardia Renzi. 

In chiaro: intervenire stivali su terra nella guerra di mafie che sta infestando l’ex Libia, spazio di nessuno conteso dai clan indigeni e dai loro sponsor esterni (Egitto ed Emirati Arabi Uniti in testa, sul fronte cirenaico, Qatar e Turchia in secondo piano, su quello tripolitano), è follia che ci viene sconsigliata dall’alleato di riferimento. 

Anche perché, stanti le risorse a disposizione delle nostre Forze armate e di quelle degli eventuali “volenterosi” associati, europei e arabi, presto dovremmo rivolgerci agli americani per carenza di mezzi, benzine e munizioni.

Ma la situazione in Libia è talmente degenerata, e i nervi dei decisori, su entrambe le sponde del Mediterraneo, sono così sollecitati da rendere possibile un intervento “accidentale”, per esempio in risposta a un attentato terroristico in Europa. 

Magari firmato Stato Islamico, anche se chiunque frequenti la Libia sa che il “califfo” non ne controlla che qualche caseggiato a Derna e dintorni. Decapitandovi quanti più cristiani possibile, nella speranza di attrarci sul suo terreno.

Quando affrontiamo l’emergenza Libia dobbiamo partire dall’esperienza storica. Da cui deduciamo che in attesa di ristabilizzare quel paese e spegnere i focolai di guerra accesi attorno ad esso, dal Sahel al Corno d’Africa, dal Levante al Golfo Persico, avremo a che fare per il tempo prevedibile con masse di donne, uomini e bambini (molti non accompagnati) in caccia di speranza. Sinonimo, per loro, di Europa.

Questo dramma occuperà il resto delle nostre vite. Va dunque gestito, con speciale urgenza e cura. Ma senza illudersi di risolverlo con la forza. Se provassimo a farlo, lo renderemmo ingestibile. Otterremmo di moltiplicare le vittime, non di ridurle. 

Non ci sono scorciatoie militari – blocchi navali, aerei o terrestri – a meno di rioccupare la Libia (Nicolas Sarkozy Mascalzone 2011 Libia).

Renzi decida, gli compete. Se sceglie «sì», li mandi a prendere tutti con i traghetti della Tirrenia, se sceglie «no» selezioni in loco i soli rifugiati e si opponga con la forza all'ingresso degli immigrati. Se non si sente all'altezza, indìca un referendum popolare: lasci la parola a noi, ognuno voterà secondo coscienza.

Se Renzi non è in grado di decidere, e neppure di indire un referendum, lo dica chiaramente. Andremo avanti così: discorsi alti, emozioni represse, insulti reciproci fra miserabili avversari politici. Sta per iniziare il periodo delle serate in terrazza, a seguire le giornate sotto l'ombrellone, il dilemma immigrazione-rifugiati è argomento che «tira», per solidarietà ne beneficeranno le vendite dei «vù cumprà». In fondo, anche questo è PIL. Alla fine, non potremo però sfuggire al dovere di accogliere.

Se esistono ancora dei valori europei, se l’Unione Europea non è solo una parola vuota o il nome contemporaneo dell’ignavia, e se questa Europa vuole avere un posto nel mondo, noi i profughi li ospiteremo. 

E li tratteremo come si deve a chi soffre anche per causa delle nostre incursioni armate in terre che non ci appartengono più, ma verso le quali esibiamo talvolta patetici riflessi neo-coloniali, ribattezzati “guerra al terrorismo”.

Un continente di mezzo miliardo di anime può attrezzarsi per riceverne nel tempo un milione e anche più, distribuendo concordemente lo sforzo sulle spalle di ciascun paese in proporzione alle sue risorse??

L’alternativa è essere inghiottiti dalla marea che si vuole respingere.